Lpels è un blog collettivo di letteratura e società, democratico, aperto, progressista, sensibile a ogni istanza di rinnovamento culturale, sociale, economico e politico; come tale intende presentarsi all'esterno. La redazione si propone, in questo senso, di vigilare affinché i contenuti non presentino derive reazionarie e integraliste, il tutto nel massimo rispetto della persona e dell'alterità, in un'accoglienza della diversità che non degeneri mai in complicità, acquiescenza o qualunquismo. Con questi criteri, aspira a essere una presenza efficace nel panorama culturale italiano e possibilmente uno strumento di cambiamento e di trasformazione delle strutture di potere, spesso ingiuste e indegne dei valori umani in cui la persona si riconosce in ogni spazio e in ogni tempo, al di là di fedi, credenze e tessere politiche.
Franco Arminio, Cartoline dai morti, Nottetempo, 2010
«Stavo giocando a biliardo. Poi la solita storia: fatelo bere, fatelo sedere. Qualcuno che ti tocca il polso, qualcuno che pronuncia continuamente il tuo nome».La solita storia è quella che tutti sappiamo ma nessuno di noi conosce. In Cartoline dai morti – il titolo del libro e questo primo campione basteranno a capire cos’è – Franco Arminio ce la fa vedere dall’altra parte, dalla prospettiva appunto della morte. Arminio, che si definisce «paesologo» ossia visitatore e curatore di piccole geografie malvive, si trova stavolta a essere lui stesso una destinazione; le cartoline che ha raccolto sono 128, la più lunga copre tredici righe, le più brevi un rigo solo, la misura media è sulle tre-cinque righe, due o tre frasi che gli bastano ad aprire uno spiraglio narrativo: «Mio marito mi ha gettata nel pozzo. Gli è venuta una furia, una forza che non gli avevo mai visto. Ho gridato mentre mi trascinava, ma non c’era nessuno, solo le rondini che facevano avanti e indietro per farsi il nido sotto il tetto della nostra casa». Leggi il seguito di questo post »
Svariatissimi sono i modi di morire, eppure a tale impensabile varietà si oppongono un po’ di cose certe: una di loro, per esempio, è che a ognuno toccherà, si spera il più tardi possibile per ognuno, il proprio modo e solo quello. Per l’ipocondriaco non è così. Leggi il seguito di questo post »
Possibile non si possa coniugare
Amorosa mente (armoniosa mente)
Calda e fresca Libertà (ma libera – ma senza “Casa delle”…)
E non si possa finalmente vedere Giustizia
Saulo sta per varcare l’ingresso dell’ospedale Sant’Eugenio. Ci sono persone che entrano ed escono: una signora impettita con soprabito beige, un ragazzo in jeans e berretto bianco, una donna coi capelli biondi che brillano come oro a diciotto carati. Cerca di capire dove andare; dà una rapida occhiata al prospetto dei reparti sui piloni dell’ingresso e percorre l’itinerario come un automa fino al reparto di chirurgia d’urgenza. In un ambiente asettico con prevalenza di colori bianco e blu, trova due portantini che provano passi di salsa tra un impegno e l’altro. Più in là c’è una fila di persone in ansia, di tutte le età; lui chiede notizie di don Faber: è sotto i ferri, lo sta operando il professor Listorti. Non si sa quanto potrà durare l’intervento e soprattutto è impossibile prevedere se il prete potrà uscirne vivo. Saulo ringrazia; mentre aspetta con gli altri, s’interroga sul colpo di pistola: chi può aver attentato alla sua vita? A chi dava fastidio? Quale sgarbo può avere innescato una vendetta così atroce? Potrebbe essere chiunque; perfino i personaggi che ha notato all’ingresso, perché l’assassino torna sempre sul luogo del delitto, o nei dintorni; non gli pareva sospetto il ragazzo in jeans con la borsa a tracolla e il berretto troppo bianco? E la signora, non era forse impettita oltre misura, come fosse orgogliosa di un lavoro fatto bene, magari dal marito? E l’uomo che parlava con la donna dai capelli d’oro, non sembrava confabulare guardandosi intorno, come per non essere sentito? Ricorda che a destra, vicino al cancelletto, aveva notato un tipo strano con un giubbotto in pelle, un po’ ingobbito, che procedeva a passi rapidi come volesse sfuggire a un pericolo imminente. Poi gli viene in mente che l’attentatore ci aveva ripensato, convertito dalle parole di don Faber. Possibile, si chiede, che le storie debbano sempre attraversare le forche caudine del dolore o della morte, come se la pace, la tranquillità, segnassero la fine di ogni intreccio, lo stallo del racconto, e solo l’irrompere barbaro di uno sconosciuto armato di pistola, l’esplodere di un colpo, per giunta accidentale, il crollo del protagonista potessero giustificare l’attesa del lettore, la fatica dello sguardo che segue le righe nere ostentando un diritto all’emozione, un debito di suspence, una dose adeguata di fiato sospeso? Mentre lui si smarrisce in elucubrazioni senza fine, don Faber lotta fra la vita e la morte: chissà quali pensieri gli passano in mente, quali parole per tentare di reagire al baratro, per esserci ancora a questo mondo per mille e mille giorni: aprirei gli occhi se ci fossi tu; aprirei gli occhi se potessi incontrare ancora i tuoi, ma nel dubbio li tengo chiusi e continuo a sognarti, solamente.
“Sono evidenti manifestazioni di fragilità sia personali che di massa: comportamenti e atteggiamenti spaesati, indifferenti, cinici, passivamente adattativi, prigionieri delle influenze mediatiche, condannati al presente senza profondità di memoria e futuro. Si sono appiattiti i nostri riferimenti alti e nobili (l’eredità risorgimentale, il laico primato dello Stato, la cultura del riformismo, la fede in uno sviluppo continuato e progressivo), soppiantati dalla delusione per gli esiti del primato del mercato, della verticalizzazione e personalizzazione del potere, del decisionismo di chi governa. E una società appiattita fa franare verso il basso anche il vigore dei soggetti presenti in essa. «Una società ad alta soggettività, che aveva costruito una sua cinquantennale storia sulla vitalità, sulla grinta, sul vigore dei soggetti, si ritrova a dover fare i conti proprio con il declino della soggettività, che non basta più quando bisogna giocare su processi che hanno radici e motori fuori della realtà italiana».
Dalla silloge inedita 30+1 in soffitta proponiamo una scelta di testi poetici di Chiara Baldini.
La scala
Con le movenze pie
e fame d’affetti materici
stancamente dismessi in un tetto
l’anima-Mosè
ascende già
dal passato remoto al Sinai legnoso
di polvere e penombra.
Intona un cigolio
pesando a ogni piede
marcato a fuoco: tavole incise
di comandamenti tarlati.
La terra promessa
in pochi passi.
Dunyazad è un nome-simbolo, Dunyazad è la figlia-angelo, Dunyazad è un romanzo, Dunyazad è il punto di svolta nella vita di una madre, di una scrittrice, Dunyazad è la salvezza, la presa di coscienza della vita nonostante la perdita.
Unico rimedio contro l’amarezza divorante del lutto e dei sensi di colpa è raccontare-scrivere, per mantenere vivo il ricordo ma, allo stesso tempo, per liberarsi dallo strazio del dolore. Una “cura” universale, come universali sono oramai le Mille e una notte, caposaldo della tradizione letteraria mediorentale, a cui allude con delicatezza il nome-titolo Dunyazad, omaggiando più il genio femminile del narrare che i facili echi esotici prediletti dal gusto occidentale. Leggi il seguito di questo post »
Nell’Avvertenza l’autore scrive che il suo non vuol essere altro che il tentativo, a mio avviso riuscito, di dare significato a ciò che, d’un tratto, gli appare incomprensibile. Dare, cioè, un senso a quello che all’improvviso gli è accaduto, la sua malattia… E per farlo Benemeglio si consegna alla parola, alla scrittura che in questo modo acquista una funzione, direi, terapeutica. A pagina 60 leggiamo: “Vivere eternamente grazie alla parola, vivere nella parola, grazie alla magia della parola”. Questa dichiarazione ci rimanda, come sappiamo, alla natura salvifica della parola, e più precisamente ci ricorda il possibile riscatto, la via d’uscita che offre la narrazione. Narrare vuol dire procrastinare, differire, rinviare l’appuntamento col proprio destino. Fintantoché si racconta una storia la morte può attendere. Leggi il seguito di questo post »
Dispendio e godimento – un’ipotesi di poesia. Enzo Campi, Ipotesi corpo, con un’ Introduzione di Natàlia Castaldi, Barcellona Pozzo di Gotto (ME), Edizioni Smasher, 2010
Scrive Natàlia Castaldi nel suo Posizioni (tracce e cancellazioni di un corpo in opera), l’efficace testo critico che fa da Introduzione al poemetto lirico di Enzo Campi:
«Il corpo è qui tema dell’indagine e palcoscenico in cui l’io mette in opera un monologo questionante che – poematicamente e teatralmente – si incarna nel corpo del testo e della parola cercando di risolvere (dissolvere?) l’unicità di senso di un doppio movimento che oscilla incessantemente tra il dispendio (come ragione di vita) e il ricominciamento (come unica possibilità di proiezione verso l’ a venire). Ciò avviene attraverso la scissione drammatizzata tra forze centripete (pulsione, desiderio, istinto-carne) e forze centrifughe (ragione, indagine e ricerca-alterità» (p. 8).
L’autobiografia di un bevitore: dal rifiuto dell’alcol all’impossibilità di vivere senza.
Pubblicato per la prima volta nel 1913 viene qui ripresentato nella nuovissima traduzione del massimo esperto italiano di Jack London: Davide Sapienza.
“Il John Barleycorn di queste pagine è un vero e proprio personaggio che si incunea nella personalità, che spezza in due l’essere umano, che lo aiuta ad autoingannarsi: una figura che appartiene alla vita di milioni di persone, e non per forza sotto forma di dipendenza dall’alcol (la lobotomia della televisione odierna, è probabilmente il nostro John Barleycorn più insidioso che addormenta le coscienze e distrugge i sentimenti profondi). London scrisse John Barleycorn consapevole di dare scandalo, perché mai prima di allora uno scrittore così famoso aveva fatto un simile coming out nel nome del popolo, che nel libro egli definisce come la sua ultima illusione”. [dalla prefazione di Davide Sapienza]
La telefonata arriva e Manuela risponde come al solito dando il suo nome e numero d’operatrice. Dice “come posso aiutarla?”
“Aiutarmi sì” dice la voce dall’altro capo della linea. “È per via della mia connessione internet.”
Manuela ascolta questo genere di chiamate tutti i giorni. Ha di fronte a sé uno schedario di problematiche e risposte. Le prime volte, quando aveva appena cominciato a fare quel lavoro, lo consultava in continuazione, se lo era addirittura portato a casa per leggerlo e studiarlo, per essere in grado di trovare tutto quello di cui aveva bisogno nel momento in cui ne aveva davvero bisogno. Leggi il seguito di questo post »
A rivista anarchica. Numero speciale.
Di Nadia Agustoni
[ Con un articolo di Paolo Finzi su una singolare figura dell'anarchismo.]
Copertina bianca con il personaggio di Anarchik che in una vignetta dice: “ Ehi! Sono passati quarant’anni!”, così il numero speciale di “A rivista anarchica”, 258 pagine 10 euro, festeggia un compleanno importante. E’ passata molta politica da queste parti, cultura (libri, musica, interviste, rubriche, dibattiti) e sempre rinnovata la presenza “dell’utopia”, del pensare un mondo diverso e un fare concreto, con progetti che hanno toccano i campi dell’editoria, delle comunità, dell’attivarsi nei quartieri e tra i rom e gli ultimi della società. Da pagina 121 a pagina 210 tutte le foto delle copertine: dal n 1, che ricorda un po’ i vecchi volantini e il ciclostile e quindi il n.2 con il volto di Pietro Valpreda e con la storia che ci viene incontro. Leggi il seguito di questo post »
Quando infuria la peste si ammucchiano corpi nei quadrivi. Verranno i carri a caricarli. Con maschere a becco. Del malaugurio. E brancicheranno su carteggio spurio.
Cialtroneggiano insipienti praticanti di rimedi fasulli. Dispensatori balordi di pappe vane. Sterili panacee. Idee balzane. Marchiane.
E sono sempre i migliori che se ne vanno. Dice qualcuno. Quelli che sanno. Come il gran Zorzo. Cui mirava Isabella di Mantova. Celeste. Luminosa marchesa D’Este. Che aspirava a «una pictura de una nocte molto bella et singulare». E Zorzo ne fece. Per Thadeo Contarini. Una. «De miglior desegnio et meglio finitta». Un’altra. Per tal Becharo. Victorio. Cui caro era il lavoro. Per notizia rara. Ora. E ignota dimora. Entrambe le notti indisponibili. Leggi il seguito di questo post »
Maria sta correndo verso il ponte. Ormai, per lei, è il ponte della vita, una specie di oracolo dove cercare le risposte che le stanno a cuore. Si chiede se sia giusto: cosa direbbe don Faber se sapesse che insegue una specie di veggente chiedendo responsi che reputa infallibili? Ma poi sarà vero che Andreas non sbaglia un colpo? Che sia una suggestione impadronitasi di lei per uno strano sortilegio? Leggi il seguito di questo post »
Quantunque al castello la vita trascorresse relativamente tranquilla, tuttavia in quell’estate 1944 le comunicazioni divenivano sempre più precarie specialmente per me che dovevo recarmi spesso a Pavia. In città avevo lasciato, come facevamo in molti, l’indispensabile per dormire e per cucinare: l’appartamento era quasi vuoto. Avevo traslocato nel cascinale di un’amica i mobili migliori e i libri temendo la distruzione della casa, situata, come già dissi, all’ultimo piano fra due caserme. Mario tornava a casa dall’ospedale soltanto quando c’ero io, che dovetti trattenermi più del solito a Pavia per gli esami di riparazione al primi di settembre.
Questi appunti sono qui da qualche mese, credo dal primo numero del post dedicato all’impossibilità di scrivere un romanzo. Fossero capitati nel cestino, non ci sarebbero stati problemi, e invece è andato a finire tutto nel PC, e la seccatura adesso è tua. Leggi il seguito di questo post »
Aldo Formosa è giornalista professionista, realizzatore di manifestazioni ed eventi culturali. Si occupa di teatro come commediografo e come regista. Collabora con periodici, con la “Sicilia” e il “Corriere dello sport” ed è titolare della pagina culturale “Astrolabio” sul quotidiano “Libertà”.
Ha appena pubblicato, per i tipi di Lombardi editore, i racconti “Decamerone a Siracusa”.
Di seguito, la recensione/intervista di Simona Lo Iacono.
A scoscendere verso l’anima, trovi il passato. Un compagno di scuola, una folata di vento guasto, un pizzicore di gramigna che stuzzica le narici e lei è lì. La memoria. Il vizio di ripresentarsi. Di chiedere conto.
Specie sul crinale di certe sere che indulgono alla malinconia. O quando la voglia di raccontare non si assopisce nonostante alcune batoste buone assestate da circostanze e uomini, da quelle impennate della vita che ti fanno pensare che, alla fine, l’unico luogo che resta, l’unica scena, l’unico perdono, è quello delle storie.
Così ti metti a raccontare, inizialmente per assopire l’anima, i calci del cuore. Leggi il seguito di questo post »
Poesia in giallo e nero e rosso. Di Francesco Tomada
L’autrice slovena Miljana Cunta giunge alla sua prima raccolta, “Za pol neba” (Per metà del cielo), dopo un percorso lungo e importante in campo letterario: sebbene giovane (è nata nel ’76), è stata infatti per anni responsabile del festival internazionale di Vilenica, e si è impegnata in diversi settori della vita culturale slovena. Difficile dire quanti stimoli esterni siano dunque confluiti nella sua scrittura e forse poco importa saperlo, perché in ogni caso Miljana Cunta dimostra una spiccata capacità di interiorizzare e riproporre impulsi che a volte, nell’arco di poche parole, aprono gli orizzonti in direzioni diametralmente opposte (“Sulla parete ad alta voce tace / il tempo trattenuto”). Leggi il seguito di questo post »
Metamorfosi della società e dirompente passaggio di cultura. È così che possiamo classificare il mutamento socio-culturale (e, per certi versi, persino antropologico) prodottosi in Italia a partire dagli anni Ottanta del Novecento, il trionfo anche da noi dell’edonismo reaganiano (all’insegna, naturalmente, di alcune specificità classicamente nazionali). Leggi il seguito di questo post »
C’è una precisa volontà simbolica nell’occupazione da parte degli universitari dei luoghi più celebri delle nostre città, la Mole Antonelliana, la Torre di Pisa, il Colosseo, il Maxxi, la cupola del Brunelleschi a Firenze. Questi ragazzi sembrano dire: siamo qui, in mezzo alla bellezza, siamo giovani e belli anche noi, non siamo invisibili, non siamo solo percentuali sulle tabelle, numeri astratti, trasparenti, non siamo un nulla angoscioso, un vuoto da riempire di chiacchiere adulte, fumo che copre, che cancella.
Noi esistiamo e siamo come le nostre opere d’arte, la nostra giovinezza e la nostra forza sono monumentali, nessun telegiornale, nessuna indifferenza potrà più dimenticarci. Leggi il seguito di questo post »