La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

  • Lpels è un blog collettivo di letteratura e società, democratico, aperto, progressista, sensibile a ogni istanza di rinnovamento culturale, sociale, economico e politico; come tale intende presentarsi all'esterno. La redazione si propone, in questo senso, di vigilare affinché i contenuti non presentino derive reazionarie e integraliste, il tutto nel massimo rispetto della persona e dell'alterità, in un'accoglienza della diversità che non degeneri mai in complicità, acquiescenza o qualunquismo. Con questi criteri, aspira a essere una presenza efficace nel panorama culturale italiano e possibilmente uno strumento di cambiamento e di trasformazione delle strutture di potere, spesso ingiuste e indegne dei valori umani in cui la persona si riconosce in ogni spazio e in ogni tempo, al di là di fedi, credenze e tessere politiche.

Archivio per ottobre 2011

Tutto l’amore che abbiamo potuto. Sul nuovo libro di E. Tonon, di Andrea Sartori

Pubblicato da Andrea Sartori su ottobre 19, 2011

Con La luce prima (Isbn Edizioni, Milano 2011), Emanuele Tonon completa il suo personale ciclo trinitario iniziato con le due parti di cui si componeva il romanzo eretico dell’esordio, Il nemico (Isbn Edizioni, Milano 2009). Se quest’ultimo era dedicato alla teologia concreta – operaia e furiosa – del Padre e del Figlio, il nuovo libro è incentrato sul ricordo della madre, Vincenza, trasfigurata dall’elaborazione del lutto in uno Spirito Santo, che non si propaga nel mondo per il tramite fattivo della Chiesa di Pietro, ma per quello biologico di un’esile figura mariana, i cui organi espiantati – dilapidati – danno nuova vita ad altri sconosciuti. Leggi il seguito di questo post »

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Ricordo estemporaneo di Andrea Zanzotto

Pubblicato da lapoesiaelospirito su ottobre 18, 2011

di Guido Michelone

La memoria del grandissimo poeta veneto, morto a Conegliano da pochissimo novantenne il 18 ottobre scorso (era nato il 10 ottobre 1921 a Pieve di Soligo e lì era sempre vissuto), può essere altresì onorata, al di là di un’imminente ripubblicazione di un corpus lirico notevole o degli eventuali inediti, da quello che è forse l’ultimo libro pubblicato in vita, uscito nel settembre 2011 con il titolo Il cinema brucia e illumina, sottotitolo Intorno a Fellini e altri rari per le edizioni Marsilio di Venezia. Si tratta di un’antologia curata dall’esperto Luciano De Giusti che contiene tutti ma proprio tutti gli scritti riguardanti il cinema che il poeta ha disseminato lungo una carriera letteraria intensa e aperta a diversi linguaggi estetici, come la musica, la pittura e appunto le immagini in movimento. Leggi il seguito di questo post »

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“Le OroVie” – La Connessione cosmica

Pubblicato da giovanniag su ottobre 18, 2011

Recensione di Giovanni Agnoloni

Andrea Aschedamini, Davide Sapienza
Le OroVie
Lubrina Editore, Bergamo, 2011

Dopo L’invisibile canto del silenzio, i testi di Davide Sapienza e la foto di Andrea Aschedamini tornano ad accompagnarci in un itinerario geogafico, ma soprattutto spirituale, nel ciclo delle stagioni delle Alpi Orobie. Le OroVie (Lubrina Editore, 2011) è un libro che ci fa dono di un percorso speciale, che fa di tutto per essere “normale”, “umile” nel senso originario del termine (humilis, “che sta in basso”, dunque “aderente al terreno”), ma non può evitare di rivelare la propria natura iniziatica. La Natura qui si rivela nella sua essenza di Via, cioè di percorso di accesso a dimensioni più sottili, più profonde e insieme più alte, rispetto a ciò a cui siamo abituati. L’essenza energetica e spirituale dei luoghi di montagna si manifesta come Holos (“Tutto”) in cui si immerge l’essenza intima dell’uomo, osservatore che vive su di sé un riflesso della vita millenaria del Cosmo. Leggi il seguito di questo post »

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Cesare e Dio

Pubblicato da fabrizio centofanti su ottobre 18, 2011

da qui

L’omelia era un genere letterario. Oggi è un modo per far sentire la voce del vangelo tradotta nella lingua del nostro tempo: parole in bilico su lunghezze d’onda diverse, sempre sul punto di essere fraintese, travisate, strumentalizzate. Per una volta, sfidando i livelli della realtà, l’incrocio tra missione e virtualità, ho pensato che valesse la pena, su un tema delicato come quello del rapporto tra fede e politica, condividere un’esperienza circoscritta, in genere, a coloro che superano la soglia materiale della chiesa. C’è una soglia spirituale che viene oltrepassata da un numero molto maggiore di persone; e queste persone potrebbero incontrarsi al di là dell’adesione a una confessione religiosa, sul terreno di un rinnovamento necessario dei rapporti economici, politici e sociali. Per una volta.

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Provocazione in forma d’apologo 205

Pubblicato da robertorossitesta su ottobre 18, 2011

Due sono i mari, diversi per temperatura, salinità e correnti, ed uno è il luogo, il cui nome è Dovunque, nel quale si uniscono senza confondersi mai.
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STORIA CONTEMPORANEA n.85: Romanzo di formazione. Franco Giarda, “Il ragazzo che amava Jack London”

Pubblicato da giuseppepanella su ottobre 17, 2011

Romanzo di formazione. Franco Giarda, Il ragazzo che amava Jack London, Faenza (Ravenna), Mobydick, 2009

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di Giuseppe Panella*


Leggere Jack London è stata esperienza comune a tantissimi intellettuali italiani maturati e cresciuti entre (les) deux guerres che hanno attraversato il Novecento. Il mio compianto maestro Eugenio Garin mi confidò una volta che i suoi studi di filosofia erano dovuti particolarmente proprio alla lettura di Martin Eden (il grande romanzo autobiografico dello scrittore americano che affascina anche il protagonista del romanzo di Giarda) perché nell’opera londoniana il protagonista cita e commenta testi e opere del filosofo positivista Herbert Spencer che al pensatore fiorentino parvero fortemente significativi, tali cioè da spingerlo a studiarne e approfondirne l’opera.

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Vivalascuola. Matematica bestia nera?

Pubblicato da vivalascuola su ottobre 17, 2011

da qui

La giornata di protesta mondiale degli indignati di sabato 15 ottobre si è svolta pacificamente in tutto il mondo tranne che in Italia. Il nostro Paese si è fatto trovare impreparato a un appuntamento annunciato e si è scatenata la mattanza. Gli indignati italiani (precari, studenti, ricercatori) così rispondono ai fatti che hanno turbato l’enorme manifestazione di sabato: “Niente può offuscare la nostra voce che si sta alzando. Nessuna violenza, nessuno scontro può mettere in discussione le ragioni di una generazione che si vuole riprendere la sua vita, che si ribella in modo radicalmente non violento e che chiede diritti”.

Come mai la matematica è così difficile?
di Alessandra Angelucci

Noi docenti di Matematica dobbiamo confrontarci spesso con la difficoltà che i nostri studenti incontrano in matematica. Le statistiche inerenti le sospensioni di giudizio di fine anno ci danno i numeri di questa difficoltà. I test nazionali e internazionali ce ne offrono declinazioni. Chiedere in giro “… tu e la matematica?” ad adulti anche colti e sensibili è semplicemente straziante (con qualche sorpresa fra molte tristi conferme). Leggi il seguito di questo post »

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35. Masticando le parole

Pubblicato da fabrizio centofanti su ottobre 17, 2011

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Sì, se lo sono chiesto in molti.
Nello scudo c’è il riflesso di una faccia, ha il naso affilato, le labbra grosse e chiuse in una morsa.
Come mai solo alla fine, quando c’era tutta una vita per mettere le carte sulla tavola?
Una striscia nera copre l’occhio: senza quella si sarebbe capito, ti avrei riconosciuto.
Sai, me lo chiedo anch’io, se penso alla neve in cui affondavo i passi, quando la chiesa sembrava un miraggio, in lontananza, proprio sotto il monte. Leggi il seguito di questo post »

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34. Betelgeuse

Pubblicato da fabrizio centofanti su ottobre 16, 2011

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La volta della bomba ci andò bene.
Ti sei mai sentito, nella vita, una stella cadente? Hai mai lasciato una scia di fuoco mentre precipitavi a mille chilometri all’ora in un mare al tramonto?
Io stavo predicando, insomma, facevo il mio mestiere, perché ognuno ha il suo carisma.
Hai presente gli uccelli che migrano in gruppi tanto fitti che sembrano pioggia frustata dal vento, una muraglia d’acqua e penne che fa paura a guardarla? Leggi il seguito di questo post »

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“Credimi quando ti dico che tu sei bellissimo” & “L’amore è una forza che scioglie la pelle…” (2/2). Racconti di Dianella Bardelli

Pubblicato da francesco sasso su ottobre 16, 2011

di Dianella Bardelli
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Credimi quando ti dico che tu sei bellissimo

Bill per Lenore era Krishna o se volete Shiva; era la divinità tutta al maschile davanti alla divinità tutta femminile, Radha o se volete Shakti.
Ma se vogliamo paragonare Bill ad un archetipo più umano, più vicino anche fisicamente a come lui realmente era, dovremmo parlare del mito dell’uomo selvaggio. Lui non era un hippy nel senso comune del termine, non era tutto fiori e balli, no, lui era il prototipo del selvatico, ma nel senso buono, non buono…, nel senso interessante; di lui, quelli che ne parlano ancora, dicono che fosse proprio macho, totalmente soggiogato alla propria libidine, ai propri desideri, non c’era nulla di riflessivo in lui, nulla di ciò che noi comunemente definiamo razionale.
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Pietro PANCAMO – Poesie

Pubblicato da Giovanni Nuscis su ottobre 16, 2011

Da: «Manto di vita» (LietoColle)

Spiegazione di un giorno

Il giorno che saltella
lungo le impronte delle mie scarpe;
il giorno che saluta frantumato,
quasi appostato
fra le dita.
Ogni minuto è fluido di rumori:
sbattono le ali
contro pannelli d’aria. L’impatto
vibra di scherno:
è un lazzo di sdegno
voluto dalla mia notte.

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Intervista a Mario CAPANNA – di Michael Pontrelli

Pubblicato da Giovanni Nuscis su ottobre 15, 2011

Per Mario Capanna, uno dei principali leader del movimento giovanile del Sessantotto “è evidente che siamo di fronte ad un mondo sbagliato” in cui “la politica è stata relegata ad un ruolo servile nei confronti del potere economico e finanziario”. I giovani Indignati “hanno capito che se non cambiano questo stato di cose sono destinati a un futuro di disoccupazione e precarietà”. Secondo Capanna “un nuovo modello economico più giusto del capitalismo esiste già: produzione e commercio equo solidali basati su un sistema di microcredito” in cui “il principio del profitto viene sostituito da quello del giusto guadagno”.

Gli Indignati sono ormai diventati un fenomeno globale, possiamo parlare di un nuovo ’68 ?

“No, perché la storia non si ripete. Però è certo che se questo movimento regge nel tempo e non si dissolve rapidamente, come capitato ad altri movimenti negli anni scorsi, può essere una pagina importante di cambiamento”. Leggi il seguito di questo post »

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Treni

Pubblicato da fabrizio centofanti su ottobre 15, 2011

da qui

Perché quando mi guardi non mi dici
nulla? Perché mi parli solo andando
via, come se già fosse stato detto
tutto? Non credi che al dolore umano
sia necessario dare un’altra volta
ascolto, non pensi di aver bisogno
di una guida per ogni labirinto
e la guida sia proprio la parola,
che sia precisamente il nostro dirci
quanto ci manca sentire la voce
capace di posare una carezza
proprio là dove il cuore butta sangue
e teme di non farcela stasera
che il mio male ha la faccia dell’amico
per colpire più duro.
Sai cosa penso quando non mi parli?
Quante volte ho sentito che il ferito
è chi ferisce, che il morto sulla strada
è chi è stato investito da se stesso,
chi alla fine di un giorno senza senso
sale su un treno che non è partito.

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“Bill e Lenore” & “Bill se ne va” (1 /2). Racconti di Dianella Bardelli

Pubblicato da francesco sasso su ottobre 15, 2011

di Dianella Bardelli
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Bill e Lenore

Quando Bill incontrò per la prima volta Lenore nella sede di una cooperativa di scrittori era il 1966. Questo lo dice Peter Coyote nel suo bel libro autobiografico Sleeping where I fall.
Era la stanza di uno scrittore che abitava in una grande e malandata casa vittoriana di Hightsbury, dove vivevano un sacco di artisti, uno la prendeva in affitto e poi subaffittava le stanze che non gli servivano; così questo scrittore che viveva in una di queste case aveva trasformato la sua stanza nella sede della cooperativa di scrittori che aveva contribuito a fondare. Erano una decina gli scrittori che ne facevano parte, oltre a Lenore c’erano altre due donne in questo gruppo, ma poi a scrivere gli articoli che si mandavano alle riviste underground erano solo in tre. C’erano tre tavoli in quella stanza, uno diverso dall’altro, erano una specie di piccoli banchi di scuola, ma uno diverso dall’altro per altezza e per fattura. Sarebbero andati bene per dei bambini di dieci anni, invece li usavano per scrivere i loro articoli tre ragazzoni dai 20 ai 25 anni; non avevano delle vere sedie per scrivere a quei tavoli, ma due seggioline di legno tipo stanza dei bambini e una seggiolina addirittura di vimini. Una cosa tutta da ridere oggi, voglio dire che oggi sarebbe una cosa tutta da ridere, userebbero quei tavolini e quelle seggioline per fare la parodia della cooperativa di scrittori anni ’60; invece c’è una fotografia che li ritrae seduti in quelle seggioline serissimi e concentrati su quello che stanno scrivendo.
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33. Di questa infermità renduto sano

Pubblicato da fabrizio centofanti su ottobre 15, 2011

da qui

Vogliamo parlare dell’Indice dei libri proibiti?
Nel reame di Francia fu un gentile uomo, il quale chiamato fu Isnardo, conte di Rossiglione, il quale, per ciò che poco sano era, sempre appresso di sé teneva un medico, chiamato maestro Gerardo di Nerbona.
La stanza termina con una finestra a ogiva, e sotto c’è un altare: ma è una chiesa! Leggi il seguito di questo post »

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32. Lo spazio bianco

Pubblicato da fabrizio centofanti su ottobre 14, 2011

da qui

Lascio a voi giudicare tra lui e me, se è lecito un giudizio.
Un albero è un albero, ma è anche vero che ci sono alberi e alberi – fuori della finestra vedevo un cedro che mi faceva compagnia mentre scrivevo versi. Guardavo il cedro e scrivevo, e piangevo, perché se non escono le lacrime, si sa, non ci può essere poesia.
Eravamo diversi in tutto, dicevano che le mie linee erano dolci, quelle sue, dure e spigolose. Leggi il seguito di questo post »

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[EX]PRESSIONI

Pubblicato da rmorresi su ottobre 14, 2011

 

 

> la gru poesia e realtà piceno festival <

 

 

“… non cederemo alla tentazione di parlare di letteratura

nelle forme di una fuga consolatoria da un mondo che chiede invece

concretezza e vitalità, urgenza di pensiero e analisi

da mettere a confronto attraverso una lingua comune.”

 

 

 

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La mela dolceavvelenata della poesia nelle mille voci di Federica Fracassi

Pubblicato da mariagraziacalandrone su ottobre 14, 2011

Metti una donna al centro della scena. Mettila seduta su una carrozzella. Metti che la scena sia semibuia e che la donna sia in declino evidente. Lo spettatore entra e si suppone che pensi “Speriamo che finisca presto”. Lo spettacolo, crede di intendere. Ma forse no. Forse noi siamo messi nella condizione esatta dei visitatori della corsia degli incurabili. E da subito abbiamo da provare il disagio e l’imbarazzo del quale dirà più avanti Federica Fracassi dicendo le parole di Patrizia Valduga. Metti che presto quel corpo pur rimanendo immobile cominci a slittare attraverso tutti i possibili stati dell’anima e della voce. Metti che noi capiamo che gli incurabili sono creature vive, che hanno ancora confidenza con noi, che hanno diritto a questa confidenza e non allo stato laterale nel quale vengono forzati. Metti che adesso ci vergogniamo. Il monologo ha già fatto il suo effetto morale. Metti che il testo tiri e sbalzi il corpo di una aderentissima Federica Fracassi dalla franca invettiva alla sanguinante levità dei mistici fino nella infinita negritudine degli astri, ai grovigli di stelle, fino alla parodia religiosa, rimanendo continua solamente la struggente dichiarazione d’amore per la lingua italiana e per la poesia, la fiducia (che vuole essere) cieca nella parola – sebbene Valduga se la prenda pure con Orfeo che, voltandosi, ha scelto di tenere intatta la sua ispirazione, certamente nutrita dalla disperazione della perdita di Euridice, anziché conservarsi la sua bella Euridice fragrante in sé. Metti che suoni e luci della regia dell’ottimo Walter Malosti abbiano l’intelligenza di accompagnare impeccabilmente ogni piccolo scarto emotivo e di suggerire aperture che non appaiono. Leggi il seguito di questo post »

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Music is love

Pubblicato da mbaldrati su ottobre 14, 2011

Everybody’s sayin’ music is love
David Crosby

(performed by Loris Pattuelli)

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Laura Bosio, Le notti sembravano di luna.

Pubblicato da lapoesiaelospirito su ottobre 13, 2011

Conversazioni con i critici Paolo Pomati, Giusi Baldissone, Tonino Repetto e con l’autrice Laura Bosio

di Guido Michelone

Forse non è un caso che la protagonista del nuovo libro di Laura Bosio, il romanzo Le notti sembravano di luna (Longanesi, Milano 2011, pagine 215), Caterina, dieci anni quinta elementare in una città di provincia innominata (ma chiaramente identificabile con Vercelli borgo natale dell’Autrice, da trent’anni trapiantata a Milano), ami la bicicletta e viva negli anni Sessanta: due argomenti, quest’ultimi – la bicicletta e gli anni Sessanta – oggi di moda per varie ragioni. Il grande antropologo francese Marc Augé pubblica nel 2009 Il bello della bicicletta (Bollati Boringhieri) che è il primo importante elogio del mezzo da parte di un intellettuale a quasi mezzo secolo di distanza dall’esaltazione che ne fecero l’unico movimento giovanile dotato di due ruote, i Provos olandesi con le loro biciclette bianche pacifiste. Laura Bosio non parla né di Augé né di Provos ma il messaggio è chiaro, sebbene implicito. Semmai, in una recente tavola rotonda, di un libro poliedricamente affascinante, sono emersi altri temi, come spiegano via via tre diversi interlocutori (oltre l’Autrice stessa), nell’ordine Paolo Pomati (operatore culturale), Giusi Baldissone (italianista), Tonino Repetto (critico letterario).

Paolo Pomati

Michelone: Come sintetizzeresti il nuovo romanzo di Laura Bosio Le notti sembravano di luna?

Pomati: Come la storia di Caterina Guerra, bambina diventata donna, che racconta il suo passato negli anni 1963-64 a un interlocutore che sarà svelato solo alla fine, con un incredibile congegno narrativo, come uno specchio dialogante che chiosa, commenta, corregge le memorie di Caterina stessa.

Michelone: Laura Bosio è per la critica la ‘narratrice dell’anima’…

Pomati: Forse sarebbe meglio definirla una narratrice di anime, intese quali voci piccole, minime, quasi volti nascosti, che la protagonista vuole scoprire. Infatti Caterina tenta di capire il mondo che le sta attorno negli anni del boom economico in cui le spinte costruttive del dopoguerra si sfilacciano con le prime contestazioni.

Michelone: In tal senso sono fondamentali i due genitori di Caterina.

Pomati: Infatti il padre Enrico e la madre Adele iniziano a non capire più il mondo circostante: lui quindi di sera sul balcone manifesta le inquietudini personali e politiche facendo comizi agli orti; lei, con l’improvviso benessere, è catapultata nella piccola borghesia, costringendo la figlia a lezioni di inglese e di pianoforte, ma è una donna piena di contraddizioni, dura, rigida, severa, sfuggente, imprevedibile, anaffettiva.

Michelone: Nonostante le difficoltà di rapporto con i genitori, Caterina rimane con un atteggiamento positivo di fronte alla vita.

Pomati: Sì, Caterina non si abbandona mai alla disperazione, perché ha dalla sua l’amore per la bicicletta, con la quale sfreccia, pedala, ricerca, decifra con la leggerezza di un’anima archetipa in un universo sconcertante e magnifico che è quello dei bambini: e si capisce che è una ribelle, una non alienata nell’apparente domesticità della piccola casa…

Michelone: C’è qualche altro elemento che hai gradito nel libro?

Pomati:
Giusi Baldissone

Michelone: Cosa ti ha colpito maggiormente di Le notti sembravano di luna?

Baldissone: Anzitutto il meraviglioso incipit del libro, con scrittura rara, sintetica, pensata, incastonata che non è più rivolta a una struttura normale, anche perché sembrerebbe un romanzo denso di promesse che si potevano evolvere tragicamente, ma che così non è. La bambina che corre verso piccole fughe o altre deviazioni per perdersi un pochino, di fatto poi rientra; Caterina sembrava dunque promettere una tragedia…

Michelone: Ma tragedia non è e non è stata… E allora a che genere guadare narrativamente parlando?

Baldissone: Bisogna anzitutto domandarsi fino a che punto era un discorso che ha reso autobiografica la finezza nel narrare nascondendosi; io, a metà dell’opera, mi sono accorta che questo libro è un magnifico palinsesto che dava la sua scrittura e la sua capacità di narrarsi attraverso il romanzo; il fatto di essere un palinsesto è la capacità astuta e profondissima di tirar fuori il meglio di questa sua memoria e, per l’autrice, di misurarsi con una costruzione e uno schema narrativo che non deve essere spontaneo, altrimenti è difficile che si arrivi a scrivere qualcosa che vale per tutti. Dico questo, perché non si può scrivere di getto su se stessi, perché è una trappola, ma poi diventa qualcosa che non dice molto a nessuno.

Michelone: Quella di Laura Bosio è quindi una grandissima operazione meta letteraria?

Baldissone: Sì, perché entra dentro la struttura di un libro come Infanzia di Nathalie Sarraute, non a caso citato nell’esergo, trasformandolo nel suo codice e nel suo modello.

Michelone: Ma quali elementi in comune possono esistere (e coesistere) tra la scrittura di Laura Bosio e quella di Nathalie Serraute?

Baldissone: La grande sfida è accettare la sua memoria; attraverso il narrare senza narrare dell’avanguardia francese degli anni 60-70, la cosiddetta école du regard o nouveau roman, la Sarraute snoda la struttura attraverso lampi di pensiero prima ancora che si trasformi in scrittura. Anche la Bosio va dentro la sua memoria con una sorta di grido simile a quello della Sarraute. Quest’ultima ci racconta che il grido della bambina nasce dall’osservare la tata che cuciva la lana e le forbici in primo piano. Prima che memoria è cervello ancora da esaminare.

Michelone: E il palinsesto di cui parlavi?

Baldissone: Poi pian piano ci si rende conto che il palinsesto va avanti, narrandovi esperienze molto diverse: però c’è sempre questa struttura da parodia da palinsesto che salta fuori fortissima. Ci sono nel romanzo molte spie o sguardi in macchina che la Bosio meravigliosamente si concede come dire ‘sono felice di potermene giovare, usare questo e dire altre cose’: è la bellezza della struttura che non ha il carattere dell’irruzione dell’io senza schermo.

Michelone: E a proposito di schermo, non ti sembra che la Bosio usi quasi un linguaggio cinematografico?

Baldissone: Le tecniche che usa sono certamente più fotografiche e cinematografiche rispetto alla Sarraute, perché ad esempio la Bosio rappresenta molti oggetti, a cominciare dalle gambe-oggetto del sogno di ciclista di Caterina. Le gambe della bambina sembrano oggetti che appartengono al corpo ma al contempo sono distaccati, come se la bambina fosse cresciuta attorno a queste gambe e ai sogni del futuro, come le gambe di Dora Markus nella poesia di Eugenio Montale, gambe che il poeta non ha mai viste, perché le ha ammirate solo in una foto inviatagli da Bobby Baszlen.
Tonino Repetto

Michelone: Essendo tu amico di Laura Bosio, hai seguito da vicino al genesi del libro Le notti sembravano di luna?

Repetto: In effetti ho visto crescere un testo che si modificava a seconda delle suggestioni. C’era anzitutto il problema del fratello, che corrisponde a quello di un tu indistinto, che faceva da contraltare alla narratrice: alcuni lettori magari conducono il tu una sorta di super ego letterario, altri l’identificano con la madre. In realtà il fratello nascosto esisteva già nascosto, perché c’è un passo in cui Caterina chiede alla madre un fratellino. L’idea geniale è assegnare il tu al fratello, persona inventata che è al contempo il primo interlocutore del racconto, ma anche un personaggio particolarmente fiabesco, come fiabesche sono molte componenti del testo.

Michelone: In che senso fiabesche?

Repetto: Il fratello è quasi come un gnomo, un personaggio della foresta incantata, con una funzione di chi, ridendo o sghignazzando, serve forse per tenere a bada la voce narrante che non è Caterina adulta, ma per un gioco di specchi è un personaggio di donna adulta (non un io autobiografico). Il mistero del fratello è anche tale perché l’io narrante si rivolge per risolvere problemi stilistici e letterari.

Michelone: In tal senso è straordinario nella Bosio l’uso dei tempi verbali.

Repetto: Laura usa il trapassato prossimo e l’imperfetto perché sono i tempi dei racconti infantili della fiaba, perché è un flusso temporale che non si conclude mai. C’è solo un uso parco di qualche passato remoto spiegato con la regionalità del nonno di origine siciliana.

Michelone: Parlando di tono fiabesco, hai trovato altre suggestioni come lettore?

Repetto: C’è una sorta di dimensionamento tipico dell’infanzia, ad esempio le case come scatole, la fabbrica invece come una scatola più grande, un po’ come il gioco del Lego, che dà una visione infantile recuperata nelle cose, come pure vedere le persone come gigantesche.

Michelone: Tu sei anche quello che trova sempre riscontri o analogie fra libri o personaggi.

Repetto: Ad esempio i periodi lunghissimi particolarmente elaborati che Laura adopera, simbolicamente riproducono le volute di Caterina sulla bicicletta. Oppure il personaggio del padre è esemplificato in quello tratteggiato dal polacco Bruno Schultz nei racconti Le botteghe color cannella del 1933 con un’intertestualità letteraria che denota un grande lavoro sul lessico e sulle espressioni; ad esempio un periodo inizia partendo come se si dovesse concludere al modo solito come una frase fatta, ma invece Laura piazza un aggettivo imprevisto che lascia piacevolmente sorpreso il lettore.

Michelone: Cosa è ancora Le notti sembravano di luna?

Repetto: Un romanzo in cui ci si identifica affettuosamente con la bambina, facendo recuperare nel lettore i ricordi d’infanzia, che fa diventare il libro commuovente, nel senso etimologico, cioè che muove dentro qualcosa.
Laura Bosio

Michelone: Condividi quanto detto sul tuo romanzo da Paolo Pomati, Giusi Baldissone e Tonino Repetto?

Bosio: Sì, molto, e li ringrazio per le belle osservazioni. Ho preso alcuni appunti, per rispondere a quanto detto finora. Sono d’accordo che non si debba scrivere di getto dell’infanzia: io avevo voglia di ritornare all’infanzia, ma non mi interessava raccontare la mia infanzia in senso stretto, per quanto schegge possano essersi inserite inconsciamente; avevo invece il desiderio di riattivare un sentimento, possibile quanto più m’inventavo un gioco anche crudele.

Michelone: E la Sarraute ti è venuta incontro?

Bosio: Sì, con il libro Infanzia mi ha offerto una possibilità di inventare un interlocutore che permettesse a un io narrante di farlo, giocando a inventare una storia di qualcuno che fosse il più possibile vicino; e questo gioco dell’inventare storie (che è il gioco dell’infanzia) è ciò che ho in mente di fare ed è quello che ha poi fatto la lingua, la scelta delle parole.

Michelone: Laura, tu e la bambina…

Bosio: La bambina viene raccontata con lo sguardo di una bambina anche secondo la consapevolezza di un’adulta, ma vede le cose come le vedono i bambini e questo mi ha permesso di avere quel sentimento in cui è possibile che si riconoscono anche altri, senza bambineggiare troppo.

Michelone: Perché la bicicletta?

Bosio: A me interessa la velocità, le corse, in un precedente libro parlavo di gare automobilistiche, ma amo una velocità un po’ curiosa, come Paolo Conte nella canzone Velocità silenziosa.

Michelone: Infine, che cosa si ricorda di più nel mosaico dell’infanzia?

Bosio: Ricordiamo qualcosa di fisico e dunque attraverso gli oggetti ci si racconta perché gli oggetti si raccontano. A me interessa dare voce ai personaggi minimi, dare voce alle vite comuni, qui. In Le notti sembravano di luna, una famiglia come tante negli anni Sessanta, che cerca di ‘salvarsi’. Ma, se c’è salvezza nei miei personaggi, è duramente pagata da loro.

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