di Guido Michelone
Romanzo breve o racconto lungo, questo scritto solo in apparenza minore rispetto ai grossi tomi (Americana, Underworld, Cosmopolis) noti anche al pubblico italiano, è un’amara riflessione sullo scorrere del tempo, che vive per così dire metaforizzato all’inizio e alla fine del testo con le due sequenze non a caso ‘cinematografiche’ ambientate al MOMA di New York dove i protagonisti assistono alla videoinstallazione 24 Hour Psycho (1993) di Douglas Gordon: il celebre giallo Psycho (1960) di Alfred Hitchcock viene proiettato al ralenti e dilatato da due a ventiquattro ore. Questa espansione cronologica assume anche una valenza spaziotemporale nel luogo in cui si svolge l’azione dei due protagonisti, che diventano tre nella parte centrale, per tornare ancora a due durante l’epilogo. La casa sperduta nel deserto americano è il ‘luogo maledetto’ per un giovane regista che tenta di convincere l’anziano intellettuale e (colluso con il potere nelle strategie di guerra in Iraq) a faresi intervistare a New York davanti a una macchina da presa e dietro una nuda scenografia. I giorni trascorrono pigri in mezzo alla natura tra discorsi filosofici e qualche goccio di whisky. Poi l’arrivo improvviso della di lui figlia, una ragazzina loquace forse in fuga da un fidanzato possessivo. La vita a tre continua a protrarsi monotonamente, benché al film-maker la fanciulla riscuota qualche appetito sessuale, confinato a scarni goffi tentativi, finché altrettanto improvvisamente lei scompare nel nulla. La ricerca della giovane risulterà vana per diversi giorni, fino al momento in cui i due decidono di ‘chiudere’ la dolorosa mancanza, partendo alla volta di New York, affinché l’anziano riveda l’ex moglie e il cineasta torni al lavoro. E qui il discorso per DeLillo si interrompe: l’autore sembra non curarsi di svelare o meno un mistero, preferendo concentrarsi su ciò che l’animo prova di fronte a tali situazioni, arrivando quasi a una metafisica dell’esistente. Si è detto più volte che DeLillo è un maestro del postmoderno, ossia di quella letteratura capace di sovvertire alcune regole, ma al contempo di riprenderne altre. E da buon americano mescola azione e pensiero, culto dell’Europa e amore verso ciò che sa di stelle-e-strisce con gusto minimale e vena iperrealista, cantando insomma l’epoca anche contemporanea di una terra di frontiera dove il ‘punto omega’ è forse la risultante di incontri impossibili e di fughe surreali.
Don DeLillo, Il punto omega, Einaudi, Torino 2012, pagine 105, euro 9.

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