All’Università di Helsinki, in Finlandia, si è svolta, dal 18 al 20 giugno scorsi, un’importante iniziativa culturale: il XII Congresso SILFI, ovvero la Società Internazionale di Linguistica e Filologia Italiana. Il titolo del convegno è già di per sé intrigante, anche per i non addetti ai lavori: Dal manoscritto al Web: canali e modalità di trasmissione dell’italiano; e il sottotitolo ne precisa i contorni epistemologici: Tecniche, materiali e usi nella storia della lingua. In tre giorni assai fitti di relazioni e dibattiti, dove si sono avvicendati un’ottantina di italianisti provenienti dai maggiori atenei di tutt’Europa, i temi e i problemi della lingua italiana sono stati affrontati in svariate prospettive, con specifiche attenzioni verso l’italiano parlato attuale.
Ma riassumere in poche righe (e forse nemmeno in poche pagine) Dal manoscritto al Web: canali e modalità di trasmissione dell’italiano. Tecniche, materiali e usi nella storia della lingua è praticamente impossibile, essendo un programma ricco, complesso, variegato che per un totale di venti ore distribuite in tre fitte giornate vede ben novantuno relazioni con un’ottantina fra professori ordinari, associati, ricercatori, dottorandi più un notevole seguito di italofoni tra studenti soprattutto italiani e finlandesi. Gli argomenti trattati si sono riferiti in particolare ai rapporti tra l’italiano e i massmedia (cinema, televisione, giornalismo) e le nuove tecnologie (web, new media, computer, twitter, face book, youtube), la filologia dal trecento a oggi, l’invenzione della stampa e le prime pubblicazioni, la lingua italiana parlato oggi (anche dalle comunità straniere residente sula Penisola), i dialetti, il teatro, le traduzioni, il linguaggio dei segni per sordomuti.
Il primo dato da cui partire, per una riflessione anche per i non addetti ai lavori (che comunque parlano la lingua italiana), è che da tempo linguisti, italianisti, grammatici, filologi, evitano ogni atteggiamento moralista, normalizzatore, impressionistico o filosofeggiante, per concentrarsi invece sulla esclusiva scientificità del proprio lavoro teso, nel caos dell’italiano corrente, a fotografare uno status quo in perenne evolversi: l’idea della lingua come un organo vivo, cangiante, fluido e persino autoriflessivo, è accettato ormai come un dato di fatto in ogni università, pur nel timore del rischio dell’impoverimento e della standardizzazione, in cui può incorrere oggi la lingua medesima a contatto con realtà assai eterogenee sul piano sociale, culturale, comunicativo, entico-antropologico.
Un esempio in apparenza banale, più volte evocato a Helsinki: molti studiosi ritengono che entro breve tempo si dovrà accoglier nei dizionari la forma errata pò al posto della corretta grafia po’ con l’apostrofo (che letteralmente significa poco), perché è già in uso su molti quotidiani anche per un motivi pratico, causato dalla tastiera del computer, dove è più veloce scrivere la o accentata invece di cercare l’apostrofo (quindi un tasto battuto anziché due).
E proprio su questa eterogeneità di situazioni (anche molto più intricate) si è mosso il convegno quantificabile in una gamma di relazioni che hanno spaziato in tute le discipline sopracitate. Tra i relatori vanno almeno citati quelli delle sezioni plenarie: Miriam Voghera (Università degli Studi di Salerno), Brian Richardson (University Of Leeds), Marco Mezzadri (Università degli Studi di Parma), Nicoletta Maraschio (Accademia della Crusca), Giuseppe Antonelli (Università degli Studi di Cassino), Virginia Volterra (Consiglio Nazionale delle Ricerche), Ilaria Bonomi (Università Statale di Milano). E tra il pubblico anche una vercellese, Francesca Tini Brunozzi, presente per il Dottorato in Linguistica all’Università degli Studi di Torino.
Verrebbe ora da chiedersi perché un convegno sull’italiano proprio a Helsinki, città bellissima, ma fuori dal giro turistico (perlomeno italico) e linguisticamente distante o anomala con una lingua del ceppo ugro-finnico addirittura fuori da quelle indoeuropee. La risposta arriva indirettamente dalla Prof.ssa Elina Suomela-Härmä responsabile del settore italianistico alla Facoltà di Lingue, nonché attuale Presidente della SILFI: aprendo i lavori ha subito, con una punta di giustificatissimo orgoglio, sottolineato che si tratta appunto della più grande manifestazione di italianità mai organizzata in Finlandia. Non a caso il Congresso viene in tal senso ospitato in uno dei migliori atenei a livello mondiale.
L’Helsingin Yliopisto (Univesity Of Helsinki) è fondata nel 1640 dalla regina Cristina di Svezia, tra l’altro un’italofona, che trascorre gli ultimi anni di vita a Roma, contribuendo indirettamente alla fondazione dell’radia. Insediatasi prima a Turku (vecchia capitale finlandese) la sede viene quindi spostata a Helsinki nel 1828 e ora si trova in pieno centro storico, accanto all’enorme stupefacente cattedrale luterana, suddivisa in begli edifici sia neoclassici sia moderni (e postmoderni). L’Università comprende undici facoltà ripartite in quattro sedi facenti capo ad altrettanti precipui settori umanistici: Lettere, Scienze Politiche, Giurisprudenza, Teologia. Tra pochi mesi verrà poi inaugurata la nuova sorprendente biblioteca che riunisce tutte quelle delle diverse facoltà. In Finlandia vale il sistema del numero chiuso e per quanto riguarda lo studio dell’italiano, il dipartimento di Filologia Italiana ha potuto ammettere quest’anno solo tredici dei settanta iscritti, che in generale è un ottimo risultato per un Paese che ha uno strano rapporto con le lingue moderne.
La stessa Elina Suomela-Härmä ricorda, nella prolusione, la scarsa loquacità dei finlandesi quasi come un fattore storico, ribaltato solo negli ultimissimi anni grazie alla Nokia che li sta abituando a intrattenere un più alto numero di conversazioni sia pur telefoniche, ma fautrici di probabili nuovi cambiamenti. Tuttavia si può riscontrare una certa dimestichezza dei finlandesi proprio con l’italiano avendo in comune un’alta frequenza di vocali: da qui la facilità a pronunciarlo discretamente anche grazie all’impiego assai ricorrente di vocali e costrutti da ‘mamma mia’ a ‘tutti frutti’. Non sorprendente quindi come la lingua italiana sia al settimo posto nelle pubblicazioni scientifiche all’Università di Helsinki, dopo ovviamente a finnico, svedese (seconda lingua ufficiale), inglese, russo, francese, tedesco, ma prima di spagnolo, portoghese, arabo, cinese, giapponese, lingue assai più parlate e diffuse nel mondo. Infine l’Univesity of Helsinki risulta al top delle cento migliori Università del mondo, davanti addirittura a quelle italiane.

Mi piacerebbe, un domani, che i miei figli facessero un’esperienza di studio all’estero, in un’università come l’Univesity of Helsinki, non per denigrare le ottime università italiane, ma per dar modo loro di conoscere altre realtà.