Lpels è un blog collettivo di letteratura e società, democratico, aperto, progressista, sensibile a ogni istanza di rinnovamento culturale, sociale, economico e politico; come tale intende presentarsi all'esterno. La redazione si propone, in questo senso, di vigilare affinché i contenuti non presentino derive reazionarie e integraliste, il tutto nel massimo rispetto della persona e dell'alterità, in un'accoglienza della diversità che non degeneri mai in complicità, acquiescenza o qualunquismo. Con questi criteri, aspira a essere una presenza efficace nel panorama culturale italiano e possibilmente uno strumento di cambiamento e di trasformazione delle strutture di potere, spesso ingiuste e indegne dei valori umani in cui la persona si riconosce in ogni spazio e in ogni tempo, al di là di fedi, credenze e tessere politiche.
Pubblicato da giuseppepanella su settembre 9, 2010
Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)
Il fascino della forma chiusa. Salvatore Martino, Nella prigione azzurra del sonetto, Faloppio (CO), Lieto Colle, 2009
Questa raccolta di centoventidue sonetti racchiude al suo interno non solo la storia della vicenda personale del suo autore ma circonda con le sue circonvoluzioni verbali una sorta di piccola storia del mondo. Cultore avvertito e solerte della forma chiusa del verso, Martino sa che potrà usarla compiutamente solo se essa sarà sempre aperta a tutte le suggestioni possibili, a tutte le dimensioni e proposte letterarie che sarà in grado di far riverberare e precipitare, quasi soluzione satura, su di essa. Il sonetto, in sostanza, è uno strumento a doppio taglio che va utilizzato bene, con cura – se si sbaglia, il rischio è quello di precipitare in un vacuo accademismo di maniera dove la forma chiusa resta barricata in se stessa.
Leopoldo è agitato: tornando a casa ha trovato una lettera anonima con un’accusa di plagio all’autore del romanzo di cui è il personaggio principale. Sarebbe troppo simile al Marcovaldo di Calvino. La notizia lo ha ferito, sente di avere ben poco in comune col suddetto, un’altra estrazione sociale e culturale, altri contesti, radici incompatibili. Teme, poi, le conseguenze: potrebbero impedire la pubblicazione, mettere il libro al bando, emettere sanzioni pecuniarie insostenibili per le sostanze esauste del suo inventore. Leggi il seguito di questo post »
Pedullà costruisce libri da abitare. L’ultimo, Il vecchio che avanza. Scampoli illustrati di politica e letteratura degli Anni Zero, edito alla fine del ’9 dalla cooperativa romana Ponte Sisto (la stessa cui il critico calabrese affida la stampa delle due riviste da lui fondate all’inizio del millennio, «L’illuminista» e «Il caffè illustrato»), non tradisce le aspettative: tutto è minuziosamente e sapientemente architettato perché l’ospite possa visitare con ogni conforto stanze logge recessi senza mai accusare la benché minima stanchezza. Via, dunque, le pedantesche note al piede (respingerebbero); bando alle obese referenze bibliografiche (annoierebbero); nessuna pietà per gl’indici analitici (desterebbero sospetti). Ecco, invece, le illustrazioni didascaliche a tinte fumettisticamente sgargianti (l’occhio non vuole forse la sua parte?); le gustose macchie di colore mutuate da uno degli auctores del Nostro, D’Arrigo: «lassotto», «laddentro», «il visto cogli occhi», «il visto cogli occhi della mente»; il sermo usitatus et simplex mescidato di registri incompatibili, dall’aulico all’informale, non escluso il turpiloquiale, perché bisogna rivolgersi al lettore medio con l’affabilità e la naturalezza d’un compagno di strada, e del lettore medio riprodurre lingua e pensiero con artifici mimetici da mortificare il più scafato scrittore espressionista («capi politici che hanno testa ma non hanno coglioni»; «lettori cui non gliene potrebbe fregar di meno delle sorti della letteratura»; «parole deformate da orrore e incazzatura», «Perelà ha fatto vedere come va il mondo. Nel migliore dei casi va a puttane»). Leggi il seguito di questo post »
Da un po’ di giorni, Leopoldo ha in mente questa frase: “Se non fossi uno scrittore, vorrei essere Dio, che non ha scritto nulla”. Non sa chi l’abbia detta, e forse non l’ha detta nessuno; eppure, non sa come, se la trova sempre lì, e non riesce a liberarsene. In effetti, pensa, è curioso: pare che Gesù non abbia scritto nulla e forse non sapeva neanche scrivere. Sembra che i più grandi personaggi non abbiano vergato un rigo. Che la scrittura sia un ripiego per figure minori? Chi scrive si trascina un bagaglio di sconfitte e frustrazioni, mentre il saggio si occupa di vivere, impegno non indifferente? Leggi il seguito di questo post »
Venerdì 10 settembre inizia la rassegna I sapori del Giallo, col patrocinio del SIULP (Sindacato Unitario Lavoratori Polizia) a Langhirano (Parma). Scrittori si alterneranno durante le tre giornate parlando dei loro libri, inoltre vi saranno proiezioni di film, concerti e tante degustazioni. Questi gli scrittori presenti: Giuliano Serioli, Paolo Roversi, Bruno Morchio, Elisabetta Bucciarelli, Giusy De Nicolo, Andrea Villani, Peter Gomez & Lirio Abbate, Gianni Flamini, Antonio Bloise, Ansoino Andreassi, Claudio Rinaldi, Alberto Custerlina, Andrea Ribezzi, Antonella De Carlo, Francesco Di Lorenzo, Maurizio Blini, Augusto De Angelis, Giuseppe Caliceti, Alessandro Dal Lago, Lucio Nocentini, Francesco Fiorentino & Carlo Mastelloni, Patrizia Debicke van der Noot, Mauro Baldrati, Emilio Marrese, Rossella Drudi, Giovanni Pedrani.
“Spiaggia libera tutti” di Chiara Valerio (Laterza – Contromano) 160 pagg., € 10.00
“Spiaggia libera tutti” di Chiara Valerio (Laterza) è un docufilm cartaceo su Scauri, il posto dove l’autrice è nata e cresciuta: galoppata nel far-(spaghetti)-west a cui questa giovane e ipertalentuosa scrittrice dedica un canto d’amore affettuoso, letterario, letteraturoso e molto comico, ma col patetico a fil di groppo.
Scauri come Macondo, il paese sudamericano dove è ambientato “Cent’anni di solitudine” di G. G. Marquez; Scauri raccontata con una prosa a metà tra Roberto Bolaño e Jerome K. Jerome – l’autore di “Tre uomini in barca”. E come nel capolavoro di Marquez questo libro porta nello sguardo complessivo il significato di un passaggio di consegne generazionale tra padri e figli, un lascito di continuità storica, morale, emotiva e sociale tra figli e genitori, nonni, bisnonni, e quelle persone che – pur non essendo parenti – appartengono dell’anima di un luogo al punto da esprimerne contenuti condivisi tra tutti, come antichi aedi. Leggi il seguito di questo post »
Dieci domande secche (o delle 100 pistole) a scrittori e poeti italiani. Sempre le stesse domande per tutti, non si scappa. Scrittori e poeti giovani e meno giovani, famosi e poco conosciuti. Domande provocatorie (forse) sulla vocazione letteraria. Uno spaccato, un ritratto, un modo di vederci più chiaro, uno spunto per approfondire una conoscenza. Uomini e donne che fanno della loro vita un romanzo non solo da continuare a vivere ma anche da continuare a scrivere. O sotto altre forme della scrittura, come la poesia. Un modo per essere al mondo ed esprimere non solo se stessi ma proprio questo mondo che noi siamo e allo stesso tempo ci contiene.
Sei uno scrittore. Chi te lo fa fare?
Nessuno. È il mio modo di guardare il mondo, niente di più. E scrivere, secondo me, è quello che mi riesce meglio. Per molto tempo ho cercato di far finta di niente, occupandomi di letteratura come critico. Ho pubblicato il mio primo libro di narrativa nell’anno in cui compivo i quaranta. Mi sarei anche fermato lì, al regalo per la raggiunta mezza età. Invece è andata diversamente. Non me ne rammarico.
Amori e odi letterari. Per favore alla voce odi non citare solo gente defunta.
Vale se dico che detesto Dan Brown? Pessime trame, stile inesistente e, oltretutto, ha rovinato almeno un paio di argomenti che, in mano ad altri autori, si sarebbero trasformati in romanzi interessanti. Quanto agli amori, ho una predilezione per alcuni grandi autori, Herman Melville e T.S. Eliot su tutti. Da qualche tempo, però, mi sto appassionando a una serie di “maestri minori”: scrittori poco o non abbastanza conosciuti, nei quali in qualche modo riconosco qualcosa di quello che sto cercando di fare. Qualche nome, distribuito grosso modo per ambito di appartenenza: Friedrich Glauser per la detective story, Nikolaj Leskov per l’Ottocento russo, Stefano D’Arrigo per il nostro Novecento, Mervyn Peake per il fantastico, E.L. Doctorow per la letteratura americana contemporanea. Più qualche scoperta recentissima, tutta da approfondire, come quella dei francofoni Jacques Chessex e Béatrix Beck. Leggi il seguito di questo post »
Leopoldo sembra un po’ idealista: come illudersi di vincere la diffidenza tra i clienti di un esercizio commerciale? Non basta la giustificazione letteraria di gettare un sasso nello stagno della trama, perché sarebbe più efficace un gesto estremo: i telegiornali informano ossessivamente su atti inconsulti, gente accoltellata o travolta dall’automobile dell’antagonista o bruciata come fosse una bistecca al barbecue. In effetti, lanciare la sfida della comunicazione è una chimera. Leggi il seguito di questo post »
Pubblicato da robertorossitesta su settembre 7, 2010
L’aperitivo rosso in bottiglietta troncoconica ed il liquore giallo che ha il nome di un premio letterario stanno lì da decenni uguali nel gusto e nella confezione, impavidi piloni contro cui le ondate dell’esistenza si abbattono invano. Non si può dire lo stesso di una certa birra rossa fino all’anno scorso più buona e calmante del latte di mamma: da quando la presentazione è cambiata di un niente è cambiato decisamente pure il gusto; anche se al numero verde, al quale si telefona dopo aver superato un comprensibile imbarazzo, il giovanotto di turno dice che no, che l’azienda, di fronte alle segnalazioni già pervenute in tal senso, ha fatto sapere che si tratta di mera suggestione. Ah, si ribatte, perché di segnalazioni in tal senso ne sono già pervenute, nevvero? Seguono un silenzio e un clic. Leggi il seguito di questo post »
Leopoldo ha imparato la lezione, ma non demorde. Ritiene che l’autogrill sia un simbolo privilegiato della società occidentale; forse farebbero più al caso gli immensi centri commerciali con scaloni in marmo e negozi barocchi, ma lì si sente in soggezione e preferisce ripiegare su forme meno impegnative. Si fa coraggio ed entra di nuovo tra la folla in maniche corte e macchie di sudore sparse senza un ordine preciso. Avverte l’ostilità dei corpi, che difendono la posizione nella doppia fila che dalla porta d’ingresso si allunga in direzione della cassa. Leggi il seguito di questo post »
Alle tre di mattina non era ancora tornata. Prima di uscire mi aveva detto che la batteria del telefonino era quasi a zero. Ragione per cui a un certo punto della notte avrebbe smesso di funzionare.
Un attimo dopo averla sentita richiudersi la porta alle spalle e uscire mi era venuto da pensare – considerando che si trattava della sua prima notte fuori in una città che neppure conosceva – che avrebbe potuto preoccuparsi di ricaricare la batteria nel pomeriggio o durante la cena.
Però lei se n’era dimenticata. Aveva detto proprio così, ‘dimenticata’ aveva detto, senza notare il moto di rilassata indifferenza con cui avevo finto di accogliere le sue parole. Leggi il seguito di questo post »
Pubblicato da giuseppepanella su settembre 6, 2010
Il primo sguardo da gettare sul mondo è quello della poesia che coglie i particolari per definire il tutto o individua il tutto per comprenderne i particolari; il secondo sguardo è quello della scrittura in prosa (romanzi, saggi, racconti o diari non importa poi troppo purché avvolgano di parole la vita e la spieghino con dolcezza e dolore); il terzo sguardo, allora, sarà quello delle arti – la pittura e la scultura nella loro accezione tradizionale (ma non solo) così come (e soprattutto) il teatro e il cinema come forme espressive di una rappresentazione della realtà che conceda spazio alle sensazioni oltre che alle emozioni. Quindi: libri sull’arte e sulle arti in relazione alla tradizione critica e all’apprendistato che comportano, esperienze e analisi di oggetti artistici che comportano un modo “terzo” di vedere il mondo …(G.P.)
Lo sguardo di Ipazia. John Toland, Ipazia. Donna colta e bellissima fatta a pezzi dal clero, trad. it. e cura di Federica Turriziani Colonna, Firenze, Clinamen, 20103; AGORA, regia di Alejandro Amenábar, sceneggiatura di Alejandro Amenábar e Mateo Gil, 2009
Scrive John Toland all’inizio del suo breve rapporto su vita e morte di Ipazia, filosofa vissuta ad Alessandria d’Egitto tra il 370 e il marzo del 415 dopo Cristo, una delle figure più straordinarie della cultura ellenistica e donna di rara intelligenza e bellezza:
«Quello che vi narro è un racconto breve ma ricco, come i libri degli antichi, sulla vita e sulla morte di Ipazia; e la mia narrazione canterà per sempre la gloria del suo sesso, e la miseria del nostro: perché le donne non hanno certo pochi motivi per stimare se stesse, e ciò perché è esistita una donna così poliedrica e senza il minimo difetto (e forse l’unica mancanza alle sue innumerevoli perfezioni fu proprio il non avere alcun difetto), che gli uomini devono vergognarsi; se ne possono trovare infatti alcuni, tra di loro, di un’inclinazione così brutale e selvaggia che, lungi dall’applaudire con ammirazione tanta bellezza, tanta innocenza e tanta conoscenza, macchiano con le proprie barbare mani del sangue di una donna di tal fatta, segnando in modo indelebile le proprie empie anime con assassinii dal sapore di sacrilegio. Ad escogitare una morte così terribile fu un vescovo, un patriarca, anzi un santo; ad eseguire la sua implacabile furia, il clero. Nella storia che vado ricostruendo non tralascio di considerare che, tra gli autori, ci furono anche tutti i suoi contemporanei e l’intero panorama culturale della sua epoca (non voglio infatti omettere nulla di ciò che so). Tra questi, un suo collega, e anche un suo allievo. Ma quel che c’è di più odioso e scellerato è legato agli storici ecclesiastici considerati ortodossi nella loro epoca, così come accade, il più delle volte, nella nostra»(1).
Non so se mamma, per la sua paura, con mezzo limone e foglie di gelso e fico, si facesse cose per non restare incinta.
Non so con quale formula fu sciolta al parto, anche se a un altro dopo me non diede nome e neanche un corpo intero. Si fece, infatti, aiutare ra na cummàra1 ad abortire ancora.
Ma poi viene una voglia che ti piglia e si ritorce dentro ogni pensiero. Una voglia che non sai da dove viene, ma quando viene piglia.
Per mamma stesso fu un mistero la voglia che le venne di una figlia. Leggi il seguito di questo post »
Sballottato dalla folla dell’autogrill, Leopoldo decide di fare un atto incongruo: leggerà una poesia ad alta voce. Chissà se un insegnante di scrittura lo catalogherebbe nella categoria sorprese. Certo, non è un granché, ma potrebbe anche avere conseguenze imprevedibili. I primi versi escono a stento dalla bocca un po’ impastata:
- Il più bello dei mari
è quello che non navigammo. Leggi il seguito di questo post »
Seguirono, per noi, qui in Italia, due anni dolorosissimi tra difficoltà sempre più gravi e deprimenti sofferenze continue che pareva non dovessero finire mai più. Cominciava allora l’estate che portò dapprima con sé una certa distensione. Sapevo che laggiù in Grecia i pericoli più gravi erano cessati e noi pensavamo alla villeggiatura. In Val d’Intelvi quell’anno era impensabile andare: impossibile approvvigionarsi. Svanito il sogno di Italo di prendersi una casa sul lago in cui ricavare un appartamento anche per noi. Anche loro optarono per la campagna; io scelsi di portare i miei Penati a Rivanazzano, abbastanza vicino a Pavia. Trovai posto in una villetta che aveva un giardino affacciato sulle rive della Staffora dove potevo leggere e scrivere all’ombra protettiva di una grande antica pianta. Si aveva l’illusione, purtroppo assai fugace, di trovare qui tranquillità e pace. Il paesaggio era dolcissimo fra le colline dell’Oltrepò pavese che digradavano con lento pendio verso il torrente, di fianco al quale la valle si stendeva – ampia e fertile – in una verde piana di prati e pascoli e di campi coltivati. C’era la rassicurante possibilità di approvvigionarsi di viveri, sia pure a borsa nera, e c’era l’aria salubre che scendeva dalla testata della valle e gli ampi viali ombrosi che conducevano sia verso Salice che verso il centro del paese e l’ameno parco delle Terme. Il paese era animato dalla presenza di un attendamento di militari in esercitazione che spesso suonavano la banda e attiravano l’attenzione della gente tra cui erano numerosi gli sfollati come noi.
Io conducevo fuori ogni giorno le bambine: la piccola sul carrozzino, l’altra per mano: entrambe felici. Più spesso però uscivo sola con la Carla. Camminavamo a lungo in silenzio. A volte la piccola si fermava a raccogliere un fiore da spedire al papà, a volte da quei suoi silenzi fiorivano osservazioni che rivelavano una sensibilità così profonda da rimanerne stupiti. Mi faceva bene al cuore la compagnia di quella mia cara pensosa bambina, ma nello stesso tempo provavo un senso di pena per lei, perché a differenza dalla sorellina, per la quale non avevo nessun motivo di preoccuparmene, questa mi pareva troppo sensibile e temevo che partisse svantaggiata nell’affrontare le immancabili durezze della vita. Ma poi concludevo – scrivendone a Mario – che se Dio l’aveva creata così intelligente e riflessiva, affidandola a una famiglia disposta a comprenderla, le avrebbe concesso anche di adattarsi all’ambiente esteriore dandole la forza di non lasciarsene soverchiare. Leggi il seguito di questo post »
Ora bisognerebbe mettere insieme una specie di catalogo di temi, situazioni, personaggi. I corsi di scrittura suggeriscono di raccogliere e ordinare tutto il materiale disponibile per poterlo utilizzare in seguito. C’è chi però, con metodi del genere, rischia di cadere in depressione. Si può fare semplicemente il punto della situazione; dunque: dei poveri si è già parlato, ma è chiaro che si dovrà riprendere il discorso. C’è ancora in aria la morte di Antonio, così giovane, ma il lettore potrebbe averne abbastanza. Ecco che si affaccia un’altra riflessione: è giusto assecondare chi legge nei suoi vizi e capricci, nell’incapacità di lasciarsi coinvolgere in qualcosa che non sia un omicidio, uno stupro, un imbroglio o una macchinazione senza scrupoli? Leggi il seguito di questo post »
La notte ci percuote,
il tamburo di latta
batte incessante disillusi rintocchi
di tempo – illudersi è sparire, fare
la fine d’ogni specie rara, bestie
da zoo di provincia che grattano
le zampe su piastrelle sporche. Leggi il seguito di questo post »
Amore mio bellissimo, lascia che te lo dica: sei stupenda! Sei una mattina d’estate, sei il sole che tramonta nel mare, sei quanto di più incantevole esista al mondo. Ma quanto mi costa quel tuo essere così bella.
Ti aspetto qui sul nostro letto, impaziente, al termine di una lunga giornata senza te. Mi hai detto:
“Mi do una rinfrescata e arrivo, amore. Poi sono tutta per te.”
E io ti vedo, dal profondo dell’immaginazione e del mio conoscerti, nonché dalla consistenza forzatamente leggera del mio portafoglio. Ti vedo, così bella per me, spendere da pazzi per esserlo ancora di più, in un’assurda sfida al tempo che passa. Leggi il seguito di questo post »
Pochi mesi prima che Benedetto XVI inaugurasse l’Anno Sacerdotale era uscito uno dei rari romanzi contemporanei ad avere per protagonista un parroco. Il ragazzo che credeva in Dio di Vito Bruno (Fazi 2009, pp. 407, € 19) racconta la storia di don Carmine, sacerdote tarantino alla soglia dei cinquanta, travolto da una «normalità implacabile» e dall’«orgia di dolore» nella quale si dibattono i suoi parrocchiani. Carmine non ha smesso di credere in Dio, tuttavia non lo avverte più con quell’ardore che, nell’adolescenza, lo aveva spinto a entrare in seminario. Cosa succede quando avvertiamo il vacillare del nostro “stato di grazia”? È possibile restare fedeli alle promesse della propria giovinezza? Il romanzo attraversa la crisi individuale immergendosi nella vita di altre persone: nessuna perfetta, nessuna intangibile al dolore, tutte – in fondo – accomunate dalla tentazione della resa alla disillusione. Tutte che guardano a don Carmine per avere una risposta. E la risposta offerta nelle ultime pagine, lontana dal granitico eroismo di molti preti della letteratura, era comunque pudica e credibile: sì, con il sostegno di una comunità è possibile tornare a intuire la bellezza semplice e immediata della propria fede. Ed è possibile continuare a trasmetterla. Leggi il seguito di questo post »
La parola fine, dunque, è una cosa seria. Un personaggio come Antonio, il povero morto qualche giorno fa, dimostra che il finale non si può banalizzare, che bisogna, soprattutto, evitare il lieto fine, scioglimento artificiale degli eventi che consente all’autore di lavarsene le mani. La vita è un dramma, fatto di alcol e solitudine, ricerca disperata di un aiuto, malattie epatiche e crisi improvvise che non danno scampo. Il lieto fine, a volte, semplicemente non esiste, a meno che non sia il grembo dell’eterno che raccoglie frammenti incapaci di salvarsi, di collegare torti e ragioni, di far quadrare i conti, schegge che non stanno negli schemi rigidi dell’intreccio e della fabula, che non tengono conto della suspence e dei colpi di scena, con cui ogni corso di scrittura raccomanda di concludere il capitolo perché il lettore volti pagina con ansia, con curiosità, con desiderio. L’attesa trepidante non deve essere un trucco, ma la stessa trama imprevista della vita, che ti strappa una lacrima amara per non essere riuscito a evitare che Antonio se ne andasse, che il suo passaggio sulla terra non fosse così breve, per i litri di troppo che ogni giorno lo tentavano. Solo allora ti accorgi che la parola fine ti chiede prima di guardarti intorno, di capire se puoi ritardarla un anno, o un giorno, semplicemente stando, fermandoti, aprendo il tempo perché diventi pagina in più per il fratello-personaggio che ti cerca.