11. Chiaro e tondo

da qui

L’ingresso all’ospedale è un simbolo, a suo modo: parcheggio riservato ai dipendenti, vietato l’ingresso, ricoveri per pronto soccorso. Ci si sente respinti, se non si appartiene alle categorie. Ma tu hai un’amica: un medico dai cappelli corvini e gli occhi scuri. A parte lo sbarramento iniziale, l’entrata è promettente: alberi, palme, aiuole ben curate. Il custode ti squadra: si sofferma sulla barba incolta, gli occhi umidi da ubriaco. Dove pensa di andare? Ho appuntamento con la dottoressa Claudia Fadeo. Aspetti, che la chiamo. Lo senti borbottare qualcosa, dandoti le spalle. Poi, con sufficienza, ti fa segno di entrare. Giri il parcheggio in lungo e in largo, è intasato in ogni angolo. Finalmente trovi un posto vicino alla camera mortuaria. Vedi un gruppo di gente silenziosa che si guarda intorno, come in attesa di qualcosa. Quando muore qualcuno, la sensazione che si tocca con mano è l’imbarazzo. Vorresti avvicinarti, dire: sono stato un prete, ma lasci perdere; li considerano inutili in servizio, figuriamoci in disarmo. Raggiungi la palazzina gialla, metti un euro in mano alla giovane dalla faccia da tossica che vuol venderti il giornale, chiami l’ascensore, arrivi al primo piano. La intravedi accanto al monitor, mentre fissa una figura in movimento, nera e bianca. Claudia. Arrivo subito. Ci ho pensato. A cosa, Eminenza? La mano ti suda, mentre tieni all’orecchio il cellulare. Hai la testa fra le nuvole. Perché mi dice questo? Gli zingari li depositano in chiesa con macchine di lusso. Non esageriamo: in auto, magari, non di lusso. E che vendono in giro il cibo che gli date. Ognuno si arrangia come può. E che, aiutando loro, impedite di soccorrere chi ha più bisogno. Sono come gli altri, mangiano e bevono. Dicono che siano pieni di gioielli. Anche i monsignori hanno le croci d’oro e le auto blu. Vuoi mettere i monsignori con gli zingari? Li metterei volentieri, ma non sarebbero d’accordo. La finisca di guardarmi così. Mi ricorda qualcuno. Magari siamo stati a scuola insieme. Volevo chiederle di un amico ricoverato in Medicina, Arturo Mutter. Mi lasci il tempo d’informarmi. Ha smesso di dormire sotto i ponti? Perché dovrei? Da quando abito lì, ho un sacco di problemi in meno. Stanotte l’ho sognata. E’ un brutto segno se un medico ti sogna? Litigava con il cardinale. Sogna sempre di cose già successe? E’ per questo che ha lasciato? Gliel’ho detto, non ho lasciato nulla: la mia parrocchia è sotto i ponti. Mi faccia vedere. Dà un’occhiata veloce alla radiografia. Non mi piacciono affatto, queste analisi. C’è qualcosa che non va? Le macchie, non le vede? Mi perdoni, non sono competente: che significa? Non ti permettere di parlare in questo modo, e ricordati che ti tengo d’occhio. Chiude la chiamata; rimani col cellulare in mano, fissando un punto imprecisato della stanza. Ci vuole poco a capire cosa siano, queste macchie: glielo dico chiaro e tondo?

17 pensieri su “11. Chiaro e tondo

  1. “Sono come gli altri, mangiano e bevono.”

    “What the world needs now is love, sweet love
    It’s the only thing that there’s just too little of
    What the world needs now is love, sweet love,
    No not just for some but for everyone”

  2. “Ci vuole poco a capire cosa siano, queste macchie: glielo dico chiaro e tondo?”

    Certe macchie fanno capire in un attimo come vivere…chiaro e tondo.

  3. Sogni sempre di cose già successe?
    I sogni sono un mondo difficile da capire, perché a volte sembrano premonitori,altre volte sembrano codici indecifrabili del nostro incoscio,oppurr si ha la sensazione di viverli come se ci si trovasse in un altra dimensione perché ci devono lasciare un messaggio e altre volte ancora sono solo sogni. A uanto pare i sogni sono le pagine del libro della nostra anima che ogni tanto andiamo a sfogliare per leggere cosa c’è scritto.

  4. Per certe macchie non basta il candeggio. Quelle dell’ anima di Sua Eminenza e quelle sulla radiografia non vanno via facilmente, anche se chi le porta ha responsabilità ben diverse. Che la scienza possa essere efficace quanto il perdono.

  5. Conformismo non significa allinearsi allo standard del pensare comune ma comportarsi in modo opposto alla verità.

  6. Essere chi siamo ovunque siamo, con chiunque incontriamo fa cadere maschere e orpelli, andare al cuore delle cose, al centro della vita, fare la verità, questa e’ la bellezza che rovescerà il mondo.

  7. “Ci si sente respinti, se non si appartiene alle categorie. Ma tu hai un’amica”

    Spesso ci si sforza di dimostrare quello che non si e’ solo per poter dire di appartenere ad una determinata categoria di persone ed essere apprezzati dagli altri….un amico vero ama quello che e’ non quello che dovrebbe essere.

  8. Con questa radiografia mi si è ricordato come una volta Michele deveva fare il disegno del polmoni,aveva tre disegni da scegliere e mi chiede,quale è meglio copiare. Senti Mico-ho detto-ti do un consiglio,disegna miei polmoni, portà a maestra la pagina vuota e lo dici che questo sono polmoni di Agnese,il fumo li ha bruciati tutti polmoni

  9. oggi non mi va scrivere (pensare),posso copiare una frase?

    “Un migliaio di parole non lascia un’impresione tanto profonda quanto una sola azione”
    Henrik Ibsen

  10. @ Ema detto
    Il tuo commento mi fa pensare alle volte che tutti noi non abbiamo fatto questa considerazione: peccato, è così che si perdono i veri amici!
    Dovremmo poterlo fare con tutti, ma non è facile bisogna lavorarci tanto con questi timori, che bello sarebbe essere tutti amici.

    Tanti saluti e grazie per avermi aiutata a scrivere ciò che penso.
    Ernestina.

  11. In questo afoso inizio d’estate si tende a dosare le energie, con più voglia di ammirare la bellezza che disquisire sulle parole.
    Avendo però oggi più calma e, soprattutto, un vero schermo di computer a disposizione, ho riletto con più attenzione questo post e i relativi commenti.
    “Essere chi siamo”, dunque, sembra il tema centrale.
    Suppongo ci si riferisca, al plurale appunto, all’essere comunità di cristiani, nel cui ambito più si sceglie, si riesce ad essere tali e più ci si avvicina alla verità.
    Ma per me che non ho la fortuna, almeno fino ad oggi, di vivere e comprendere questo senso collettivo, intendo l’essere se stessi con una valenza propriamente al singolare.
    In questo caso, il messaggio insito nel concetto resta in linea di massima positivo: è certamente giusto vivere senza infingimenti, senza sovrastrutture. Tuttavia, è chiaro che non tutto ciò che siamo (come somma di ciò che siamo stati e che siamo diventati) costituisce in assoluto bellezza o giustizia o base da cui ripartire.
    Spesso e volentieri, in realtà, ci si nasconde dietro un bel “essere se stessi” per risparmiare la fatica di essere migliori di come si è.
    Il custode dell’ospedale, per esempio, è stato se stesso: un maleducato.
    Anche coloro che sostano sotto il portico sono se stessi (chiarendo subito, a scanso di equivoci, che la loro permanenza va difesa moralmente e, se necessario, fisicamente). Se osservati però come singoli individui, non fare nulla di male non equivale a fare del bene; vorrei vedere il genitore godere del gioco del figlio, esentato dal chiedere l’elemosina, o decidere di entrare a sentire la messa e, perché no, offrire in dono la moneta appena ricevuta.
    Naturalmente questi discorsi sono applicabili a chiunque di noi, che, nella maggior parte dei casi, ci “limitiamo” ad essere noi stessi. Insomma se, come comprendo anch’io, il Vangelo può essere un buon punto di arrivo, ecco che riproporsi di essere solo “se stessi” può non costituire un grande obiettivo nella vita.
    Questo discorso può essere applicato anche in riferimento al commento di Gum (5), la cui formula proposta non mi appare così esatta. Lo dico perché io, volendo essere me stesso, credo di essermi sempre posto in modo decisamente “anti” rispetto al conformismo e, in questo, so per certo di essere stato tante volte lontanissimo dalla verità.
    Un saluto.

  12. @ Clown:Opinioni

    Mentire a se stesso e agli altri è anticonformismo? Come in tutte le metologie ci si deve mettere d’accordo sulle definizioni.
    Se parliamo di quello di facciata posso essere con te.
    Grazie dell’attenzione.

  13. ”L’ingresso all’ospedale è un simbolo, a suo modo:…Ci si sente respinti, se non si appartiene alle categorie.”

    Colpisce come, a volte, proprio dove le persone arrivano con un carico di speranze e bisogni (anche le parrocchie sono uno di questi luoghi) siano i protocolli e le categorie, anziché l’apertura, l’accoglienza e il perdono, a definire chi e come può avere accesso.

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