da qui
Dopo le due messe del mattino sei già esausto. Cerchi di radunarli per il pranzo, sei costretto a sentire le notizie del telegiornale, non sanno farne a meno; non vedi l’ora di finire, per rimanere solo, per bere in santa pace il tuo caffè e accenderti una delle Winston che hai nascosto nel mappamondo all’angolo d’ingresso della sala. Cerchi di ricuperare le energie: tra poco sarai al computer, con la pagina bianca che ti mette in soggezione. Sullo sfondo c’è il poster di Taormina, le baie formate dallo sperone verde e beige di Isolabella; a sinistra, la Piazza dei Miracoli di Pisa e, più in là, una riproduzione di Van Gogh. Cosa scriverai, mentre le pale del ventilatore da soffitto smuovono appena l’aria irrespirabile del dodici di agosto? Le dita sono ancora intorpidite: è per questo che intitoli il romanzo Salva L’Anima? Perché, pensando a una Chiesa insidiata dalle sirene del potere, tieni d’occhio l’insidia più sottile di una malattia evocata dalle tre maiuscole? SLA: hai visto l’amico cedere giorno dopo giorno, cominciare a cadere nei momenti più impensati, il venerdì santo, durante l’adorazione della croce, e chiedersi perché, e nessuno che sapesse dargli uno straccio di risposta. Ti domandi se riuscirai a finire il libro, se la minaccia di un male sconosciuto abbia a che fare con la vita di Chiaraluna appesa a un filo, come se il romanzo esistesse solo sul crinale labile dell’incertezza, sulla linea mezzo cancellata di un tempo e di uno spazio in cui il sogno diventa scrittura e la scrittura pretende di essere realtà, l’unico sistema in grado di trasfigurare il caos delle vicende umane nel cosmo ordinato di parole, di frasi, di capitoli. Per la prima volta ti identifichi con Fabio e la sua decisione di restare fuori della chiesa; immagini te stesso nella bara, con la folla che si accalca da ogni parte e un prete che inventa un discorso senza capo né coda, tanto per parlare, come se la soluzione più adeguata non fosse, sempre, il silenzio. Quest’idea di parlare a tutti i costi: ma chi ce lo ha ordinato? Santità, tutti attendono che il papa si pronunci. Non mi chiami santità; non capiscono che il papa ha prima di tutto desiderio di ascoltare? Piuttosto: ho bisogno d’incontrare Savin. Mi perdoni, non conosco Savin. Ti vengono in mente le telefonate: cerco don Liborio; le passo la stanza; squilla, squilla, non risponde nessuno. Sarà convinto che mi sia dimenticato. Starà impugnando l’elastico del calzino sporco, studiando il modo di appenderlo da qualche parte. E’ un detenuto di Regina Coeli, voglio vederlo urgentemente. Vado a cercarlo. E’ per questo che sei qui. Sì, anche per questo, perché don Liborio era impossibile trovarlo. Claudia ha una camicia bianca mezzo aperta sul petto; dietro gli occhiali scuri, immagini gli occhi nerissimi che non smettono d’interrogarti. Pensi solo agli zingari, ai carcerati, ai poveracci? Qualcuno se ne deve occupare: anche se non è voluto entrare in chiesa, anche se la bara, in questo mare di folla, è una scialuppa alla deriva, noi siamo l’acqua che lo spingerà fino alla meta, siamo il mare: il mare che amava così tanto e che forse sogna ancora, in questo viaggio al di là delle rotte conosciute; qualcuno avrà cura di lui, un padre che aspetta alla finestra il ritorno del figlio; e appena lo vedrà, di lontano, gli correrà incontro, lo abbraccerà, lo bacerà e gli dirà Fabio, da quanto tempo ho sognato questo istante; e lui lo guarderà, senza credere ai suoi occhi, si alzerà dalla bara-barca e gli dirà che ricorda una folla, fuori della chiesa, e un prete che parlava di qualcuno che stava ad aspettarlo, ma lui era sicuro di sognare, che fosse il delirio di quando uno è morto; e invece no, c’era davvero, qualcuno che si prendeva cura, anche di lui. Un certo don Liborio: mi passano la stanza, ma il telefono squilla, squilla e non risponde nessuno. Riprovi, ci si deve abituare. Sarà fatto Santità. E non mi chiami santità.
SLA =
Sclerosi Laterale Amiotrofica
oppure
Salva L’Anima
A volte una malattia fisica, anche se superata, lascia un trauma, una ferita profonda nella nostra anima, una paura inconscia che non riusciamo a gestire: è allora che abbiamo bisogno di distaccarci e, soprattutto, di qualcuno che si prenda cura della nostra anima per guarirci anche fisicamente.
Sembra una frase fatta, ma altrettanto vera, ci troviamo tutti nella stessa barca, ciascuno con le proprie gioie ed i propri dolori,dove tutti , proprio tutti siamo diretti in un ‘ unica direzione, verso la calamita dell’ Amore, se non ci lasciamo prendere dalla disperazione.
“come se il romanzo esistesse solo sul crinale labile dell’incertezza, sulla linea mezzo cancellata di un tempo e di uno spazio in cui il sogno diventa scrittura e la scrittura pretende di essere realtà,”
La scrittura forse è l’unico spazio in cui sogno e realtà possono convivere, trovare un equilibrio, pacificarsi e infine accettarsi, sciogliendo la tensione dolorosa che divide queste due dimensioni così difficili da conciliare, eppure necessarie per vivere.
Allora anche un mappamondo relegato in un angolo della stanza, può diventare strumento e meta per viaggi immaginari e non solo.
come se la soluzione più adeguata non fosse, sempre, il silenzio
In queste circostanze la”soluzione più adeguata” è l’ amore donato da chi ti vuole bene, sia se viene posto sotto forma di silenzio lasciando spazio al cuore ,che ha voglia di parlare,sia se viene posto con le parole giuste e al momento giusto a chi ha un insaziabile bisogno di non sentirsi solo e di sentirsi amato ancor di più.
“come se il romanzo esistesse solo sul crinale labile dell’incertezza, sulla linea mezzo cancellata di un tempo e di uno spazio in cui il sogno diventa scrittura e la scrittura pretende di essere realtà”
Niente è più reale di un cuore che si affida ad una pagina bianca.
“E non mi chiami santità.”
“in questo viaggio al di là delle rotte conosciute”
CONOSCO DELLE BARCHE
Conosco delle barche
che restano nel porto per paura
che le correnti le trascinino via con troppa violenza.
Conosco delle barche che arrugginiscono in porto
per non aver mai rischiato una vela fuori.
Conosco delle barche che si dimenticano di partire
hanno paura del mare a furia di invecchiare
e le onde non le hanno mai portate altrove,
il loro viaggio è finito ancora prima di iniziare.
Conosco delle barche talmente incatenate
che hanno disimparato come liberarsi.
Conosco delle barche che restano ad ondeggiare
per essere veramente sicure di non capovolgersi.
Conosco delle barche che vanno in gruppo
ad affrontare il vento forte al di là della paura.
Conosco delle barche che si graffiano un po’
sulle rotte dell’oceano ove le porta il loro gioco.
Conosco delle barche
che non hanno mai smesso di uscire una volta ancora,
ogni giorno della loro vita
e che non hanno paura a volte di lanciarsi
fianco a fianco in avanti a rischio di affondare.
Conosco delle barche
che tornano in porto lacerate dappertutto,
ma più coraggiose e più forti.
Conosco delle barche straboccanti di sole
perché hanno condiviso anni meravigliosi.
Conosco delle barche
che tornano sempre quando hanno navigato.
Fino al loro ultimo giorno,
e sono pronte a spiegare le loro ali di giganti
perché hanno un cuore a misura di oceano.
Jacques Brel
La barca/bara ti porta ad acque tranquille, “perchè in un punto del tempo e dello spazio rinasco” .
Quando il male ti prende hai la sensazione di chiamare e che il telefono squilli e squilli senza risposta, la cornetta ti guarda muta e ti chiede perchè insisti. Ci sono volte in cui ti basterebbe solo un “pronto” per stare meglio e appendere il calzino al chiodo improvvisato della speranza di essere ascoltato, vuotare il sacco, sfogarsi o trovare la medicina che ti sveglia o ti restituisce la proprietà del tuo corpo, eppure accade che non c’è nessuno se non il silenzio, che ti avvolge, ti stringe, ti parla sussurrandoti “quanto ho aspettato questo istante”. E in quel silenzio si ritrova se stessi e quel filo che ti attacca alla vita che a volte vorresti rompere per salire su una nave che salpa verso un sole che non tramonta mai.
Siamo tutti appesi a un filo, lo sappiamo, lo impariamo presto, come impariamo a non pensarci per poter dare un senso alla fatica quotidiana del vivere; quando il filo cui siamo appesi, però, non è il nostro ma quello che sentiamo, chissà perché, più fragile, di chi amiamo, la paura di rimanere soli ci prende allo stomaco come il caldo insopportabile d’agosto o la pagina bianca, che è il futuro incerto, ma anche il passato messo in ordine ora, nel presente, per poter capire, per poter dare una forma a ciò che è stato, a ciò che è, per seguire il filo della vita e dare consistenza, anche se a mano incerta, alla speranza.
grazie, per aver capito così a fondo.
Ogni pagina e’ ormai di per se un intero romanzo. Questa in particolare e’ il compendio e la summa dei temi piu’ cari all’autore, di cio’ che vuole dirci che vuole farci amare. Basta farsi cullare dal beccheggio dell’onda che sospinge il racconto, da quel mare tanto immenso che ci si sta tutti.
Pensi solo agli zingari, ai carcerati, ai poveracci
Pensi solo a chi ha bisogno di te,in fondo il medico cura i malati e tu “santità” curi le anime dei disperati, perché chi è disperato e solo è come una barca alla deriva in mezzo alla tempesta che cerca un porto sicuro ma non lo trova.In questi casi si ha bisogno di qualcuno che faccia ritornare la bonaccia nel suo cuore ,affinché la sua barca possa finalmente approdare in un porto sicuro.
- Riprovi, ci si deve abituare.
Ma non è facile abituarsi all’insensibilità, all’incuranza, all’indifferenza: fanno soffrire, quanto le malattie stesse.
Più difficile, ma più giusto, è metterti nei panni dell’altro, come il protagonista che si identifica “con Fabio e la sua decisione di restare fuori della chiesa” ed immagina se “stesso nella bara”; è capire e prendersi cura dell’amico malato di SLA, degli zingari, dei carcerati, dei poveracci, anche soffrire con loro, per dimostrare concretamente che c’è e “c’era davvero, qualcuno che si prendeva cura, anche di lui”…
Vado a cercarlo, qualcuno se ne deve occupare, la pagina bianca che ti mette in soggezione
Il desiderio di sentirsi amati, il bisogno di amare, vita tradotta dall’inchiostro che riempie la pagina
@ Gum,
Con poche parole mi hai fatto volare, grazie a te riesco a sorridere in questi giorni un po’ amari della vita.
Ti abbraccio e insieme a te tutti.
Ernestina.
@Ernesta Scappaticci
Se potessi veramente lenire a pieno le tue pene, Ernesta! Ho imparato da te quanta forza puo’ dare la fede. Ti ringrazio e ti sono vicino.
grazie di cuore, amici.
il bello di scrivere è essere letti.
da voi.
E il bello di leggere è quello che scrivi, don
Grazie per ogni volta
Condivido in pieno l’Amore delle parole di Roby e colgo l’occasione per salutarla in modo specialissimo, con lei un abbraccio immenso a Gum che spero di poter conoscere prima o poi.
Ernestina.
Grazie, care, continuiamo a navigare.