Provocazione in forma d’apologo 211
Pubblicato da robertorossitesta su gennaio 10, 2012
Una volta c’erano migranti, esuli, fuggiaschi. Le tre categorie erano distinte e per lo più si muovevano lungo rotte e su navi diverse, o diverso era almeno il loro modo di muoversi.
Oggi che non ci sono più rotte viaggiano tutti insieme anzi gli uni sugli altri, quando va bene e riescono a trovare un natante qualsiasi. Ma son natanti che spesso non arrivano, o, per così dire, il cui porto è in fondo al mare.














elisabetta detto
una volta c’erano. e oggi non ci sono più. già.
con l’affetto che sai.
eli
Giorgina Busca Gernetti detto
Un’amara, tragica realtà odierna descritta con un’esemplare sinteticità,
Buon anno, Roberto, e un caro saluto
Giorgina
ilaria detto
oggi siamo ” migranti ” nelle nostre vite…tutto ciò è piuttosto triste.
ci sforzeremo di arrivare.
un caro saluto
robertorossitesta detto
Care Elisabetta e Giorgina,
nello scrivere quest’apologhetto avevo in mente una mia poesia almeno trilustre, già pubblicata su LPELS nel gennaio 2007, che suona come segue:
“Non più Ulisse né Glauco:
schiavo fra i tanti, a pane ed acqua putrida,
sotto coperta faticando al remo
senza levare gli occhi o rifiatare.
Non sento più richiami di sirene,
non vedo il mare di cui soffro i colpi.
Attendo alla consegna: sempre quella.
Ciò che poteva essere
io lo contemplo come fosse stato
sulle schiene lucenti dei compagni,
nel sogno inesauribile del turbine
che rapì la mia nave ancora in porto.”
(da PER SÌ FATTE SCALE)
Ovviamente questa poesia letta oggi ha risonanze all’epoca della stesura magari non così evidenti.
Ne traggo una riflessione e un’esortazione: dal momento che l’immaginazione letteraria finisce spesso per trasformarsi in un qualcosa di ben reale, sforziamoci tutti insieme (ma lo dico soprattutto a me stesso) di immaginare una realtà migliore di quella che abbiamo intorno, e di avviarci in tale direzione.
Un saluto e un abbraccio,
Roberto
robertorossitesta detto
Cara Ilaria,
nella tristezza lo sforzo è doveroso, e in esso possiamo trovare l’unica pace qui e ora possibile.
Un caro saluto a te,
Roberto
Roby (s.d a.) detto
Carrette cariche di rifiuti e speranze
speranze che si spengono nel rifiuto
robertorossitesta detto
Gentile Roby,
la tua formula nella sua durezza è giustissima. Senza dimenticare che certi problemi non ammettono soluzioni completamente accettabili – nemmeno da chi nella massima buona fede li ha sollevati. Noi possiamo solo guardare in una direzione e metterci in marcia.
Grazie e un saluto,
Roberto
Roby (s.d a.) detto
Sì, in realtà quasi una provocazione; spesso stiamo a guardare, importante, e concordo con Lei, metterci in marcia
Ringrazio e saluto cordialmente
M&C detto
Vite disperate di uomini che hanno bisogno di giustizia, non solo di carità.
Mi viene in mente questa:
“In memoria” – Giuseppe Ungaretti
Si chiamava
Moammed Sceab
Discendente
di emiri di nomadi
suicida
perché non aveva più
Patria
Amò la Francia
e mutò nome.
Fu Marcel
ma non era Francese
e non sapeva più
vivere
nella tenda dei suoi
dove si ascolta la cantilena
del Corano
gustando un caffè.
E non sapeva
sciogliere
il canto
del suo abbandono.
L’ho accompagnato
insieme alla padrona dell’albergo
dove abitavamo
a Parigi
dal numero 5 della rue des Carmes
appassito vicolo in discesa.
Riposa
nel camposanto d’Ivry
sobborgo che pare
sempre
in una giornata
di una
decomposta fiera.
E forse io solo
so ancora
che visse.
robertorossitesta detto
Gentile M&C,
grazie per la bellississima e opportunissima citazione.
Su cui mi piace considerare che Ungaretti, con la sua fede nella parola, può scrivere
“E non sapeva
sciogliere
il canto
del suo abbandono”,
intendendo probabilmente che, se avesse saputo sciogliere ecc, Moammed Sceab non si sarebbe ucciso.
Certo, quella nella parola è una fede condivisibile, ma rimanerle attaccati è sempre più difficile.
Un saluto,
Roberto
M&C detto
Grazie, Roberto!
Si, é difficile, ma la condivisione aiuta sempre.
Un caro saluto a lei.
Cri
icittadiniprimaditutto detto
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alfonso detto
oggi viaggiano tutti insieme. tutti dentro noi, insieme a santi, martiri e folli
robertorossitesta detto
Caro Alfonso,
sì, tutti dentro noi, insieme a santi, martiri e folli: e specialmente folli, i più folli dei quali son quelli che non credono di esserlo.
Un abbraccio,
Roberto
Giovanni Nuscis detto
“…son natanti che spesso non arrivano, o, per così dire, il cui porto è in fondo al mare”
“sforziamoci tutti insieme (ma lo dico soprattutto a me stesso) di immaginare una realtà migliore di quella che abbiamo intorno, e di avviarci in tale direzione.”
Il primo obiettivo, forse, purtroppo, è la fuga; l’approdo è eventuale, coi rischi conseguenti; l’impossibilità disperante di stare nelle proprie radici, tra i propri cari, nei propri luoghi.
Grazie Roberto. Un caro saluto.
Giovanni
robertorossitesta detto
Caro Giovanni,
purtroppo è vero, in certi casi arrivare a un porto risolve un problema ma ne suscita altri. E l’impossibilità disperante di stare nelle proprie radici spesso la sperimentiamo anche noi, figuriamoci dunque che cos’è per quegli sventurati.
Grazie e un caro saluto a te,
Roberto
fabrizio centofanti detto
in fondo al mare ci sono tesori di cui si prenderà cura qualcuno di cui ignoriamo pervicacemente l’esistenza.
robertorossitesta detto
Caro Fabrizio,
certo: gli Ulisse e i Glauco della classicità scarseggiano, tra le ultime rovinose vampate di hybris ormai ci vediamo e a volte ci crogioliamo nella nostra assoluta indigenza e dobbiamo finalmente riconoscere che non possiamo far nulla di buono senza quel Qualcuno. Il quale, penso, non ci farà mancare neppure una tirata di capelli e una buona pedata, anche peggiori di quelle che ci stiamo dando fra noi.
Un abbraccio,
Roberto
marcosic detto
Io penso al fatto che queste categorie una volta potevano scegliere di viaggiare separatamente, ma non tanto per il fatto in sé, quanto perché evidentemente potevano scegliere il sistema più indicato per il proprio particolare stato. Oggi la globalizzazione è intervenuta anche qui: la globalizzazione del dolore e della disperazione, lo sfruttamento estremo del bisogno, il martellamento impietoso dell’esistenza di certi esseri umani. E poi, se qualcosa va male in quest’orrida giostra, la grande “democrazia” cui loro ambivano, li accomuna tutti per la seconda volta, adesso in fondo al mare
robertorossitesta detto
Caro Marco,
ricordi la Canzone di Ariele?
“A cinque tese sott’acqua tuo padre giace.
Già corallo son le sue ossa
Ed i suoi occhi perle.
Tutto ciò che di lui deve perire
Subisce una metamorfosi marina
In qualche cosa di ricco e di strano.
Ad ogni ora le ninfe del mare
Una campana fanno rintoccare.”
Corallo, perle, metamorfosi ricca e strana: ecco
la grande “democrazia”, che accomuna tutti quelli cui tocca.
Ma non consola, non consola per niente.
Un saluto,
Roberto
marcosic detto
No, non consola, non consola affatto caro Roberto, hai ragione, una ragione amara. Sarebbe bello, ma forse è chiedere troppo, che ognuno, almeno nel momento estremo, potesse ricevere il rispetto che forse non ha ricevuto durante un’intera vita.
Ti abbraccio, Marco
robertorossitesta detto
Caro Marco,
a proposito di rispetto post mortem, avrai sentito parlare anche tu della cerimonia funebre “urologica” diffusa in rete.
Dicono che l’uomo tiene dell’Angelo e del bruto, ma la seconda dimensione è quella che sperimentiamo più di frequente.
Un abbraccio a te,
Roberto