da qui
Troppe cose, ti dici, troppe cose. Lo capisci adesso che ogni lettera che batti è una fatica improba, una sfida impossibile col cervello che si rifiuta di collaborare, col senso di nausea che ormai non avvertivi più da tempo. E’ come scavalcare un muro altissimo, affrontare il mostro dalle sette teste che più lo sconfiggi più risorge imbattibile, ostinato. Ogni passo è un ostacolo. Sei andato a Rebibbia e hai trovato il cancello chiuso per la prima volta: motivi di sicurezza, c’è stata una sommossa. Fai un giro interminabile per trovare il parcheggio, arrivi in ritardo e il detenuto, a causa della scorta, ti raggiunge dopo un’ora. Nella stanza del ricevimento la sedia è rotta e sei sospeso in equilibrio precario per un’altra ora, cercando di non crollare addormentato per la stanchezza che ti svuota dentro; dòmini gli sbadigli finché puoi, ma è una lotta disperata, mentre lui ti racconta le ultime disgrazie. Quando torni, la gallina di turno sibila, col sorriso sarcastico che ucciderebbe un bue: almeno fai finta che t’importi. Vorresti raccontargliene quattro, ma sei un prete; preferisci pensare alla serata di ieri, a Caracalla, dove alla Festa, tra i comunisti che mangiano i bambini, hai avuto un bel successo, almeno così dicono: ti sentivi un marziano sul palco Borsellino, tra sindaci, politici e professoresse, ma ti ha invaso una forza sconosciuta e hai preso a parlare con un’energia che ha stupito anche te, prima del pubblico. Chi devo ringraziare? Per cosa? Perché scrivi di me. Ringrazia le stelle: sono loro che m’ispirano. Prima o poi mi dirai perché ti attraggono così. Tutto è iniziato da un verso di Federico Garcia Lorca: Es el mismo dolor de las estrellas. Cos’ha di speciale? Non avrei mai pensato che le stelle provassero dolore. E credi sia possibile? Guardale bene: quella è Cassiopea, la regina di Etiopia, condannata a vagare per il cielo dopo essersi vantata della sua bellezza: non senti lo strazio delle luci che brillano per espiare la propria vanità? Shedar, Caph, Ruhbah, ti fissano per chiedere perdono. Sei un tipo speciale. La relatrice ti avvicina alla fine del dibattito, sul palco inondato di luci, ti sorride. Ti chiedi se il tuo posto sia quello in cui ti trovi, se non sarebbe il caso di cambiare, investire i tuoi talenti, invece di marcire tra gente che ti dice, mentre stai crollando: puoi fare almeno finta! Ma forse il posto giusto è quello meno comodo, la sedia su cui sudi sette camice per non cadere in terra con l’ultimo sbadiglio, il mendicante che ti chiama appena sei pronto per mangiare, il moribondo che aspetta con urgenza, quando le dita, finalmente, cominciano a battere con lentezza esasperante sulla tastiera del computer. Quella è Orione: solo partendo dalla sua cintura è possibile trovare Sirio, Procione, Aldebaran. Vuoi dire che si arriva alla meta solo passando per un punto intermedio? Che quello è il punto del dolore, dove a volte si rimane sospesi, come le stelle, per una vita intera?
Quando attraversi” quel punto intermedio, quel punto del dolore” , ecco che si scopre piano , piano la luce del nostro cuore ,che brilla sempre più per una vita intera come se fosse una delle tante stelle sospese su nel cielo.
Fuori una notte intera
Fuori una vita intera
quella è Cassiopea, la regina di Etiopia, condannata a vagare per il cielo dopo essersi vantata della sua bellezza: non senti lo strazio delle luci che brillano per espiare la propria vanità? Shedar, Caph, Ruhbah, ti fissano per chiedere perdono.
La luce di ogni stella è una lacrima preziosa, una lacrima che implora il tuo perdono, una lacrima che attira la tua attenzione , perchè vuole essere ascoltata , perchè vuole essere amata , ed una stella che si sente amata è una stella che brilla in tutto il suo splendore.
Non avrei mai pensato che le stelle provassero dolore.
Le anime più forti sono quelle temprate dalla sofferenza.
I caratteri più solidi sono cosparsi di cicatrici.
– Kahlil Gibran
E sono anche le anime più belle, perchè sono quelle che comprendi di più, perchè le loro parole arrivano dritte al cuore, disarmandoti defiitivamente.
Non importa che il respiro si spezzi ogni momento
nel tempo in cui la regola è morire,
dare fino alla nausea, oltre il rintocco
di campane appena riparate.
Il regno è all’orizzonte della notte
con la faccia di Pietro, l’idraulico rumeno cui nessuno
affida più il lavoro, dopo l’incidente. In cambio
fu clemente l’auto da cui è stato investito l’altra sera:
dimesso poco dopo, all’ospedale.
Don Fabrizio! – ha gridato, incrociando i miei occhi
appollaiati
sui suoi, nel ventre bianco del pronto soccorso
cittadino.
Il Natale ha la faccia dei poveri, si nasconde agli scribi
e ai sacerdoti occupati nei riti solenni di una falsa
religione.
Per conto mio
non credo più all’inferno e al paradiso:
vago di giorno in giorno
in una vita che non cessa di sorprendermi.
(Non importa – F. Centofanti)
“Ti chiedi se il tuo posto sia quello in cui ti trovi”
Credo che il posto di ognuno di noi sia “tutti i posti” nei quali le stelle ci vorranno condurre per portare amore.
Il dolore ti passa al setaccio, è una specie di passino, un colino che riesce a separe il buono dal cattivo che abbiamo nel cuore, che lascia filtrare tutto il positivo, per farlo rimanere, scartando tutto il negativo.
Passare per un grande dolore non è mai vano: può rappresentare un’occasione per aprire gli occhi, per vedere ed apprezzare le gioie presenti, e crescere fino a sopportare ogni dolore minore, che prima sembrava insopportabile, con maggior serenità e speranza, con uno sguardo sempre ottimista verso il bene.
Ci sono persone con le quali la vita sembra volersi accanire, eppure sono sempre sorridenti e gioiose; altre che apparentemente hanno tutto, ma appaiono sempre insoddisfatte ed arrabbiate.
Non è facile attraversare un grande dolore, non si riesce a capirlo quando ti piomba addosso, ma prima o poi se ne può comprendere il senso e quello diviene il momento in cui finalmente si rinasce, in cui si comincia a vivere una vita nuova con quella fiducia e quel distacco necessari alla pace del cuore, alla consapevolezza che nulla accade per caso.
“Vuoi dire che si arriva alla meta solo passando per un punto intermedio? Che quello è il punto del dolore, dove a volte si rimane sospesi, come le stelle, per una vita intera?”
Sono d’accordo, si arriva alla meta o consapevolezza interiore solo attraverso un “punto intermedio”; si può però non rimanere sospesi (anche se il rischio è molto forte) se si riesce a lasciare entrare l’arte nella propria vita e ad amare con passione e lasciarsi amare.
@ M&C commento n7
Sono d’accordo con te
Forse la sedia giusta è quella in cui “sei sospeso in equilibrio precario”…
” su cui sudi sette camice” … dalla quale vorresti alzarti e fuggire ma che ogni giorno ti sorprende e ti avvolge come l’abbraccio del gigante cacciatore al quale non sai sottrarti.
“Immagina di essere tu a edificare il destino umano con lo scopo di rendere felici gli uomini, di concedere loro, alla fine, pace e serenità, e che per fare questo sia necessario e inevitabile fare soffrire anche una sola creaturina, quella bimba, per esempio, che si batteva il petto con il piccolo pugno, e sulle sue lacrime invendicate erigere quell’edificio. Ebbene acconsentiresti a esserne l’artefice a queste condizioni? Dimmelo e non mentire!”
“No, non acconsentirei” disse piano Alëša.
“E potresti ammettere l’idea che gli uomini per i quali tu lo costruisci acconsentano dal canto loro ad accettare una felicità fondata sul sangue innocente di un piccolo martire, e una volta accettata, a essere felici in eterno?”
“No, non potrei ammetterlo. Fratello” disse Alëša. (Fratelli Karamazov, cap. IV, 1994, p. 342)
Se Dio o la vita o la natura o chi per loro ci ha messi su questa terra per brillare di dolore, allora spegnamo le amate stelle una ad una e facciamo respirare un uomo, forse non in cielo, ma la sua stella ci brillerà nel cuore mentre vedremo nascere un mondo meno crudele.
@Bioraffaella
Grazie, so che mi hai capito…
Conoscerai un grande dolore e nel dolore sarai felice.
Eccoti il mio insegnamento: nel dolore cerca la felicità.
(Fedor Dostoevskij, I fratelli Karamàzov)
“ti sentivi un marziano sul palco Borsellino”
1919
Bajo tu casta sombra, encina vieja,
quiero sondar la fuente de mi vida
y sacar de los fangos de mi sombra
las esmeraldas líricas.
Echo mis redes sobre el agua turbia
y las saco vacías.
¡Más abajo del cieno tenebroso
están mis pedrerías!
¡Hunde en mi pecho tus ramajes santos!
¡oh solitaria encina,
y deja en mi sub-alma
tus secretos y tu pasión tranquila!
Esta tristeza juvenil se pasa,
¡ya lo sé! La alegría
otra vez dejará sus guirnaldas
sobre mi frente herida,
aunque nunca mis redes pescarán
la oculta pedrería
de tristeza inconsciente que reluce
al fondo de mi vida.
Pero mi gran dolor trascendental
es tu dolor, encina.
Es el mismo dolor de las estrellas
y de la flor marchita.
Mis lágrimas resbalan a la tierra
y, como tus resinas,
corren sobre las aguas del gran cauce
que va a la noche fría.
Y nosotros también resbalaremos,
yo con mis pedrerías,
y tú plenas las ramas de invisibles
bellotas metafísicas.
No me abandones nunca en mis pesares,
esquelética amiga.
Cántame con tu boca vieja y casta
una canción antigua,
con palabras de tierra entrelazadas
en la azul melodía.
Vuelvo otra vez a echar las redes sobre
la fuente de mi vida,
redes hechas con hilos de esperanza,
nudos de poesía,
y saco piedras falsas entre un cieno
de pasiones dormidas.
Con el sol del otoño toda el agua
de mi fontana vibra,
y noto que sacando sus raíces
huye de mí la encina.
F. Garcia Lorca
vi ringrazio!
la verità nasce dall’antitesi, dalla dialettica.
il pensiero unico è dei morti.
- Che stella è quella? -
- Quella è la stella Vocazione, nota per la sua particolare sensibilità, il suo trasporto innato verso un tipo di vita. E poi, là c’è Fisico, Psichico, e un po’ più distante Solo Raccontato, la più lucente. E’ la costellazione del Dolore, che dal nostro emisfero non è molto visibile e, forse proprio per questo, se ne parla molto. Devi sapere che tra la stella Vocazione e la costellazione del Dolore, esiste un’infinità di stelle appena percettibile ad occhio nudo. Appartengono tutte alla galassia Sopportazione. La loro particolarità è proprio quella della scarsissima luminosità. Eppure sono tantissime -
- E quelle così brillanti? -
- Si riconoscono facilmente; sono Scrittore, Oratore, Viaggiatore; più in là c’è anche tutto il gruppo del Commentatore. Sono le stelle da osservare una notte, ideali per sognare -
- E noi che stelle siamo, papà? -
- Come la maggior parte delle stelle del cielo. Siamo del tipo Sopportare-sognando o anche Sognare-sopportando. E’ nell’equilibrio di questa condizione che si trova spesso il senso di una vita intera -
Ti chiedi se il tuo posto sia quello in cui ti trovi
Ieri sera guardavo le stelle provando a scoprirne i nomi, erano tante e splendenti, ciascuna al proprio posto, a fare il proprio compito, tutte disposte perché il cielo fosse il quadro più bello; non potrebbe essere così se anche solo una di quelle piccole gocce d’amore smettesse di accarezzare le nostre notti
Ma forse il posto giusto è quello meno comodo, la sedia su cui sudi sette camice per non cadere in terra con l’ultimo sbadiglio
Far si che il cristianesimo non si trasformi in una serie di precetti da osservare ma che resti sospeso al filo dell’amore, anche se questo può dare sofferenza.
Proprio ieri sera ho letto a bambini racconto di Cassiopea,e qui si finisce cosi:
“Ma non qui finisce questa storia,e non qui scompaiono Perseo,Cassiopea ed Andromeda.L’eroe e le due donne,infatti,dopo la loro morte,vennero trasformati in costellazioni,in modo che gli uomini ricordassero le loro avventure;e se a notte alziamo gli occhi al cielo,possiamo vedere lassù Perseo,Andromeda e Cassiopea che ci sorridono dall’immensità del firmamento”
Penso che,a tutti noi,ogni tanto, viene un pensiero,a volte il dubbio,se questo che faccio è la cosa giusta,se sto sulla strada giusta,ma forse dovrei stare in un altro posto, in un altra circostanza.
Una volta ho trovato una frase:”tutto questo che fai,non devi fare bene,ma il modo migliore che puoi”
Penso che,il dubbio viene quando manca la soddisfazione di questo che fai,poi ti batte la stanchezza…e finito
Si chiama stress. Un campanello d’allarme che ci avvisa che stiamo raggiungendo un livello di guardia. Stiamo portando il mondo sulle spalle senza averne calcolato prima il peso specifico. Potremmo rimanerne schiacciati. E’ il momento di ribaltare la prospettiva. Bisognaa dividere lo sforzo con altri altrimenti si rischia il collasso psicofisico. Non e’ letale ma fa soffrire come fosse un morbo.
E’ la sindrome da altruismo che può arrecare atroci tormenti a meno che il soggetto non riceva energie straordinarie che gli consentano di sopportare a oltranza. Mi sembra questo il caso.
@ Clown: Opinioni
Tutto il Tuo cielo di stelle mi piace. Fra loro preferisco le ultime, le piu luminose.
Grazie.
grazie amici, con voi ci si sente sostenuti.