Lpels è un blog collettivo di letteratura e società, democratico, aperto, progressista, sensibile a ogni istanza di rinnovamento culturale, sociale, economico e politico; come tale intende presentarsi all'esterno. La redazione si propone, in questo senso, di vigilare affinché i contenuti non presentino derive reazionarie e integraliste, il tutto nel massimo rispetto della persona e dell'alterità, in un'accoglienza della diversità che non degeneri mai in complicità, acquiescenza o qualunquismo. Con questi criteri, aspira a essere una presenza efficace nel panorama culturale italiano e possibilmente uno strumento di cambiamento e di trasformazione delle strutture di potere, spesso ingiuste e indegne dei valori umani in cui la persona si riconosce in ogni spazio e in ogni tempo, al di là di fedi, credenze e tessere politiche.
L’inverno in cui compii quattordici anni la nostra sala giochi si trasformò lentamente in una cabina di comando. Come una gazza in cerca di oggetti luccicanti per il suo nido, così mio padre si presentava ogni volta con delle nuove cose. La prima a richiamare la mia attenzione fu uno strumento d’ottone, una bussola appartenuta ancora a mio nonno. Mio padre si era deciso ad aprire il baule di cuoio che il giorno dopo il funerale aveva riposto in soffitta e da allora non aveva mai più toccato. Qualche ora più tardi lo vidi strofinare con cura lo strumento, che entrava esattamente nel palmo della sua mano, con un panno morbido. Mio padre diceva che bisognava curare bene gli oggetti, per farli durare più a lungo. Dietro il vetro c’era un ago arrugginito che vibrava appena toccavi la bussola. Leggi il seguito di questo post »
- Sì, ribellarsi a questo stato di cose, in cui si può fare del romanzo una merce scadente venduta a peso d’oro. Mi fanno ridere certe diatribe che andate tessendo: la fuga dalla casa editrice che evade dalle tasse! Come diceva la persona che ho amato di più, scolate il moscerino e ingoiate il cammello. Scrivete libri che evadono dalla dignità dell’arte, vi svendete prostrandovi ai gusti del pubblico e della pubblicità, agognate di apparire negli spettacoli più insulsi, nei premi più manipolati, sulle riviste compromesse col potere, e poi fate i delicati per una ditta che ha comprato l’Italia: l’unica soluzione sarebbe emigrare in un luogo immune dal capitalismo, quindi, forse, su Plutone o Nettuno. Leggi il seguito di questo post »
Zoppi i miei passi di ieri e ancora
mi affidi le spade dita strappate
di netto lo scudo mi scivola in basso
la paura è vestita di chiaro
i tuoi occhi nel becco dell’aquila
li sento scavarmi le colpe sfranarmi
gli amori negati cucirmi al braccio
un respiro di padre gioirmi addosso
una corona di alloro nel nome
dividimi adesso in parti di lacrime
uguali e fiorire vedrai il Tuo sangue
versato in offerta all’amore
Charles Baudelaire, Les fleurs du mal, I: Spleen et idéal
II. L’Albatros
Souvent, pour s’amuser, les hommes d’équipage
Prennent des albatros, vastes oiseaux des mers,
Qui suivent, indolents compagnons de voyage,
Le navire glissant sur les gouffres amers.
À peine les ont-ils déposés sur les planches,
Que ces rois de l’azur, maladroits et honteux,
Laissent piteusement leurs grandes ailes blanches
Comme des avirons traîner à côté d’eux.
Ce voyageur ailé, comme il est gauche et veule!
Lui, naguère si beau, qu’il est comique et laid!
L’un agace son bec avec un brûle-gueule,
L’autre mime, en boitant, l’infirme qui volait!
Le Poète est semblable au prince des nuées
Qui hante la tempête et se rit de l’archer;
Exilé sur le sol au milieu des huées,
Ses ailes de géant l’empêchent de marcher.
L’albatros muove la fantasia degli umani; quello che affascina dev’essere il suo appartenere a un altro mondo, un mondo di ebrezza di voli incuranti delle tempeste, di luoghi inaccessibili ‒ nidifica nelle isole australi più a sud dei “ruggenti 40” ‒ di eleganza senza confini, di grida incomprensibili, cui l’uomo sempre e comunque vorrebbe attribuire un significato. Il suo mito comincia dal nome della famiglia cui appartiene Leggi il seguito di questo post »
- Andiamo via, presto!
Maria prende Leopoldo per la mano e lo trascina a forza. Lui fa appena in tempo a vedere l’immagine immobile di Kafka che non si accorge di nulla, incapsulato nei suoi problemi. La donna ordina a Leopoldo di entrare in auto e sfreccia verso casa, arrivando in men che non si dica. La stanza è piena di libri, che sembrano sul punto di crollare da ogni parte. I due, ora, sono appollaiati su sedie di legno infilate a malapena nello spazio angusto e stipato in ogni angolo.
- La ragazza del pub mi ha confidato una notizia.
Leopoldo cerca di riprendersi dall’ennesima sorpresa: dunque Maria sapeva che era lì. Forse potrà anche spiegargli come ci è finito.
- Quale notizia? Leggi il seguito di questo post »
- Ascolta, Leopoldo.
Ha cominciato a parlare all’improvviso, emergendo da un raccoglimento intenso.
- So bene che stai cercando una risposta alla domanda sul romanzo: è possibile, oggi, perpetuare un genere minacciato dalla polverizzazione della società e della persona, per cui lo schema obiettivo-ostacolo-traguardo non convince più nessuno, a meno che non porti i segni della lacerazione dell’esperienza umana dal Novecento in poi? Non considero nemmeno i libri commerciali, prodotti con un target elaborato nelle officine infallibili del marketing, specchietti per le allodole che rimpinguano le casse di editori-imprenditori. Può chiamarsi romanzo la replica di forme svuotate di ogni traccia vitale? Perfino una pubblicità istantanea può suscitare interesse per lo scioglimento di un nodo, il raggiungimento di una meta, tanto la narrazione è iscritta nel codice genetico dell’umanità; ma è triste approfittare di un bisogno psicologico per propinare al pubblico qualunque spazzatura. Bisogna riconoscere la colpa d’origine, la sentenza di condanna che pesa sul capo di noi tutti; solo da quel punto si può partire alla ricerca di una via d’uscita, nonostante il fallimento prevedibile, lo scacco doloroso. S’interpella, almeno, la verità della nostra condizione, sospesa tra anarchia distruttiva e dittatura soffocante. Dobbiamo confessarci a vicenda le ossessioni che ingolfano i sensi e l’intelletto: solo allora si potrà sapere se c’è un varco destinato a interrompere la solitudine.
E’ tornato il silenzio; l’uomo vestito di grigio è immobile, a braccia conserte, con l’enorme colletto inamidato. Leopoldo ragiona tra sé e sé: non potrebbe strappargli una spiegazione ragionevole di ciò che li ha portati in quella stanza? E’ forse il sogno che permette a chiunque di identificarsi nel personaggio o nella trama, come se il minimo dettaglio si rivelasse una proiezione in scala di una sorte universale? E’ il labirinto che, dopo un’infinità di percorsi e giravolte, ti riporta nello stesso punto, di fronte a un altro che si rivela immancabilmente estraneo?
Suona il campanello. D’istinto, Leopoldo si precipita alla porta e la spalanca con un gesto liberatorio e disperato nello stesso tempo. Nel vano appare una figura femminile, con uno sguardo pensieroso e preoccupato.
- Maria!
Pubblicato da giuseppepanella su settembre 17, 2010
Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)
Vincere la saudade. Poesia meridiana speciale Portogallo, a cura di Regina Célia Pereira da Silva, Grottaminarda (AV), Delta 3 Edizioni, 2010
La poesia portoghese non si scrive soltanto in Portogallo – in soldini, ecco il senso dell’operazione coordinata dalla professoressa Regina Célia Pereira da Silva, docente di Lingua, Cultura e Traduzione Portoghese dell’Istituto Camões presso l’Istituto Universitario “Suor Orsola Benincasa” di Napoli e fortemente voluto da Giuseppe Iuliano e Paolo Saggese, i due ispiratori del Centro di documentazione sulla poesia del Sud. E al Sud del mondo certamente il mondo culturale portoghese e lusitanofono certamente appartiene – per ispirazione, per tradizione, per appartenenza etica e storica, per destino epocale e individuale.
Stavamo già da un paio d’ore seduti ai tavolini del bar-pizzeria “Da Roberto”.
La discussione finì, chissà come, sulle infiltrazioni criminali nel nord Italia.
Nessuno sapeva un granché di camorra e di mafia – a parte quello che ognuno di noi aveva letto sui libri o visto in televisione, intendo dire – ma il tizio che mi sedeva di fronte insisteva nel sostenere che il maggior responsabile e addirittura il promotore di tali infiltrazioni andasse ricercato nello Stato.
Credo che tutto fosse iniziato con una battuta sull’aumento degli accenti campani che negli ultimi anni stavano prolificando nella nostra provincia. Leggi il seguito di questo post »
Marco Scalabrino è poeta e studioso del dialetto siciliano e della poesia siciliana, nonché traduttore in siciliano e in italiano di autori stranieri contemporanei. Attività che svolge da anni con serietà e dedizione ammirevoli, come testimoniano i numerosi saggi pubblicati su riviste cartacee e in rete. Scegliere di scrivere in un dialetto che, come tutti i dialetti, e non solo, è sempre più confinato dalla lingua italiana e da quelle straniere, attesta un forte sentimento di appartenenza etnica e culturale che, in tempi di fagocitante globalizzazione, è atto di resistenza. Leggi il seguito di questo post »
Le pitture sono sempre piene di particolari. Anche quando sembra non ci sia niente, nel quadro c’è qualcosa. Nell’arte anche solo un’ombra è piena di bellezza.
Se qualche artista avesse visto le tavole di allora apparecchiate per la sera avrebbe potuto ritrarle. C’erano tutti gli elementi giusti per rappresentare la reale atmosfera della cena di Emmaus: il pacato silenzio, la qualità dell’arredo, qualche posata, le persone che partecipavano al pasto, una sobrietà piena d’emozione e a c’tràngula a ‘nzalàta1. Leggi il seguito di questo post »
QUATTRO STRACCI, UNA RUPIA E UNA BAMBOLA DI CARTAPESTA di Felice Muolo (ed. Fermenti)
___________________________
di Stefania Nardini
Non ci vuole solo sensibilità ma anche coraggio per scrivere un libro mettendosi nella pelle di un bambino. Di bambini si può scrivere raccontando delle storie, si può scrivere per loro, ma costruire come protagonista una bambina di nove anni, indiana, adottata da una coppia di italiani, è un’impresa che richiede talento.
Dieci domande secche (o delle 100 pistole) a scrittori e poeti italiani. Sempre le stesse domande per tutti, non si scappa. Scrittori e poeti giovani e meno giovani, famosi e poco conosciuti. Domande provocatorie (forse) sulla vocazione letteraria. Uno spaccato, un ritratto, un modo di vederci più chiaro, uno spunto per approfondire una conoscenza. Uomini e donne che fanno della loro vita un romanzo non solo da continuare a vivere ma anche da continuare a scrivere. O sotto altre forme della scrittura, come la poesia. Un modo per essere al mondo ed esprimere non solo se stessi ma proprio questo mondo che noi siamo e allo stesso tempo ci contiene.
Sei una scrittrice. Chi te lo fa fare?
Non lo so chi me lo fa fare. Credo comunque che alla base ci sia una grande volontà comunicativa. Non ho ancora le idee chiare, sospetto che le origini di tale volontà risiedano in un bagaglio pericoloso di fantasia che non ho saputo governare in nessun altro modo se non scrivendo. Leggi il seguito di questo post »
A Eudossia, che si estende in alto e in basso, con vicoli tortuosi, scale, angiporti, catapecchie, si conserva un tappeto in cui puoi contemplare la vera forma della città. A prima vista nulla sembra assomigliare meno a Eudossia che il disegno del tappeto , ordinato in figure simmetriche che ripetono i loro motivi lungo linee rette e circolari, intessuto di gugliate dai colori splendenti, l’alternarsi delle cui trame puoi seguire lungo tutto l’ordito. Ma se ti fermi a osservarlo con attenzione, ti persuadi che a ogni luogo del tappeto corrisponde un luogo della città e che tutte le cose contenute nella città sono comprese nel disegno, disposte secondo i loro veri rapporti, quali sfuggono al tuo occhio distratto dall’andirivieni dal brulichio dal pigia-pigia. Tutta la confusione di Eudossia, i ragli dei muli, le macchie di nerofumo, l’odore di pesce, è quanto appare nella prospettiva parziale che tu cogli; ma il tappeto prova che c’è un punto dal quale la città mostra le sue vere proporzioni, lo schema geometrico implicito in ogni suo minimo dettaglio.
Perdersi ad Eudossia è facile: ma quando ti concentri a fissare il tappeto riconosci la strada che cercavi in un filo cremisi o indaco o amaranto che attraverso un lungo giro ti fa entrare in un recinto color porpora che è il tuo vero punto d’arrivo. Ogni abitante di Eudossia confronta all’ordine immobile del tappeto una sua immagine della città , una sua angoscia, e ognuno può trovare nascosta tra gli arabeschi una risposta, il racconto della sua vita, le svolte del destino.
Sul rapporto misterioso di due oggetti così diversi come il tappeto e la città fu interrogato un oracolo. Uno dei due oggetti,- fu il responso -, ha la forma che gli dei diedero al cielo stellato e alle orbite su cui ruotano i mondi; l’altro ne è un approssimativo riflesso, come ogni opera umana.
Gli àuguri già da tempo erano certi che l’armonico disegno del tappeto fosse di fattura divina; in questo senso fu interpretato l’oracolo, senza dar luogo a controversie. Ma allo stesso modo tu puoi trarne la conclusione opposta : che la vera mappa dell’universo sia la città d’Eudossia così com’è, una macchia che dilaga senza forma, con vie tutte a zig-zag, case che franano una sull’altra nel polverone, incendi, urla nel buio.
Leopoldo si ritrova in una stanza buia e silenziosa. Quanto tempo è passato da quando l’uomo è entrato in casa sua senza chiedere permesso? Di quello che è successo dopo non ricorda nulla: forse è stato addormentato, forse colpito con un corpo contundente. Prova a toccarsi il volto, per cercare un’abrasione, una ferita, ma non trova alcuna traccia di violenza. Pensa a Maria: possibile che si sia lasciata sfuggire la trama in modo così ingenuo? Oppure i consigli di Musil l’hanno convinta a confondere le carte, a scombussolare le coordinate dell’intreccio per farlo coincidere col groviglio inestricabile del mondo? Comincia ad alterarsi; trova inammissibile che il personaggio sia in balia di tutti: autore, consulenti, lettori; nessuno pensa di prendere le sue difese? Leggi il seguito di questo post »
La vittoria del premio Viareggio-Rèpaci da parte del romanzo Riportando tutto a casa di Nicola Lagioia, significa a mio parere soprattutto due cose.
La prima è che in Italia i premi hanno ancora una loro dignità, un ruolo culturale e una ragione d’essere non direttamente legati agli interessi e alle vendite dei grandi gruppi editoriali (il che non è poco, considerando il livello a cui sono scesi negli ultimi anni il Campiello e lo Strega).
Il secondo è che finalmente torniamo a parlare di noi, e lo facciamo investigandoci, interrogandoci, non risparmiandoci, calandoci nelle viscere di quegli anni, gli ottanta, che se un ruolo l’hanno avuto nell’attuale e generalizzato scatafascio del Paese è stato quello di averne costituito il tragico incipit. Leggi il seguito di questo post »
Sento molti dire di aver fatto la rivoluzione. Si ingannano.
___________________________
In una Parigi metropolitana e urbana, depauperata del fascino da cartolina e della raffinatezza dei costumi che le si addice, si intrecciano storie di giovani assai diversi tra loro per provenienze e ideali, alcuni animati da un desiderio di riscatto sociale, altri ancora arresisi alla passività di una esistenza ancorata al ricordo e alla satura mediocrità. Ciò che li avvicina è lo stesso tetto della palazzina in cui vivono insieme e sotto cui trascorrono le giornate da emigrati, talvolta banditi ricercati dalla legge.
Pubblicato da giuseppepanella su settembre 15, 2010
Il primo sguardo da gettare sul mondo è quello della poesia che coglie i particolari per definire il tutto o individua il tutto per comprenderne i particolari; il secondo sguardo è quello della scrittura in prosa (romanzi, saggi, racconti o diari non importa poi troppo purché avvolgano di parole la vita e la spieghino con dolcezza e dolore); il terzo sguardo, allora, sarà quello delle arti – la pittura e la scultura nella loro accezione tradizionale (ma non solo) così come (e soprattutto) il teatro e il cinema come forme espressive di una rappresentazione della realtà che conceda spazio alle sensazioni oltre che alle emozioni. Quindi: libri sull’arte e sulle arti in relazione alla tradizione critica e all’apprendistato che comportano, esperienze e analisi di oggetti artistici che comportano un modo “terzo” di vedere il mondo …(G.P.)
Draquila – L’ Italia che trema di Sabina Guzzanti ovvero il bon sens per immagini
«Come si è potuti riuscire a persuadere esseri ragionevoli che la cosa più incomprensibile era per essi la più essenziale?»
(Paul-Henry Thiry barone d’ Holbach, Il buon senso)
La speranza si affaccia sullo schermo sotto forma del volto sorridente di Raffaele Colapietra, anziano professore di Storia Moderna assai noto a livello locale, che racconta come abbia insistito a rimanere nella sua vecchia casa lesionata nonostante le ingiunzioni e le valutazioni terroristiche ricevute sullo stato dell’edificio. La casa tiene ancora e le riparazioni, sia pure costose, gli hanno permesso di salvaguardare mobili e ricordi, soprattutto l’ampia e amata biblioteca. Ma non tutti sono stati così fortunati nell’Aquila distrutta dal micidiale terremoto del 6 aprile del 2009. Leggi il seguito di questo post »
Leopoldo è in crisi: non si aspettava l’apparizione di Musil, che ha dato del romanzo un’interpretazione, a lui pare, assai diversa da quella che ci si aspetterebbe da Calvino. Eppure, a ripensarci, lo sguardo di Palomar non si apre forse su un mondo che fa acqua da tutte le parti, un universo che si disfa e precipita in se stesso come negli scenari di alcune delle Città invisibili? Che il romanzo sia davvero impossibile oggi, nello smarrimento di ogni coordinata, dove il meglio che ci si possa augurare è una navigazione a vista esposta a ogni vento e priva di qualunque meta? Leopoldo si sforza di ricostruire i consigli dei corsi di scrittura, che replicavano stancamente, a suo parere, un copione sciatto e sbiadito. Leggi il seguito di questo post »