Lpels è un blog collettivo di letteratura e società, democratico, aperto, progressista, sensibile a ogni istanza di rinnovamento culturale, sociale, economico e politico; come tale intende presentarsi all'esterno. La redazione si propone, in questo senso, di vigilare affinché i contenuti non presentino derive reazionarie e integraliste, il tutto nel massimo rispetto della persona e dell'alterità, in un'accoglienza della diversità che non degeneri mai in complicità, acquiescenza o qualunquismo. Con questi criteri, aspira a essere una presenza efficace nel panorama culturale italiano e possibilmente uno strumento di cambiamento e di trasformazione delle strutture di potere, spesso ingiuste e indegne dei valori umani in cui la persona si riconosce in ogni spazio e in ogni tempo, al di là di fedi, credenze e tessere politiche.
E così, arrivai io. Una certa etichetta saltò subito: la distanza e la freddezza, il tenersi sulle proprie o il rinchiudersi nei sacri palazzi non facevano per me.
L’edificio magnifico nel centro della Piazza – ricordo quella volta che ci portammo due ragazze svizzere, nella piazza dico, dopo aver fatto le guide al litorale e al Teatro romano di Ostia Antica; ci aspettavamo una gratitudine allegra e invece, appena dopo la birra, ci piantarono. Leggi il seguito di questo post »
Raul Montanari Il Cristo Zen
(Indiana Editore, pagg. 136, € 12,00)
Adesso che lo ha scritto e pubblicato si potrebbe dire che da Raul Montanari un libro del genere potevamo aspettarcelo. Ma prima di adesso? Prima lo avrebbero forse detto coloro che seguono i suoi incontri; chi ascolta le sue interviste; chi frequenta i suoi corsi di scrittura creativa; chi ha letto le sue traduzioni; e chi lo ha visto in azione come padrone di casa al festival Presente Prossimo da lui diretto (in avvio la quarta edizione, ho avuto l’onore di partecipare a quella del 2009 e ho vissuto momenti davvero importanti e stimolanti con lui). Ma basta parlare con lui quando racconta la letteratura con amore, mentre la forza interiore e la passione emergono senza che la lucidità ne sia compromessa: direi un amore per La Parola che si può ascrivere al campo della “fede”. Leggi il seguito di questo post »
Il mattino trascina con sé brani della notte. Dalla notte, a dire il vero, la città non esce mai.
Un lieve stato sonnambulico ti accompagna anche quando scendi a fare la spesa al piccolo supermercato sotto casa, gestito da un cingalese che ormai, quando ti vede, ti saluta con un identico bofonchio: «Buenos dia, italiano». Leggi il seguito di questo post »
Gianluca Morozzi, Bob Dylan spiegato a una fan di Madonna e dei Queen, Castelvecchi (roma 2011, pagine 251, euro 16,00.
di Guido Michelone
Lajos, trentenne bolognese, dongiovanni, autoironico, hippy e bamboccione al punto giusto è protagonista assoluto di questo divertente libro: sta ultimando il suo terzo romanzo, suona (male) la chitarra in una cover band chiamata Little Boys Lost che ovviamente vanta l’intero repertorio dylaniano, passa da una ragazza all’altra scegliendo le più belle e al contempo le più antipatiche, come da inveterato copione. All’inizio del testo la madre gli rivela che il padre naturale è nientemeno che Bob Dylan in persona, ubriaco, durante un party veneziano. Leggi il seguito di questo post »
Lo sciopero andò avanti, nonostante le minacce, i trucchi e le violenze che i bianchi scatenarono.
La distesa dei campi è sconfinata, il grano si arrotola sul mondo, ne fa un batuffolo giallo lanciato nello spazio.
La nuvola di vento si forma lentamente, come zucchero filato; ti accorgi del pericolo soltanto se comincia a rombare girando su se stessa, ballerino appesantito che ha ancora agilità di movimenti. Leggi il seguito di questo post »
Mihaela Cernitu scrive in italiano ma è nata a Craiova, in Romania. La sua lingua madre in cui accuratamente poi traduce i suoi versi italiani è il rumeno, una lingua simile e dissimile in una volta all’italiano che usa per la sua scrittura. Il suo sguardo poetico, dunque, è sempre quello dell’osservatore, di chi guarda dalla finestra il mondo in cui si è ritrovata a vivere e che spesso non riesce a comprendere totalmente. L’oggetto della sua poesia è un’Italia in cui è venuta a vivere e di cui ha prescelto e prediletto cultura e vita quotidiana; la lingua che usa per farlo è un tentativo di conciliare esigenze culturali e consumo usuale delle parole necessarie per farsi comprendere e per comunicare. La poetessa vive allora tra due mondi: quello della scrittura poetica che frequenta abitualmente ma che non esaurisce la sfera delle sue osservazioni umane e culturali e quello della vita quotidiana da cui trae gli spunti per la sua produzione lirica. Scrive, infatti, Franco Manescalchi nella sua precisa Presentazione del volume di Mihaela Cernitu:
[ovvero «i grandi riconoscono i grandi»: Claudio Magris scriveva questa presentazione dell'attuale premio Nobel per la letteratura il 28 gennaio 2004 sul Corriere della Sera. Eccola a voi. a.s.]
di Claudio Magris
La morte di Virgilio, il capolavoro di Hermann Broch, si conclude, dopo cinquecento pagine di monologo interiore del poeta agonizzante, con una parola che non si può dire perché è «al di là del linguaggio». La più grande letteratura moderna e contemporanea, come ha scritto George Steiner, si confronta col silenzio e spesso nasce dal silenzio; è una parola che si sporge sul ciglio dell’ indicibile, talora inabissandosi in queste tenebre come Euridice che Orfeo non riesce a riportare alla luce e talora strappando a questo tacere un estremo frammento di vita. Nulla che risucchia ogni espressione o grembo da cui nasce la creazione, il silenzio è talora pure il rifiuto della comunicazione falsa e alienata, la lotta contro la violenza della menzogna, la resistenza al disumano. Il cammino verso la terra promessa della poesia passa, per i contemporanei, attraverso il deserto del silenzio. Tomas Tranströmer è una di queste voci orfiche di una poesia estorta all’ineffabile, Leggi il seguito di questo post »
E venne il giorno. Mi sembra impossibile, eppure venne veramente.
Alzò il bastone rosso con le estremità argentate e gridò, con quanta voce aveva in corpo.
Quando tornerete a casa, troverete i bambini: date una carezza ai vostri bambini.
Vivessi mille volte, credo che quel giorno non verrebbe più, perché il destino bussa quando meno te lo aspetti, ma chiamiamola pure volontà di Dio. Extra omnes! Leggi il seguito di questo post »
Un titolo del genere mi è venuto in mente leggendo Nel cuore della notte(Del Vecchio Editore, 2011, euro 14). Un’antologia curata da Katherine Schimdt, che ha chiesto a nove scrittori italiani di raccontare la notte e a ognuno di essi ha concesso un’ora di tempo. Gli autori sono: Andrea Ballarini, Caterina Bonvicini, Bruno Morchio, Gianluca Morozzi, Sandra Petrignani, Lidia Ravera, Gianmaria Testa, Grazia Verasani e Nicola Verde, al quale è toccato di raccontarci di quando la notte è giovane. Leggi il seguito di questo post »
Guardarsi intorno sul sellino di uno scooter. Il traffico di un lunedì sera di luglio, sul Lungotevere, restituisce immagini spigolose, a un’altezza insolita. Le macchine immobili. Fa fresco. La prospettiva è sempre stata fondamentale. Il punto di vista cambia l’interpretazione.
Non sembra estate. Sta per piovere. Luglio benedetto.
Solo dopo saprà che agosto sarebbe stato peggio.
Si guarda indietro. Oltre il tunnel. I suoi occhi arrivano in cima alla lunga via, girano a sinistra, salgono, curvano, salgono, girano di nuovo a sinistra, entrano nel vialetto, nell’ospedale, nell’ascensore, nel corridoio del reparto, nella stanza dove suo padre rischia di morire. Restano accanto al letto.
È vecchio. È già oltre la media dell’aspettativa di vita. Non tornerà mai più come prima. Deve farci i conti, signora. Qualche anno fa sarebbe già morto.
Alcuni la chiamano signora, altri le danno del tu. La sostanza non cambia. La maggior parte è gentile. Alcuni sono brutali. Lei sta con se stessa, con le sue attese.
Il suo fisico ha sopportato troppo.
I suoi occhi restano accanto al letto, il suo corpo è sul motorino.
Decimo e ultimo morso del nostro grande cinema che fu. Per chiudere il cerchio non posso che tornare all’anno da cui ero partito, il 1946. E ancora alla coppia De Sica-Zavattini.
Sciuscià “in Italia, praticamente, non lo vide nessuno. Uscì nel momento in cui arrivavano i primi film americani, sui quali il pubblico si gettava insaziabile.” Così raccontava De Sica, a proposito della disconoscenza in patria di una pellicola così importante. E in contrasto con il grande successo riscosso all’estero. Costato un mione di lire, pareva un disastro commerciale. “Più tardi il film venne venduto in Francia per quattro milioni di lire e incassò trecento milioni di franchi. In America lo acquistarono due distributori diversi e fece la fortuna di entrambi. Ebbe anche un Oscar col quale si premiò “lo sforzo produttivo dell’Italia” appena uscita dalla guerra disastrosa.”
Già, e non si può manco dare la colpa agli anni ’80 e a Drive In.
Certo, lo stile di De Sica, l’osservazione commossa e partecipe sui ragazzini protagonisti, l’uso abbondante di esterni e l’impiego di molti attori non professionisti, conferiscono al film quella veridicità che da una parte ha meravigliato gli stranieri dall’altra ha allontanato chi era così prossimo a quella geenna. E’ chiaro che il pubblico italiano del 1946 non si sentiva pubblico, si sentiva parte in causa. Leggi il seguito di questo post »
Lo scopo educativo e formativo del fare teatro a scuola: diventare più se stessi attraverso l’immedesimazione con un testo, un personaggio, attraverso l’incontro con qualcosa di bello… l’arte teatrale aspira ad essere una sintesi di tutte le altre arti e per questo offre a chi le si avvicina lo sconvolgimento e la messa in gioco di tutta la propria persona… Questo è il teatro: un luogo dove capisci chi sei tu e cosa sono le cose e insieme un luogo dove poter esprimere la tua scoperta. (Adriana Bagnoli)
Teatro scuolaeducazione
di Sebastiano Aglieco
La pratica del laboratorio teatrale nella scuola, diversamente nominata a seconda delle mode, delle epoche e dei riferimenti ministeriali, ha sicuramente rappresentato uno dei maggiori investimenti educativi degli ultimi 30 anni. E faccio riferimento, s’intende, non a una tradizione di stampo salesiano, ancora difficile da estirpare, malgrado abbia avuto la sua funzione storica (la recita più o meno folcloristica, improvvisata e ruspante), ma al tentativo di metabolizzare gli esiti delle esperienze più importanti del teatro di ricerca Leggi il seguito di questo post »
Fu una delle battaglie più dure, un anticipo di quello che successe.
La piazza è piena, satura, sembra esplodere da un momento all’altro.
La sala ha le poltrone rosse, il riflesso delle immagini forma macchie bianche e nere sul volto, ombre che non trovano pace.
Quanti sono i carri armati? Comincia a contare: uno, due, tre… dodici, tredici…
L’avevo scoperto solo allora, in pochi giorni lessi tutti i libri e ne avrei voluti ancora. Leggi il seguito di questo post »
Se c’è un amore che desidero
È quello della pietra.
L’ inguine di scogli
Con la sua cavità genitale ,
il corpo robusto del nulla.
Se c’è una sensazione che desidero
È quella della nudità.
Dove i tendini del sole si spezzano ,
la censura dei falsi sentimenti crolla
e l’intimità è libera dalle fasce della poesia. Leggi il seguito di questo post »
Valli a capire i papi. Di Pacelli si disse di tutto, anzi, di più.
La piazza è un calice enorme, no, un orologio a muro, no, il buco di una serratura.
Le nuvole sono ovatta pronta a disinfettare le ferite della terra, dei campi rivoltati come cadaveri di un’autopsia.
Alcuni dicono che delegò tutto e subito, che appariva solo nei discorsi e per il resto lasciava fare ai cardinali e perfino alla perpetua, che aveva con sé da quarant’anni. Leggi il seguito di questo post »
Se gli onestissimi svedesi hanno deciso, dopo ben 37 anni, di assegnare il Nobel per la letteratura a un connazionale è perché Tomas Tranströmer scrive versi come Nei mesi oscuri l’anima stava rannicchiata / e senza vita / ma il corpo veniva dritto verso di te. / Il cielo notturno mugghiava. Furtivi mungevamo il cosmo e siamo sopravvissuti. Vediamo che si tratta di un poeta ampio. L’ultima assegnazione a svedesi risale al 1974 e premiò lo stream operaio dei due scrittori autodidatti Eyvind Johnson e Harry Martinson. Il gesto fece scandalo perché entrambi erano membri dell’Accademia. E allora, doppiamente: se è stato ufficialmente valicato anche il peso di quella imbarazzante memoria è perché Tranströmer, dicono gli stessi Accademici, offre un nuovo accesso alla realtà. Ovvero, nelle parole spicce che amiamo, vediamo che si tratta di un poeta grande. Perché un grande poeta ri-crea un mondo in silenzio. Questo mondo che andiamo leggendo prima di Tranströmer non esisteva. Dunque leggi e pensi “questi sono i silenzi di Tranströmer” come penseresti “queste sono le donne di Vermeer”. Leggi il seguito di questo post »
Ci sono così tante cose in una sola vita,
così tante! Se solo potessimo
trattenerne alcune,
poche,
forse anche una soltanto!
E invece tutto sembra sfuggire,
tutto corre, come il respiro
già passato nel prossimo
che verrà. Leggi il seguito di questo post »
Mi misero a capo del boicottaggio e la cosa, all’inizio, mi turbò.
Entrano nell’autobus, con una certa fretta: sono bianchi, in abito da ufficio, coi capelli corti laccati.
Avevo un bel sorriso, qualche uomo mi guardava, sì, anche più di qualcuno.
Come avrei fatto a gestire la folla, i sentimenti, la rabbia della gente?
Una donna cammina con l’ombrello e la borsa della spesa, la città è un universo di finestre, occhi che spiano dagli scuri, stanze vuote, uffici pieni di persone – hai mai pensato che il luogo dove vivi è un incrocio di sguardi, da dentro, da fuori, è tutto un curiosare, uno studiarsi, un respingersi e desiderarsi? Leggi il seguito di questo post »