da qui
Ne vengono? Sì, ne vengono. Sono molto cordiali, sai com’è, il bacino di elettori, a volte un uomo di Dio può più di mille laici. Per loro esistono, gli uomini di Dio? Sono i voti che esistono, per loro. Guardi i ponti con le macchine che scorrono: t’incantano, ne sei sempre stato innamorato, passeresti ore a contemplarli, come fossero i custodi di un segreto decisivo. Il pontefice, l’hai detto e lo ripeti, è uno che costruisce ponti, un ingegnere dell’anima, ma anche dei corpi. Dove ci sono solitudini e disperazioni, dove gli interessi personali scavano abissi tra persona e persona, ci vuole qualcuno che pensi a un trait d’union, che sappia scorgere un filo, anche invisibile, che metta insieme e faccia cadere i pregiudizi. Sogni spesso i ponti, lunghi e slanciati, oppure tozzi, in pietra, come quelli che costruivano i romani: ti perderesti nella descrizione dell’opus quadratum, dei blocchi in travertino, di zoccoli e pilastri, capitelli e lesene, campate, archi a tutto sesto, e a ogni dettaglio accosteresti un gesto, una parola, un percorso di avvicinamento a chi ha perso la speranza dell’incontro. Non contano i voti? Ti fissa per comprendere qualcosa che le sfugge; fatichi a ritrovare la luce bianca che si accende vicino alla pupilla. Contano, i ponti: se fossi figlio di una fede pagana che s’inventa un idolo cui appoggiarsi o con cui identificarsi, avrei proposto questo: un ponte. Molti ignorano che hanno nomi diversi: ponte, cavalcavia, viadotto, a seconda che l’ostacolo sia l’acqua, una strada, una vallata. Guai a sbagliare nome. Traviseremmo la natura dell’ostacolo, il dramma che impedisce d’incontrarci. E’ una filosofia quella dei ponti levatoi, girevoli, smontabili, su chiatte, sollevabili; quanti nodi si potrebbero sciogliere se si conoscesse l’essenza degli impedimenti: basta guardarsi per capire se serve una trave o una capriata, se sia più idoneo un ponte a sbalzo, o sospeso, oppure ad arco; altro che voti. Eppure servono anche quelli. L’hai fatto entrare nella sala regia, per chiarirgli che c’è un potere almeno pari al suo. Che si senta piccolo in mezzo ai guerrieri dalle armature pesantissime, dagli spadoni in cui si arriva a indovinare l’eco del clangore prodotto su un elmo o su uno scudo. A me non servono. Mi perdoni, Santità, lo dice lei. Non mi chiami santità. Volevo dire, pensi se le venisse a mancare il nostro appoggio: le scuole private, il pericolo dell’appropriazione degli edifici sparsi per il mondo, l’otto per mille. Lo guardi negli occhi: vuoi capire fino a che punto crede in quel che dice, e dove invece cominci a sondare il suo potere contrattuale. Lui abbassa lo sguardo, poi si volge intorno: saprà che gli affreschi sono del Vasari, dei fratelli Zuccari, del Sabbatini? Del vostro appoggio faccio a meno; a me interessano i bisogni della gente, quella povera, che non può permettersi la scuola privata e quando pensa a un edificio gli viene in mente il tetto che, mi creda, d’inverno non è poco, specialmente quando infuria la tempesta: è mai stato tra gli zingari? Il politico non sa più dove guardare. Poi, all’improvviso, sembra avere un guizzo d’orgoglio: si ricordi la difesa della vita, all’inizio e alla fine, il problema dell’aborto, dell’eutanasia; che succederebbe se non ci fossimo più noi a darvi man forte? Lo fissi più profondamente, attraversandolo da parte a parte, come lo spadone del Vasari. La vita si difende soprattutto quando vaga disperata tra cassonetto e cassonetto, quando chiede un lavoro e non l’ottiene, quando la paghi col salario degli schiavi, o vive sotto i ponti. I ponti: sei rapito pensando al profilo delle piastre d’acciaio che formano una trave a doppio “T”, ai triangoli della capriata, alla campata a sbalzo, che sembra, per qualche miracolo, sorreggersi da sé.
Il ponte crollò, l’acqua alta coprì le macerie da cui nacque una nuova vita.
“Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra.
- Ma qual è la pietra che sostiene il ponte? – chiede Kublai Kan.
- Il ponte non è sostenuto da questa o da quella pietra, – risponde Marco, – ma dalla linea dell’arco che esse formano.
Kublai Kan rimase silenzioso, riflettendo. Poi soggiunse: – Perché mi parli delle pietre? È solo dell’arco che mi importa.
Polo risponde: – Senza pietre non c’è arco.”
(I.Calvino-Le città invisibili)
Siamo noi le pietre necessarie a costruire i ponti che uniscono, ma troppo spesso disperdiamo le nostre energie e capacita per costruire invece muri che dividono, perché più facili da erigere, almeno all’apparenza.
NUEVOS puentes de Praga, habéis nacido
en la vieja ciudad, rosa y ceniza,
para que el hombre nuevo
pase el río.
Mil años gastaron los ojos
de los dioses de piedra
que desde el viejo Puente Carlos
han visto ir y venir y no volver
las viejas vidas,
desde Malá Strana los pies que hacia Moravia
se dirigieron, los pesados
pies del tiempo,
los pies del viejo cementerio judío
bajo veinte capas de tiempo y polvo
pasaron y bailaron sobre el puente,
mientras las aguas color de humo
corrían del pasado, hacia la piedra.
Moldava, poco a poco
te ibas haciendo estatua,
estatua gris de un río que moría
con su vieja corona de hierro en la frente,
pero de pronto el viento
de la historia sacude
tus pies y tus rodillas,
y cantas, rio, y bailas, y caminas
con una nueva vida.
Las usinas trabajan de otro modo.
El retrato olvidado
del pueblo en las ventanas
sonríe saludando,
y he aquí ahora
los nuevos puentes:
la claridad los llena,
su rectitud invita
y dice: “Pueblo, adelante,
hacia todos los años que vienen,
hacia todas las tierras del trigo,
hacia el tesoro negro de la mina
repartido entre todos los hombres”.
Y pasa el río
bajo los nuevos puentes
cantando con la historia
palabras puras
que llenarán la tierra.
No son pies invasores los que cruzan
los nuevos puentes, ni los crueles carros
del odio y de la guerra:
son pies pequeños de niños, firmes
pasos de obrero.
Sobre los nuevos puentes
pasas, oh primavera,
con tu cesta de pan y tu vestido fresco,
mientras el hombre, el agua, el viento
amanecen cantando
Puentes (P. Neruda)
Mi ricorda un incontro di catechismo durante il quale era disegnato alla lavagna un ponte fatto di pietre.
Su ogni pietra la catechista cominciò a scrivere i nomi dei bambini, poi quelli dei sacerdoti, dei collaboratori del parroco, degli animatori dei giovani e di tutti quelli che i bambini ricordavano di aver conosciuto in parrocchia, e ancora i vescovi, sacerdoti, cardinali, papa e tutto il clero.
Alla fine il ponte era la Chiesa, intesa come assemblea, ed ogni pietra era unica ed importante per la sua stabilità, affinché fosse solido e potesse funzionare come superamento ad ogni ostacolo che impedisce di proseguire sulla strada che conduce all’incontro con l’altro, la strada del bene in cui ci scopriamo tutti fratelli, figli di uno stesso Padre…
Forse l’umanità un tempo, come la Pangea ha vissuto unita e in comunione d’intenti per poi, in seguito tendere a dividersi in una continua deriva dell’anima come dei continenti.
In questa situazione i ponti sono allora diventati preziosi se non indispensabili.
Chi costruisce ponti dimostra di sapere bene da dove veniamo e verso cosa siamo destinati ad andare.
Il destino delle terre emerse è quello di ricongiungersi …chissà se l’umanità saprà fare altrettanto.
“Quando arriva la oscurità
E l’ansia è tutta intorno
Come un ponte sulle acque agitate
Io stenderò sotto di me”
Reblogged this on i cittadini prima di tutto.
Il ponte è un mezzo di comunicazione tra il mondo umano e quello spirituale,il ponte è il punto di incontro tra questi due mondi,poterlo attraversare vuol dire riuscire s raggiungere quella completezza che spesso ci manca,perché costretti a vivere in un mondo unilaterale.
Poi ci sono le gallerie, uniscono due punti inarrivabili, il cui ostacolo è dura, ivalicabile, roccia; a volte bisogna scavare a mani nude nella pietra del cuore per cercare il punto morbido, quello dove è possibile far esplodere ogni durezza, aprire varchi insospettabili, ritrovare la luce bianca che pare una stella proprio accanto alla pupilla.
Architettura dei ponti su cui passa la vita, filosofia dei ponti che sorreggono l’essere, divinita’ dei ponti che portano all’incontro.
Il ponte più bello da costruire insieme è l’arcobaleno, che unisce cielo e terra.
vi ringrazio!
scaviamo a mani nude, in cerca dell’altro, e non ci rassegniamo a non trovarlo.
“E’ una filosofia quella dei ponti levatoi, girevoli, smontabili, su chiatte, sollevabili; quanti nodi si potrebbero sciogliere se si conoscesse l’essenza degli impedimenti: basta guardarsi per capire se serve una trave o una capriata, se sia più idoneo un ponte a sbalzo, o sospeso, oppure ad arco”
Un ponte è un percorso, si parte “da” per arrivare “a”. Spesso si parte soli, ma se il cemento o qualsiasi altro materiale si utilizza per costruirlo è un impasto fatto con il sorriso e uno sguardo aperto, le probabilità che si ritorni insieme, o si continui insieme, sono alte.
Chi aiuta il prossimo aiuta anche se stesso, perché siamo figli di uno stesso cielo.
è mai stato tra gli zingari?
“Io sono la via” è per strada che dobbiamo andare per trovare la via giusta.
che succederebbe se non ci fossimo più noi a darvi man forte?
“Noi” non ci possiamo sostituire a Dio,gonfiandoci con il nostro Io. ” Noi”siamo solo delle semplici creature che si possono ,fidare e affidare a Dio, il quale ci ha insegnato ad amare il prossimo come noi stessi,l’ unico ponte che ci unisce gli uni con gli altri.
Anche lo sguardo con l’ altro potrebbe essere un ponte tra me e l’ altro ,perché nel suo sguardo mi ci ritrovo Io.
“Stendere un ponte di comprensione per salvare le differenze”
Grazie!
Le probabilità sono alte, è questo che ci tiene in vita.
Il racconto della vita che unisce padre e figlio, il miracolo del medico quando il cuore ancora batte, l’abbraccio di una stella cadente che decide di lasciare il suo cielo per arrivare fino a te, la voce di quegli occhi che ti parlano senza dire una parola, ponti di un amore – vita che non smette mai di stupire
E’ vero Roby, condivido soprattutto gli occhi di chi ami che ti guardano come se non volessero lasciarti mai..
La vita è questo, anche se alcune volte sembra insopportabile, io credo che quegli occhi come dici tu ” sono ponti di un amore che non smette mai di stupire”.
Un abbraccio a te e a tutti.
Ernestina.
Grazie e un abbraccio a voi!
Smettere di stupirsi vuol dire smettere di vivere.