La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

  • Lpels è un blog collettivo di letteratura e società, democratico, aperto, progressista, sensibile a ogni istanza di rinnovamento culturale, sociale, economico e politico; come tale intende presentarsi all'esterno. La redazione si propone, in questo senso, di vigilare affinché i contenuti non presentino derive reazionarie e integraliste, il tutto nel massimo rispetto della persona e dell'alterità, in un'accoglienza della diversità che non degeneri mai in complicità, acquiescenza o qualunquismo. Con questi criteri, aspira a essere una presenza efficace nel panorama culturale italiano e possibilmente uno strumento di cambiamento e di trasformazione delle strutture di potere, spesso ingiuste e indegne dei valori umani in cui la persona si riconosce in ogni spazio e in ogni tempo, al di là di fedi, credenze e tessere politiche.

Opere e giorni 03 (Fantacritiche)

Pubblicato da robertorossitesta su settembre 20, 2011

In “Viola di morte” c’è una figura di donna che, dall’interno della sua casa riscaldata dal fuoco del camino, fa a Landolfi, il quale si trova all’esterno, nel freddo invernale, un cenno enigmatico e inquietante, sul quale il poeta s’interroga inutilmente per anni per infine concludere: “Ora so, che son saggio, / Ora so, / Che mi dicevi di no”.

Non si tratta di luciferina negazione, bensì di un senso di acre esclusione da qualcosa che pure esiste, ma altrove e non per lui. Senso di esclusione al contempo lenito ed acuito dall’idoleggiamento di donne capaci di sostenere, declamando i poeti in lingua originale, le conversazioni più ardue mentre forse compiono (ma fuori quadro) i gesti più arditi, come pare avvenire in “Breve canzoniere”: e che schiaffo a quella generazione che intanto picconava i palazzi d’inverno della cultura per riapprodarvi, di lì a poco e in ordine sparso, onde prendervi i posti migliori in ciò che ne era rimasto.
Nel finale di “Breve canzoniere”, in effetti, i protagonisti, impegnati in quello che potrebbe non sembrare altro che un incontro/scontro d’amore, recitano in latino gli ultimi versi dell’Eneide, la morte di Turno. Perché proprio quell’episodio? Direi per due motivi: perché Landolfi sente di essere sul ripido crinale fra due mondi, giusto come quello simboleggiato dal duello fra Turno ed Enea; e poi perché quell’episodio ricomprende in sé tutte le situazioni in cui il valore individuale non conta di fronte al destino, che ha deciso i tempi e distribuito le parti in modo diverso. E l’idea di starsene chiusi, con una donna che condivide la nostra vecchia lingua, in una stanza dove la furia del mondo non giunge se non soffocata, a parzialissimo e dolceamaro ristoro di una sorte avversa, è l’espressione per antonomasia del punto in cui eros e decadenza si fondono, attuando un simbolico rovesciamento in cui tempo e sconfitta si mutano nei loro contrari.
Ad abundantiam: nel “Tradimento”, ultimo libro in ordine di stesura se non d’uscita, che si sostanzia in una risentita e severa meditazione sulla fine individuale e universale, si rileva un’epigrafe ancora tratta dal luogo di cui sopra del XII dell’Eneide, a testimonianza di un non episodico e casuale interesse di Landolfi verso i tempi di svolta, nei quali i conti vengono chiusi bruscamente e chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato: legge che vale sempre, ma con maggiore evidenza e direi ingiustizia proprio in quei tempi, suoi e in parte nostri. Amara riflessione rafforzata, nella stessa raccolta, dalla poesia “Il sovescio” che termina con questi versi: “Ecco ho trovato, un sovescio / È la nostra vita: maturi, / Siamo sepolti”. Ora, il sovescio è la pratica di sotterrare un frutto o una pianta al fine di fertilizzare le colture che si faranno sullo stesso terreno nel prossimo ciclo; e anche qui pare di capire che Landolfi si riferisca non tanto in generale alle perenni leggi della vita, quanto in particolare ai sacrifici imposti a certe generazioni e/o culture, in nome di un futuro che viene annunciato come migliore ma che si svela poi come sempre più cupo e più ingiusto, anche perché sempre meno si può invocare per esso la relativa inconsapevolezza delle origini.

2 Risposte to “Opere e giorni 03 (Fantacritiche)”

  1. Anna Maria detto

    Qui leggo e respiro. Accade sempre più di rado, caro Roberto, che le due azioni siano intimamente collegate o si svolgano in rapida successione. Tanto più ampi sono ristoro e conoscenza quando questo si verifica. La tua “fantacritica” di oggi mi restituisce Landolfi, con un dire fermo, anche se sussurrato in una stanza “dove la furia del mondo non giunge se non soffocata” e mi suggerisce di andare alla scoperta di “Gogol’ a Roma”, del mio (nostro?) diletto inattuale.

  2. robertorossitesta detto

    Cara Anna Maria,
    dopo questo tuo commento respiro (un po’ di più) anch’io…
    Un caro saluto,
    Roberto

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