Aldo Nove ‘racconta’ Giancarlo Bigazzi

di Guido Michelone

Aldo Nove, oggi quarantacinquenne, è uno scrittore che fin dagli esordi abitua (o disabitua?) il lettore alla tecnica dello spiazzamento o dell’imprevedibilità: nel volume d’esordio, circa quindici anni fa, Woobinda, subito libro-cult, indicato quale capostipite della letteratura cannibale o narrativa pulp, le brevi ‘novelle’ risultano un misto esplosivo di kitsch, avanguardia, trasgressione, presa-in-giro. Poi nei testi successivi Nove opta per il recupero della bella forma, quasi annullando la fortunata inventiva straniante, per arrivare, l’anno scorso, a una vera e propria autobiografia in cui si avvertono persino pathos e drammaticità. Oggi invece, con questa sorta di saggio-memoria sulla musica leggera –argomento da sempre coltivato da Nove nel giornalismo o nel libro su De André – lo scrittore pare tornare alle origini, recuperando magari seriamente il kitsch sfizioso nei confronti di una figura realmente esistita, il protagonista del libro, che forse proprio ‘geniaccio’ non è o se lo è, forse, va discusso in chiave ironica. Giancarlo Bigazzi, fiorentino morto nel gennaio scorso a settantadue anni, è di certo uno dei parolieri più famosi della canzonetta o del pop italiano: Nove ne riporta alcuni testi come Rose rosse, Eternità, Si può dare di più, Montagne verdi, Lisa dagli occhi blu, Un colpo al cuore, 38 luglio, Cosa resterà degli anni Ottanta, Gloria (e altri dieci liriche) che dagli Anni Sessanta a oggi, fanno la fortuna rispettivamente di Massimo Ranieri, Ornella Vanoni, il trio Morandi-Tozzi-Ruggeri, Marcxella Bella, Mario Tessuto, Mina, gli Squallor, Raf e Umberto Tozzi. E Nove intercala questi ventun testi a proprie riflessioni, anzi – e qui l’ennesimo stratagemma spiazzante – non si sa bene sia siano gli uni o le altre a venire inframmezzate, vista anche la reciproca indipendenza. Ma l’autore propone in prosa poetica (talvolta servendosi pure del verso libero) una serie di frammenti e racconti attorno a Bigazzi che giungono ad allargarsi fino a considerazioni semiserie sul destino dell’Italia degli ultimi settant’anni. Non a caso il corredo iconografico è tripartito fra una prima parte sul Paese dal fascismo al dopoguerra, una seconda sugli aspetti pubblici e privati di Bigazzi e una terza sulle copertine dei dischi sopracitati. Alla fine Nove sembra comunicare che il quid della cultura e dell’identità tricolore stia proprio nel recupero di questo nazionalpopolare che rasenta il kitsch, ma che forse rimane simbolico o rappresentativo di vizi e virtù della gente comune. Del resto già quarant’anni fa Federico Fellini diceva che c’era più Italia nei film di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia che nel cinema d’autore. De gusti bus non disputandum est. O no?

Aldo Nove , Giancarlo Bigazzi il geniaccio della canzone italiana, Bompiani, Milano 2012, pagine 201, euro 17.

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