Parlare di politica? 0.2

Sì, se ne parla ancora. Aggiornando alcune precedenti considerazioni. E cominciando a dire che fra ciò che si agita oggi in Italia nella cronaca politica, uno degli oggetti più interessanti in cerca di posizionamento è l’associazione di Luca Cordero di Montezemolo. Questo per due motivi:

1. Mi pare che sia la cosa più vicina a un tentativo di riaggregazione dei ceti e interessi finanziari e industriali che negli ultimi vent’anni hanno affidato, con poche eccezioni, la propria rappresentanza politica al partito di destra e che stanno ora assistendo preoccupati alla sua decomposizione.

2. La strategia comunicativa di Italia Futura, che all’impatto mediatico dell’immagine smaterializzata e decontestualizzata (e impossibile da controllare nel suo corso pubblico: dai trionfi del Milan ai microabiti delle minorenni nelle cene eleganti) ha sostituito un pacchetto di temi (non argomenti, si badi, ma “proposte” di discussione) su cui si stimolano “idee nuove”. Pochissima presenza nelle TV, parecchia invece nei social network, opportunamente pianificata e diretta da conferenze programmatiche e comitati territoriali in via di formazione.

A dire una cosa tranciata un po’ con l’accetta, l’Italia (intesa come stato nazionale) è sempre stata governata per mezzo del consenso che la classe dirigente industriale e finanziaria ha suscitato presso il ceto medio, quello che anticamente si chiamava piccola borghesia. IF ha, credo, lo scopo di ricementare questo consenso, attraverso il corredo retorico affinato negli ultimi decenni: “fare impresa”, “cantiere aperto”, “merito”, “competenze”, “lotta agli sprechi”, “semplificazione normativa”, ecc.

A sentire i quadri dell’associazione (imprenditori nella variante giovani imprenditori che hanno finalmente scelto di impegnarsi in politica, professionisti e docenti universitari, qualche partita IVA, tutti nella fascia 35-50 anni), IF è un segno di rinnovamento nella società italiana che vuole affermarsi nella dimensione politica. Lo scettico potrebbe obbiettare che da più di trent’anni questo paese è terreno di un esperimento sociale e politico a cui tutti hanno dato un contributo, che sia stato consapevole, o loro malgrado, o a loro insaputa: dai giovani senza lavoro e emigrati all’estero al ceto definito da Stella come “casta” politica, dagli intellettuali alla criminalità organizzata, dal piccolissimo artigiano/imprenditore fino alle più rarefatte élite economiche. I fondatori di IF sono espressione (non la peggiore, bisogna riconoscere) della più genuina classe dirigente italiana, spesso per diritti di nascita e privilegio. Ebbene, dove sono stati costoro negli ultimi vent’anni? Era davvero così difficile, già negli anni ’80, prevedere la crisi attuale? Corruzione, criminalità, evasione fiscale, crisi dello stato sociale, erosione dei redditi da lavoro dipendente, erano tutti fenomeni bene evidenti già allora. Ci fu mani pulite, un’occasione mancata di mettere un po’ le cose in ordine. Non ricordo allora grandi sostegni alla Procura di Milano dalle parti di Viale dell’Astronomia. Qui a Vicenza molti imprenditori veneti si sono spellati le mani alla piazzata elettorale di Berlusconi al convegno Confindustria del 2006, i non convinti (se ce ne sono stati) hanno taciuto. La dirigenza di Confindustria si è forse svegliata tardi, soltanto anni dopo, con le intimidazioni al suo primo presidente donna.

Arriviamo così alla “apertura del cantiere 2013” di IF a Vicenza, una città storicamente moderata (ma non è la parola giusta), incredibilmente governata oggi da una giunta di centro-sinistra (molto più centro che sinistra), grazie alle risse interne della destra, effetto del non eccelso profilo politico e umano del suo personale. Lunedì 23 luglio, alle 19:00 presso il Gran Caffè Garibaldi a Piazza dei Signori, che scopro non essere semplicemente sede di incontro, ma addirittura affittato per l’occasione. Il Caffè Garibaldi è un po’ il salotto buono della città, lo spritz di professionisti e fighetteria locale, in una città la cui ossatura è fatta in buona parte da professionisti e fighetteria. Fighetti come stadio infantile dei professionisti, antropologia… eh, non divaghiamo. Molti, tutti quasi, col telefonino attaccato all’orecchio, Tre hostess in camicetta bianca, minigonna blu, scarpe nere tacchi alti, coordinate, smistano dalle liste le conferme di adesione arrivate via web.

Discreta partecipazione, nonostante l’estate avanzata e nonostante il fatto che i tipi umani qui riuniti dovrebbero in prevalenza essere ora in ferie in posti esclusivi. Fascia d’età prevalente sui 40-45 anni, pochissimi sotto i trenta. Sì, appunto, questa è una città piccola, ma dove ho già visto quella faccia? E quella? E quell’altra? Ah, molti vecchi arnesi della politica locale. C’è l’eurodeputato e coordinatore provinciale del partito di destra, quello delle oltre 16 mila tessere di partito, in maggioranza all’insaputa dei sottoscrittori, uccellati dall’elenco dell’Associazione Cacciatori Veneti (di cui il coordinatore è stato fondatore), tra residenti delle vie intorno alla sede di partito e domiciliati al camposanto. Ancora da quell’area (dalla destra, non dal cimitero), c’è anche il deputato trombato e ripescato, quello che ha seguito la diaspora di Fini e si ritrova in debito di ossigeno nel terreno locale. Altri pesci piccoli dello stagno cittadino, in cerca di acque depurate. Antropologia… senza voler divagare, apprezzo il look d’obbligo dei professionisti-manager: jeans, sneakers, converse, T-shirt: assolutamente no. Camicia azzurro-chiara invece, pantaloni in tessuto leggero, mocassini, giacca di boutique senza cravatta, colori pastello. Non va più la finta barba incolta di tre-quattro giorni. Utili informazioni. Prendo nota.

Si accumula ritardo. Ancora un po’ di pazienza perché il dott. Vecchioni sta arrivando dall’aeroporto, si sente dire, portate pazienza. Ah, ricordo che Vicenza aveva un piccolo aeroporto, si chiamava Dal Molin… Intanto riprende la musica soul-disco-cocain-lounge. Ehi, il finiano deve aver avuto a che fare con Corona, lenti scure, capelli ingrommati, pare la controfigura di un capetto di un cartello di narcos messicani. Adesso la banda rivale assalta il Gran Caffè Garibaldi con armi da guerra. Utili informazioni: in un bar è bene sedere sempre guardando la porta d’ingresso. Antropologia… salamandre, crisalidi in via di metamorfosi, gente in cerca di collocazione. È evidente, è ovvio, prima ancora che qualcuno inizi a parlare. IF è la scialuppa di salvataggio, un traghetto di un ceto politico alla deriva. Questo partito di Montezemolo si muove partendo dai fondamentali in Italia: mobilitando circoli di notabilato locale, riallacciando interessi diffusi sul territorio e loro rappresentanza: è la tradizione liberale in Italia. La storia fa un po’ difetto però, in Italia i liberali si sono suicidati almeno due volte: abbracciando prima Mussolini e negli anni ‘90 Berlusconi.

Parla il moderatore. Ecco finalmente il coordinatore nazionale IF Roberto Vecchioni. No, è Federico Vecchioni. Ah ah, scusate. Ringraziamo per la partecipazione. Ringraziamo i presenti. Avvenimento che rimarrà nella storia di Vicenza. Avvenimento storico. Posa della prima pietra di un cantiere che… (il discorso non finisce).

Parla Federico Vecchioni (sulla cinquantina, imprenditore). Chi si è allontanato dalla politica in questi anni. IF vuole tradurre in cardini della mobilitazione pubblica le idee. Rappresentanti territoriali. Regionali. Nazionali. Stiamo ascoltando tutte le persone che si avvicinano a noi. A 360 gradi. Contatto diretto. Qualcosa di concreto. Vicenza cantiere 2013.

Manfredi Ravetto (sulla quarantina, imprenditore, coordinatore Italia Futura Veneto). Il territorio. Il territorio. Messaggio nuovo. Contenitore nuovo. Soprattutto nei centri piccoli. Il sentiment sono sale gremite (sic!).

Passa il microfono a Elisa Beniero (sulla trentina, imprenditrice credo, presidente Italia Futura Vicenza). Una realtà entusiasmante. Sale gremite nei piccoli centri. Esatto. Esatto. Esatto. (Ha pronunciato la parola esatto almeno venticinque volte in dieci minuti). Volti nuovi. (Il cacciatore eurodeputato approva). Nuova classe dirigente. (Mi vengono in mente tanti palloncini senza peso che salgono al cielo).

Ancora Vecchioni. Alle 19:45 si pronuncia per la prima volta la parola “liberale”, per lamentarne l’abuso e l’assenza di misure a questa parola ispirate. (Ancora, la storia fa difetto). I problemi dei cittadini italiani: pagare i dipendenti, fare impresa (sic dixit!). Competenze. I cittadini sono stanchi. Errori fatti. Chi è stato in parlamento in questi 18 anni non aveva competenze. (Questo secondo me è ingeneroso, le ha, e come!) Cittadini. Contributo, come dice il nostro BRAND (qui lo sottolinea proprio, dice BRAND come se muggisse), all’Italia. Semplificazione normativa. Occorre una moratoria dei quadri normativi (sic!). I soldi recuperati all’evasione fiscale (chissà, a qualcuno dei presenti magari fischiano le orecchie) dovrebbero essere usati per abbassare le tasse. Alcune decisioni saranno impopolari. Progetto cultura per l’Italia. Scuole professionali. L’Italia ha bisogno di tanti bravi artigiani che facciano il meidinitali. Maestri d’ascia per esempio. Formazione umanistica non serve a nulla. La spesa pubblica è improduttiva. Vendita, non svendita, del patrimonio pubblico. Tira aria di elezioni anticipate. Oggi lo spreed a 520.

Riparla Beniero. Il nostro associato è un cittadino a 360 gradi. Il parterre (sic!) è molto ampio. Esatto. Qui non ci sono né poltrone né soldi. (Il narcos messicano si consulta con un complice). Esatto.

Conclude Vecchioni. Valori. Riscoprire i valori. Gli Italiani lavorano. Sono brava gente. Non riformista. (Ah, ecco, magari c’erano dubbi residui). Riformatore. Il ceto medio. Serietà. Lavoro. Ah, adesso un momento conviviale, i nostri relatori sono a disposizione per ogni domanda. Buon aperitivo.

Tutto questo a Vicenza il 23 luglio. Non è che non ci siano questioni aperte a proposito della città e del territorio. La vicenda Dal Molin ha lasciato strascichi e rancori, e la destinazione d’uso di una parte del fondo è tuttora da definire. C’è la questione delle aree verdi, o meglio, della soppressione delle aree verdi attraverso progetti di urbanizzazione residenziale-commerciale-direzionale-sociale nelle ultime enclavi agricole nei pressi della città, un progetto fantasiosamente chiamato Greenway a cui la popolazione è contraria. C’è la faccenda della Valdastico Nord (ex PIRUBI), per la cui realizzazione Provincia (Destra e Lega), industriali vicentini e asfaltatori in astinenza hanno organizzato forsennate campagne di stampa, e a cui le amministrazioni trentine sono inequivocabilmente contrarie (gli abitanti della Valdastico non sono stati interpellati, come è accaduto con Vicenza nel caso Dal Molin). Ci sono (ci sarebbero) decisioni da prendere sull’edilizia pubblica, scuole, biblioteche, la sede dell’archivio di stato, trasporti comunali e provinciali, il degrado di alcuni quartieri. Per non parlare del regime delle acque, la siccità e i fiumi che straripano, il territorio cementificato, i capannoni industriali vuoti, la disoccupazione che cresce ovunque, l’assistenza a chi non ce la fa. Su queste cose, nell’incontro IF a Vicenza, silenzio tombale. Così come sul tema dell’immigrazione, dell’accoglienza, dell’integrazione, dei diritti. Il che, in un contesto economico e sociale come il vicentino, sia pur un’oligarchia di professionisti, industriali e costruttori edili, è un po’ bizzarro.

E conferma un’impressione che cresce da tempo. La politica culturale che un’associazione che si richiama alla cultura liberale dovrebbe fare è una formazione approfondita (e capillare) del proprio ceto dirigente. Vera. Croce. Gobetti. Schumpeter. Non Tremonti. Non ha senso prendere alcuni volonterosi titolari di azienda e mandarli a un corso accelerato di comunicazione politica. La classe dirigente italiana, che IF intenderebbe rinnovare, soffre di mali antichi a cui non si trova rimedio semplicemente omettendo un senso storico alla proposta politica. A partire da un giudizio storico serio su quello che è stato questo paese negli ultimi trent’anni.

Spiace dover fare queste osservazioni. Io ho ascoltato la parola cultura esclusivamente nel senso di “sfruttamento del patrimonio artistico-culturale”. Da un lato si lamenta l’inutilità della formazione umanistica e poi si considerare il patrimonio artistico e culturale italiano (“unico al mondo”) esclusivamente come una risorsa da “valorizzare” (dicono, ma pensano “monetizzare”). Per darlo in gestione a qualche manager con un’esperienza in McDonald? Ha senso un discorso così? Qualsiasi bancarellaro veneziano (con tutto il rispetto per la loro professione, sono partite IVA anche loro) ha competenze di partita doppia.

Non ho dati a mio sostegno, ma mi pare che il livello culturale di buona parte del ceto dirigente italiano potrebbe migliorare. Spesso, più si sale, peggio è. Il Direttore Generale Edizioni della maggiore casa editrice italiana ignora (o ignorava) che esiste un autore che si chiama Thomas Mann e un libro dal titolo I Buddenbrook, che poi è in catalogo presso la medesima casa editrice, ironia della sorte o della storia o della ragione, fate un po’ voi. Tornare a scuola un po’? Investire nella formazione generale?

Si richiedono idee, proposte… Perché non lanciare una grande consulta delle scuole, in Veneto, per costruire su base non occasionale un rapporto complessivo tra formazione ed esigenze del mondo del lavoro, un rapporto che ovviamente non sia legato alle circostanze del momento ma comprenda la dimensione delle tradizioni, dei tessuti sociali, delle attività che è desiderabile sostenere e attirare in un territorio? Perché non investire di più nella ricerca, nell’innovazione a lungo periodo?

Perché non pensare a un quadro generale delle proposte culturali nella Regione per riqualificare il turismo? Sostenere il loro coordinamento? Eppure ci sono esperienze significative, Pordenonelegge, il Festival Biblico, rassegne importanti. Migliaia di visite. E i musei. Le ville. I fiumi, le aree da riqualificare e valorizzare. La campagna (quella che rimane, non è molta), le colline, da raggiungere con una rete di piste ciclabili indipendente dalle strade a grande traffico. Per ora ce ne sono spezzoni.

Perché non pensare che l’impresa, visto che è poi questo l’orizzonte di riferimenti della brava gente di IF, è uno spazio sociale che deve crescere, non un territorio in cui i lavoratori sono privati dei diritti e i gestori investono soltanto se vedono garanzie di rientro a breve termine, e spesso non investono proprio. Per qualche secolo l’esperienza di questa regione ha visto innestare iniziative industriali nel tessuto agricolo-contadino, senza sostituirsi a esso. Oggi quel tessuto non esiste più, e siamo tutti chiamati a ridefinire ciò che fa comunità, che è inclusione, e non l’opposto. In Veneto oggi pochi pensano a questo, nessuno con responsabilità aziendali.

Temi, temi di discussione che non troverà interlocutori. IF intende raccogliere il bandolo della matassa della rappresentanza degli interessi delle classi dirigenti, così come sono, esattamente dove la destra lo ha fatto cadere.

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