Lpels è un blog collettivo di letteratura e società, democratico, aperto, progressista, sensibile a ogni istanza di rinnovamento culturale, sociale, economico e politico; come tale intende presentarsi all'esterno. La redazione si propone, in questo senso, di vigilare affinché i contenuti non presentino derive reazionarie e integraliste, il tutto nel massimo rispetto della persona e dell'alterità, in un'accoglienza della diversità che non degeneri mai in complicità, acquiescenza o qualunquismo. Con questi criteri, aspira a essere una presenza efficace nel panorama culturale italiano e possibilmente uno strumento di cambiamento e di trasformazione delle strutture di potere, spesso ingiuste e indegne dei valori umani in cui la persona si riconosce in ogni spazio e in ogni tempo, al di là di fedi, credenze e tessere politiche.
Nella rassegna on line del lavoro di politica ed economia sociale, sul Manuale di difesa personale curata da Adele Grisendi, così viene definita la differenza tra molestia e corteggiamento: “Il corteggiamento può essere definito un gioco divertente e può evidenziare vari aspetti a seconda degli atteggiamenti assunti, sia dal corteggiato che dal corteggiatore. E’ comunque un comportamento evidente che denota un certo interesse, che se non è assecondato non ha più ragione di esistere. Anche negli ambienti di lavoro può accadere che l’attrazione tra due colleghi si manifesti, oppure nel caso di una dipendente con il suo capo, l’importante è che non abbia tutte le caratteristiche della molestia sessuale e questo accade molto più frequentemente di quanto si possa pensare. Per molto tempo il problema è stato sottovalutato anche perché, come si fa a stabilire il confine tra corteggiamento e molestia sessuale?” Leggi il seguito di questo post »
Ho scritto la mia prima recensione “ufficiale” nel 1978. Quel breve testo critico fu pubblicato da una rivista fiorentina che si intitolava “Librioggi” e che durò poco per alterne vicende economiche (come sempre accade e continua a succedere in questi casi). Si trattava di una riflessione-riassunto relativo a un saggio, Il mito del proletariato nel romanzo italiano (Milano, Garzanti, 1977) il cui titolo mi aveva incuriosito e che, però, a lettura ultimata, non mi era piaciuto. In quella noterella cercai di mettere in evidenza i punti deboli dell’opera piuttosto che gli elementi positivi, il che oggi non avrei ovviamente fatto (ma allora ero certo più giovane e baldanzoso …). Del saggio e delle mie perplessità parlai anche con Alberto Asor Rosa; anche lui convenne con me circa la debolezza della prospettiva critica di quel volume.
Il bar aux Folies Bergère di Manet è un quadro di cui commissionerei senz’altro il furto, se fossi vergognosamente ricco (e conseguentemente così egoista da tenerlo solo per me).
Manet lavora a questo dipinto negli ultimi anni di vita (il quadro è realizzato nel 1881-82, l’autore si spegne l’anno dopo), già quasi paralizzato agli arti inferiori. Ma ciò non gli impedisce di realizzare questo capolavoro.
Gli occhi della cameriera. In un primo momento è lì che viene attratto lo sguardo dell’osservatore. Mentre guardiamo gli occhi mesti della ragazza, il contorno a poco a poco prende consistenza e non si fa più contorno. In primo piano la natura morta, bottiglie , bicchiere con rosa, fruttiera di cristallo. Poi di riflesso iniziamo a vedere quello che l’artista sembrava non voler dipingere, o non porre in attenzione.
Non è questo il meccanismo della preterizione? Leggi il seguito di questo post »
Leopoldo sta fissando la piramide del Louvre: si chiede se sia in tono con l’insieme. Subito dopo si domanda se anche la sua vita sia in tono con l’insieme. Leggi il seguito di questo post »
[Sta per essere spedita la seconda Murena. Ancora uno splendido testo, in una grande traduzione di Stefano Zangrando e Valentina Di Rosa, e con copertina sempre più trendy disegnata da Mattia Paganelli, stavolta astutamente comprensiva (abbiamo capito come gira il mondo) di pubblicità occulta alla Fanta. È sempre possibile abbonarsi qui. E ancora una volta, grazie a tutti. a. s.]
di Stefano Zangrando
Ingo Schulze non sarà forse un «autore importante di cui nessuno in Italia si stia curando», com’era negli obiettivi di Nazione indiana nella fase ancora embrionale del progetto poi concretatosi con le Murene, ma è da molti anni un amico e un compagno di strada. Fin da quando, nel 2005, lo invitammo a proporre al blog un racconto inedito, poi confluito nella raccolta Bolero berlinese (Feltrinelli 2008), Schulze ha sempre partecipato con piacere e gratitudine a pubblicazioni più o meno vicine a NI e ai suoi membri – nel 2007 uscì un suo bell’intervento sul numero 9 di «Sud»; più tardi intervenne al Seminario Internazionale sul Romanzo di Trento, per il cui volume collettaneo ci donò un ricco saggio sulla sua poetica (apparso anche qui). Leggi il seguito di questo post »
Questa è una storia gotica, se avete voglia di leggerla, per favore, spegnete la luce
Ma voi lo sapete davvero perché di notte lasciano accese le luci di alcune botteghe? Naturalmente, sì certo, è evidente, per motivi di sicurezza, è un deterrente per i malintenzionati, perché i possibili clienti possano guardare le vetrine anche se il negozio è chiuso, perché se no le strade sono troppo buie e le città sembrano disabitate, può succedere persino che si dimentichino accese, le luci, qualche volta, oppure non so, non ne ho idea, sai, la gente racconta un sacco di cose strane, dicono che se le luci sono spente possa accadere che…, mi sembra di ricordare di una volta in cui… Leggi il seguito di questo post »
Pubblicato da robertorossitesta su dicembre 2, 2010
Questa sera è venuto a cena da me mio nipote, come fa ogni quindici giorni, con l’ubi consistam di incassare la paghetta ziesca (rinforzo di quelle parentali) che prima del suo congedo non manco mai di elargirgli.
Si tratta ovviamente di visite brevi: inghiotte la mediocre pizza che gli preparo, passa nello studio per controllare sul mio pc la posta (in fondo è un ragazzo all’antica), quindi – ricevuto il viatico – se ne va a raggiungere la tribù.
Stasera però mi sono accorto subito che c’era qualcosa di diverso, anche se formalmente il protocollo della visita veniva rispettato. La pizza non è stata divorata bensì biascicata; lui non ha risposto alle mie domande di prammatica nemmeno con gli usati monosillabi né con i soliti sorrisi di compatimento; incredibile a dirsi, non ha controllato la posta; ma soprattutto, pur limitandosi a contorcersi prima sulla sedia e poi sul divano, non accennava ad andarsene.
Allora è toccato a me di sorridergli con aria di comprensione, quindi gli ho chiesto: “C’è qualcosa che forse non sarei indegno di conoscere?”. Leggi il seguito di questo post »
La pistola dell’uomo longilineo dai capelli brizzolati è puntata verso il petto di don Faber, che lo guarda negli occhi:
- Come va, fratello?
- Fratello? Non sapevo di avere un fratello.
- Tu sei forestiero, non prenderla a male se l’ho chiesto così, senza conoscerti. Vedo bene che in questo momento sei in difficoltà e io ho a disposizione molto più tempo di quanto in realtà mi serva.
- Cosa vuoi dire? Leggi il seguito di questo post »
«… Si potrebbe confrontare la vita con una stoffa ricamata della quale ciascuno nella prima metà dell’esistenza può osservare il diritto, nella seconda invece il rovescio: quest’ultimo non è così bello, ma più istruttivo, perché ci fa vedere l’intreccio dei fili»
(Arthur Schopenhauer, Aforismi sulla saggezza del vivere)
«L’anno in cui ho lavorato su Alla ricerca del tempo perduto è stato il miglior anno di lavoro della mia vita» (1). E’ una dichiarazione molto significativa e del tutto probante.
Quella di Pinter è un’espressione di felicità che intreccia produttività letteraria ad ermeneutica del testo: trasformare Alla ricerca del tempo perduto in una sceneggiatura è stato, per il compianto commediografo inglese, il modo più adeguato di “capire” il testo, decostruirlo, riscattarlo dalle zone d’ombra della sua incomprensione possibile. Una forma di lettura “interna”.
Eserciti s’affrontano ai limes sguarniti:
orde depredano tra burocrati e ministri
da Basso Evo e dal balcone si sente
la canzone dell’eroe del Rione
benedetto la domenica in confessione.
Il tuo naso semita – forse traccia cromosomica
d’un altra epoca – è il passo di braccianti
da masseria a masseria
quando i briganti aspettavano i Piemontesi
al bivio; le tue mani pulite hanno dita
d’artigiano a risuolare scarpe. Leggi il seguito di questo post »
Due poesie di Fortuna Della Porta e una nota di Marco Scalabrino
ad Ana Politkovskaja
Solitudine e nobiltà segnarono il passo di Anna tra i detriti della sua terra. La condanna fu emessa e la sentenza passò alle armi ma lei continuò a indossare il vestito da sposa a immaginarsi l’interno della casa col soleLeggi il seguito di questo post »