da qui
Ti hanno invitato alla Festa dell’Unità tra Caracalla e il Circo Massimo, per partecipare a un dibattito sui temi del sociale. Sono due notti che non dormi. Ci vai o non ci vai? Già ti immagini la telefonata: pronto, sono io, come lo spieghi? sono andato; così, senza pensarci? a volte si agisce di slancio, come quando abbracci un amico ritrovato, oppure baci una donna; bravo, bell’esempio! quello della donna? anche, ma soprattutto quello della festa; che male c’è? è un partito a favore dell’aborto, dei matrimoni gay, ti serve altro? non serve nulla; mi raccomando, puoi finire male; peggio di così. La terza notte: di nuovo le dita rispondono a fatica, la sensazione di non concludere più niente, lo sguardo perduto verso un orizzonte dove la terra non s’incontra più col cielo. Oggi è tornato anche Bojidar: non ha più un soldo. E il tutore? Gli cerca lavoro, ma non trova nulla. Gli dici: non esisto solo io; poi pensi ai genitori che lo hanno abbandonato, all’adozione, al ritrovarsi di nuovo nella strada; guardi gli occhi che ti sfidano e ti senti, per un attimo, dentro la sera in cui dici a tuo padre vado via, ti metti il giubbotto ed esci nella strada solitaria, senza sapere cosa fare; ti fermi sotto una finestra e cominci a tirare sassolini; qualcuno ti apre e tu gli chiedi: mi fai entrare? La stessa domanda degli occhi di Bojidar. Pensi a quando prendi l’ascensore e lei socchiude la porta, e nel suo sguardo leggi la sorpresa: si aspetta tutto, tranne che vedere te; e anche lei ti legge negli occhi la domanda, quella che adesso ti sembra affacciarsi sulle labbra di ogni uomo e donna della terra, una domanda muta, a cui manca il coraggio di mostrarsi, eppure è lì, la riconosci a mille miglia di distanza: mi fai entrare? Vieni, fa caldo, ci hanno tolto la corrente. E’ bella, ancora più bella in mezzo alle pareti in legno della baracca con la poltrona rossa, la statua della Madonna e i fiori secchi e bianchi. Non le hai chiesto più se sia sposata: ti sembra che ti abbia risposto, in un altro spazio e un altro tempo; ma ciò che importa è che ti faccia la domanda che aspettavi, l’unica che conti: mi fai entrare? Che farai? Dirai di sì o troverai un alibi qualunque? Ti fanno fuori, se sanno che partecipi a una festa comunista; oppure: quella sera ho un impegno, preparo un funerale, fuori della chiesa; sì, non c’è limite, da noi, alla fantasia; già t’immagini Fabio, apparso in sogno con la faccia magra dei morti, lui che amava il mare, che era più a sinistra dei partiti di sinistra, lui che faceva casino e viveva per la fidanzata dai capelli castani e gli occhi azzurri, lui, bello come il sole, che ora bussa alla porta dei tuoi sogni con la faccia grigia dei morti e chiede: mi fai entrare? Hai deciso, andrai alla Festa: ci sono molti modi di morire, ma farti fuori da solo, proprio no. Ci pensino gli altri, almeno a questo.
Il modo migliore per conoscersi è avvicinarsi alle persone porgendogli la mano e non osservarsi da lontano.
Ci vuole coraggio per superare la paura del rifiuto e far salire la domanda dal cuore alle labbra, farne un canto che l’altro, l’altro possa ascoltare:
Mi fai entrare?
Col cuore in gola aspettiamo la risposta che ci salva la Vita.
“Mi fai entrare” nella tua vita, nella tua mente, nel tuo cuore?
Una richiesta d’amore, a volte disperata, che ha bisogno di una risposta coraggiosa che non teme giudizi e pregiudizi, una risposta d’amore, solo un SI.
E’ bella, ancora più bella in mezzo alle pareti in legno della baracca con la poltrona rossa, la statua della Madonna e i fiori secchi e bianchi.
Lettere a Mary Haskell
Una stanza, o una casa,
diventa sempre simile a chi vi abita.
Perfino la grandezza di una stanza
varia a seconda della grandezza
del cuore.
New York, 24 gennaio 1923
Kahlili Gibran
e anche lei ti legge negli occhi la domanda,
Lettere a Mary Haskell
Come potrebbero due esseri capirsi
senza quella speciale comunicazione di silenzi?
New York, 19 dicembre 1913
Kahlil Gibran
Conversazione con una pietra – Wislawa Szymborska
Busso alla porta della pietra
- Sono io, fammi entrare.
Voglio venirti dentro,
dare un’occhiata,
respirarti come l’aria.
- Vattene – dice la pietra.
Sono ermeticamente chiusa.
Anche fatte a pezzi
saremo chiuse ermeticamente.
Anche ridotte in polvere
non faremo entrare nessuno.
Busso alla porta della pietra.
- Sono io, fammi entrare.
Vengo per pura curiosità.
La vita è la sua unica occasione.
Vorrei girare per il tuo palazzo,
e visitare poi anche la foglia e la goccia d’acqua.
Ho poco tempo per farlo.
La mia mortalità dovrebbe commuoverti.
- Sono di pietra – dice la pietra
- E devo restare seria per forza.
Vattene via.
Non ho i muscoli per ridere.
Busso alla porta della pietra.
- Sono io, fammi entrare.
Dicono che in te ci sono grandi sale vuote,
mai viste, belle invano,
sorde, senza l’eco di alcun passo.
Ammetti che tu stessa ne sai poco.
- Sale grandi e vuote – dice la pietra
ma in esse non c’è spazio.
Belle, può darsi, ma al di là del gusto
dei tuoi poveri sensi.
Puoi conoscermi, però mai fino in fondo.
Con tutta la superficie mi rivolgo a te,
ma tutto il mio interno è girato altrove.
Busso alla porta della pietra
- Sono io, fammi entrare.
Non cerco in te un rifugio per l’eternità.
Non sono infelice.
Non sono senza casa.
Il mio mondo è degno di ritorno.
Entrerò e uscirò a mani vuote.
E come prova d’esserci davvero stata
porterò solo parole,
a cui nessuno presterà fede.
- Non entrerai – dice la pietra.-
Ti manca il senso del partecipare.
Nessun senso ti sostituirà quello del partecipare.
Anche una vista affilata fino all’onniveggenza
a nulla ti servirà senza il senso del partecipare.
Non entrerai, non hai che un senso di quel senso,
appena un germe, solo una parvenza.
Busso alla porta della pietra.
- Sono io, fammi entrare.
Non posso attendere duemila secoli
per entrare sotto il tuo tetto.
- Se non mi credi – dice la pietra-
rivolgiti alla foglia, dirà la stessa cosa.
Chiedi a una goccia d’acqua, dirà come la foglia.
Chiedi infine a un capello della tua testa.
Scoppio dal ridere, d’una immensa risata
che non so far scoppiare.
Busso alla porta della pietra.
- Sono io, fammi entrare.
- Non ho porta – dice la pietra.
I tuoi occhi – Nazim Hikmet
I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
che tu venga all’ospedale o in prigione
nei tuoi occhi porti sempre il sole.
I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
questa fine di maggio, dalle parti d’Antalya,
sono cosi, le spighe, di primo mattino;
i tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
quante volte hanno pianto davanti a me
son rimasti tutti nudi, i tuoi occhi,
nudi e immensi come gli occhi di un bimbo
ma non un giorno han perso il loro sole;
i tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
che s’illanguidiscano un poco, i tuoi occhi
gioiosi, immensamente intelligenti, perfetti:
allora saprò far echeggiare il mondo
del mio amore.
I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
Così sono d’autunno i castagneti di Bursa
le foglie dopo la pioggia
e in ogni stagione e ad ogni ora, Istanbul.
I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
verrà giorno, mia rosa, verrà giorno
che gli uomini si guarderanno l’un l’altro
fraternamente
con i tuoi occhi, amor mio,
si guarderanno con i tuoi occhi.
Bussare alla porta del cuore dell’altro, rimanere in trepida attesa…. e non essere respinto.
Accoglienza: “Non un atto indecifrabile, ma il meccanismo che più la rappresenta in termini tangibili: spalanco le porte e ti lascio entrare, ti aiuto, per quanto posso, a migliorare la tua condizione. E’ la differenza che c’è tra l’amore, che è concettuale, e l’amare, che è un fatto fisico”.
Ermanno Olmi
“a volte si agisce di slancio, come quando abbracci un amico ritrovato, oppure baci una donna”
E’ bello che esistano persone capaci di slanci, di andare oltre il calcolo razionale.
Uno slancio apre a mille possibilità e risvolti, provoca stimoli e riflessioni ; è movimento, confronto, possibilità, vita.
“ci sono molti modi di morire, ma farti fuori da solo, proprio no.”
Aprire le porte del proprio essere per far entrare il mondo…non farlo equivale a morire.
Essere se stessi.
Una delle volte precedenti mi sono trovato a dubitare di questa frase che, intesa come verità assoluta, non tiene conto anche dell’importanza di sapere e dover cambiare.
Essere se stessi.
E’ vero, in certi casi non esserlo equivale a morire. Forse nessuno se ne accorge, ma intanto una parte di noi se ne va per sempre, oppure rimane solo per rinfacciarci all’infinito la nostra incoerenza e mancanza di coraggio.
Certo, il Partito Democratico sta al comunismo quanto un Casini o un Formigoni stanno al vero cattolicesimo. Purtroppo però, ad un prete tocca ancora non dormirci la notte prima di una scelta del genere.
Credo sia importante però saper distinguere quando la scelta che ci si pone di fronte ci richieda tutto il coraggio per essere davvvero noi stessi o quando, invece, ci inviti a sciogliere le riserve per manifestarci come ci piacerebbe poter essere.
A chi può nuocere che un prete partecipi ad un dibattito o a chi giova che non vi partecipi.
Questo, secondo me, richiede essere se stessi.
In altri casi, traendo spunto dalla bella poesia pubblicata sopra, rischiamo invece di impegnare il nostro coraggio solo per essere una pietra che crede di poter avere una porta.
La porta quella barriera che si frappone tra noi e gli altri che non tutti ti permettono di oltrepassare.
Ve ne sono tanti tipi, quella di una povera baracca dietro la quale c’e’ desolazione e miseria che si spalanca alla pieta’, quella del palazzo che spesso rimane chiusa agli appelli di chi ha bisogno, quella della morte che non sai quando si aprira’, la porta del cuore che si schiude all’amore.
La porta del Paradiso si apre solo alla speranza.
vi ringrazio!
entrare nel mondo dell’altro, e lasciare che l’altro entri nel nostro, è l’unico modo per essere se stessi.
Ci sono domande che sono grida soffocate di dolore e disperazione e ci sono domande che si fanno per educazione come quando si chiede il permesso per fare una cosa. C’è chi nasce chiedendo sempre il permesso, anche quello di esistere, e chi invece irrompe, prende tutto ciò che c’è da prendere e va via sbattendo la porta e urlandoti contro il non aver fatto nulla e senza voltarsi.
Bisogna agire di slancio, leggere negli occhi quella domanda muta, stare alla finestra per vedere da lontano chi sta per arrivare, corrergli incontro e stringerlo in un abbraccio senza fine perchè non faccia quella domanda suscitata solo dalla disperazione di amare, essere amato, accettato, riconosciuto umano, uguale, fratello, dare ciò che nel cuore non si riesce più a soffocare, la stessa che fai tu ogni giorno, soffocata dal rumore dell’altro. Agire di slancio, tenere porte e finestre spalancate, vere o metaforiche perchè, è vero, non ci sono solo io, ma ci sono anche io, io che so leggere una lingua antica che molti hanno dimenticato per non aprire la porta, anche all’amore che si presenta e bussa, bussa, bussa, spesso invano.
Mi fai entrare?
E’ la domanda che più difficile e importante che si possa fare. Nella vita si possono commettere tanti errori, si può finire con i “porci” ma c’è sempre la possibilità di redimersi e salvarsi. Si può rifiutare l’amore, allontanarsi addirittura dal padre e dalla madre perchè per vivere bisogna fare esperienza anche sbagliando.
E’ la domanda che apre all’amore perchè solo con l’accoglienza reciproca si può migliorare e salvare se stessi.
“A braccia aperte”,la risposta più giusta a chi chiede di entrare,di essre considerato,amato,accettato…abbattere le barriere dell’indifferenza ed aprire finalmente la porta del cuore,è l’unica strada possibile per cambiare..noi stessi,i nostri egoismi,facendo della nostra vita una vera stazione dell’amore..
“Mi fai entrare?”-ci sono momenti,quando non vuoi sentirsi solo,hai bisogno di qualcuno, qualcuno con chi stai bene.Trovare un alibi qualunque?A che serve. Lo sai che qua ti sentirai meglio,che hai bisogno di un’anima gemella.E questa poltrona rossa, divano rosso…forse ti farà un massaggio,ascolti il suo respiro…ti sentirai meglio. Ti farà entrare.
Vai,prendi questo l’ascensore,senza cercare un alibi,ti sentirai meglio
“ci sono molti modi di morire,ma farti fuori da solo,proprio no. Ci pensino gli altri, almeno a questo”
che,sei arrivato al limite?Qualsiasi cosa succede,si succede.Disposto a tutto.E’ la fine. “ci sono molti modi di morire”,ma ci sono anche molti modi di salvarsi
Di notte tutto si ingigantisce, ogni problema, ogni dubbio diventa qualcosa di irrisolvibile, è come la paura del buio che ci prendeva da bambini.
Il giorno dopo, siamo presi da problemi più urgenti, le ombre sembrano dissolversi per tornare, puntuali, nel momento in cui ognuno di noi si sente solo con se stesso. La preghiera può venirci in soccorso, la ricerca di aiuto però non riesce ad occupare tutta la mente. Ma com’é lunga la notte, non finisce mai.
Io alla festa dell’unità ci andrei di corsa, non dobbiamo aprirci agli altri? Non dobbiamo portare Gesù a chi è lontano? Tu che hai il grande dono di aprire le orecchie a chi non vuole sentire, di far capire la Parola, di farla entrare nei cuori senza annoiare, perché parli solo di amore e tutti, ma proprio tutti hanno bisogno di amore e di speranza, DEVI ASSOLUTAMENTE ANDARCI!!!
Naturalmente con il tuo clergyman, bello e sbarbato così non ti si può confondere.
SIAMO TUTTI CON TE.
grazie!
aprire le porte, incontrarsi, è la salvezza.
sì, Roberta, ci vado: proprio a parlare d’amore.
Mi fai entrare? Se soltanto ti guardo negli occhi non posso non aprire la porta, farti entrare nel mio mondo e chiederti di poter entrare nel tuo, discreta, rispettando i tuoi silenzi, ascoltando la tua voce; insieme, per non far fuggire il sogno che ci vuole fratelli
ecco, Roby, un sogno da cui non fuggire.