Lpels è un blog collettivo di letteratura e società, democratico, aperto, progressista, sensibile a ogni istanza di rinnovamento culturale, sociale, economico e politico; come tale intende presentarsi all'esterno. La redazione si propone, in questo senso, di vigilare affinché i contenuti non presentino derive reazionarie e integraliste, il tutto nel massimo rispetto della persona e dell'alterità, in un'accoglienza della diversità che non degeneri mai in complicità, acquiescenza o qualunquismo. Con questi criteri, aspira a essere una presenza efficace nel panorama culturale italiano e possibilmente uno strumento di cambiamento e di trasformazione delle strutture di potere, spesso ingiuste e indegne dei valori umani in cui la persona si riconosce in ogni spazio e in ogni tempo, al di là di fedi, credenze e tessere politiche.
di Antonio Sparzani
sono stato l’altra sera al circolo Cerizza, via Meucci 2, a Milano, ad ascoltare, come tutti i mercoledì, una lettura di poesia. Stavolta era Gianni Montieri che leggeva sue composizioni vecchie e nuove, per cui ci sono andato con buone aspettative e con piacere, dato che, oltre a conoscere il personaggio, l’avevo già ascoltato una volta precedente (vedi qui ) e già mi era molto piaciuto.
Gianni mescola nella sua poesia le cose che sono già mescolate nella vita, così che la lirica della vita quotidiana sta assieme alla poesia cosiddetta civile: aggettivo un po’ infelice perché potrebbe far pensare che l’altra poesia sia incivile, mentre invece allude a un’attenzione particolare agli avvenimenti che ci stanno intorno, in questa società nella quale siamo volenti o nolenti immersi ogni giorno. È una di queste poesie che mi ha colpito particolarmente l’altra sera, una breve, dedicata a Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò, Giuseppe Demasi, i sette operai morti nel tragico incidente avvenuto nello stabilimento di Torino dell’acciaieria ThyssenKrupp nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007 ‒ incidente sul quale peraltro si è finalmente espressa la seconda corte d’assise di Torino da poco più di un mese. Eccovela:
AVREI VOLUTO
Io poi
avrei voluto scrivere qualcosa
sui ragazzi di Torino
saper descrivere le facce
Ismail e Yousef hanno deciso di partire: un viaggio servirà a chiarire meglio le intenzioni. Hanno sventato un crimine, ma non potranno intercettare ogni volta i propositi omicidi, urge una soluzione meno provvisoria. Il treno è uno strumento suggestivo, consente di pensare, di sognare. Nella valigia hanno infilato soprattutto libri: è solo dalla pagina che si profila un orizzonte alternativo, la letteratura salva, dice Ismail, e Yousef non riesce a dargli torto. I corridoi della stazione, però, sono quanto di più triste ci sia al mondo: forse perché un ricordo duole in qualche angolo dell’anima, un distacco traumatico, una perdita. La gente cammina appoggiando le mani alle ringhiere, come avesse bisogno di sostenere un peso insopportabile. I due, per riprendersi, si siedono a un tavolo del bar, su un lato del piazzale interno: una birra può azzerare tutto, conservare solo la dolcezza di una nostalgia priva di oggetto. Con la bionda in corpo si bevono i chilometri: sono approdati a un molo flagellato dal vento, un faro simile a una stazione aerospaziale; cinque bandiere si dibattono tra raffiche violente. L’escursione sul traghetto è un volo sul giardino capovolto del mare, piante e pesci s’intravedono appena, ombre di un altro mondo. Sulla riva, alberi e case e, dietro, le pareti lisce dei monti. La sera si stravaccano esausti al ristorante con le finestre in legno, davanti a un kebab e un’altra pinta di Maccabee, da far girar la testa. Sono brilli, raccontano barzellette sconce e ridono fino a stare male.
- Come mai non ci abbiamo pensato?
- A cosa?
- E’ chiaro: bisogna passare per la bionda.
- Che intendi dire?
- A che ti servono quegli stupidi occhi azzurri?
- Smettila di dire fregnacce.
- Scemo, non capisci che a letto si parla meglio che nel confessionale?
- Che dovrei fare?
- Conquistala, il resto verrà di conseguenza.
- Quando?
- Torniamo subito.
I corridoi della stazione sembrano meno desolati, la ringhiera è una scala verso il cielo, i passanti sono angeli con le ali nascoste dal vestito.
«(i gorilla sugli arsi vulcani del Vironga continuano a sognare)»
(Giorgio Celli, Morte di un biologo)
Ho incontrato Giorgio Celli solo una volta, a Firenze mentre presentavo un libro alle “Giubbe Rosse” (una presentazione alla quale avrebbe dovuto partecipare anche lui, ma arrivò all’ultimo, con amplissimo ritardo, come si addice alle prime donne…). La sua figura fisica non mi fece troppa impressione perché era del tutto simile a come compariva in fotografia o alla televisione e quello che disse poi non fu memorabile (si presentava un numero della rivista di poesia “L’area di Broca” diretta da Mariella Bettarini e Gabriella Maleti dedicata all’acqua e lui, in qualità di biologo, disse che il corpo era composto in gran parte d’acqua – tutto qui). Nutrivo per lui un’ammirazione sconfinata perché era riuscito a coniugare ricerca scientifica (era un entomologo illustre) e passione letteraria: pratica della scrittura ed esercizio della divulgazione scientifica in lui facevano tutt’uno. Quell’episodio me lo alienò un po’ ma continuai comunque a leggere una parte di quella che era già allora (negli anni Novanta inoltrati) una copiosa produzione e che prometteva di essere continua, prorompente e ricca di novità anche sotto il profilo della ricerca formale. Leggi il seguito di questo post »
Un rabbino avanza lentamente sotto l’ombra degli alberi, con una busta in mano; tre giovani con la camicia bianca camminano appaiati, passando davanti a un tabaccaio con la scritta Cuban cigars; una signora bionda in tuta guarda verso l’alto, forse in direzione dei piani alti di un palazzo o addirittura in cielo.
- Una dimostrazione di potenza, non c’è dubbio.
- Liberarlo così, in un momento, con un semplice moto della folla.
- E nessuno che abbia trovato da ridire.
- Quell’uomo può fare grandi cose.
- Il problema è che non dà mai il colpo di grazia.
- In che senso? Leggi il seguito di questo post »
E’ martedì. Una signora si ravvia i capelli, un ebreo ortodosso procede a passo svelto nascosto dalla barba, un ragazzo con lo zaino si volta indietro, incuriosito da qualcosa. I palazzi di fronte sembrano fortezze della Legione straniera, con pietre beige e finestre-occhi stanchi di vegliare. Leggi il seguito di questo post »
3.
capisce quando la vita svacca. ne sente il crepo destro
e il sinistro. cura per questo la piaga che è sua, salta di lato.
poi la sera, in groppa al leone che è stato, sfila la calma dal chiodo
la scuce, mentre dorme, una ventina di femmine gli stira le pieghe
gli alza il livello del mare. Leggi il seguito di questo post »
Gianfranco Palmery, Compassioni della mente, Passigli 2011.
di Domenico Vuoto
Bisognerebbe stabilire una volta per tutte che l’organo infido per eccellenza del corpo umano non è certo il cuore, da sempre fatto responsabile di slanci e devozioni e però anche – e soprattutto – di inganni, abiure e catastrofi sentimentali. È il cervello. Del resto, non è necessario un suo studio approfondito (in riproduzione o dal vivo) per accertarsi della sua inaffidabilità: un intrico di circonvoluzioni che i solchi cerebrali rendono più nette nella loro impressionante morfologia labirintica. La mente è qui, qui sono il pensiero e gli impulsi che si irradiano in un organismo determinandone stabilità o vacillamenti, effimere ricomposizioni o conclusive disfatte. Leggi il seguito di questo post »
I soldati si guardano intorno, circospetti; controllano la gente che agita bandiere e gagliardetti, scandisce slogan, mentre la bara viene portata a spalla da Yaacov, Matityahou, Nathane ed Eleazar; mani di diverso colore gettano riso e petali di fiori; qualcuno urla: maledetti!; pugni alzati si tendono e ondeggiano allo stesso ritmo delle litanie ossessive sgranate dai gruppi organizzati; auto della polizia con le sirene accese stazionano con agenti in tuta blu; donne vestite in nero piangono battendo le mani contro il petto; sopraggiungono motociclisti e camionette di agenti coi fucili. Leggi il seguito di questo post »
L’ITALIA DEGLI ANNI SETTANTA. UNA PENISOLA ANCORA TRIDIMENSIONALE
su il manifesto, 2 giugno 2011
Maria Pia Quintavalla, China, effigie 2010
Tutti quelli che scrivono lo fanno perché hanno qualcosa o qualcuno da salvare, qualcuno al quale dare voce o da risarcire. Nel caso di Maria Pia Quintavalla si tratta della propria madre, Gina, dunque lei tratta insieme dono e lutto – e lo dice così bene: e per una sola di queste parole / sarete perdonati. Leggi il seguito di questo post »
E’ bello vedere i palazzi illuminati dalle torce e i festoni, fotogrammi di un sogno in cui non si sa dove si stia né cosa ci aspetti dietro l’angolo. Camminano a lungo, osservando la città abbracciata dalla notte, tempestata di luci come un gioiello raffinato, il cielo capovolto con i grumi di stelle, dal blu-azzurro di Lacertae al bianco-azzurro di Regolo, dal bianco di Altair al rosso della Stella di Barnard fino all’arancione di Alfa Centauri; il minareto è un menhir che indica la via a chi volesse atterrare quaggiù, anche solo col pensiero; il Muro è la pagina bianca di un bambino con le macchie d’inchiostro delle erbacce. Yoh’anan, Yaacov e Andreas sanno che Yehochoua ha cercato di distrarli, di allargare l’orizzonte angusto del terrore con i ricami d’oro dei lampioni, la lava abbagliante del traffico stradale, i riverberi frastagliati e insieme compatti della cupola.
- Abbiamo paura. Leggi il seguito di questo post »
Il tema campeggia ripetuto nelle insegne al neon nelle grandi sale dell’Arsenale, L’Arte non è cosa nostra, motivo conduttore del Padiglione Italia all’Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia. È un doppio senso che non impressiona per sottigliezza.
Quest’anno l’allestimento del Padiglione italiano coincide con le celebrazioni del centocinquantenario dell’unità nazionale. Ghiotta occasione per un bilancio, un check-up, un rendiconto, una qualche riflessione sulle esperienze artistiche italiane del nuovo millennio. Con qualche ambizione e coraggio intellettuale, la curatela del padiglione nazionale potrebbe stimolare una proposta di sintesi, individuare delle linee di indirizzo, suggerire percorsi, avvicinare il futuro… in soldoni, definire un’estetica attuale tra individuo e società, tra pratica dell’arte e realtà. E contribuire così all’interpretazione dell’elusiva identità nazionale.
Sono sulla riva occidentale del Mar Morto, la catena montuosa si specchia nell’acqua formando un muso di serpente o di balena, o l’immagine orizzontale di una donna, è incredibile questa prospettiva, con un mantello scuro e una tunica più chiara, come se la terra cercasse protezione, uno sguardo premuroso; l’acqua è un vetro da cui apparirà un paesaggio, o un animale, raccontami Chochana, Leggi il seguito di questo post »
La rete serve a questo, a fare cose che altrove non troverebbero sbocchi. Quando ho letto, dunque, Mangia la zuppa, amore (Edizioni Il Foglio, 2011, euro 12), di Boris Virani, ho deciso che oltre al porre qualche domanda all’autore avrei chiesto volentieri anche un paio di cose a Gordiano Lupi, che è il suo editore. Di Virani non so nulla. Leggo che è di Pistoia, ed è molto giovane. Pistoia è una città a cui sono affezionato, ci ho presentato i miei libri, a Pistoia ci vive il mio amico Paolo Tesi, è lui di solito che mi organizza le letture. Poi, la mattina dopo, prima di andarmene faccio un salto in una bella libreria di cui non ricordo il nome e là incontro Roberto Carifi, il grande poeta. La gente a Pistoia ha qualcosa di diverso, e quando ho letto Mangia la zuppa, amore, ho capito che lì dentro c’era la passione per l’affabulazione, che secondo me è la caratteristica di Pistoia. La zuppa non solo è ottima ma diverte moltissimo, ci giunge attraverso una scrittura in prima persona, infilzata qua e là da testi che assomigliano a testi teatrali. Il protagonista è uno studente la cui visionarietà (a tratti ci si trova la straordinarietà di certa scuola emiliana) sembra alimentarsi attraverso… la zuppa. Leggi il seguito di questo post »