105. La sua voce

da qui

Sono giornalisti? Infermieri di pronto soccorso? Hanno giubbotti catarinfrangenti e pantaloni scuri, gesti rapidi e saldi , come quando sollevano i nastri bianchi e rossi, perché loro possono passare. La via è gravida di luci artificiali, una donna si rivolge piangendo a un medico magro e allampanato – o un prete? o un agente della polizia scientifica? – lui le mette una mano sulla spalla,  nell’altra stringe un oggetto indecifrabile – un guanto, un arto amputato, un fazzoletto? Un ragazzo si mette le mani nei capelli, un gruppo di persone inginocchiate circondano qualcosa, qualcuno, una giovane piange atterrita e il fidanzato l’accarezza, cercando di calmarla, Shime’on, non ti sembra che siamo troppo morbidi? la fidanzata apre e chiude la bocca, mormora qualcosa – che si dice in questi casi? si prega? si bestemmia? – che intendi, Eleazar? cominci anche tu con le polemiche? un uomo calvo e grosso solleva in braccio qualcuno – o qualcosa? com’è ridotto, dopo l’esplosione? – quando c’era Yoh’anan era diverso, lui aveva le idee chiare, una fotografa bionda allunga le braccia che brandiscono le lampade, per riprendere più fedelmente possibile la scena – esiste qualcosa di fedele? qual è il confine tra fede e follia, religione e criminalità? – non scambiare l’umiltà per dabbenaggine, la carità per debolezza, un ragazzo col berretto a visiera guarda immobile, come rassegnato – c’è un confine tra rassegnazione e avvilimento? - è troppo idealista, troppo vago, non scalfisce nulla, i potenti sono sempre al loro posto, quando saranno rovesciati? e chi disperderà i superbi? un cadavere è coperto da un lenzuolo, accanto al marciapiede – che differenza passa tra un letto di morte e un letto di piacere? dove va a finire il flusso informe e cieco che si chiama vita? – la sua arma è la pazienza, è convinto che l’amore possa convertire. L’ospedale, di notte, è un pianeta sconosciuto, abitato da esseri affranti e stralunati che ti fissano senza mai vederti – e cos’è la vista? quando ci si accorge dell’esistenza altrui? – un vecchio sulla barella di metallo si lascia trasportare come un ciottolo di fiume, siamo realisti, l’uomo ha bisogno di una scossa, forse di un trauma, Yoh’anan era un maestro, – e chi ha il diritto d’insegnare? chi ha saputo abbastanza della vita per guidare un altro? – un bambino legge la Bibbia, scandendo le parole – ma esiste una parola da scandire, o il rumore precipita nel nulla perché tutto è vanità? - Eleazar, non hai capito: Yoh’anan non cercava la violenza, la festa delle luci ricorda il candelabro che rimane acceso anche senza il combustibile – dateci del vostro olio, perché lo sposo è qui, abbiamo sentito la sua voce.

23 pensieri su “105. La sua voce

  1. Se mi chiamassi, sì,
    se mi chiamassi!
    Io lascerei tutto,
    tutto io getterei:
    i prezzi, i cataloghi,
    l’azzurro dell’oceano sulle carte,
    i giorni e le loro notti,
    i telegrammi vecchi
    e un amore.
    Tu, che non sei il mio amore,
    se mi chiamassi!

    E ancora attendo la tua voce:
    giù per i telescopi, da una stella
    attraverso specchi e gallerie di anni bisestili
    può venire. Non so da dove.
    Dal prodigio, sempre.
    Perché se tu mi chiami
    sarà da un miracolo,
    ignoto, senza vederlo.

    P.Salinas

  2. Non ho mai capito la parabola delle dieci vergini:
    intanto sono dieci per uno sposo solo, e poi le cinque cosiddette sagge sono egoiste fino al midollo: andatevene a comprare
    ( e se fosse toccato a loro di rimanere senza?); le altre cinque così stupide da andarsene per una candela spenta: non c’era abbastanza luce nel palazzo dello sposo? Sembrano quelle suorine inutili nei santuari, quelle delle quali senti la preghiera come un lamento continuo, senza fine, dove una parola si accavalla all’altra senza soluzione di continuità, senza colore, calore, come se il cuore fosse congelato su un unico tono e non ci fossero altre modulazioni possibili, come se quel dialogo diuturno fosse diventato così normale da essere inutile, come se ci fosse, in fondo a quella nenia un rimpianto inconfessabile: e se la vita fosse altrove?


  3. - Ormai, Yehochoua, vedo solo coi tuoi occhi: se non ci fossi, sarei di nuovo cieca.”

    Nella cecità della indifferenza e dell’egoismo, cecità nel rimanere chiusi non aperti all’altro, rimanere nel buio dell’isolamento allontanare la Luce!


    la festa delle luci ricorda il candelabro che rimane acceso anche senza il combustibile – dateci del vostro olio, perché lo sposo è qui, abbiamo sentito la sua voce.”

    ecco lo sposo, lo sposo è Luce!

  4. Anche io ho questa speranza: se mi chiedessero ” cosa faresti se domani fosse la tua “alba”, se oggi fosse per te l’ultimo, il punto finale della tua storia, personale e comunitaria?”, vorrei poter essere pronta e rispondere, con cuore puro, “continuerei quello che sto facendo”…

  5. – non scambiare l’umiltà per dabbenaggine, la carità per debolezza.

    “Se Riesci…”

    Se riesci a non perdere la testa quando tutti intorno a te la perdono e ti mettono sotto accusa;
    Se riesci ad avere fiducia in te stessa quando tutti dubitano di te, ma a tenere nel giusto conto il loro dubitare;
    Se riesci ad aspettare senza stancarti o essendo calunniata a non rispondere con calunnie o essendo odiata a non abbandonarti all’odio pur non mostrandoti troppo buona ;
    Se riesci a sognare senza fare dei sogni i tuoi padroni;
    Se riesci a pensare senza fare dei pensieri il tuo fine;
    Se riesci incontrando il successo o la sconfitta a trattare questi due impostori allo stesso modo;
    Se riesci a sopportare di sentire la verità che tu hai detto distorta da furfanti che ne fanno trappola per sciocchi, o vedere le cose per le quali hai dato la vita distrutte, e umiliarti a ricostruirle con i tuoi soli strumenti ormai logori;
    Se riesci a fare un solo fagotto delle tue vittorie e rischiarle in un sol colpo a testa o croce, e perdere e ricominciare da dove iniziasti senza dire una parola su quello che hai perduto;
    Se riesci a costringere il tuo cuore ,i tuoi nervi, i tuoi polsi a sorreggerti anche dopo molto tempo che non te li senti più tranne la tua volontà che ripete” RESISTI”;
    Se riesci a parlare con la canaglia senza perdere la tua onestà o a passeggiare con il RE senza perdere la tua umiltà;
    Se tutti gli uomini contano ma nessuno troppo;
    Se riesci a colmare l’inesorabile minuto con un momento fatto di sessanta secondi…….Tua è la terra e tutto ciò che è in essa ma soprattutto, sarai un UOMO!

  6. Dobbiamo essere sempre pronti alla venuta del Signore, perchè non sappiamo ,quando egli busserà alla nostra porta.

  7. “c’è un confine tra rassegnazione e avvilimento?”

    “La speranza, al contrario di quanto si crede, equivale alla rassegnazione. E vivere non è rassegnarsi.”
    Albert Camus

  8. … abbiamo sentito la sua voce.

    Sposa di Cristo: credevo fosse un appellativo solo delle suore, credevo fosse una profezia sul mio futuro, credevo tante cose. Credevo di essere pazza, o solo una ragazzina troppo sola, con i dolori del mondo tutti sulle sue spalle come una versione femminile di Atlante, pensavo a un rifugio psicologico, la creazione di un amico immaginario ma che fosse giorno o notte nella mia vita c’era sempre una voce e faticavo io per prima a credere.
    Ho una vita come tanti, banale quasi anonima, niente di avventuroso, di straordinario eppure ho vissuto e vivo. Sono entrata nel mio cuore, l’ho circumnavigato e attraversato fin nell’ultima cellula, mi sono aggrappata alla gioia con tenacia, tuffata fino in fondo al mio dolore e a quello degli altri. Ho lasciato aperte le ferite perchè qualcuno le toccasse, o vi mettesse il sale, o semplicemente per respirare, ho toccato il fondo e sono risalita, risorta dalle mie stesse ceneri, ho volato in alto per la felicità trascinando gli altri con me, ho condiviso ogni momento buono e mi sono tenuta stretta ogni male per regalare a tutti solo un sorriso. Ogni volta che il sole splendeva e ogni volta che sprofondavo nel buio chiedevo aiuto e mai una volta mi sono guardata attorno e non l’ho visto, mai una volta mi son trovata sola: Lui c’era, sempre, tutti gli altri sono venuti dopo. Mi sono aggrappata alla vita quando mi hanno detto di non averla e poi sempre e ogni volta, ho urlato, imprecato, amato e Lui lì, sempre, con la sua voce di sottile silenzio. Solo fra le sue braccia ho pianto e riso tutte le mie lacrime e tutto e dato fiato a tutto il mio respiro e dopo tante ricerche ho capito il perchè di essere “sposa di Cristo”. Sento la sua voce e il suo profumo, anche nel buio riconosco lo sposo, il suo amore è per sempre, l’unico giogo che son felice di portare. Si, sono sposa di Cristo, vivo di un amore profondo, ardente, che mi scuote fin nelle viscere, carnale, da desiderarlo più del giorno e continuo a ripetermi che è follia ma è nella follia che amo e che voglio essere amata, ora e sempre, al suono della sua voce.
    SM

  9. “…amore non è amore se muta quando scopre un mutamento o tende a svanire.

    Amore è un faro sempre fisso che sovrasta la tempesta e non vacilla mai….”

    Shakespeare

  10. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. E le stolte dissero alle sagge: Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono. Ma le sagge risposero:No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene.

    pare che nessuna delle 10 vergini sia così saggia da credere in candelabri che brillano senza combustibile: se le cosiddette sagge avessero capito, o anche solo creduto, di poter fare senza olio ,non avrebbero rifiutato di condividerlo, o avrebbero detto, “stolte che siete, non sapete che sta per venire la luce che non ha fine?”

    possiamo crederci fino in fondo, anche nel buio che ci stringe la gola, quando si fa sera; possiamo credere all’amore che viene anche quando tutto intorno ci dice che la notte ha preso il sopravvento, e credere all’amore è già amare.

  11. @Ema 9-13-14

    tre citazioni delle quali una ne contraddice due…

    non capisco

    ritieni che per vivere dovremmo rinunciare alla speranza e disperare dell’amore (o vivere un amore senza speranza), o che vive solo chi non dispera mai dell’amore che non dispera?

  12. @F@R sono felice; la tua attenzione è segno di grande vitalità nel blog e ti confesso che sarei rimasta un po male se nessuno si fosse accorto della provocazione sul tema speranza (9).
    Io credo che anche Camus (così come voglio interderla anch’io) non si riferisse alla speranza cristiana (virtù teologale) ma proprio a quella disperazione che frena l’azione, anche quella del cuore e quindi l’amore e la vita (aspetta e spera, per intenderci).La speranza cristiana è tutt’altra cosa, è forza propulsiva;più che speranza è certezza, amore che non dispera appunto.

    Grazie,un abbraccio.

  13. “La parola ebraica speranza è tikvà , che vuol dire corda….. L’ebraico muove sempre dalle cose concrete. Solo a forza di usare nel linguaggio una corda, essa diventa anche speranza. E’ bello per me che la speranza abbia un’anima di corda. Essa trascina, lega, consente nodi, può spezzarli… Nella parola tikvà c’è il senso di essere legati a qualcuno e qualcosa che non lascia soli…”
    (Erri De Luca – “Alzaia”)

  14. @Ema
    credo che la speranza, in quanto tensione positiva verso il futuro (ciò che sta per essere) sia una, uguale per ogni essere umano, non può essere disperazione suo diretto contrario ma, spesso, anche nel cristianesimo è stata associata (erroneamente) alla rassegnazione,
    quanto alla certezza, non sarei così sicura di poterla assimilare alla speranza, persino s.Paolo parla di una fede che non è visione, di una speranza che che è affidamento, appunto, fiducia, attesa…tendere verso una luce che sebbene ancora non si vede, pure si intuisce nel suo sorgere, come un’aurora tanto desiderata quando la notte è troppo lunga a finire.

    grazie a te

  15. Non dipende da noi, dalle nostre capacità, ma dall’Amore, anche se non ce lo meritiamo, anche se non dobbiamo “essere sprovveduti”, ma mettercela tutta…. che bello!
    come sempre, al di sopra delle aspettative…

  16. esiste qualcosa di fedele?
    qual è il confine tra fede e follia, religione e criminalità?
    c’è un confine tra rassegnazione e avvilimento?
    che differenza passa tra un letto di morte e un letto di piacere?
    dove va a finire il flusso informe e cieco che si chiama vita?
    e cos’è la vista? quando ci si accorge dell’esistenza altrui?
    e chi ha il diritto d’insegnare?
    chi ha saputo abbastanza della vita per guidare un altro?
    ma esiste una parola da scandire, o il rumore precipita nel nulla perché tutto è vanità?

    Anche il salmista si chiede:
    “che cosa è l’uomo perché te ne ricordi / e il figlio dell’uomo perché te ne curi? / Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, / di gloria e di onore lo hai coronato” (Sal 8,5-6)
    Forse questa ricerca della vera identità umana è rimasta a pochissimi?

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