Sangue del suo sangue, di Gaja Cenciarelli

di Ezio Tarantino

Gaja e Chiara Valerio

Gaja Cenciarelli e, alla sua destra, Chiara Valerio, di Nottetempo

La prenderò un po’ alla lontana.

Io non so se sia C’era una volta in America il film numero diciotto del Quiz che Nanni Moretti ha proposto ai cinefili suoi ammiratori sul sito dedicato ad Habemus papam. Non lo so perché tale è la distanza del suo giudizio sul film numero diciotto dal gusto comune che perfino lui non ha avuto il coraggio di rivelarlo: “spero che nessuno indovini questo film”, dice con un filo di voce imbarazzata, “questo film è noioso, volgare, lungo, misogino e violento”.

Io credo si tratti di C’era una volta in America perché ricordo che qualche giorno dopo la sua uscita un altro regista, anche lui molto noto e molto bravo, parlandone al Centro Sperimentale con gli allievi, sapendo di andare controcorrente, si espresse più o meno usando quegli aggettivi. Aggiungendone un altro: è un film immorale (o amorale, ora non ricordo). Questo commento mi rimase impresso. Capii molto più su di lui attraverso questo giudizio che in più  di due anni di frequentazione.

In questo film la violenza è un dato di fatto che viene perdonato senza un particolare perché. Soprattutto la violenza sulle donne (olgettine ante litteram ritratte tutte come puttane o vittime incapaci di scegliersi una vita onesta e felice). La violenza che Noodles, Robert De Niro, infligge senza pietà all’amata Deborah è oggettivamente ripugnante, ma quello che dovrebbe lasciare sconcertati (ma evidentemente così non è per la maggior parte degli spettatori che amano questo film, comprese le donne) è constatare come non vi sia un solo fotogramma che la condanni, come sia del tutto assente un’opzione morale, un sottotesto, un’indicazione di principio anche solo allusa, che possa rendere tollerabile la scelta (legittima, anzi, commendevole) di formalizzare su un piano meramente estetico (e non moralista) la narrazione di un atto così disgustoso. Noodles si riscatta, alla fine del film (ma non ne avrebbe nemmeno bisogno: lo spettatore lo ha sempre spalleggiato, sin dall’inizio) rifiutandosi di uccidere il vecchio amico Max che lo implora di farlo. Ma non una parola di scuse, non un pentimento: quando rivede Deborah le confessa solo che aveva la curiosità di scoprire se era stato giusto o no aver rinunciato a lui per il teatro (era giusto: è bravissima…). Una coerenza accettabile, sul piano estetico, se ci fosse una seppur minima reazione della donna, che invece accetta passiva la perversa rimozione dell’uomo.

Sono partito da qui perché C’era una volta in America e la sequenza dello stupro in particolare, svolge un ruolo decisivo nella storia raccontata da Gaja Cenciarelli nel suo Sangue del suo sangue.
Ad una prima lettura può sembrare incomprensibile come un film che presenti queste caratteristiche (misoginia e violenza gratuita in primo luogo) possa costituire il correlativo immaginario di un libro come questo. Ma non bisogna fermarsi alle apparenze.

C’era una volta in America è il mantra personale della protagonista, Margherita, Ritina, che lo vede e lo rivede, ne ascolta la colonna sonora fino allo stordimento, la usa come leva catartica per comprendere il proprio dramma, per rivivere e sconfiggere la violenza familiare di cui è stata vittima.
Il personaggio-chiave, oltretutto, per Margherita, non sembra essere Deborah, che subisce la violenza, ma Noodles, colui che la infligge, non solo perché attraverso di lui è possibile risalire al maschio stupratore e smascherarlo a livello finalmente conscio (a pag. 317), perché invece sembra essere, in più di un passo del libro, l’icona in cui identificarsi, come se ci fosse un legame imprescindibile e incomprensibile fra vittima e carnefice (alimentata probabilmente dal rituale senso di colpa): “Vede il velluto blu scuro avvolgerla, scaldarla. E pensa a Noodles…” (p. 15);  “e pensa alla smorfia di Noodles nell’ultima inquadratura” (p. 143); “La sera Margherita, da sola a casa… pensando al film, a Noodles in macchina che violenta Deborah (p. 195 e p. 214, più o meno con le stesse parole); “la rabbia placida di Noodles che si rifiuta di ammazzare Max” ( p. 306). Margherita è affascinata da Noodles.

Sangue del suo sangue è la storia però di un riscatto che sfrutta l’occasione di una serie di atti violenti che dapprima devitalizzano, quasi lobotomizzano Ritina, e poi, attraverso un meccanismo molto efficace di scambio di ruoli fra vittime e carnefici (le BR uccidendo il padre di Ritina uccidono un mostro, non un martire) le consentono di tornare a galla a respirare.
La vicenda raccontata in questo libro non è meramente sussidiaria allo strato profondo della storia della protagonista. Sarebbe un  errore separare i diversi livelli di cui si compone il romanzo.
La rinascita di Margherita passa attraverso una storia cruda, povera, volgare: un arrampicatore della politica berlusconiana la sfrutta a scopi propagandistici. Lei, passiva e stordita dagli improvvisi cambiamenti che le stanno strappando di dosso la vita così come l’aveva conosciuta e vissuta, o non-vissuta fino a quel momento, si lascia trasportare senza da una parte rinunciare alla sua preziosa identità di donna violata e proprio per questo, pura; dall’altra in qualche modo sa approfittare dell’occasione: e diventa una donna.

La traccia principale del racconto è esposta con una lingua volutamente povera, asciutta, al limite dell’aridità sintattica ed espressiva in genere. E’ una lingua derivata da un mondo banale e standardizzato, depauperato in ogni suo aspetto: la volgarità è mera coazione a ripetere; le formule utilizzate per riferirsi ai drammi della vita sono stereotipi frusti da agenzia ANSA (il generale Scarabosio, il padre di Margherita, non è stato semplicemente ucciso dalle BR, ma “trucidato”; “la madre è un celebre avvocato penalista”: una didascalica connotazione giornalistica, come se a suggerire le battute vi sia un cronista di nera, certo non la tradizione letteraria).
L’intreccio che lega i personaggi che ruotano attorno alla Inter Pares, la società di servizi usata dal mascalzone Chialastri per la sua arrampicata sociopolitica, sembra preso da una fiction di serie B: tradimenti, invidie, gelosie, telefoni con messaggini compromettenti che passano di mano, impotenze vere o presunte… Per tacere della più squinternata reincarnazione delle BR che si possa immaginare.
Nulla di realistico, o forse tutto troppo reale. In questo contesto, la figura di Margherita passa come un fantasma impermeabile a quasi tutto; così come il di lei fratello, altra vittima-carnefice del padre-mostro, i cui metodi educativi sembrano appartenere ad un pasoliniano gerarca di Salò.

Forse il romanzo soffre di qualche schematismo di troppo (il rapido processo catartico di Margherita, che sembra rispondere alle necessità forzatamente compresse del plot; la netta contrapposizione così esplicita fra il mondo interiore dei fratelli Scarabosio e le vicende della Inter Pares), al punto che vengono in mente quei film di genere, che, a margine di una trama forte e semplice, meccanica, propongono un secondo livello di comprensione, talvolta molto evidente, per nulla alluso e relegato in recondite metafore, un po’ come in certi romanzi di James Ellroy, dove la violenza è “giustificata” un trascorso di violenze subite nell’infanzia dei personaggi.
A riscattare la meccanicità del tessuto narrativo resta tuttavia la delicatezza del tono con cui Gaja racconta l’evoluzione di Margherita, i suoi movimenti apparentemente abulici, ma concentrati sul mondo esterno, sempre ritratto attraverso una soggettiva deformante, opaca, silenziosa, lucida di lacrime rapprese, che la conducono, alla fine, a connettersi con il mondo oggettivo, recuperato nel novero delle proprie personali esperienze come un contenitore generoso (“deve assaporare troppe cose e non vuole separarsi dal mondo”, (p. 306).

Che ne sia consapevole o no l’autrice, che ama davvero il film di Sergio Leone, sembra proprio che il romanzo ne costituisca il superamento, riscattando l’umiliazione delle sue donne che non sanno trovare la stessa forza di Margherita (la stessa Deborah vivrà una vita di successi pubblici ma continuerà ad umiliarsi per tutta la vita tradendo Noodles con il suo migliore amico). Margherita non direbbe mai al suo Noodles: “tu mi terresti chiusa a chiave in una stanza e getteresti via la chiave [e] Il guaio è che io ci starei anche volentieri”.
Margherita sfonda la porta ed esce all’aria aperta, senza vendette, senza tradimenti: “Sono io. Tutta intera.”

[Qui un’altra recensione + intervista di Monica Mazzitelli all’autrice]

6 pensieri su “Sangue del suo sangue, di Gaja Cenciarelli

  1. Si può condividere il giudizio morale negativo sul film di Leone ( del resto tutti i film di Leone sono “amorali”) , e anche il fatto che certe scene di sesso e di violenza sono lunghe noiose e puramente gratuite; se ne può condividere perfino la “stroncatura” in toto, al di là della massa di cultori , ma bisogna anche dire che non è vero che nel film non ci sia “nessun fotogramma” , o gesto, o atto di ripugnanza che condanni lo stupro che Noodles compie in macchina ai danni dell’amata Deborah ( personaggio azzeccato perchè se non altro ha ispirato il magnifico tema di Deborah di Morricone). Basta ricordarsi del comportamento dell’autista che rifiuta la mancia di Noodles, lo guarda con disprezzo, e ricopre, con al pelliccia, se non ricordo male , le nudità di Deborah umiliata e piangente.

  2. Sapevo che impostando in questo modo la recensione al libro di Gaja avrei potuto aprire un commentario sul film di S.Leone…
    Comunque è vero quello che scrivi, Augusto. L’autista è l’unica figura, nel film, che ha un moto di (tardiva) compassione e di ripulsa. Forse, direi, un po’ pochino. Specialmente perché l’atteggiamento degli autori (includendovi anche gli sceneggiatori) è di totale simpatia/assoluzione verso Noodles/De Niro.
    Ezio

  3. Be’… Habemus papam vale anche per il libro che moliplica il fascino anche a causa della lunga gestazione. Complimenti a Gajetta

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