Lpels è un blog collettivo di letteratura e società, democratico, aperto, progressista, sensibile a ogni istanza di rinnovamento culturale, sociale, economico e politico; come tale intende presentarsi all'esterno. La redazione si propone, in questo senso, di vigilare affinché i contenuti non presentino derive reazionarie e integraliste, il tutto nel massimo rispetto della persona e dell'alterità, in un'accoglienza della diversità che non degeneri mai in complicità, acquiescenza o qualunquismo. Con questi criteri, aspira a essere una presenza efficace nel panorama culturale italiano e possibilmente uno strumento di cambiamento e di trasformazione delle strutture di potere, spesso ingiuste e indegne dei valori umani in cui la persona si riconosce in ogni spazio e in ogni tempo, al di là di fedi, credenze e tessere politiche.
- Quale dossier?, chiede Maria.
Il conte Scheltri Dell’Armadio si aggiusta gli occhialetti tondi e riempie i polmoni d’aria il più possibile.
- Lei saprà certamente che la scrittura creativa è diventato un business redditizio. Uno si sveglia la mattina e decide di diventare insegnante di scrittura, butta giù un manuale in pochi giorni e lo rivende ai polli in cerca di becchime. Potrei farle un elenco di libri scritti con i piedi, zeppi di errori sintattici e banalità, privi di una pur inconsistente luce intellettuale e lanciati, nonostante tutto, come l’ultima perla di saggezza del creative writing nazionale.Leggi il seguito di questo post »
Riporto qui di seguito il comunicato stampa dell’editore Perdisa relativo alla presentazione del 21 ottobre alle 18,30, alla Libreria Edison di Firenze, del libro Jean-Claude Izzo, di Stefania Nardini, dove, insieme a Luigi Bernardi,interverremo il Prof. Giuseppe Panella e io. Leggi il seguito di questo post »
Natalia Ginzburg, grande scrittrice oggi forse poco ricordata e poco letta, nel libro Le piccole virtù così ragionava: “Per quanto riguarda l’educazione dei figli, penso che si debbano insegnare loro non le piccole virtù, ma le grandi. Non il risparmio, ma la generosità e l’indifferenza al denaro; non la prudenza, ma il coraggio e lo sprezzo del pericolo; non l’astuzia, ma la schiettezza e l’amore alla verità; non la diplomazia, ma l’amore al prossimo e l’abnegazione; non il desiderio del successo, ma il desiderio di essere e sapere”. Con le piccole virtù si rischia di scivolare in fretta nel cinismo, nella paura di vivere, si rischia di pesare il mondo e la vita sulla bilancia della convenienza. Leggi il seguito di questo post »
Nel 1984 feci un viaggio estivo in Germania con una mia cara amica, fisica pure lei. Quando fummo nel nord del paese decidemmo di andare a Helgoland. Helgoland è l’isola della Germania più lontana dalle sue coste, sta a nord, quasi più vicina alle coste occidentali della Danimarca (alla quale un tempo apparteneva) che non a quelle della Germania. Ci si va prendendo il battello a Cuxhaven, al limite dell’enorme estuario dell’Elba, tipico porto del Mare del Nord, tetti scuri spioventi, case dai colori allegri, mare che la sera diventa nero e lucente come l’ebano, navi e gru sempre in movimento. Perché mai andare a Helgoland? Ma in pellegrinaggio, ovviamente, per dei fisici è un vero pellegrinaggio.
Nel 1925 Werner Heisenberg era assistente di Max Born, all’Università di Göttingen (questa) ‒ Pauli lo era stato l’anno prima ‒ e nel mese di giugno gli venne un attacco di febbre da fieno, che lo costrinse a spostarsi. Andò per un paio di settimane a Helgoland, dove, dicono le cronache dell’epoca, non cresceva un filo d’erba ‒ sarà anche stato così, ma quando arrivammo là nel 1984 col battello, ci venne incontro uno splendore di vegetazione, mah …
Tra le 2900 «Parole da Salvare» dell’italiano della memoria, parole destinate ad un rapido oblio, secondo l’Osservatorio Zanichelli sulla lingua italiana, c’è anche ‘abulico’, un lemma dolcissimo ed insostituibile, la cui paventata scomparsa indica non solo un ennesimo affondo contro la bellezza, fin troppo offesa e sciupata, della lingua ‘dove’l sì suona’, ma anche il congedo da un modo di essere e di concepire il mondo. Leggi il seguito di questo post »
Ci vorrebbe il grande Dziga Cacace di Carmilla per tentare una recensione su questo non-film, già lodato dalla critica con una pletora di recensioni preconfezionate che dicono più o meno la stessa cosa, con più o meno enfasi: “è la tua mente la scena del crimine.”
Appunto. Ma forse si riferiscono alle menti del regista e dello sceneggiatore? Perché sembra che la buonanima di William Burroughs sia tornata coi suoi cut-up, e la sceneggiatura di Inception sia stata sparsa sul pavimento e ricomposta con ordine casuale, per di più perdendo una quantità di fogli per strada. Tale è infatti la confusione, l’accavallarsi di scene, di dialoghi che sembrano appartenere ad altri film, o a opere teatrali, o a spot televisivi, che il senso di smarrimento dello spettatore assume intensità inquietanti. Leggi il seguito di questo post »
Leopoldo ha molte cose a cui pensare: è giusto che ci siano delle regole per la stesura di un romanzo o di un racconto? In caso affermativo, chi può dire quali siano le migliori? Ha letto, sul tema, pubblicazioni su pubblicazioni, ma si è reso conto che si trattava spesso di semplici rifacimenti di lavori altrui, oppure di opere che si contraddicevano a vicenda. In qualità di personaggio, si sente in dovere d’informarsi, per sapere come verrà centrifugato nella fantasia del suo inventore. Che fare per chiarirsi le idee? Decide di tornare al pub, chissà che non s’imbatta in qualche altra stella della letteratura. Mentre sta per salire sul marciapiede antistante il locale, sente un rombo improvviso e avverte come un’ombra che gli piomba addosso a gran velocità. Leggi il seguito di questo post »
Pubblicato da robertorossitesta su ottobre 12, 2010
Due adolescenti s’allontanarono l’uno dall’altro ancor prima che un qualsiasi rapporto potesse iniziare.
Poi, dopo ventiquattro anni, una telefonata.
Quindi, dopo altri dodici anni, una mail. Leggi il seguito di questo post »
quest’anno cade l’anniversario dei vent’anni dalla morte di Giorgio Manganelli, scrittore, giornalista e quant’altro, nonché mio padre. Quindi quest’anno saranno organizzati diversi eventi per ricordarlo e per, si spera, farlo conoscere a chi ancora non lo conosce. Il mio sogno è sempre stato quello di “snicchiarlo” (chissà se questa espressione gli sarebbe piaciuta), cioè di toglierlo da quella “nicchia” in cui è stato messo vuoi per la sua obiettiva difficoltà, vuoi per la sua indubbia “scomodità”.
Primo evento in calendario: a Roma, il 5 Maggio, ore 16, presso la Casa delle Letterature in Piazza dell’Orologio, partirà il Secondo Cantiere Manganelli, che comprenderà un mostra di disegni, varie presentazioni di libri in uscita, un dibattito, e un documentario assolutamente inedito. (Il programma definitivo sarà pronto a giorni). Leggi il seguito di questo post »
«La più buffa delle commedie che abbia mai colpito il mondo» – così Stefan Zweig ha definito il cosiddetto “affare della regina”. Ricapitoliamo quella storia un tempo tanto famosa che Wolfgang Goethe, dopo un viaggio in Sicilia e un colloquio accorato dolente e parodistico con la madre di Giuseppe Balsamo, il famigerato Alessandro conte di Cagliostro, si sentì in dovere di scriverci su un libretto d’opera (Die Mystificierte) che non andò in porto per deficienze dovute alla parte musicale (i due compositori cui l’opera era stata affidata, l’amico zurighese Philipp Kaiser e il Kapellmeister Reichardt non portarono a termine le parti necessarie alla sua realizzazione) e poi un testo teatrale “buffo” messo in scena nel 1791 dal titolo Der Gross-Kofta, Il Gran Cofto, nome assunto da Cagliostro nell’ambito della loggia massonica da lui fondata e intitolata al “rito egiziano”. La pièce ebbe scarsissimo successo (come molti dei testi teatrali di Goethe, peraltro).
Solidarietà al prof. Francesco Mele, censurato per avere difeso le competenze del Collegio dei docenti dalle prevaricazioni del Dirigente scolastico e aver proposto, assieme alla maggioranza dei componenti il collegio, la votazione di una mozione di critica ai provvedimenti Gelmini /Tremonti che stanno distruggendo la scuola pubblica (firma).
Care maestre e cari maestri… Il mio augurio per il nuovo anno scolastico è questo: NON SENTITEVI MAI DA SOLE E DA SOLI! Prima di tutto ci sono i bambini e le bambine, che devono essere nonostante tutto al centro del vostro lavoro e non finiranno mai di sorprendervi. Non dimenticate che davanti al maestro e alla maestra passa il futuro. Non solo quello della scuola, ma quello di un intero Paese: che ha alla sua base un testo fondamentale e ricchissimo, la Costituzione, che può essere il vostro primo strumento di lavoro. (Mario Lodi)
Ciapà coe bombe
di Lucia Tosi
La scuola io la vedo così, ciapàda coe bombe
Come tutti, credo, quelli che hanno un interesse per le lingue del nostro paese, o almeno per il dialetto della loro terra, “terra” che spesso coincide con una città, un paesello, perché venti chilometri più in là già quel dialetto cambia, suona diversamente, mi chiedo spesso il senso e la provenienza di certe espressioni, Leggi il seguito di questo post »
Il conte Littorio Scheltri Dell’Armadio indossa una giacca nera e una camicia bianca con ampio colletto. Si sta dando da fare intorno a un uomo visibile di spalle, seduto, con una specie di casco asciugacapelli sulla testa. Cappellacci e Borgovecchio, dalla soglia, chiedono a cenni se possono far entrare la scrittrice. Il conte annuisce, e continua ad armeggiare intorno al copricapo.
- Buonasera: sta per assistere a un esperimento interessante. Il critico Pierino dovrà stendere un decalogo di scuola di scrittura; in realtà, è assolutamente refrattario a un’operazione come questa. Sto cercando le condizioni adatte perché possa sbloccarsi e rispondere al quesito anche contro il suo volere. Leggi il seguito di questo post »
Leopoldo è alle falde del Gunong (o Gunung) Tahan, una via di mezzo fra il Gran Sasso e il Circeo. Intorno a lui c’è una folla di giornalisti e cineoperatori, pronti a cogliere l’attimo in cui Giulio da Padova apparirà, emergendo dal suo ritiro misterioso. La gente è assiepata in ordine sparso coi cellulari pronti a catturare immagini da mostrare agli amici (che, nella maggior parte dei casi, ne farebbero a meno). Un bambino dai riccioli dorati chiede alla mamma perché stiano lì da ore e ore; lei è confusa, lo domanda al marito, ma neanche lui ha le idee chiare al riguardo. Leggi il seguito di questo post »
La clamorosa dolcezza delle clavicole, la percussione cessata
dei finimenti muscolari, le valvole
che l’hanno finalmente abbandonata
sulla terra, l’angolo umile che fa la testa
per celare il sorriso
sulla cruda colonna del corpo
dice: ti ho aspettato per tutta la vita
ho visto la tua vita
nei miei sogni e tutta, notte
dopo notte, si risolveva nel perdono. In certe svolte
quando il cielo pieno di meraviglia coincideva
con la bolla degli alberi agitati dalla piena
luna, io mi svegliavo
per causa dei tuoi sogni
e portavo il tuo nome come una bandiera
che saliva dal petto e mi rendeva
invisibile: di me
si vedeva soltanto il tuo nome. Io sapevo
che avremmo dovuto terminare vicini
qualunque cosa nel frattempo fosse stata di noi. Adesso
eccomi, sono qui per finire
nella tua fine, per aspirare l’ultimo respiro
dalla tua bocca
e soffiarlo attraverso la bocca
che dopo te nessuno ha più baciato,
al cielo.
*
“La chiara circostanza”, di Maria Grazia Calandrone
Dedico questa pagina alla memoria dello scrittore e regista Michele Perriera(nella foto) scomparso a 73 anni, nell’ospedale Giglio di Cefalù, l’11 settembre scorso.
Perriera ha fondato e diretto la scuola di teatro Teate’s di Palermo. Era stato tra i fondatori del gruppo ‘63. Dal 1994 ha diretto la collana di teatro della casa editrice “Sellerio”. Lo scrittore, considerato il drammaturgo dell’anima, se n’e’ andato dopo una lunga malattia che lo aveva allontanato dal teatro.
Pubblico, di seguito, un bell’articolo scritto da Domenico Calcaterra (che ringrazio) in merito a una delle opere principali di Perriera: “Romanzo d’amore”. Massimo Maugeri
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“Romanzo d’amore” di Michele Perriera: la scrittura come tragico sigillo di fiducia
di Domenico Calcaterra
«La scrittura è la mia casa, la mia isola, la mia civiltà, il mio continente», basterebbe questo frammento a compendiare (nel giro breve d’una frase) il senso preciso, il peso specifico e la carica totalizzante di un’opera, atipica nel panorama letterario degli ultimi decenni, come “Romanzo d’amore” di Michele Perriera (Sellerio, 2002). Presentata come monumentale «autobiografia teatrale» in tre libri (per un totale di oltre 1200 pagine), la si potrebbe considerare con voluta forzatura come neospecie tutta postmoderna di “opera mondo”, variante aggiornata e singolare di romanzo assoluto che salda, in maniera travolgente e visionaria, bildung e weltanschauung, apprendistato e conseguente idea del mondo (colta nel suo farsi, nel gorgo di un dinamico sviluppo). Leggi il seguito di questo post »
Ebbe dunque inizio con l’8 settembre 1943, e fu un fatto nuovo, nato come conflitto ideologico in difesa della libertà e dei diritti della persona umana, quando il popolo si sentì solo nel vuoto e trovò nella Resistenza la sua grande forza morale, attraverso sofferenze mai prima sperimentate nella sua storia. Intanto gli Alleati procedevano sia pur lentamente attraverso la penisola verso il Nord per formare quella linea di sbarramento che si chiamò “linea gotica” contro i Tedeschi che durò – e non avrebbe dovuto durare tanto – quasi due anni. Si estendeva dal Piemonte e dall’Oltrepò pavese (che a noi interessava particolarmente) fino all’Emilia e Romagna e divideva l’Italia in due: lacerante divisione, le cui conseguenze – oltremodo drammatiche – si protrassero negativamente per anni e anni ancora. Forse ne risentiamo anche oggi.
Mussolini, liberato, ma non libero, fondò, per volere di Hitler, quella Repubblica di Salò che contribuì ulteriormente a dividere gli Italiani tra partigiani e fascisti, detti Repubblichini, complici della raccapricciante ferocia con cui i nazisti opprimevano specialmente l’alta Italia. Fantasma tragico e grottesco aleggiante sulle rovine del paese.
Credo che ogni estetica discenda da una ricerca della forma presentita dell’Ignoto, che proceda con lo scavo nella cava delle sensazioni.
L’architettura della parte storica di Calitri è «architettura organica», così mi ha detto l’architetto Piumelli. La definizione, però, forse non va intesa nel senso dato da Frank Lloyd Wright.
Credo che «architettura organica», nel nostro caso, significhi che gli uomini che l’hanno realizzata scavando s’aprissero spazi di conoscenza, e componendo dai materiali estratti l’immagine dell’Ignoto, ammirassero se stessi.
Scavare la terra, arare campi, costruire case significava lavorare su di sé. Significava crearsi, definire gli spazi e le forme degli interni e quelli del fuori, significava darsi un’identità. Significava tenersi tra le mani, essere padroni di se stessi.
Non sembra strano allora che quella gente sentisse centro del mondo la collina su cui l’Ignoto e il proprio volto s’erano rivelati, che sentisse quella terra con cui facevano a cornate come un ventre pieno di segreti, e sempre gravido di loro.
Non sembra strano allora che quegli uomini sentissero quel tempo inciso dagli acidi del mito e sé, tirati all’acquaforte, gli unici conoscitori del mistero della vita e della morte.
1Tempa, «zolla dura di terra». Da una voce prelatina.
[...] Un’ultima considerazione su questo romanzo è che, fin dal titolo, esso si presenta come una “confessione”. E allora tornano in mente in modo irresistibile le illuminanti pagine del saggio della filosofa spagnola Maria Zambrano su La confessione come genere letterario, dove l’analisi trascorre da Sant’Agostino a Rousseau, da Kierkegaard a Baudelaire, da Dostoevskij a Rimbaud, ai surrealisti etc. Dice la Zambrano che la confessione ricuce la frattura drammatica della Cultura Moderna, incapace di connettere “la verità della ragione e la verità della vita”. La confessione che si verifica dentro il tempo reale stesso della vita, subisce la sua confusione, il suo caos, la sua frammentarietà ed incompiutezza. Essa è, allora, la massima azione che si può compiere con la parola su se stessi, sul proprio essere/esserci. Con la confessione l’uomo cerca la parola che, a viva voce, possa gridare la verità della vita, spesso opposta a quella della ragione, cerca la definitiva intimità con sé, il punto in cui si cessa di sentirsi estranei nella propria casa-anima. Ecco, immergendosi nel flusso rammemorante della confessione, Tiziana Colusso è come se si fosse riposizionata presso se stessa, identificandosi per via espressiva con una donna sotterranea, una dostoevskijana donna “del sottosuolo” che, dopo la catabasi, è in attesa di poter compiere la sua agognata anabasi.
Può darsi che l’attribuzione del Nobel per la pace 2010 al dissidente cinese Liu Xiaobo (“per la sua lunga e non violenta battaglia per i diritti umani in Cina”) nulla dica ai destinatari della notizia: un Nobel come altri, attribuito anche a capi di stato, a persone lontane dalla nostra vita, dai problemi personali di ogni giorno. Ma Liu Xiaobo si trova in carcere condannato a 11 anni per ”istigazione alla sovversione”. Liu Xiaobo fa parte dei 303 intellettuali che hanno elaborato la Carta08 firmata da oltre 2000 cittadini cinesi. Il governo cinese era contrario persino alla sua candidatura, e ora lancia pesanti strali definendo “oscena” la scelta dell’Accademia svedese, imponendo nel paese il black out mediatico. La Cina è la seconda potenza economica per prodotto interno lordo, il paese con lo sviluppo economico più veloce del mondo (col tasso di povertà passato dal 53%, nel 1981, all’8% nel 2001), la Cina è la nuova superpotenza militare emergente. Ma la Cina è anche il paese che non ha introdotto alcuna libertà dal punto di vista politico, il paese in cui si eseguono più condanne a morte (parrebbe, 10.000 all’anno); ed è dai condannati a morte che sembrerebbe provenire la maggior parte degli organi espiantati. Leggi il seguito di questo post »