Provocazione in forma d’apologo 227

Giovanni non doveva partire, avendo già tre fratelli al fronte. Ma per tentare di far rispettare un diritto bisogna conoscerlo, così Giovanni partì, uno degli ultimi della sua leva, il ’99. Tornò dopo pochissimo, sfigurato a vita: una granata gli aveva tolto un occhio, fatto volare via mezza testa. Poco male però: Giovanni sapeva leggere a stento, per mezza paginetta impiegava ore senza capirci niente: a che gli sarebbe servita una testa intiera, e specialmente la sua? E per i lavori pesanti, gli unici ai quali la sua nascita lo destinavano e il suo torpore mentale lo rendevano adatto, l’occhio sano rimasto bastava e avanzava.

Umberto, figlio di Giovanni e Lucia, scansò di qualche anno la partenza per la guerra successiva, ma fu coinvolto in pieno nella guerra del lavoro e dei diritti. Leggeva libri su libri, e quello che gli interessava capire eccome se lo capiva. Quando passeggiava tirato a lucido, suo svago preferito, squadrava con un sorriso cattivo tutti i preti e i borghesi che gli capitavano a tiro, e in quei frangenti si trovava nel settimo di quei Cieli nei quali non credeva. Ma poi, quando le cose si fecero troppo complesse o forse soltanto troppo dolorose da comprendere, si pensionò anzitempo, isolandosi nei piccoli, ma piccoli davvero, conforti materiali che lungo la vita gli erano caduti addosso come per caso, senza che li cercasse ed anzi al momento quasi adontandosene. “Sono nato incendiario, morirò pompiere” ridacchiava compiaciuto di quella bella frase che doveva pur aver letto da qualche parte.

I figli di Umberto e Teresa i libri non solo li leggono ma anche ne scrivono, e ricoprono ruoli in cui la cultura e l’intelligenza creativa sono gli elementi portanti. Peccato: ciò accade proprio quando cultura e intelligenza creativa si pagano in fiera meno del miglio per i canarini, ma soprattutto non piacciono se esercitate con spirito critico, e una crisi fra il virtuale e il reale consente di togliersi facilmente di torno chi non canta nel coro.
Quando guardano indietro e si guardano dentro, nel flusso del sangue popolare che – a questo punto – a loro malgrado li anima, i nipoti di Giovanni e Lucia sentono tutto l’inganno di questo mondo di guerre non dichiarate e di futili diritti dati gratis in cambio di quelli a tanto duro prezzo conquistati, come per un maligno sortilegio perduti, e dei quali non è bene parlare più. Quando vedono tutto questo hanno attacchi di bile e la bava alla bocca, i nipoti di Giovanni e Lucia, e le loro notti sono ancora più torve delle loro giornate. Di certo non morranno pompieri; e chissà se divamperà all’esterno l’incendio che sentono dentro.

7 pensieri su “Provocazione in forma d’apologo 227

  1. Cara Elisabetta,
    a me pare piuttosto che il tempo sia la spatola che uno scultore passa sulla nostra creta.
    Riabbraccio,
    Roberto

  2. Come in un giro, o farei meglio a dire un girone?, chi viene dopo paga un prezzo per le scelte che hanno fatto star bene chi e’ venuto prima di loro. Un prezzo e un equilibrio in bilico coesistono sempre. Bisogna solo vedere se le aspettative di coloro che li subiscono sono allineate a quelle nuove condizioni o meno. Un caro abbraccio Roberto!

  3. Caro Marco,
    quella che riassumi tu è la vulgata di moda in questi tempi.
    In verità c’è qualcuno che sta sempre bene, e qualcun altro che sta male sempre.
    Sembra un po’ semplicistico, ma più o meno è così.
    Un caro abbraccio a te,
    Roberto

  4. Cara Ilaria,
    proprio così. E come dicevo nel commento precedente, non è questione di chi viene prima o viene dopo, ma di chi sta sopra e chi sta sotto.
    Un caro saluto a te,
    Roberto

  5. Evoluzione o involuzione… questo è il problema. Meglio bruciare tutto, sperando che i pompieri non giungano in tempo.
    Un cordiale saluto.

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