Lpels è un blog collettivo di letteratura e società, democratico, aperto, progressista, sensibile a ogni istanza di rinnovamento culturale, sociale, economico e politico; come tale intende presentarsi all'esterno. La redazione si propone, in questo senso, di vigilare affinché i contenuti non presentino derive reazionarie e integraliste, il tutto nel massimo rispetto della persona e dell'alterità, in un'accoglienza della diversità che non degeneri mai in complicità, acquiescenza o qualunquismo. Con questi criteri, aspira a essere una presenza efficace nel panorama culturale italiano e possibilmente uno strumento di cambiamento e di trasformazione delle strutture di potere, spesso ingiuste e indegne dei valori umani in cui la persona si riconosce in ogni spazio e in ogni tempo, al di là di fedi, credenze e tessere politiche.
Non dire mai: sei bello a un volto, un verso, un canto.
Fermalo nel tuo sguardo. Arriva il tempo rosicchia ciò che deve – tu non sai della verde sua fame.
Non dire mai che soffri, che qualcuno ti mancherà per sempre…
Solstizio
Non lo diresti, ma l’inverno è stanco di freddo. Proprio adesso che le ombre sono tappeti lunghi sull’asfalto già si smagliano scampoli ribelli a gettare coriandoli di luce.Leggi il seguito di questo post »
Queste foto di David Butali, negando concettualmente ogni presenza umana, mi ricordano le pitture rupestri del Neolitico dove gli animali venivano raffigurati senza alberi, rifugi o altro, in modo tale che era escluso ogni riferimento veramente descrittivo dell’oggetto presentato. Il loro scopo era infatti solo quello di informare, quindi, “necessario”. Con una specie di salto rovesciato, azzarderei un’ipotesi paradossale: che quelle pitture rupestri possano essere le antesignane, oltre che di tutta la storia della pittura, anche di una certa soluzione fotografica. Idea, ripeto, non rigorosa, ma molto suggestiva. Leggi il seguito di questo post »
Nonostante il biglietto ricevuto, Saulo decide di recarsi lo stesso da don Faber. Il tom tom lo guida, dal Raccordo, all’uscita dell’Eur, dove fa un giro complicato di cui non ricorda già più nulla; prende la Cristoforo Colombo, costeggiando una campagna in via di estinzione divorata dai palazzi di una speculazione edilizia che, s’intuisce, non ha limiti né regole. Giunto nelle vicinanze di Acilia, si meraviglia della sproporzione fra l’agglomerato urbano e l’insufficienza della rete stradale che lo serve: il traffico è intasato, gli automobilisti isterici, pronti a insultarsi e a incolparsi vicendevolmente. Leggi il seguito di questo post »
Lo sentiva frusciare. Quella sensazione le piaceva, mescolata al rumore che facevano le pieghe arricciandosi ancora di più per la velocità con cui girava. Così ruotava su se stessa fino a farsi venire il capogiro e tutti i colori intorno diventavano improvvisamente sfuocati, indefiniti.
“Smettila, Marta! Rischi di scivolare e di smagliarti le calze!”, le diceva sua madre, senza sollevare il mento dalla lettura. Lei si guardava di sfuggita le scarpe di vernice, mentre nella testa tutto le si mescolava, come quando preparava con i vari ingredienti nella terrina di porcellana l’impasto per il ciambellone: i colori del Po, le nuvole del cielo, le balaustre del Tevere e il tavolino di casa con la lampada di alabastro. Leggi il seguito di questo post »
Trovammo un rifugio insperato e benedetto, che migliore non poteva essere, a Scaldasole. Nel cuore della Lomellina e delle sue ricche, fertili campagne, Scaldasole è un piccolo paese che porta con sé, nel suo stesso nome, non soltanto il calore del sole, ma anche quello umano dei suoi abitanti. Restaurato e rimodernato, oggi il castello che lo domina è museo archeologico di chiara fama, frequentato e ammirato; allora non era così. I suoi numerosissimi vasti locali erano adibiti quasi esclusivamente all’agricoltura, magazzini specialmente di vari prodotti della campagna, assai copiosi nella vasta tenuta da cui era circondato. Era imponente a vedersi, con i suoi torrioni, su cui dormivano e russavano i gufi, e il suo vasto arco d’ingresso a cui si accedeva da un ponte sopra un fossato perimetrale in cui c’era soltanto erba e che immetteva in un enorme, rustico cortile. C’era, di fianco, la residenza padronale, chiusa da un portone che, se bussavi, si apriva a tutti e ti portava in un vasto giardino ben tenuto e in un’abitazione molto signorile. Sul retro del castello c’erano le case degli affittuari della tenuta e quelle dei braccianti, le numerose stalle, gli orti. I proprietari, i nobili signori Strada, erano amabilissimi: diventammo subito molto amici. Ci assegnarono un appartamento, che non era proprio una reggia, quantunque vi si arrivasse, dall’interno del castello, su per un grande, imponente scalone, e non vollero assolutamente che ne pagassimo l’affitto, scusandosi perché l’alloggio era alquanto scalcinato e, secondo loro, troppo modesto per noi. La proprietaria poi, la cara signora Esterina, scovava quasi ogni giorno qualche mobile da portarmi: un grande tavolo rotondo con le sedie, un divano abbastanza confortevole, una poltrona “per la mamma”. La moglie del medico condotto di Sannazzaro, che ci aveva presentato, aveva provveduto a completare del necessario la non lussuosa dimora, che a me, in quel frangente, pareva proprio principesca. Lo spessore delle mura ne custodiva il caldo d’inverno e il fresco d’estate, ed era veramente il sentirsi in una reggia l’atmosfera in cui fioriva la generosità semplice e buona. Leggi il seguito di questo post »
Maria è pensierosa, anzi, combattuta fra destini opposti: restare qui come una foglia al vento, permettere al suo io vero di sbocciare, comunicarsi senza inibizioni; oppure ritornare, affrontare la realtà dei doveri quotidiani, le strettoie della morale, la programmazione pignola del lavoro. Leggi il seguito di questo post »
Col critico Andrea Cortellessa parliamo di questo libro fondamentale, ora in nuova edizione, nella produzione dello scrittore siciliano Antonio Pizzuto (1893-1976).
Si riparano bambole è una vita narrata per frammenti, singoli frame di epoche biografiche montati in sequenze cinematografiche che dall’infanzia procedono, a tratti declinanti, verso la senilità. Dalla ricchezza dei primi anni alla povertà degli ultimi, dalla curiosità dell’infanzia alla rassegnazione della vecchiaia. Così, pur nella trama semplice e snella, l’opera è potente: si sviluppa intorno a un unico e avvolgente ricordo, un continuum che appare denso e consistente, prima di sfuggire via, inesorabilmente.
APPELLO AGLI ARTISTI E ALLE ARTISTE E ALLE DONNE E AGLI UOMINI DI CULTURA DALLA TORRE DI VIA IMBONATI
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DAGLI IMMIGRATI E LE IMMIGRATE SOPRA E SOTTO LA TORRE DI VIA IMBONATI
Noi e voi abbiamo molto in comune. Più di quanto si immagini.
Nutriamo lo stesso amore per ciò che è bello nella vita, la stessa sete di libertà, il medesimo desiderio di avere un’esistenza degna di essere vissuta, condividendola con chi ci sta intorno.
Dopotutto, migrare, è un’opera d’arte! È duro e faticoso… come creare un capolavoro.
Per questo confidiamo nella possibilità di ricevere il vostro sostegno, la vostra solidarietà attiva.
Come saprete, ora ci siamo imbarcati in un’impresa davvero difficile: seguendo l’esempio dei nostri fratelli di Brescia, abbiamo dato vita a una protesta per il diritto al permesso di soggiorno per tutti gli immigrati che vivono e lavorano onestamente in Italia. Leggi il seguito di questo post »
Manuale della Cultura Italiana (cose da dire, da fare e da pensare per ben figurare nei salotti letterari) di Luigi Mascheroni
Excelsior 1881
2010
(Su ibs lo trovate come “Dizionario della cultura italiana”, gli errori di ibs rientrano a pieno titolo nel luogocomunismo)
La copertina è piuttosto seria e quasi spaventa, eppure quel che dovrebbe spaventarci sta all’interno. Aldo Grasso ci avverte che, nell’inerzia della lingua, si nasconde tutta la nostra paura delle cose. Del resto lo si nota, e non ditemi che vi succede solo accendendo la tv! Come dice Grasso, infatti, l’idiozia diventa alfabeto del mondo e la conversazione in pubblico uno sterminato archivio di frasi fatte. A voi non è mai capitato di trovarvi davanti degli Hal 9000? Personaggi che parlano come Wikipedia, che sanno quale posata adoperare ai rinfreschi post presentazioni letterarie, ma magari non hanno la più vaga idea di quale libro li abbia condotti a scroccare lo spritz… Leggi il seguito di questo post »
Pubblicato da giuseppepanella su novembre 19, 2010
Una spettatrice del Novecento della poesia. Giovanna Bemporad, Esercizi vecchi e nuovi, a cura di Andrea Cirolla, Milano, Edizioni Archivio Dedalus, 2010
Per molto tempo la figura di Giovanna Bemporad si è confusa con il ricordo di Gabriella Bemporad (che non era sua parente) anche se traduceva come lei dal tedesco – quest’ultima la conobbi, sia pure fuggevolmente, a casa di Gianfranco Draghi, in una villa appena fuori Firenze dove credo che questo singolare personaggio di psicoteraupeta di impronta junghiana, poeta, scrittore, pittore e altro ancora viva a tutt’oggi. Anche lei parlava di Rilke e di letteratura tedesca del Novecento con una voce sottile ma vibrata, ricca di accenti densi e dolci di nostalgia.
Giovanna Bemporad, invece, è stata soprattutto una traduttrice di testi del legato classico, soprattutto greco e soprattutto dell’ Odissea, opera di traduzione che è durata praticamente tutta la sua vita matura. Ma, tra una traduzione di Omero e una di Rilke o di Hofmannsthal o di Goethe o di Novalis, la Bemporad è stata soprattutto poetessa molto raffinata nei tocchi, nei toni, nelle soluzioni ritmiche e formali.
La linea è libera, il cellulare squilla.
Non rispondi.
Ritento un paio di volte più per fare qualcosa che per altro.
So che non cambi idea.
Se hai deciso per il no.
È no.
***
Non c’è, punto.
E in quel momento ogni parte di te si contorce.
Magari qualche ora prima dormivi o mangiavi. Magari ridevi anche.
Poi succede. E ci resti impigliato.
Può arrivare con una precedente spossatezza.
Come con l’influenza, solo che non passa con l’aspirina.
Ti sembra di avere la febbre, le articolazioni scricchiolano, i muscoli rifiutano i movimenti più banali. È esattamente una covatura. Una preparazione silenziosa, subdola. Leggi il seguito di questo post »
Il primo ricordo che ho della mia vita è mia madre che fissa mio padre, mentre rotola sul pavimento della cucina con la faccia attaccata al sedere.
Un giorno che il cielo sulla mia testa era un’enorme macchia scura, mia madre disse: “Devi fare come tuo padre”. E mio padre stava rotolando in giardino con la faccia scomparsa nel movimento.
Quando mio padre faceva la palla, mia madre sorrideva e il suo seno sembrava più grosso.
Ogni tanto si andava al mare e allora mio padre rotolava sulla spiaggia e a volte sembrava non fermarsi più.
Il giorno che ho deciso di appallottolarmi per la prima volta, pure eravamo sulla spiaggia.
In quel momento, mentre rotolavo dietro a mio padre e mia madre stava in piedi a guardarci, davanti a me ho visto una distesa infinita di sabbia e di niente.
«Sono nato a Reus il 20 maggio del ’22. Gli altri fatti della mia vita non sono così facili da descrivere e più difficili da datare. Mi piace il gin con ghiaccio, la pittura di Rembrandt, le caviglie giovani e il silenzio. Detesto le case dove fa freddo e le ideologie.»
Questo l’incipit di una brevissima nota che Gabriel Ferrater i Soler scrive sulla sua vita, e che troviamo alla fine di questa raccolta di suoi versi intitolata Curriculum vitae: Poesie 1960 — 1968, ora pubblicata dall’editrice Metauro, nella bella collana Biblioteca di poesia diretta da Massimo Rizzante; edizione curata, tradotta dal catalano e annotata da Pietro U. Dini. Il volume si conclude con una evocazione di Jaime Salinas.
Voglio parlarvi di questo volume soprattutto facendo parlare lui, il suo autore, con le sue poesie ma anche con le parole che più volte ha scelto per dire della propria vita.
Una vera scoperta, per me, Gabriel Ferrater: mi sembra una delle voci alte della poesia del Novecento, che non riesco ad accostare ad altre voci, a collocare in una qualche corrente. Cominciate a leggere questa:
A TRAVÉS DELS TEMPERAMENTS
Uns pins massa sensibles es revinclen
deixant sentir com se saben patètics
mentre compleixen aquest deure líric
d’expressió del vent, que arriba net.
Les arrels cruixen sordes, i les branques
exulten de dolor, per proclamar
que és greu que bufi l’esperit. Ei vent,
quan surt del bosc, va tot podrit de queixes.
ATI’RAVERSO I TEMPERAMENTI
Alcuni pini troppo sensibili si contorcono
lasciando intendere come si sentano patetici
mentre compiono questo dovere lirico
di esprimere il vento, che pure giunge limpido.
Le radici scricchiolano sorde, e i rami
esultano di dolore per proclamare
che è grave che soffi lo spirito. Il vento,
quando esce dai bosco, è tutto marcio di lamenti.
Pubblicato da robertorossitesta su novembre 18, 2010
Esco con le braccia cariche per la periodica visita ai cassonetti della raccolta differenziata, a qualche isolato da casa.
Dopo aver introdotto la plastica nell’apposito oblò passo al vetro, in massima parte vuoti di birra, bottigliette da un terzo di vetro spesso e opaco. Sto per versare il contenuto del sacco nella campana quando una signora mi ferma chiedendomi: “Quelle boccette vanno giusto bene per metter via la salsa, invece di buttarle me le potrebbe dare?”
“Ma certo, signora” faccio appena in tempo a risponderle sfilando la bocca del sacco dall’oblò in cui l’avevo proprio allora introdotta, quando un tale che non avevamo notato si avvicina e in tono professionale snocciola: “Buon giorno signore. Sono un ispettore ecologico, ecco la tessera. Lei è in contravvenzione”. Leggi il seguito di questo post »
Intenso, intelligente e misterioso, questo romanzo dalla scrittura nitida e brillante pone molte più domande di quelle a cui risponde, fortunatamente. E si ha l’impressione che Fabio Viola si sia divertito a comporlo, seguendo Gli Intervistatori in domande impensate che lo trascinavano in una direzione nuova e misteriosamente perfetta all’interno di una trama che pur giocata sull’assurdo e il surreale non si disconnette mai dalla vita vera, dalla concretezza dello spessore umano a favore di quello scenico. Leggi il seguito di questo post »
“Racconterai la storia che ti ostini a tacere”
Si può raccontare la stessa storia, fino alla fine, come un regista, girare lo stesso film, tutta una vita. La mia scrittura è nata in sordina, oggi dico la mia scrittura è la Polonia.Una volta vidi Yurek al semaforo, chiedeva come sempre. Non lo riconoscevo più. Era davvero patetico, aveva il ventre gonfio, gommoso. Yurek veniva da Starachowice, Sud della Polonia – voivodato di Santacroce, non fa testo nella geopolitica che conta. D’altronde neanche Yurek, polacco e barbone, faceva testo, tanto poi Yurek è morto e adieu. Yurek aveva cinquan’anni, morì che aveva mezzo secolo quindi (trequarti del quale annaffiato di vodka, con tutte le stimmate del proscritto, bah); morì in una città annoiata, distratta, aliena. Leggi il seguito di questo post »