Lpels è un blog collettivo di letteratura e società, democratico, aperto, progressista, sensibile a ogni istanza di rinnovamento culturale, sociale, economico e politico; come tale intende presentarsi all'esterno. La redazione si propone, in questo senso, di vigilare affinché i contenuti non presentino derive reazionarie e integraliste, il tutto nel massimo rispetto della persona e dell'alterità, in un'accoglienza della diversità che non degeneri mai in complicità, acquiescenza o qualunquismo. Con questi criteri, aspira a essere una presenza efficace nel panorama culturale italiano e possibilmente uno strumento di cambiamento e di trasformazione delle strutture di potere, spesso ingiuste e indegne dei valori umani in cui la persona si riconosce in ogni spazio e in ogni tempo, al di là di fedi, credenze e tessere politiche.
Domenica 10 aprile 2011, ore 18 Palazzo Soliano, Sala Emilio Greco
ZBIGNIEW HERBERT A ORVIETO
Evento organizzato in collaborazione con il Museo Regionale di Sandomierz, l’Associazione Lingue e Cultura e l’Istituto Polacco di Roma, con la partecipazione della poetessa Krystyna Lenkowska
Letture a cura di Carmine Arvonio con interventi di Matteo Romoli al flauto traverso.
Introduce Leonardo Masi Leggi il seguito di questo post »
L’introduzione di Marco Lodoli è simpatetica e molto toccante ma precisa. Dopo aver descritto il suo soggiorno a Parigi in qualità di giovane artista a disagio ovunque ma speranzoso di scoprire il segreto di ciò che aveva caratterizzato la grande stagione delle avanguardie storiche, in primis il Surrealismo, lo scrittore romano racconta ciò che avvenne al suo ritorno a Roma:
Gli ultimi saranno primi, sappiamo
dal vangelo, ma quando nella notte
tra martedì e mercoledì scorso
un barcone di trecento migranti
si è ribaltato quaranta miglia a sud
di Lampedusa lasciando chissà
quanti morti – tra cui anche bambini – Leggi il seguito di questo post »
Non uno si è ribellato di quelli che dovevano e potevano ribellarsi. In 314 come un sol uomo hanno coscientemente codificato una menzogna: Ruby nipote di Mubarak.
Si è trattato di una violenza squadrista da parte del Presidente del Consiglio e della conferma del servilismo acritico di questa metà del Parlamento italiano, inclusi i 14 ministri presenti in Aula.
Di fronte a questo paesaggio desolato è difficile non rassegnarsi alla forza dei numeri. È difficile non fare riaffiorare alla memoria un altro Parlamento soggiogato da un dittatore.
A noi non spettano atti di eroismo, ma opporre alla forza dei numeri, la forza della volontà: non rassegniamoci. Il silenzio equivale alla complicità.
Per quanti non avessero avuto la possibilità di vederlo in televisione…
Questa è la mia terra, Carrara.
Come queste montagne mi sento anch’io. Con la dolorosa certezza che se potessero farlo, si alzerebbero anche loro per andarsene.
“Vorrei che questo libro fosse letto come un racconto dell’attenzione e della cura, non come un saggio letterario. Non si discute alcuna teoria. Si indica, piuttosto, un compito: il racconto dei libri, degli incontri che li hanno preceduti e accompagnati, come ci cercano e ci accompagnano le presenze nel corso dei nostri anni”. “(Il libro) è dedicato al lettore: un lettore responsabile, che sa leggere con libertà, che costruisce le sue parole intorno ad altre parole, alimentandole della fiducia del senso e riportandole al duro cemento.”
Radici delle isole di Sebastiano Aglieco (La Vita Felice, Milano 2009) è dunque ben più di una raccolta di scritti – saggi, recensioni, note di lettura; è una riflessione ininterrotta sulla scrittura, sulla vita, sui libri letti, con l’impiego d’una prosa intensa e poetica. Ed è questa la ragione della sua attualità, a distanza di due anni dalla sua uscita, della sua probabile tenuta nel tempo. Un libro profondamente etico: “Meglio un poeta in meno se egli si fa servo del mondo, dei suoi riti millenari di morte e asservimento.” “Scrivere è, per me, una specie di esercizio spirituale. Cerco di scrivere tutte le mattine, con la stessa regolarità con cui si pronunciano le preghiere.” “Spezzare i legami coi padri e coi fratelli. Essere autenticamente liberi. E’ l’unico modo per fondare un giudizio che non debba più niente a nessuno.” Anche se “Siamo tutti fatti di ciò che ci donano gli altri.”, dice Tzvetan Todorov richiamato dall’autore. Leggi il seguito di questo post »
“Non fare la cosa giusta” (Perdisa Pop) di Alessandro Berselli racconta la storia di Claudio Roveri, un informatore medico scientifico, in apparenza un professionista affermato senza problemi economici, con una famiglia che sembra felice, una moglie avvocato e una figlia adolescente. Una sera, durante un rapporto sessuale extraconiugale, Claudio sente suonare il cellulare ma non risponde. Se ne pentirà amaramente perché chi lo cercava era sua figlia Erica, pochi istanti prima di essere uccisa. L’avrebbe salvata, Claudio, se avesse risposto? Perché, nonostante siamo incanalati in binari preconfezionati e dispensatori di certezze, molte cose non funzionano? E soprattutto: esiste una cosa giusta da fare? Lungo queste direttrici si muovono i sussulti nichilistici del protagonista, un uomo prototipo di mille altri uomini di oggi, individui persi nelle loro contraddizioni, annientati tra un’inadeguatezza esistenziale e un senso etico smarrito nelle incoerenze di una società destabilizzante. E i grandi pilastri — lavoro, amicizia, famiglia –, quelli dove dovremmo trovare riparo, sono i primi impianti sdrucciolevoli. Perché è da lì che parte una catabasi che prosegue nell’animo umano. Come nella produzione precedente, l’autore ha scelto una narrativa tagliente e minimalista, a tratti segmentata, sempre intimistica, qui esaltata da una seconda persona che amplifica gli echi dei sensi di colpa e dei rapporti mancati. Ma partiamo dall’origine della storia, con la prima delle dieci domande cui ha risposto.
Spostare il capo leggermente, da sinistra a destra e viceversa, gli procura un sollievo temporaneo. Sta leggendo un manoscritto di quelli che arrivano in ufficio – non ne può più di storie senza capo né coda, sgrammaticate e informi – e il mal di testa, come al solito, non gli lascia tregua. Leggi il seguito di questo post »
Mario Lunetta, Depistaggi. Fra critica e teoria, Roma, Onyx Editrice, 2010, pp. 190, € 16.
Indigna che un umanista del calibro di Mario Lunetta — maestro di più generazioni, ininterrottamente attivo da quasi mezzo secolo quale poeta, narratore e drammaturgo d’avanguardia, polemista passionario e implacabile, antologista contre-courant, saggista umoroso e poliedrico, performer, critico d’arte, letterario e della cultura, tradotto in varie lingue europee e americane, titolare d’una bibliografia altrettanto sterminata che di primissimo ordine — non sia ferocemente conteso, come accade a pletore d’ipervalutati mediocri destinati a squagliarsi nel Lete della Storia, dai titani della nostra editoria. Spetta dunque a un piccolo marchio, il benemerito Onyx di Franco Michetti, il vanto d’aggiudicarsi l’ultimo goloso lemma del multanime romano, stavolta in veste di critico e teorico, al solito agguerritissimo e senza rivali quanto a contezza della più viva attualità in tutti i distretti del territorio lato sensu estetico e comunicazionale: una silloge di studî, articoli e recensioni selezionati (con tale compatta organicità da parer non solo or ora concepiti ma stesi in un fiato) tra i numerosi apparsi dalla metà degli Ottanta ad oggi sui periodici «Almanacco Odradek», «Hortus Musicus», «Fermenti» e «Le reti di Dedalus», la rivista online del Sindacato Nazionale Scrittori, di cui il Nostro è stato per più mandati operoso e apprezzato presidente. Leggi il seguito di questo post »
«Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che è la più bell’età della vita. Ogni cosa rappresenta una minaccia per il giovane: l’amore, le idee, la perdita della famiglia, l’ingresso tra i grandi. E’ duro imparare la propria parte nel mondo» è il formidabile incipit del più noto testo autobiografico di Paul Nizan, quell’ Aden-Arabie che il giovane normalien pubblicò nel 1931.
Una curiosa appendice a questo post dell’agosto scorso, mi offre l’occasione per riportare alla luce una riflessione di Gottfried Benn (1886 – 1956) sulla poesia e, in particolare, su differenze e relazioni tra la figura del dotto, l’intellettuale, e quella dell’artista. Il 21 agosto 1951 Benn tenne una conferenza all’università di Marburg sul tema “Problemi della lirica” (Probleme der Lyrik), il cui testo fu nello stesso anno pubblicato dalla Limes Verlag di Wiesbaden. Ora è contenuto nel primo volume delle opere di Benn (Gesammelte Werke in vier Bänden, hrg. Dieter Wellershoff, Limes Verlag, Wiesbaden 1960). In questa conferenza, Benn si occupa della figura del lirico, l’«io lirico», sottolineando le differenze tra il dotto e l’artista. En passant ci confida una circostanza abbastanza stupefacente sulla stesura di Welle der Nacht, per quanto riguarda la sua “data di composizione”. Ascoltiamolo (la traduzione dal tedesco, non perfetta, a mio parere, è di Luciano Zagari, dal volume Gottfried Benn, Saggi, Garzanti, Milano 1963, pp. 231‒233):
« … … Ora dobbiamo guardare negli occhi colui che dà luogo a tutto ciò, l’Io lirico direttamente, en face e in condizioni di assoluto rigore. Di che natura sono questi lirici, psicologicamente, sociologicamente, come fenomeno? Prima di tutto, contrariamente all’opinione comune, non sono dei sognatori, gli altri possono sognare, loro sono utilizzatori di sogni, persino i sogni debbono in definitiva portarli alla parola. Propriamente non sono neanche degli uomini spirituali, degli esteti, l’arte la fanno, cioè essi hanno bisogno di un cervello duro, massiccio, un cervello con denti incisivi, capace di frantumare le resistenze, anche quelle loro proprie. Leggi il seguito di questo post »
Marco prenota una stanza d’albergo per muovere le acque e cercare un approccio diverso con la città che non riesce a possedere e da cui, forse, si sente rifiutato. Entrato nella hall, è subito tentato di tornare sui suoi passi: si sente soffocare in mezzo al legno massello, alle tende bianche e marroni gonfie e pesanti come la sua testa, le lampade dalla luce abbagliante, l’esplosione di rose che si affacciano da un vaso di vetro o di cristallo, la donna bionda dell’accettazione che parla a telefono con voce bassa e seducente e si accorge del tentennamento, perché termina in fretta la conversazione e gli rivolge il sorriso più cordiale. Leggi il seguito di questo post »
Piersandro Pallavicini (Vigevano 1962), lavora come ricercatore nel campo della Chimica supramolecolare, presso l’Università di Pavia. Dopo una lunga militanza nel campo delle riviste di musica underground e fumetto, intorno alla metà degli anni novanta ha cominciato a pubblicare narrativa nell’area delle nuove riviste letterarie. Nel 1998 è uscito il saggio-cronaca Quei bravi ragazzi del rock progressivo (Theoria). Nel 1999 ha esordito nella narrativa con il romanzo Il mostro di Vigevano (Pequod). Dal 1997 si è dedicato anche all’analisi della nuova scena letteraria italiana, collaborando con riviste come “Pulp”, “Addictions”, “Versodove”, “Palazzo Sanvitale”, “Fernandel”. Ha fatto parte della formazione originaria di Nazione Indiana. Nel 2002 ha pubblicato la raccolta di racconti Anime al Neon (Fernandel). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Madre nostra che sarai nei cieli (2002), Atomico Dandy (2005) e African Inferno (2009). Nel 2010 è uscito il romanzo A braccia aperte, edito da Verdenero.
Collabora con “TuttoLibri”, il supplemento culturale del quotidiano “La Stampa”. Leggi il seguito di questo post »
Mi piace contrastare una percezione comune che svaluta questo ruolo ed è per questo che preferisco definirmi «insegnante di sostegno». Mi asterrò, in questa sede, dal commentare il fatto che il mestiere dell’insegnante di sostegno sia sempre di più, nel nostro Paese, uno strumento di accesso alla professione, e non un’evoluzione, un avanzamento di carriera, alla quale accedere a seguito di opportune prove psicoattitudinali e di studi formali. (Paolo Fasce)
I nuovi miracoli italiani: dal risveglio delle coscienze alla dilatazione del tempo
di Tullio Carapella
Sarà per le sentenze della Magistratura o per la Gelmini in forma smagliante delle ultime settimane, sarà ancora perché alla Camera, dai banchi della maggioranza, si è dato della “handicappata di merda” ad una deputata affetta da amiotrofia spinale, fatto sta che pare verificarsi un mezzo miracolo: tanti hanno cominciato ultimamente ad interrogarsi sul tema “disabilità” ed, in particolare, sul tipo di sostegno che nelle nostre scuole si riesce a garantire. Leggi il seguito di questo post »
Dopo il primo momento di euforia, in cui ha avvertito la potenza di un’ispirazione ritornata vergine, Alberto si rende conto di dover ricostruire il suo romanzo, anzi, di aver bisogno di renderlo irriconoscibile, perché la copia originale è nelle mani della ragazza dai capelli rossi, che potrebbe spacciarlo come suo. Il punto di partenza è l’aula universitaria gravida di possibilità, coi richiami a un parlamento, a un teatro greco, o una nave, un treno, l’universo. Leggi il seguito di questo post »
Alcune settimane fa ho chiesto a un amico, lo scrittore di origine algerina Abdelmalek Smari un suo commento riguardante gli avvenimenti in Nord Africa. La sua risposta mi è sembrato così interessante che ho deciso di pubbliacarla.
Grazie, Malik!
Abdelmalek Smari
From a jack to a king o La favola (democrazia) che i mistificatori raccontano e a cui gli alienati credono
“Nemmeno il mercurio del barometro è variabile come queste categorie di passeggeri che, quando la nave solca superbamente le acque, impallidiscono d’ammirazione e giurano che il comandante è il più grande di tutti i comandanti mai esistiti, e perfino propongono una sottoscrizione per offrirgli una targa ricordo; ma se la mattina dopo la brezza è calata e le vele penzolano inutili tornano a scuoter la testa e a labbra strette sibilano di sperar bene che il comandante sia un marinaio, e aggiungono di dubitarne profondamente.”
da qui Bisognerebbe risolvere una volta per tutte la questione di Cosimo, anche perché le stanze d’ospedale si riempiono di personaggi e si rischia l’inflazione. Non potrebbe morire sull’asfalto, tra la folla assiepata nonostante gli inviti a fare spazio, a non sottrarre aria all’investito, a usare discrezione? La massa, per Cesare, ha sempre qualcosa di inumano: è pigra, passiva, assetata di emozioni, pronta a muoversi in branco per schivare la fatica del pensiero. Leggi il seguito di questo post »
Questo spot della Mercedes è omofobo e classista? si chiede la responsabile commerciale della Fiat Cristiana Alicata, che è anche scrittrice e attivista dei diritti delle persone omosessuali e transessuali nel Partito Democratico.
La domanda ovviamente è retorica, e contiene la risposta: sì, lo spot è omofobo, è razzista, di un razzismo estetico di stampo piccolo borghese e snob. I due giovani, belli, puliti, magri, ben vestiti, ben pettinati, di razza bianca, passano indenni tra persone dall’aspetto minaccioso, barbute, tatuate, gay, e se ne andranno felici sulla loro Mercedes. I pubblicitari devono avere valutato che gli acquirenti Mercedes hanno paura del diverso, e quindi reagiscono chiudendosi nella loro bellezza minacciata – ma vincente – e nel loro stile. A loro è diretto lo spot. Loro sono il target.
Sembra tutto così arcaico, così anacronistico, e così reazionario.