Vivalascuola. No alla scuola dei nonni

No alla scuola dei nonni. Cioè no a incongruenze legislative, no all’invecchiamento degli insegnanti, no all’ignoranza dei dati della ricerca medica, no al disinteresse per i giovani, no al disinvestimento nell’istruzione. Un’altra scuola è possibile. E’ da dire in tutte le occasioni di discussione e mobilitazione, a partire dall’Urlo della scuola del prossimo 23 marzo.

In questa puntata di vivalascuola Mario Piemontese illustra le conseguenze dell’innalzamento dell’età della pensione per gli insegnanti, Marina Boscaino, Giuseppe Caliceti, Girolamo De Michele e Marco Guastavigna ne indicano le ricadute sociali e didattiche. Dalla Camera l’on. Manuela Ghizzoni denuncia ingiustizie e improvvisazioni. E un appello: “No alla scuola dei nonni“.

APPELLO

La “riforma” pensionistica del governo Monti è un attacco diretto alle condizioni di vita dei lavoratori, che da tale “riforma” vengono ulteriormente peggiorate. Infatti, si andrà in pensione molto più tardi e con un assegno assai decurtato.
Il caso dei lavoratori della scuola è emblematico: oggi i docenti italiani hanno un’età media molto alta ed i docenti più giovani sembrano condannati al precariato a vita (ricordiamo che l’età media dei precari della scuola si aggira attorno ai quarant’anni). Insegnare non è certo il solo lavoro usurante, né il peggiore. Eppure anche insegnare stanca: non può esserci una buona scuola se chi sta dietro la cattedra ha esaurito le sue energie, se la differenza d’età con i propri studenti si avvicina al mezzo secolo.

Facciamo girare il presente appello per sostenere:

  • il ritiro della “riforma” pensionistica varata da Monti;
  • il ripristino dei trentacinque anni come come soglia per aver accesso alla pensione; e che questa sia una pensione dignitosa, non con indebite penalizzazioni;
  • un piano di immissione in ruolo che affronti, finalmente, il problema del precariato; la scuola non può massacrare altre generazioni di insegnanti;

Frattanto pretendiamo, nelle nostre scuole che lo stress-lavoro-correlato venga individuato e denunciato nel Documento di Valutazione dei Rischi e che si mettano a punto le misure per arginarlo; ricordiamoci che questo aspetto rientra tra gli obblighi del dirigente. Sarà questo un modo concreto di far affiorare un problema sommerso e che va portato, con più decisione, a conoscenza dell’opinione pubblica.

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E dunque, ci toccherà lavorare fino a 70 anni
di Girolamo De Michele

E dunque, ci toccherà lavorare fino a 70 anni, e oltre.
Un’altra tegola che cade sulla testa della scuola pubblica: questa volta, ad opera di un cosiddetto “governo tecnico“, esecutore del commissariamento dell’Italia e curatore fallimentare degli interessi delle grandi banche e società d’intermediazione mobiliare (SIM), prima fra tutte la Goldman Sachs, per la quale lavoravano Monti, Draghi e Letta.

Per l’ennesima volta, con un equo bilanciamento fra governi “amici“, “nemici” e “tecnici“, passando senza soluzione di continuità da Maroni e Tremonti, a Visco e Damiano, da Sacconi e Tremonti fino a Fornero e Monti, le pensioni sono il principale obiettivo dei tagli di bilancio, con un’acribia contabile che non tiene in alcuna considerazione le vite e il futuro di insegnanti e studenti: di fatto, stanno cartolarizzando le esistenze concrete di ciascuno di noi.

Avremo dunque insegnanti sempre più anziani, perché sempre più tardi si uscirà dalla scuola, e dunque sempre più tardi il precario andrà in cattedra: insegnanti sempre meno capaci di aggiornarsi, di restare al passo con le nuove tecnologie e i nuovi saperi (uno fra tutti: le neuroscienze) che a una certa età diventano sempre più difficile da apprendere per poi insegnarle. E dunque avremo sempre più insegnanti costretti dalla propria condizione psicofisica a una didattica sempre più ripetitiva e mnemonica, sempre meno flessibile, sempre meno utile alla formazione di teste ben fatte: per la gioia di quelle teste di legno che non concepiscono didattica diversa dalla testa ben piena di nozioni, e che vedranno realizzarsi quel loro incubo che scambiano per sogno.

Ma soprattutto, avremo una società sempre meno degna: una società che non riconosce il diritto alla vecchiaia, cioè a una dignitosa terza fase della vita, alla quale si dovrebbe poter accedere con la mente ancora viva e il corpo ancora abile, per socializzare in modo diverso dal lavoro salariato la propria capacità, la propria potenzialità, la propria dignità. Una società che non riconosce il diritto alla vecchiaia delegandola al mercato semi-clandestino delle badanti e delle case di riposo, che non riconosce il diritto a una vecchiaia dignitosa sfruttando la vita fino all’ultimo respiro, può ancora definirsi una società educante? E una società diseducante e diseducata quale idea di scuola è in grado di proporre, difendere, realizzare?

E allora chiediamoci: una società che considera la vita solo dal punto di vista contabile della sua traduzione in tempo di lavoro salariato, quale dignità della persona umana, quale diritti costituzionali è in grado di concepire? Se la vita viene valutata alla stregua di un titolo azionario o di un bene da cartolarizzare, senza alcuna considerazione per la qualità del dare e ricevere, della concreta specificità del lavoro fisico e intellettuale – senza alcuna comprensione per l’esistenza di un terzo tempo, quello della vecchiaia, che faccia seguito al tempo per apprendere e al tempo per insegnare.

Tutto questo, ci dicono per l’ennesima volta, perché dobbiamo fare dei “sacrifici necessari“. Necessari per cosa? Per dotarci di un sistema-istruzione all’altezza delle sfide del terzo millennio? Niente affatto: si toglie ai poveri (ma cambierebbe qualcosa se si togliesse ai ricchi?) per dare ai ricchissimi, per aiutare il capitale finanziario a galleggiare sull’onda di una crisi che è la vera natura del capitalismo finanziario? Il capitalismo odierno non “è in crisi”: il capitalismo “è crisi, e come tale genera quelle condizioni di instabilità che sono la ragione stessa della propria rendita. Come la precarizzazione dell’esistenza, ancor più che del lavoro: che non è un incidente di percorso, o una momentanea stortura, ma l’essenza stessa dei rapporti sociali del capitale globale.

È il momento di dire basta all’asservimento della vita ai flussi e riflussi del capitale globale: un’altra vita, un altro mondo, un altro modello di relazioni tra esseri umani è possibile, il diritto a una vita, una società, una scuola degne di essere vissute non può essere sottomesso ai bilanci delle Gordman Sachs, JP Morgan, Deutsche Bank, e via dicendo: questa crisi non va pagata. Non da noi, non dalla scuola pubblica, non dal mondo del lavoro, precario e non. Il diritto costituzionale all’istruzione è oggi possibile solo come diritto all’insolvenza: senza questo non c’è quello.

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C’è qualcosa che non va
di Giuseppe Caliceti

Da una parte si dice che i giovani di oggi devono scordarsi il posto fisso, dall’altra chi vuole accendere un mutuo si sente dire dalla banca che occorre un posto fisso. C’è qualcosa che non funziona. Da una parte si dice che i docenti non devono andare in pensione prima di settant’anni e passa, dall’altra nessuno sembra accorgersi che ci sono tanti precari che hanno ormai cinquant’anni. C’è qualcosa che non va.

La cosa che più mi colpisce, in questi primi mesi di governo Monti, è questa: gettata in fretta la maschera di governo Salva Italia, sta saltando fuori il suo volto reale di vero e proprio governo di destra. Diciamo la verità, pensiamo che questo governo si metterà mai a discutere seriamente di quanto possa essere usurante il lavoro del docente? Anche con i dati alla mano? Io penso di no. Anzi, in queste ultime settimane si caratterizza proprio per un attacco concentrico e massiccio nei confronti delle giovani generazioni.

Oltre alle beffe, a cui li aveva già abituati il governo Berlusconi, ora siamo arrivati agli insulti. I giovani? Già così martoriati? Fuori o dentro la scuola? Pensate alle parole di Monti, Fornero, Profumo, Cancellieri. Sono mammoni che vogliono il lavoro sottocasa. Non hanno coraggio. Sono degli inetti. Vogliono il lavoro stabile. E quando si parla in questo modo di giovani, si sta parlando direttamente anche di scuola e di formazione di ogni ordine e grado.

Monti, poco prima di insediarsi come premier, aveva già parlato di grande ammirazione per il licenziamento di massa più grande della storia della nostra Repubblica compiuto nella scuola dall’ex ministro all’Istruzione Maria Stella Gelmini. Cosa c’era da aspettarsi? Forse è questo il vero miracolo italiano di Berlusconi. O meglio, del dopo Berlusconi: avere tutto un centrosinistra che plaude a un governo di destra. Allineandosi improvvisamente anche ai suoi programmi sulla scuola pubblica, la ricerca, la formazione.

Non a caso, dopo l’operazione pensioni, dopo oltre 2 anni e mezzo di assoluto silenzio, si torna a parlare della proposta di legge Aprea. E’ tornata in pista nella riunione della VII Commissione della Camera, il 25 gennaio scorso. Sembrano essersi create le condizioni politiche per poterla riproporre e portarla in porto. Non a caso al testo Aprea sono “abbinate” altre 7 proposte di legge trasversali a tutto l’arco parlamentare. E lo stato di languore in cui versa la scuola, dagli organi collegiali in su, e in giù, unito al furore “riformatore” del governo Monti, sembrano determinare le condizioni ideali per tentare il grande salto.

Il disegno in atto è sempre lo stesso: la privatizzazione totale delle scuole e della formazione. Un effetto collaterale di tutto questo? L’attacco sempre più violento nei confronti dei giovani e dei docenti, ridotti a un ruolo prevalentemente di babysitteraggio e contenimento sociale.

Diciamo la verità: chi sarebbe felice di avere docenti di oltre settant’anni per i suoi figli? Nessuno. Ma questo spetta alla scuola pubblica. E guai a lamentarsi. Dopo la campagna che ha gettato per tre anni discredito nei confronti dell’intero corpo docenti italiano della scuola pubblica a opera del governo Berlusconi, adesso si passa a un attacco frontale direttamente agli studenti. I docenti, gli studenti. la scuola. Un attacco totale, appunto. E a poco interessa, a questa gente qui, che già nella scuola pubblica italiana, specie alle superiori, la media anagrafica dei docenti sia la più alta d’Europa. Qui dei docenti e degli studenti della scuola pubblica non interessa niente a nessuno. Sono solo numeri, sono solo capitoli di spesa che devono essere ridotti o aboliti.

In fondo, quando li senti parlare, ti accorgi subito che non stanno parlando della scuola dei loro figli o nipoti, cioè della scuola della maggior parte degli italiani. Che fare di fronte a questo continuo sfacelo? Se ancora è possibile fare qualcosa, non lo faranno certo né i politici né i docenti o i sindacati. Occorre informare ma, soprattutto, coinvolgere i genitori di alunni e studenti nel processo formativo (ricordando che le più interessanti esperienze educative erano sempre basate su un patto di ferro, condiviso, tra genitori e docenti). Occorre ripensare a un’offerta formativa insieme a loro. Occorre ridiscutere di modelli educativi e del futuro che vogliamo. Insieme ai genitori.

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Per quest’anno, non cambiare: nessuna eccezione per la previdenza del personale della scuola
di Marina Boscaino e Marco Guastavigna

Dunque l’emendamento non è passato. Diversamente, il personale della scuola che ne avesse maturato i requisiti, sarebbe potuto andare in pensione con le regole precedenti, avendo maturato i requisiti necessari non al 31 dicembre 2011 (scadenza dell’anno solare) ma al 31 agosto 2012 (scadenza dell’anno scolastico). Nel caos di una riforma delle pensioni maturata in tempi fulminei, qualche migliaio di persone – illuse dal fatto che sull’ordine del giorno della Camera in merito il Governo aveva espresso parere favorevole – deve cambiare ancora una volta progetto di vita.

Ancora una volta, però, a farla da padrone non è il buonsenso, ossia la semplice consapevolezza che la scansione dei tempi di lavoro nella scuola rappresenta un’anomalia – anni scolastici e servizio, quando non si tratti di “supplenze brevi”, vengono computati non sulla base dell’anno solare, ma del periodo 1 settembre-31 agosto – ma l’idea che il mercato del lavoro sia un’entità immanente e non il frutto della scelta intenzionale e consapevole di un certo modello economico, quello che mira al profitto e agevola la speculazione finanziaria.

Prevalgono – rispetto ai diritti delle persone e alle condizioni di vita; rispetto all’idea che non si possono continuare a cambiare le regole del gioco mentre si sta giocando – i dati relativi al bilancio: non ci sono i fondi per questa operazione, che avrebbe tra l’altro liberato anche qualche posto di lavoro per la stabilizzazione di qualche precario. Nel frattempo e perciò, ancora più perplessità suscita l’annunciata volontà del Ministro di celebrare concorsi e di “svecchiare” la scuola. Tanto più bizzarra se al dato dell’aumento dell’età pensionabile, si aggiunge quello delle cattedre (che vuol dire posti di lavoro, che vuol dire donne ed uomini) tagliati da Gelmini e Tremonti nel triennio 2008-11. Si tratta di un gioco delle tre carte in cui è difficile raccapezzarsi. Di numeri che non tornano. Di un mistero o di una contraddizione in termini; salvo voler concludere che siamo ancora una volta di fronte a una sequenza di annunci rivolti alla grancassa mediale, la cui coerenza reciproca e la cui congruenza con la situazione generale del Paese poco importano.

Ci chiediamo inoltre come sia possibile pensare che sia sostenibile una scuola dove la costrizione alla permanenza riduce la credibilità pedagogica dei singoli e della comunità educante nel suo complesso. E, nel contempo, ci domandiamo a quali “magnifiche sorti e progressive” l’ansia dì svecchiamento destinerà nei prossimi anni gli sventurati 62-65enni in circolazione coatta (non sono pochi), contraddittori testimoni di un mondo che si vuole dismettere, ma trattenuti in servizio dagli imprevedibili capricci dello spread. Sarà difficile – in assenza di precise determinazioni contrattuali, di quel contratto ancora a lungo bloccato – ipotizzare, come sembra suggerire Profumo, una riconversione professionale, che preveda l’allontanamento dalle aule e l’impiego di competenze, conoscenze ed esperienze didattiche maturate sul campo e volte, ad esempio, alla formazione delle giovani leve.

Il timore è che tutto ciò possa passare attraverso una destabilizzazione del posto di lavoro. Elsa Fornero ha spiegato a più riprese la propria idea di flessibilità “buona”, che – attraverso un allentamento appunto delle garanzie di stabilità – individuerebbe la possibilità di determinare più impiego per tutti. Nella scuola è possibile pensare a qualcosa del genere? La continuità didattica e la costruzione di pratiche comuni, di esperienze di collegialità, di appartenenza alla singola istituzione scolastica e al suo territorio rappresentano ancora – agli occhi di chi ci governa, nella percezione di chi guarda alla scuola – il valore aggiunto per rendere gli apprendimenti degli studenti più significativi in senso culturale e di cittadinanza? O questi interrogativi sono destinati ad essere rubricati – come spesso capita – come fossero l’ennesima pretesa di una categoria professionale improduttiva e sostanzialmente parassitaria, piena di privilegi ai quali è difficilmente disponibile a rinunciare?

Sono tutte domande che molto probabilmente rimarranno prive di risposte. Siamo abituati ormai da anni ad un “ascolto” solo teorico da parte di chi ha la responsabilità di amministrare la scuola. E ci dispiace constatare che anche l’attuale ministro stenta ad assumere un atteggiamento concretamente interlocutorio con il mondo della scuola.

Abbiamo allora pensato di rivolgere qualche domanda al deputato Manuela Ghizzoni, che si è particolarmente adoperata in favore dell’emendamento non andato a buon fine.

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Manuela Ghizzoni: Ingiustizia e improvvisazione
intervista a cura di Marina Boscaino e Marco Guastavigna

1. Ci può spiegare con maggior previsione qual è stato l’iter istituzionale e politico del mancato provvedimento?

Con la firma di tutti i deputati del PD componenti delle commissioni Istruzione e Lavoro è stato depositato un emendamento al decreto Milleproroghe (il numero 6.19) finalizzato a rinviare al 31 agosto 2012 (invece che al 31 dicembre 2011), nel comparto scuola, il termine per maturare i requisiti per il pensionamento secondo la normativa previgente alla cosiddetta riforma Fornero. Tale rinvio consentirebbe di riconoscere nella normativa previdenziale la specificità della scuola, la cui vita è scandita dai ritmi della didattica che da sempre condizionano anche l’accesso alla quiescenza (il 1 settembre, cioè all’avvio dell’anno scolastico).

Anche il parere al decreto Milleproroghe espresso all’unanimità dalla Commissione VII della Camera accoglie una condizione del tutto analoga all’obiettivo dell’emendamento, a testimonianza di un orientamento condiviso dalle forze politiche presenti nella commissione (“Si differisca al 31 agosto 2012 il termine previsto dall’articolo 24, comma, 14 del decreto legge 6 dicembre 2011 n. 201, convertito con modificazioni dalla legge 22 dicembre 2011, per la maturazione dei requisiti per l’accesso alla pensione del personale della scuola con le norme previgenti, al fine di rendere coerente tale termine con la normativa previdenziale del medesimo comparto”).

L’emendamento non ha superato la discussione nelle Commissioni referenti (Affari costituzionali e Bilancio) per la valutazione negativa dalla Ragioneria dello Stato circa la “copertura” finanziaria. Ripresentato per la discussione e per il voto in Aula, l’emendamento è decaduto – insieme a tutti gli altri – nel momento in cui il Governo ha posto la questione di fiducia.

Per dare continuità ad una azione che il PD ha intrapreso convintamente, è stato allora presentato un Ordine del Giorno (n. 79, presentato nella seduta della Camera n. 577 di giovedì 26 gennaio 2012), accolto favorevolmente, che impegna il Governo ad “introdurre il termine del 31 agosto 2012 per il personale del comparto scuola”. Al Senato l’iniziativa è stata assunta direttamente da uno dei due relatori del decreto Milleproroghe, il sen. Mercatali, che ha depositato l’emendamento 6.51, corredato da una copertura finanziaria stimata a 229 milioni, da ripartire nel quadriennio 2012-2015: a tale cifra si è pervenuti tenendo presente una platea di 4000 potenziali beneficiari, individuata dal MIUR, e calcolando i “minori risparmi” dovuti a 3 anni di media di anticipo sul pensionamento, come determinato dalla recente riforma previdenziale.

Di avviso diverso il ministro Fornero la quale, intervenendo nel dibattito nelle Commissioni referenti (Affari Costituzionali e Bilancio) del Senato, non ha mosso rilievi di natura “strutturale” all’emendamento, bensì sulla adeguatezza della copertura finanziaria. Tale giudizio negativo è stato rafforzato dalla relazione tecnica della Ragioneria dello Stato, che ha valutato i costi in ben 600 milioni, poiché ha fatto riferimento a 6000 possibili fruitori (senza però giustificare le ragioni di tale nuova stima) e, soprattutto, vi ha incluso le spese per la liquidazione (come se spettasse solo a chi va in pensione ora e non tra tre anni!). A poco, purtroppo, sono servite le puntuali controdeduzioni della sen. Bastico: il Governo e il relatore sen. Malan del PDL hanno mantenuto un parere contrario all’emendamento nel momento in cui il presentatore e relatore sen. Marcatali ne ha chiesto la votazione. Nel voto, purtroppo, i favorevoli sono stati 4 in meno rispetto ai contrari e agli astenuti.

A questo punto due considerazioni sono d’obbligo: il PD ha iniziato in solitudine questa battaglia e l’ha condotta con coerenza fino in fondo, contro il Governo e le altre forze che lo sostengono; emblematico, poi, il voto negativo della Lega, quella stessa Lega che dalle pagine della Padania grida di voler difendere i pensionati ma nelle aule delle commissioni parlamentari non perde occasione per affossare interventi promossi dal PD per superare le criticità della riforma Fornero.

Questi i fatti. La questione, tuttavia, non deve considerarsi chiusa: l’approvazione dell’OdG n. 79 vincola il Governo ad un preciso impegno. Lo incalzeremo perché onori l’obbligo assunto e perché la specificità della scuola – così come è sempre stato – sia riconosciuta anche nella riforma previdenziale recentemente approvata. In questa azione saremo spronati dal personale della scuola che ci ha accompagnato in questa battaglia e che si sta organizzando per dare voce alle proprie istanze, anche attraverso iniziative legali (al momento il dibattito è raccolto in Quota 96, Class Action Blog Scuola e sul mio sito personale).

2. A suo giudizio, quale senso assume una scuola il cui personale è in parte trattenuto in servizio contro la sua volontà e invecchia tristemente di fronte a bambini ed adolescenti che sempre più esplicitamente pongono al centro della vita scolastica le relazioni umane, gli atteggiamenti, i comportamenti degli adulti?

Una buona scuola si costruisce anche sulla motivazione dei docenti e degli operatori che vi lavorano: è del tutto evidente che un personale affaticato dagli anni di servizio e frustrato nelle aspettative personali molto difficilmente contribuirà a vantaggio della didattica e dell’offerta formativa. L’invecchiamento della nostra classe docente è un dato di realtà: l’Italia è il Paese dell’Unione europea con la percentuale più alta di insegnanti ultracinquantenni nelle scuole superiori (57,8 per cento) e quella più bassa di insegnanti sotto i 30 anni (0,5 per cento). E, per la normativa previdenziale recentemente approvata, queste percentuali sono destinate ad aggravarsi.

Ci sono tanti insegnanti “maturi” che ancora hanno molto da dare, agli studenti e ai colleghi: è una constatazione facilmente verificabile per chi frequenta la scuola italiana. Pertanto, non ho alcuna intenzione di invocare i pensionamenti coatti, come invece ha fatto, solo pochi anni fa, il ministro Brunetta. Sostengo invece che per affrontare le sfide che ha di fronte – dispersione, reale inclusione, innovazione della didattica e nuove modalità di apprendimento – la scuola italiana abbia bisogno di un organico adeguato (problema reso acuto dalle scelte del precedente Governo) e di personale motivato, indipendentemente dall’età anagrafica: maturati i requisiti necessari (che non possono essere sottoposti ad un continuo regime di revisione), la libertà di scelta del pensionamento diventa una opportunità di crescita.

3. Il PD appoggia questo Governo e questo Ministro dell’istruzione. Non trova che vi siano alcune contraddizioni tra gli annunci e le pratiche? Giudica credibile l’idea di adibire gli insegnanti più anziani a funzioni diverse dall’insegnamento diretto (per esempio la formazione dei colleghi) in assenza di un modello non improvvisato e anche di spazi di contrattazione sindacale in proposito?

Non si può correggere ingiustizia con improvvisazione. L’emendamento, seppur bocciato, ha avuto almeno il pregio di sollevare la questione della specificità della scuola in materia previdenziale: ora che essa è stata posta, la politica e il Governo non possono più ignorarla. La soluzione naturalmente non è solo quella proposta dall’emendamento, finalizzato a correggere un errore per la fase di prima applicazione della riforma Fornero (l’anno scolastico 2011/2012 è stato infatti spezzato in due, come non era mai accaduto prima): resta sul tavolo, inevaso, il problema di come raccordare tale riforma alla finestra unica di uscita dalla scuola (1 settembre).

Ma soprattutto c’è da chiedersi come il personale ultrasessantenne sia in grado di affrontare al meglio la propria missione educativa (indirizzata a “nativi digitali”, raccolti in classi numerose, dai bisogni di apprendimento molteplici e differenziati) e conseguentemente se sia opportuno, per gli ultimi anni di servizio, prevedere funzioni alternative alla consueta attività didattica o il ricorso ad un orario ridotto di insegnamento: certo è che tali valutazioni non possono prescindere da un discorso più generale sulla scuola e sui diritti dei suoi lavoratori, che deve avere un approdo naturale anche nella contrattazione sindacale.

Coerenza tra annunci e pratiche? È la domanda che abbiamo posto urgentemente al ministro Profumo mercoledì scorso, con lo strumento dell’interrogazione parlamentare, dopo la bocciatura dell’emendamento: come possono stare insieme i proclamati concorsi per i giovani insegnanti con il trattenimento in servizio dei più anziani, al netto dei tagli imposti dal ministro Gelmini che hanno ridotto all’osso gli organici? La risposta è stata poco soddisfacente, anche in relazione alla annunciata legge della Regione Lombardia per il reclutamento del personale docente da parte delle istituzioni scolastiche (da noi richiamata nell’interrogazione) e archiviata dal ministro come una semplice “sperimentazione”: gli argomenti per il nostro impegno dei prossimi mesi non mancano di certo.

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La classe ’52 non va in paradiso
di Mario Piemontese

Numerosi sono stati gli interventi sulle pensioni negli ultimi 2 anni. Partiamo da quello più recente del Governo Monti e vediamo cosa è cambiato rispetto al passato.

Pensione di vecchiaia
Il nuovo requisito anagrafico per la maturazione nel 2012 del diritto alla pensione di vecchiaia è 66 anni. Fanno eccezione le lavoratrici del settore privato dipendenti o autonome. Per le prime l’uscita è prevista a 62 anni, mentre per le seconde a 63 anni e 6 mesi. Nel 2018 non ci saranno più differenze, tutti potranno uscire per vecchiaia solo se avranno almeno 66 anni e 7 mesi d’età. Le lavoratrici dipendenti del settore privato nel giro di 6 anni vedranno così aumentare il loro requisito di quasi 5 anni. L’aumento per loro non è una novità, era già previsto, è stato solo anticipato. Dopo il 2018 il requisito continuerà a aumentare allo stesso modo per tutti e nel 2050 sarà 69 anni e 9 mesi.

Nel 2009 il requisito per gli uomini era 65 anni e per le donne 60. In seguito il requisito per le donne del pubblico impiego è stato modificato: 61 anni nel 2010 e nel 2011, e poi sarebbe dovuto passare a 65 nel 2012. Il requisito per le donne del settore privato a partire dal 2013 sarebbe dovuto aumentare progressivamente per arrivare a 65 nel 2023. L’ultimissimo intervento sulle pensioni del Governo Berlusconi nel novembre 2011 aveva comunque previsto che nel 2026 il requisito per la vecchiaia sarebbe stato per tutti 67 anni.

Pensione anticipata
Prima dell’intervento sulle pensioni del Governo Monti chi non raggiungeva il requisito della vecchiaia, ma aveva almeno 40 anni di contributi poteva andare in pensione. Adesso non più, 40 anni di lavoro sono pochi. La pensione di anzianità, uscita con 40 anni di contributi o con il cosiddetto sistema delle quote, alternativa a quella di vecchiaia, è stata sostituita dalla pensione anticipata. Nel 2012 gli uomini che non raggiungono il requisito della vecchiaia possono uscire anticipatamente se hanno almeno 42 anni e 1 mese di contributi. Per le donne il requisito è di 41 anni e 1 mese. I requisiti aumenteranno progressivamente e nel 2050 per gli uomini ci vorranno 46 anni di contributi e per le donne 45.

L’anticipo dell’uscita rispetto al requisito della vecchiaia è quindi previsto, ma secondo il Governo Monti se non sei abbastanza vecchio in qualche modo devi pagarla. I lavoratori con meno di 62 anni che potranno uscire anticipatamente avranno una pensione ridotta: dell’1% a 61 anni, del 2% a 60 anni, del 4% a 59 anni, del 6% a 58 anni e dell’8% a 57 anni.

Chi ha iniziato a lavorare dopo il 1° gennaio 1996, rientra cioè nel sistema contributivo, può uscire in anticipo nel 2012 se ha almeno 20 anni di contributi, una pensione pari almeno a 2,8 volte l’assegno sociale e almeno 63 anni di età. Dopo il 2012 il requisito cambierà solo per quanto riguarda l’età minima che aumenterà progressivamente per arrivare nel 2050 a 66 anni e 9 mesi.

Sistema delle quote
Prima dell’intervento sulle pensioni del Governo Monti chi non raggiungeva il requisito della vecchiaia e non aveva almeno 40 anni di contributi poteva uscire, avendone i requisiti, con il sistema delle quote. Il sistema delle quote funziona così, anche se sarebbe meglio dire funzionava visto che dal 2012 non ci sarà più.

La quota fissata per ogni anno come requisito per l’uscita si raggiunge sommando l’età anagrafica e il numero di anni di contributi. Sono necessari però un’età anagrafica minima e un’anzianità contributiva minima. Facciamo un esempio. Per il 2011 la quota da raggiungere è 96, l’età anagrafica minima è 60 anni e l’anzianità retributiva minima è 35 anni. Sommando i due minimi non si raggiunge mai la quota, per questo in estrema sintesi si dice che nel 2011 si può uscire con 60 anni e 36 anni di contributi oppure con 61 anni e 35 anni di contributi, anche se nella realtà l’anno mancante per raggiungere la quota potrebbe essere in parte anagrafico e in parte contributivo.

Nel 2010 il sistema delle quote prevedeva: quota 96 per il 2011 e il 2012 (età minima 60 e anzianità contributiva minima 35) e quota 97 per il 2013 e il 2014 (età minima 61 e anzianità contributiva minima 35). Nel 2015 ci sarebbe dovuta essere una verifica per valutare come modificare i requisiti in relazione all’aumento della speranza di vita. Tale verifica è stata anticipata e nel 2011 il Governo Berlusconi ha mantenuto quota 96 per il 2011 e il 2012 con gli stessi minimi, ma ha modificato le quote successive al 2012. Oltre al progressivo aumento dell’età minima per la pensione di vecchiaia, c’è stato anche il progressivo aumento dell’età minima per il sistema delle quote. Il minimo contributivo però non è stato cambiato. Nel 2013 la quota sarebbe dovuta essere 97 anni e 3 mesi (età minima 61 anni e 3 mesi e anzianità contributiva minima 35). Con il progressivo aumento dell’età minima si sarebbe dovuti arrivare nel 2021 a quota 97 e 11 mesi (età minima 61 anni e 11 mesi e anzianità contributiva minima 35). Tutto questo ormai non esiste più. Solo la quota 96 per il 2011 è sopravvissuta, il resto è stato spazzato via dall’introduzione della pensione anticipata.

La scomparsa del sistema delle quote ha penalizzato tanti lavoratori che avevano previsto di andare in pensione nel giro di 1, 2 o 3 anni. In particolare quelli della classe ’52 si sono visti soffiare sotto il naso la possibilità di uscita nel 2012. Questi lavoratori compiono 60 anni nel 2012, cioè l’età anagrafica minima prevista per quota 96. Fino alla fine di novembre 2011 per il 2012 quota 96 era ancora prevista. I lavoratori del ’52 con almeno 35 anni di contributi nel 2011 erano certi che nel 2012 sarebbero potuti uscire con quota 96 (60 anni di età e almeno 36 anni di contributi). Con le modifiche introdotte dal Governo Monti questa possibilità è svanita per loro, così come per tanti altri lavoratori.

Giusto per fare un esempio, i lavoratori della classe ’52 nella migliore delle ipotesi (60 anni di età e 40 anni di contributi nel 2012) potranno uscire in anticipo nel 2014 se donne (almeno 41 anni e 6 mesi di contributi), e nel 2015 se uomini (almeno 42 anni e 6 mesi di contributi). Nella peggiore delle ipotesi (60 anni di età e 36 anni di contributi nel 2012) potranno uscire in anticipo solo le donne nel 2018 (almeno 41 anni e 10 mesi di contributi), mentre gli uomini avranno la prima occasione di uscita nel 2019 con il requisito della vecchiaia (almeno 66 anni e 11 mesi di età).

Sistema contributivo
Chi ha iniziato a lavorare dopo il 1° gennaio 1996 è collocato nel sistema contributivo: la sua pensione sarà calcolata rispetto ai contributi versati. Chi alla stessa data aveva meno di 18 anni di contributi, cioè grossolanamente aveva iniziato a lavorare dopo il 1978, è collocato nel sistema misto: la sua pensione sarà calcolata per gli anni di contributi versati fino al 31 dicembre 1995 con il sistema retributivo e per quelli successivi con il sistema contributivo. Prima dell’intervento sulle pensioni del Governo Monti, chi invece sempre alla stessa data aveva almeno 18 anni di contributi era collocato nel sistema retributivo: il calcolo della sua pensione veniva fatto rispetto alle ultime retribuzioni. Dal 1° gennaio 2012 i lavoratori collocati nel sistema retributivo che non sono ancora andati in pensione, sono stati collocati in un ulteriore sistema misto: la loro pensione sarà calcolata per gli anni di contributi versati fino al 31 dicembre 2011 con il sistema retributivo e per quelli successivi con il sistema contributivo.

Una pensione calcolata con il sistema contributivo è inferiore del 25/30% rispetto a una pensione calcolata, a parità di requisiti, con il sistema retributivo. I lavoratori che erano nel sistema retributivo sono stati quindi penalizzati.

La speranza di vita
Con la legge n. 102 del 2009 è stato introdotto il concetto di adeguamento del requisito dell’anzianità anagrafica per andare in pensione, all’incremento della speranza di vita accertato periodicamente dall’ISTAT. In sostanza questo vuol dire che se le condizioni di vita ti permettono di vivere più a lungo, allora devi lavorare più a lungo. Il tutto sarebbe dovuto partire nel 2015, ma il Governo Berlusconi ha deciso nel 2011 di anticipare il tutto al 2013. Il requisito per la pensione di vecchiaia sarebbe dovuto passare, per effetto dell’aumento della speranza di vita, progressivamente da 65 anni e 3 mesi nel 2013 a 67 anni nel 2026. Le donne del settore privato sarebbero dovute partire da 60 anni e 3 mesi nel 2013 per allinearsi con tutti a 67 anni nel 2026. Anche l’età anagrafica minima per il sistema delle quote sarebbe dovuta passare, sempre per effetto dell’aumento della speranza di vita, progressivamente da 61 anni e 3 mesi nel 2013 a 61 anni e 11 mesi nel 2021.

Il Governo Monti ha deciso di prevedere non solo l’adeguamento all’aumento della speranza di vita del requisito dell’anzianità anagrafica, ma anche di quello dell’anzianità contributiva. I requisiti per la pensione anticipata sono infatti adeguati anno per anno all’aumento della speranza di vita. Per questo per esempio le donne possono uscire in anticipo nel 2013 con 41 anni e 1 mese di contributi, mentre per anticipare l’uscita nel 2016 sono necessari 41 anni e 10 mesi di contributi.

L’opzione donna
Fino al 31 dicembre 2015 le lavoratrici potranno continuare a scegliere di uscire usufruendo della cosiddetta opzione donna, cioè con il requisito congiunto di almeno 57 anni di età (58 per le lavoratrici autonome) e 35 anni di contributi. La loro pensione verrà però calcolata interamente con il sistema contributivo, che come abbiamo già detto è estremamente penalizzante rispetto al calcolo fatto con il sistema retributivo.

Conclusioni
Sia il Governo Berlusconi che il Governo Monti sono intervenuti sulle pensioni per fare cassa e costringere i lavoratori a andare in pensione solo quando sono vecchi. Il Governo Berlusconi aveva già avviato l’adeguamento del requisito dell’anzianità anagrafica, sia per la pensione di vecchiaia che per il sistema delle quote, all’aumento della speranza di vita. Il Governo Monti è andato oltre e ha vincolato al medesimo adeguamento anche il requisito dell’anzianità contributiva, sostituendo la pensione di anzianità (40 anni di contributi o sistema delle quote) con quella anticipata. 40 anni di lavoro non sono più sufficienti per andare in pensione e tanto meno 35 anche se combinati con un’età superiore a 60 anni. Non solo, chi decide di uscire anticipatamente e non è sufficientemente vecchio va incontro a significative riduzioni della sua pensione.

Per quanto riguarda la scuola il dato in questo momento più rilevante è quello relativo alle lavoratrici che stanno prendendo seriamente in considerazione di uscire con l’opzione donna, cosa che fino a qualche anno fa era assolutamente impensabile. I tagli agli organici, l’aumento del numero di alunni per classe e la riduzione del tempo scuola hanno aumentato drasticamente i carichi di lavoro, tra l’altro a fronte del blocco sia del contratto che degli scatti. La stanchezza sta prevalendo e diverse lavoratrici non ne possono più. Se una lavoratrice a fine carriera vuole uscire dalla scuola a tutti i costi, pur sapendo che avrà una pensione decisamente inferiore rispetto a quella che potrebbe avere lavorando ancora qualche anno, allora vuol dire che qualcosa non va. Se una maestra o una bidella fuggono dal loro lavoro, allora vuol dire che la situazione sta precipitando e che è necessario fare qualcosa per evitare la deriva.

*

Dialogo del Posto fisso e della Noia
di Giovanna Lo Presti

PF. Noia, Noia!
N. O che vuoi tu da me, Posto Fisso?
PF. E’ ora di parlarci, noi due. Tu, che i poeti hanno cantato nei secoli quale croce che affligge il genere umano, tu tormento ma anche alto segno di umanità – poiché chi si annoia finge a se stesso mondi diversi e fingendoli si sottrae allo stato bestiale, divenendo maggior di se stesso – tu dunque mi chiedi cosa voglia. Ma come? E’ stato rivelato a tutti che io, Posto Fisso, genero Noia. Lo disse, or son pochi giorni, anche il reggitore del Paese nostro, per giunta in tono esclamativo: “Il Posto fisso, che noia!”.
N. Ma c’è Noia e Noia – c’è la Noia dei filosofi e dei poeti e c’è la noia che produce soltanto lo sbadiglio. La Noia di Leopardi e la noia della cassiera del supermercato alla sua settima ora di servizio del sabato pomeriggio del trentesimo anno della sua vita lavorativa.
PF. E’ vero, già lo sapevo. Ciò non toglie che anche quella della cassiera sia Noia immaginifica, che le fa desiderare la fine della settimana lavorativa e il meritato, ancorché breve, riposo.
N. Sarà; per me, più volentieri mi riconosco in Noie aristocratiche che non in volgari insofferenze verso lo stato presente.
PF. E no, Madama Noia, anche tu devi pagare il balzello all’universal democrazia. Oggi tutti si annoiano. Tutti!! Le genti meccaniche e gli intellettuali, il popolo sciocco e il dotto, il ricco e il patrizio volgo.
N. Tutti non mi pare.
PF. Invece sì. E fra le cause principali di questa universal noia, ci sono proprio io -– il Posto fisso!
N. Tu, vera immagine della Prosaicità, tu di cui il poeta già si disse, con accento di verità: ma con rima triviale “Io vado in banca, stipendio fisso/così mi piazzo e non se ne parla più”?
PF. Sì, sì, sì – proprio io. IO genero NOIA. E sai con cosa mi si vuole sostituire? Con una miriade di lavori parziali – si inizia oggi si finisce fra tre mesi e poi hop, hop, hop, si balzella da un posto di lavoro all’altro, sino alla tarda età. E che nessuno sia stabile nel suo lavoro, poiché è chiaro ormai che la causa di tutti gli economici problemi è il posto fisso – che, inoltre, genera NOIA.
N. Questo non mi piace, di avere in te il mio genitore.
PF. Così fosse, eliminandomi s’eliminerebbe anche una delle principali ragioni della tua esistenza. E se tu pur fossi figlia di genitori plurimi, considera che il diluvio democratico di cui già dissi mi rende, a tutti gli effetti, uno di quelli più importanti. E’ per questo che ti ho chiamato. Non vorrai tu, Noia, sublime sentimento negli umani, rischiare di sparire insieme con me?
N. Io finora – te lo spiegai – credea che due fossero le Noie – una nobile ed una ignobile, una generata dal sublime esercizio improduttivo del pensiero e l’altra generata dalla mera ripetitività della vita. E pensava di dovermi occupare solum della prima, come cosa degna di essere mantenuta. Ma ora tu mi fai credere che, con la volgare, possa sparire anche la nobile Noia. Non avevo mai pensato a ciò; ma ora tu ciò mi fai temere.
PF. Immagina, Noia – intere generazioni di esseri umani costretti a pensare ogni giorno a come arrivare alla fine del mese, a cambiare ininterrottamente lavoro, a vivere una spericolata vita da precari, una vita piena di guai – finalmente senza Noia! Nessuno saprà più chi tu sia e per capirlo bisognerà compulsare antiche carte…

A questo punto, alzossi un vento furioso. Come ombra apparve, scarmigliata, la Pensione, quasi fantasima di se stessa – pallidissima e barcollante. “O che ti è accaduto, Pensione?” – esclamarono all’unisono la Noia e il Posto Fisso. “Un colpo, un colpo letale…” sospirò la Pensione.

Dicono alcuni che il vento, fattosi sempre più forte, trascinò via con sé Noia, Posto Fisso e Pensione, menandoli di qua di su di giù, come anime dannate, e trascinandoli infine in un mondo infero in cui i conti pubblici quadravano ma i poveri cittadini, trasformati in sudditi, conducevano stentatissima vita. Dicono altri che, dopo la sinistra apparizione della Pensione, Noia e Posto Fisso decidessero di coalizzarsi e di battersi per la loro sopravvivenza e di quella della loro amica Pensione; la quale, dopo aver bevuto un cordiale, si rianimò e si pose a capo di quella rivolta che avrebbe evitato la vittoria del demone malvagio che prima tutti denominavano “Flessibilità” ma che ora aveva rivelato il suo vero nome, che era quello, terribile, di Precarietà.

* * *

Pensioni e burnout

Più volte e con toni accesi abbiamo segnalato attraverso pubblicazioni scientifiche italiane, europee e di altri Paesi (USA, Giappone) che gli insegnanti sono più esposti a patologie psichiatriche (ed a suicidio) e oncologiche in seguito allo stress-lavoro-correlato della loro helping profession.
Il prepensionamento rappresentava per alcuni l’ultima via di fuga per scampare a un destino tutt’altro che felice, e ora non c’è più. (Vittorio Lodolo D’Oria, qui)

*

Alcune domande
– Perché il nuovo T.U. sulla tutela salute dei lavoratori (D.L.81/08) non è stato finanziato nella scuola con fondi ad hoc?
– Come si intende contrastare, senza risorse, il rischio psichiatrico ed oncologico nei docenti?
– Non si considera dovere istituzionale del MIUR informare e formare adeguatamente i dirigenti scolastici sul ricorso all’accertamento medico d’ufficio in CMV?
– Come è possibile pensare di allungare l’età pensionabile dei lavoratori della scuola (82% donne) senza prima verificare la salute della categoria? Non si rischia di andare in rotta di collisione col D.L. 81/08?
– Chi supporta i dirigenti scolastici e verifica che attuino scruolosamente i dettami legislativi inerenti lo SLC?
– La riqualificazione della professione non passa attraverso il superamento degli stereotipi nell’opinione pubblica?
– Il coinvolgimento della classe medica (del tutto ignorante in materia come dimostrato dagli studi effettuati) non deve forse essere totale?
– Come mai questo silenzio assordante dei sindacati in materia di tutela della salute dei lavoratori? (vedi qui)

*

Altre domande
Quali potrebbero essere le conseguenze sul profilo temporale delle retribuzioni o se vogliamo sul salario relativo dei lavoratori “anziani” rispetto a quelli “giovani” di un così forte cambiamento nel peso relativo dei primi rispetto ai secondi? Oppure è ragionevole pensare che la produttività media dell’economia possa riprendersi dalla stagnazione in cui si trova da più di un decennio in presenza di una forza lavoro che invecchia? Oppure ancora, in che modo le condizioni di salute della parte più anziana della popolazione attiva influenzeranno le performance dell’economia nel futuro prossimo e in quello più lontano? E infine: sarà ancora sostenibile nel futuro un modello di “welfare” nel quale la cura degli anziani e quella dei bambini viene lasciata in buona parte a carico delle donne adulte? (vedi qui)

* * *

La settimana scolastica

Mentre sfilano i redditi dei ministri e gli stipendi dei lavoratori italiani si confermano tra i più bassi d’Europa, qualcuno comincia a porsi la domanda:

Come fanno delle persone benestanti a comprendere i problemi dei comuni cittadini? Di conseguenza possiamo capire l’aumentata tassazione verso le famiglie italiane e una certa tutela verso le classi medio-alte.

Intanto continua a calare l’occupazione giovanile, nei primi tre trimestri del 2011 sono andati persi altri 80.000 posti di lavoro. Lo ha detto il presidente dell’Istat, Enrico Giovannini, durante un’audizione alla Camera. Nei giovani tra i 15 e i 24 anni, la disoccupazione sale così al 31%, la percentuale più alta in Europa dopo la Spagna. E ancora: sei giovani su dieci, tra i 18 e i 34 anni, vivono in casa con i genitori. In crescita il fenomeno degli stageselvaggi“: la metà non prevede alcun rimborso spese.

Lo stesso Giovannini riferisce che

L’indicatore di “Europa 2020” mostra come, nel 2010, circa un quarto (24,5%) della popolazione in Italia fosse a rischio povertà ed esclusione sociale, valore più elevato della media europea (21,5% se calcolata sui soli 17 Paesi dell’area euro e 23,4% tra i 27 Paesi)… il rischio si concentra nel Mezzogiorno (39,4%), tra le famiglie numerose (36,3%), le madri sole (30%) e gli anziani soli (32,4%). Tra gli immigrati l’incidenza arriva al 51% tra le famiglie con almeno un componente straniero… l’Italia è tra i pochi Paesi europei a non disporre di uno strumento specifico di lotta alla povertà, quale ad esempio il reddito di cittadinanza e non appare casuale l’effetto contenuto dei trasferimenti sociali.

Questi dati riguardano da vicino la scuola, parola del viceministro all’Istruzione Marco Rossi Doria:

Se sovrapponiamo i dati Istat sulla povertà delle famiglie con i dati sull’abbandono scolastico, le due mappe corrispondono. C’è una forte corrispondenza tra la povertà – economica ma anche culturale – delle famiglie e i bassi livelli di istruzione. Ma non solo. Se sei figlio di una famiglia povera, studierai di meno e tenderai a formare una nuova famiglia povera… Il paradosso è questo: la scuola purtroppo fa fatica a trattenere proprio i ragazzi a cui l’istruzione serve di più. (vedi qui)

Infatti cresce il numero dei giovani che non assolvono l’obbligo scolastico (16 anni). La media degli abbandoni, del 18,8%, è più alta degli altri Paesi europei e nelle regioni meridionali raggiunge picchi impressionanti.

Eppure, mentre Eurostat ci aggiorna sullo stato della recessione piombata su diversi Paesi Ue, la Commissione Europea lancia ancora una volta la sfida dell’innovazione, proponendo gli investimenti in ricerca e sviluppo come “un importante motore di crescita e uno stimolo alle idee innovative per il futuro dell’Europa”.

Se guardiamo all’Italia, come spiega Fernando Ferroni, presidente dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, vediamo che i giovani trovano le porte sbarrate: ne entra uno ogni 5 pensionati. Inoltre «Perdiamo i fondi europei (ogni anno circa 5000 milioni di euro) perché ognuno è bravo per sé ma non fa squadra».

L’obiettivo prioritario della strategia “Europa 2020” di un investimento del 3% del Pil in ricerca e sviluppo appare ancora lontano, anche se non utopistico: siamo passati da una media Ue dell’1,85% del Pil nel 2007 a una percentuale del 2,01% nel 2009. Ma l’Italia si colloca in una posizione ancora più di retroguardia, il tasso italiano si ferma ad appena l’1,27% del Pil.

In Italia ci sono anche pochi laureati: il livello della popolazione con “educazione terziaria” raggiunge appena l’11,6% contro la media europea del 22,8%; la partecipazione a programmi di “life-long learning” (istruzione e aggiornamento che accompagnano l’intera vita lavorativa) riguarda appena il 6,8% della popolazione, contro una media europea del 9,8%. Eppure…

C’è un capitolo totalmente assente dalle manovre e dai provvedimenti di Monti. Su scuola, università, saperi e cultura non c’è nulla. È il governo dei professori, ma non sembra.
Non c’è nulla perché il ministro Profumo ha dichiarato che la riforma Gelmini non si tocca. In perfetta continuità, del resto, con quanto sostenuto da Mario Monti un anno fa, quando dalle colonne del Corriere della Sera sentenziava:

“Questo arcaico stile di rivendicazione, che finisce spesso per fare il danno degli interessi tutelati, è un grosso ostacolo alle riforme. Ma può venire superato. L’abbiamo visto di recente con le due importanti riforme dovute a Mariastella Gelmini e a Sergio Marchionne. Grazie alla loro determinazione, verrà un po’ ridotto l’handicap dell’Italia nel formare studenti, nel fare ricerca, nel fabbricare automobili.” (vedi qui)

Anche da Bruno Moretto viene indicata la continuità da Gelmini a Profumo su temi come tagli all’organico e risparmi a spese della scuola, ruolo dell’Invalsi, finanziamenti alla scuola paritaria, obbligo scolastico e apprendistato. E a commento dei primi 100 giorni del nuovo ministro Cosimo De Nitto osserva e  si domanda:

Già dall’inizio del suo ministero Profumo va avanti per dichiarazioni in cui la parola chiave è “continuità” col precedente indirizzo di governo. Subito sono sorte le prime perplessità. Possibile che un professore così titolato, curriculato, così Magnificato non abbia niente da dire, niente da eccepire di fronte al peggiore ministro che abbia mai avuto la scuola italiana?

Dopo un periodo di attesa infatti da più parti viene contestato il ministro dell’Istruzione, l’ultimo episodio sabato 25 febbraio a Palermo. Ha detto uno dei leader dei manifestanti, Giorgio Martinico:

Contestiamo il ministro perché si è posto in continuità con il governo precedente, perché ha proposto e riproporrà l’abolizione del valore legale del titolo di studio e perché è esponente del governo tecnico Napolitano-Monti, espressione degli interessi delle banche e delle imprese.

Anche sul piano dell’edilizia scolastica, che il ministro Profumo aveva elencato tra le priorità assolute, le realizzazioni non sono pari né alle necessità né alle promesse. Proponiamo in proposito un’accurata analisi di Osvaldo Roman:

Il Piano nazionale di edilizia scolastica di cui ai primi due commi dell’art. 53 del Decreto sulle semplificazioni non presenta le caratteristiche di un piano finanziario per la messa in sicurezza degli edifici scolastici esistenti e di costruzione di nuovi edifici scolastici…

Il Decreto legge, art. 53, si limita a riproporre lo stanziamento dei 100 milioni per il 2012, già stabilito nella legge 183/11, art 33 comma 8, e ad auspicare un’ estensione alle scuole elementari e dell’infanzia dei programmi dell’Inail per la sicurezza delle scuole…

Con l’edilizia scolastica questo governo non può scherzare e quello che c’è nel Decreto sarà veramente troppo poco e troppo malamente predisposto se il testo all’ esame della Camera non verrà profondamente modificato. (vedi qui)

Ugualmente ampia analisi Osvaldo Roman compie dell’art. 50 del ddl di conversione del Decreto legge sulle semplificazioni riguardante il potenziamento dell’autonomia scolastica, che nelle dichiarazioni di intenti aveva come punto qualificante la definizione di un organico funzionale.

Ma è grave che l’articolo del Decreto al comma 1 affermi il principio dell’organico funzionale e al comma 2 lo neghi.
Ciò accade perché il secondo che ho detto lo ha inserito il Tesoro dopo la scrittura del primo.
Se il Parlamento non lo cambia, nel senso di interpretare correttamente in che cosa consistano i tagli previsti dall’art. 64 e nel senso di stabilire che l’organico funzionale non può esistere dentro la gabbia degli attuali organici di diritto e anche di fatto, tutta la vicenda diventa una clamorosa bufala. (vedi qui)

Osvaldo Roman è ancora ritornato sull’analisi degli art. 50 e 53 sull’organico funzionale e sull’edilizia scolastica del Decreto legge sulle semplificazioni per denunciarne ledisposizioni indecorose oltre che inapplicabili” e quindi la mancanza di una svolta e di un impegno reali dietro la fumosità delle enunciazioni (vedi qui).

Anche l’innalzamento dell’età della pensione per gli insegnanti di cui si parla in questa puntata di vivalascuola è all’insegna delle necessità di bilancio, senza nessuna considerazione della specificità della scuola, delle esigenze didattiche, delle urgenze occupazionali dei giovani laureati.

Per i docenti della classe del ’52 infatti la “riforma” non tiene conto del fatto che nella scuola la conclusione dell’anno lavorativo avviene alla chiusura dell’anno scolastico il 31 agosto di ogni anno. In commissione Affari costituzionali e bilancio del Senato è stato bocciato l’emendamento proposto dal Pd affinché i diritti maturati per la quiescenza da circa 4.000 docenti slittassero dal 31 dicembre 2011, come previsto per il resto del pubblico impiego, al 31 agosto 2012.

Questi docenti stanno organizzando una class action contro il provvedimento del governo e per vedere riconosciuti i diritti maturati al 31 agosto (vedi Quota 96, Class Action Blog Scuola e il blog di Manuela Ghizzoni).

L’altro tema che tiene banco nelle ultime due settimane è quello del reclutamento dei docenti, dopo la proposta della “chiamata diretta” da parte della Regione Lombardia, vecchio programma di Valentina Aprea. “Per la crescita lo sviluppo e l’occupazione” la Giunta Formigoni propone che, a partire dall’anno scolastico 2012/2013, le istituzioni scolastiche statali possono organizzare concorsi differenziati a seconda del ciclo di studi, al fine di reclutare personale docente necessario a svolgere le attività didattiche annuali che “conosca e condivida” il progetto dell’Istituto. Contrari i sindacati, ma “apertura” del ministro Profumo, che parla di “possibile sperimentazione“. Sul tema un’interrogazione parlamentare, un appello, proteste dei sindacati e dei docenti precari.

Ma un altro tema è destinato a sviluppi nelle prossime settimane. Il giorno dopo la gran decisione del governo Monti di far pagare l’Imu anche alla Chiesa con un emendamento ad hoc al decreto-liberalizzazioni, è già controffensiva su tutti i fronti: politico, mediatico, giuridico. In Campidoglio c’è il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato vaticano, che presiede un convegno sul «welfare cattolico» che sembra fatto apposta. Sono presenti tutte le congregazioni religiose, ovvero i terminali da cui dipendono scuole, cliniche, alberghi, case di riposo, ostelli. Si sciorinano dati: sono 14.246 i servizi sanitari, sociosanitari e socioassistenziali direttamente o indirettamente collegati con la Chiesa, i quali «contribuiscono alla costruzione del welfare». Sono oltre 420 mila tra laici e religiosi, i dipendenti e i volontari impiegati. Il sottinteso del discorso del cardinal Bertone è evidente: se la sente il governo di fare a meno di questo apparato cattolico che comunque esiste e supporta il welfare pubblico? (vedi qui) Mentre nelle scuole pubbliche manca persino il riscaldamento, vediamo se il Governo farà marcia indietro come ha fatto nei confronti di taxisti e farmacisti.

* * *

Su ForumScuole tutti i tagli all’istruzione per il 2012.

Su ReteScuole le iniziative legislative estive del governo che riguardano la scuola. Su PavoneRisorse una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011.

Il decreto Brunetta qui e il vademecun della CGIL sulle sanzioni disciplinari qui.

Tutte le “riforme” del ministro Gelmini.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

Altre guide alla scuola della Gelmini qui.

Le circolari e i decreti ministeriali sugli organici qui.

Manuali di resistenza alla scuola della Gelmini qui e qui.

* * *

Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Gilda, Cub.

Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Aetnanet. Fuoriregistro

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano)

9 pensieri su “Vivalascuola. No alla scuola dei nonni

  1. Pingback: Vivalascuola. No alla scuola dei nonni. « RETROGUARDIA 2.0- Il testo letterario

  2. Pingback: libri DI/VERSI e altro | COMPITU RE VIVI

  3. Neopensionato, quindi tra i nonni o quasi. A scuola ci sarei anche rimasto ancora due o tre anni come vuole il Monti-pensiero, ma, a parte il fatto che avrei rinviato per qualcuno la possibilità di entrarci, nella scuola, ero anche stufo della macelleria operata dalle morattiapreagelmini, nel silenzio del centro (sinistra?).

    I miei laboratori faticosamente organizzati negli anni ed entusiasticamente (anche se con difficoltà) mantenuti vivi e cancellati in un batter d’ occhio, neanche un cm. per consentire ai ragazzi un minimo di movimento in aula, nessuna possibilità di conoscere l’ orientamento e le idee di un/una collega giovane, pseudo corsi di formazione/aggiornamento tenuti da gente che in un’ aula non ci ha mai messo piede per insegnare…

    Nel 2001 ci fu un movimento di docenti, genitori e studenti, negli ultimi anni, probabilmente perchè ciascuno è stato occupato a cercare di sopravvivere fino a fine mese, tutto è passato senza colpo ferire.

    Certo che se nel centrosinistra prevalgono anche numericamente i Veltroni, i Fioroni, i Letta e margheritini vari… In bocca al lupo!
    Salvatore Camilleri

  4. Ce lo ha chiesto l’Europa” questa frase, questa semplice espressione sta diventando ricorrente nel linguaggio politico scritto o verbale. Il resto è storia.

  5. Pingback: NO ALLA SCUOLA DEI NONNI « Doctor Blue and Sister Robinia

  6. bello il tag di Giovanna Lo Presti, fa diventare drammatizzazione teatrale questa nostra triste realtà

  7. Quando sono andata in pensione, quattro anni fa, ho pensato che i miei ragazzi sarebbero passati a un altro docente visto che il mio era un consolidato posto di ruolo e la scuola non aveva contrazione d’organico: invece hanno avuto solo supplenti.
    Ma non è solo questo il punto; arriva un momento in cui non diminuisce il sapere o la voglia di lavorare; tanto meno diminuisce la passione per questo mestiere: diminuisce l’energia fisica, la capacità di reggere cinque ore di lezione in classi impegnative. Non è piacevole per nessuno dire: accidenti, mi costa troppa fatica, come mai prima non mi accadeva?
    Però è naturale. Possiamo fare tante altre cose, ma insegnare… stanca, e ci vogliono energie nuove.
    Nel frattempo mia figlia con una laurea in matematica e 3 abilitazioni conseguite da anni, inserita in graduatoria è costretta al lavoro precario o in scuole private. E’ giusto?
    Anche io dico quindi: no alla scuola dei nonni

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