Da Hill Street a Boss, perché le serie tv hanno rivoluzionato il racconto

di Massimo Cerofolini

La serie tv Boss

All’inizio era soltanto un passaparola tra piccole tribù di infervorati. Poi la comunità si è allargata con l’arrivo di centinaia di titoli scaricati da internet e prontamente sottotitolati dal volontariato della rete. Infine, prima coi canali a pagamento, poi con le tv generaliste, il fenomeno si è imposto anche sui grandi flussi dell’auditel. È così che nel giro degli ultimi dieci anni, le serie tv americane hanno rivoluzionato il modo di raccontare i nostri tempi e i vortici dell’animo umano. Per qualità estetica, innovazione del linguaggio, freschezza di contenuti, opere come i Sopranos, Lost o ER hanno superato molti dei romanzi degli anni Duemila, hanno stracciato gran parte del cinema d’autore contemporaneo, hanno fatto saltare decine di maschere che nascondevano la nostra pigrizia a capire chi siamo.
Ma da dove nasce questo risveglio, questa consapevolezza degli sceneggiatori di poter trasformare il racconto televisivo in una sapiente indagine filosofica e per molti aspetti in un’esperienza spirituale? Dall’avvento della televisione, per lungo tempo, il telefilm ha semplicemente servito il modello industriale delle emittenti americane centrate sulla vendita di spazi pubblicitari. Dal Tenente Colombo a Perry Mason, passando per Kildare, lo schema di racconto era sempre identico a se stesso, funzionale al supporto che le storie dovevano dare agli spot: un caso di puntata presentato all’inizio, uno svolgimento su schemi sempre identici e una risoluzione positiva del conflitto. Nessun cambiamento dei personaggi, nessuno scavo interiore.
È nel 1981 che avviene la svolta. Il telefilm si chiama Hill Street Blues (qui da noi Hill Street Giorno e notte). Per la prima volta, grazie all’intuizione del suo autore, Steven Bochco, la serie televisiva presenta più linee narrative in uno stesso episodio, mostra le vite private dei vari detective che mutano col passare del tempo, presenta casi che a volte non vengono risolti. Le riprese sono sporche, la camera è a spalla, tutto appare precario, incerto. Come nella vita vera. Si apre così una possibilità di ricerca. Scrive Nicola Lusuardi nel suo “La rivoluzione seriale” (Dino Audino editore): “Lo spazio della serialità non è più uno spazio nel quale la necessità di ripetere prevale su quella di variare come era stato nella serialità classica fino a quel momento, ma è uno spazio potenzialmente aperto a sperimentazioni sempre più complesse nelle quali l’indice di variazione e quindi di invenzione offre possibilità sempre più ampie al coraggio creativo degli autori”.
Ecco così che, sulla scia di Hill Strett, nel 1994 arriva ER, ideata da Michael Crichton, la serie sui medici del pronto soccorso in cui nella stessa puntata si aprono decine di casi, alcuni appena accennati, altri che si chiudono in poche scene, altri lasciati aperti e mai più ripresi, con un senso di realismo esasperato. Imprevedibili e fuori da ogni schema del racconto tradizionale, così come i casi disperati che i protagonisti delle vicende sono impegnati a fronteggiare in perenne emergenza. La forma narrativa, insomma, si mette al servizio del tema: come reagisce l’uomo di fronte all’attacco senza preavviso della morte?
Segue nel 1990 Twin Peaks, in cui un regista culto del cinema d’autore come David Lynch si cimenta con un genere fino a quel momento legato alla bassa reputazione delle Soap opera. Ma è forse con I Sopranos, serie targata Hbo del 1999, con un mafioso italoamericano che frequenta lo studio di una psicanalista, che la forma seriale diventa veramente matura, ossia consapevole della propria capacità di esplorare i drammi, i conflitti e le emozioni dell’uomo occidentale. Di offrire in sostanza un occhio poetico e spirituale sul mondo.
Una consapevolezza che si fa esplicita in serie come Sex and the city, Grey’s Anatomy, Desperate Housewives o Dexter, in cui il tema da indagare viene dichiarato volta per volta dalla voce del protagonista a inizio puntata, svolto secondo le diverse modulazioni possibili durante l’episodio e alla fine ripreso come commento finale, digerito dai succhi gastrici della realtà. Sempre con la voce fuori campo del protagonista, che – sia una giornalista, una casalinga, un chirurgo, una morta o un serial killer – diventa sguardo, punto di vista solido, scialuppa sul mondo fluido che ci circonda.
Altre saranno poi le conquiste di pietre miliari della serialità. Come Six Feet Under (che abbatte il tabù della morte), Nip/Tuck (che riflette con scelte spericolate sulle distorsioni dell’apparire), Csi (che ci interroga sul ruolo della gelida tecnologia nella nostra vita intima), Dexter (che ci porta dentro i pensieri di un serial killer, metafora dei nostri impulsi distruttivi e delle nostre tenebre più nere), il poliziesco The Shield (dove i cattivi sono cattivi e i buoni spietati), In treatment (ogni puntata una seduta psicanalitica dentro le oscurità dell’inconscio), Modern family (che rinnova la commedia facendo dell’analisi spregiudicata sulle nuove famiglie l’oggetto di una divertita satira sociale), Mad Men (che descrive come i nostri desideri più inconsci diventano bisogni e poi consumi). E poi tanti tanti altri prodotti eccellenti come The wire, Oz, Dottor House, 24, Weeds, ognuno dei quali meriterebbe lunghi approfondimenti per l’innovazione che ha portato nel modo di descrivere l’umano.
Una storia che tocca sicuramente il suo vertice con Lost, la vicenda di un gruppo di naufraghi su una misteriosa isola sperduta cominciata nel 2004, che sceneggia in modo spettacolare la lotta dell’uomo di fronte al mistero del proprio destino e che esplora le risposte via via fornite nel corso dei secoli: quelle della filosofia, della religione, della tecnica (non a caso i personaggi hanno spesso i nomi di filosofi, profeti e grandi matematici).
Oggi, l’esplosione creativa delle grandi serie, sembra in fase di frenata. Difficile dopo Lost creare un lavoro di impatto così radicale dove persino la nozione del tempo viene frantumata in tutte le direzioni possibili. Ma almeno una serie tra gli ultimi titoli usciti quest’anno vale la pena di citare: Boss, la storia di un immaginario sindaco liberal di Chicago che affronta con una tensione scespiriana il tema di cosa è disposto a fare un uomo per il potere. Non è denuncia politica, è metafora della tentazione umana a manipolare e dominare il prossimo. Presente in tutti. Anche nei buoni.

10 pensieri su “Da Hill Street a Boss, perché le serie tv hanno rivoluzionato il racconto

  1. Io non guardo serie TV, non le ho mai guardate, e forse sono per questo un po’ fuori dal mondo; in effetti non mi piace in generale guardare la TV.
    Molte delle persone che conosco invece lo fanno, anzi spesso ne guardano più di una alla volta (senza confondersi con i personaggi!) e ne conoscono tutte le anticipazione possibili: per loro è un vero hobby, nonchè argomento preferito di conversazione.

    Questo articolo oggi mi mostra un nuovo punto di vista, che non avevo mai considerato, e mi fa quasi venire voglia di informarmi meglio per cominciare a guardarle, visto che la stagione televisiva sta iniziando proprio in questo periodo.
    Forse questa sarà la volta buona che farò felice molti tra amici e colleghi!

  2. Un bel viaggio nel mondo che cambia anche attraverso la tv e le sue serie, un mondo che a cavallo degli anni ’80 passa dalla fine del boom economico alla lenta discesa nell’austerithy attuale, magari è un po’ esagerato. La fine del bel tempo aperto ai sogni e al tutto è possibile, per passare a fotografare la società che cambia, l’uomo che perde velocemente alcuni punti di riferimento e principi, si smarrisce e, nella confusione totale, cerca una nuova via compatibile con ritmi più veloci, dalla tecnologia all’economia, dall’avventura oltre pianeta alla vita quotidiana, con l’aumento delle disparità di ogni tipo e desiderio di eliminarle, vecchi schemi e problem solving non più adatti alla rivoluzione post industriale. Come non ricordare oltre quelli che citi tu Star Trek, la famiglia Addams, Magnum PI e via dicendo? Immagini di una società proiettata verso l’esterno, verso il futuro, il fantastico, il sogno di sempre dell’uomo, dove il buono vince sempre, lo spazio è la nuova avventura e anche il mostro ha il cuore tenero.
    La tv, internet … hanno il loro ruolo sociale, nel bene e nel male, e allora perchè non fotografare la realtà, concentrarsi verso l’interno, ritrovarsi in uno schermo per mettersi in contatto con sè e capire cosa è successo all’uomo moderno preso alla sprovvista dal progresso in ogni campo? Un progresso veloce che fa saltare schemi ed equilibri? Speriamo solo che questa fotografia a volte cruda e spietata, altre ancora fondata sui desideri dell’uomo e sul soprannaturale non sia solo oggetto di culto ma input per riflettere su quanto di migliorato c’è nell’animo umano e di quanto è migliorabile l’uomo di inizio millennio.
    Sicuramente Lost è una delle più riuscite se parliamo di introspezione, analisi psichica e spirituale, presa di contatto con la realtà dell’io e la fragilità umana.
    Sebbene di diverso argomento a me piace molto anche Ghost Whisperer, Law & order, Medium, ma è naturale che è soggettivo.
    C’è un’ unico neo: quando le serie si protraggono perdono il loro valore, diventano a volte squallide e prive di significato. Potrei fare mille esempi ma vado sulle due che mi vengono per prime in mente: Er e Desperate housewhife. Nel primo si arriva a storie banali dei medici e al tanto sangue per soddisfare il gusto sadico del dolore fisico e spirituale. Nella seconda serie queste donne diventano troppo femministe e spregiudicate, vendicatrici, a rappresentare una realtà del 10% – 20% della popolazione che ama sognare una vendetta piuttosto che affrontare la verità di rapporti in crisi e genere maschile e femminile con ruoli nuovi e ancora confusi. Ma io non sono una esperta, trovi anche tu che questo accada quando la serie va troppo oltre l’intento iniziale? meglio allora farne una nuova, o no?
    Ho veramente apprezzato questo articolo, per esigenze famigliari non vedo più la televisione o meglio le serie tv citate e non (figli piccoli che ne hanno il monopolio) e mi dispiace, e non solo per la serie del “cuore” che salta.
    Ti ringrazio per aver affrontato un argomento importante e avergli dato il giusto riconoscimento e collocamento, argomento spesso sottovalutato da chi non le vede tacciandosi di cultura superiore per cui sei considerano un bradipo culturale e sopravvalutato laddove viste e “utilizzate” coem una specie di gossip per fare comunicazione visto gli argomenti di conversazione scarseggiano, ahimè!

  3. Hai ragione Stella, il difetto delle serie è che difficilmente gli autori sanno quando potranno chiuderle. E’ successo soltanto agli sceneggiatori di Lost (non a caso la serie che tu preferisci) di fissare in anticipo la durata delle stagioni, sei in quel caso. Solo così è possibile distribuire con equilibrio i pesi del racconto. Gli altri navigano a vista. Molte serie cariche di premesse e di mistero sono sparite dopo poche puntate (in qualche caso, visto che gli episodi erano già girati, le emittenti le hanno messe in rete). Ma il più delle volte finchè ci sono ascolti si proroga. E allora si raschia il fondo del barile (l’inacidimento femminile di cui parli è la naturale conseguenza del bisogno di mettere un po’ di benzina nella trama, si sa che famiglie pacificate interessano poco il pubblico).
    Per M C, si è sempre in tempo per recuperare qualcosa. Tutto sta a cominciare: poi la dipendenza è garantita.

  4. Interessante questa riflessione sulle serie televisive.

    Non avevo mai riflettuto abbastanza sul cambiamento nella realizzazione di queste serie avvenuto negli ultimi anni.

    Anch’io guardo pochissima tv, forse perché alle persone della mia fascia d’età (40-45 anni) con famiglia restano pochissimi margini da dedicare alla tv (o forse è rimasta una certa sfiducia dal passato).

    Apprendo con molto piacere la notizia di un risveglio narrativo e di una maggiore attenzione nei confronti del pubblico.

    Sicuramente la ripetizione degli schemi narrativi era diventata una gabbia sterile dalla quale evadere per lasciare posto ad una produzione refrattaria al semplice intrattenimento e interessata invece alla costante ricerca di una comunicazione che rimanga attenta e sensibile al mondo.

    Grazie per averlo evidenziato, servirà sicuramente a ridare fiducia.

  5. Bell’articolo che fa nascere, almeno due domande:
    Si dice che le serie tv hanno superato il romanzo smascherando maschere e pigrizie, ma per quel poco che ho visto di un paio delle serie citate (dr. House, ER, e se non ricordo male qualcosa anche di csi,) mi pare che quello che manchi sempre e comunque, nella narrazione televisiva, sia proprio la capacità di smuovere dalle proprie pigrizie, mentali e spirituali; vi si dice tutto, vi si trova tutto e soprattutto, forse questo non è vero per ER ma lo è per le altre due, vi si trova una sorta rifugio dalle proprie ansie verso l’ingnoto, verso l’incerto, con quella facoltà tutta americana dell’happy end a tutti i costi, per cui anche la malattia più assurda, il caso più complicato, alla fine troveranno la cura e assicureranno il colpevole alla giustizia.

    Si parla di indagine filosofica financo spirituale di queste narrazioni televisive, non so se sia vero, ( secondo me non lo è per le tre citate sopra, per le altre non posso esprimermi) ma anche fosse vero, mi sorge il dubbio sul medium tv, sul suo essere quell’onnipresenza invadente che addormeterebbe qualunque spinta riflessiva proprio per la sua funzione ormai sbiadita di compagno perenne delle giornate. La maggior parte delle persone guarda la tv mentre mangia, sta al pc, sta al telefono, dal letto, durante una serata con gli amici: la domanda è su come sia possibile che il messaggio, per quanto profondo, possa arrivare se cade su persone abituate a farsi bombardare da immagini di ogni tipo, da notizie in tempo reale che si confondono con la fiction, se davvero il messaggio, qualunque esso sia possa essere compreso, meditato, elaborato, se possa, come il romanzo, che chiede attenzione, interazione, lucidità di lettura, creare uno spazio di riflessione nel quale riconoscersi, attraverso il quale arrivare a capire, a capirsi, alla fine crescere.

  6. In questo caso il termine spirituale non ha ovviamente un significato religioso in senso stretto. Ma la tensione metafisica che aleggia per esempio in una serie come Lost (chi ha visto l’ultima puntata lo ha ben chiaro) ripropone di continuo le grandi domande dell’umanità, rese oggi più che mai radicali nello smarrimento di una società post ideologica e liquida. Il protagonista “buono” della serie (non a caso si chiama Shepard, il buon pastore) si prende carico della salvezza dei naufraghi e attraversa un percorso, lungo le sei stagioni, che da uomo razionale e bloccato lo porta a diventare uomo di fede, nel senso di fiducia nell’uomo, nell’oltre. Un uomo capace di abbandonarsi al mistero che lo sovrasta. “Si vive insieme si muore soli”, dice all’inizio. E alla fine scoprirà che insieme si attraversa la morte e insieme, solo insieme, ci si salva. Grazie per le vostre stimolanti osservazioni.

  7. Ho letto con interesse questo post di cui condivido l’analisi.
    L’autore avrà di sicuro previsto che ogni lettore, stuzzicato dal tema, avrebbe voluto veder citata la propria serie preferita, sia del passato più lontano che del presente, se ugualmente funzionale al ragionamento.
    Vorrei però contribuire al dibattito, riportando alcuni periodi di un articolo di Aldo Grasso che, dalle pagine del Corriere della Sera, come sempre ci illumina in materia di televisione. Si intitola “Accendi la Tv. Il romanzo è un telefilm americano”. L’accostamento serie tv-romanzo mi sembra non solo coerente con il presente post, ma anche particolarmente significativo per questo blog.

    (…)

    La forma romanzo, dunque, non è morta ma migra verso nuovi e differenti media.

    Le forme testuali, anche quelle più consolidate e archetipiche come il romanzo, si modellano e si plasmano intorno a nuovi «contenitori». La serialità televisiva, certo.

    Negli Stati Uniti, il dibattito è in corso ormai da tempo.

    Nomini brand come Hbo e Showtime e, a proposito di tendenze culturali, pensi a cosa un tempo erano Einaudi e Adelphi.

    Da alcuni anni, da quando è apparsa una delle prime serie di culto come Star Trek, e poi da Weeds a Lost, da Bored to Death a Breaking Bad, i telefilm raccontano storie affascinanti per parlare anche d’altro. Le immagini non vogliono soltanto dire quello che mostrano, ma vibrano in continuazione, rimandano a un mondo dissimulato, ad alcuni significati inesauribili, a un altrove che non conosciamo e che promettono di farci perlustrare. La sensazione è che gli strumenti narrativi dei telefilm americani lavorino per un linguaggio sciolto da ogni vincolo di obbedienza ideologica o sociale, si abbandonino al puro gusto di narrare.

    Il dato più significativo per cogliere la persistenza della forma-romanzo e la sua rigenerazione attraverso nuove sembianze mediali è forse questo: non solo le serie tv sono ricolme di citazioni attinte a piene mani dalla grande letteratura, dal grande cinema, dal grande teatro, ma allo stesso tempo trasudano strutture narrative, tecniche figurative, procedimenti «rubati» a modelli alti, a forme di racconto più antiche. È difficile che un ragazzo si accosti ancora alla grande narrativa ottocentesca. Ma è molto probabile che in alcune serie trovi orme di soluzioni linguistiche tratte da quegli autori (ben conosciuti dagli sceneggiatori). Succede, insomma, che l’educazione sentimentale degli adolescenti di tutto il mondo si formi ora sui «teen drama»: non più sul romanzo ma sul telefilm di formazione. Nelle forme espressive della serialità televisiva, la cultura americana ha trovato lo spazio ideale per dare forma di racconto a una visione del mondo, per restituire un’immagine della società dispiegata attraverso un impianto narrativo che renda ragione della sua complessità.

    (…)

  8. L’analisi di Cerofolini mi sembra illuminante soprattutto perché mette in evidenza l’aspetto dell’aumento della complessità narrativa.
    Lo dice lui stesso: «È nel 1981 che avviene la svolta. Il telefilm si chiama Hill Street Blues (qui da noi Hill Street Giorno e notte). Per la prima volta, grazie all’intuizione del suo autore, Steven Bochco, la serie televisiva presenta più linee narrative in uno stesso episodio, mostra le vite private dei vari detective che mutano col passare del tempo, presenta casi che a volte non vengono risolti. Le riprese sono sporche, la camera è a spalla, tutto appare precario, incerto. Come nella vita vera. Si apre così una possibilità di ricerca».

    Sotto questa luce, il commento n. 3, di Stella Maria, può essere risintonizzato.
    Stella Maria scrive: «C’è un unico neo: quando le serie si protraggono perdono il loro valore, diventano a volte squallide e prive di significato. Potrei fare mille esempi ma vado sulle due che mi vengono per prime in mente: Er e Desperate housewhife. Nel primo si arriva a storie banali dei medici e al tanto sangue per soddisfare il gusto sadico del dolore fisico e spirituale. Nella seconda serie queste donne diventano troppo femministe e spregiudicate, vendicatrici, a rappresentare una realtà del 10% – 20% della popolazione che ama sognare una vendetta piuttosto che affrontare la verità di rapporti in crisi e genere maschile e femminile con ruoli nuovi e ancora confusi. Ma io non sono una esperta, trovi anche tu che questo accada quando la serie va troppo oltre l’intento iniziale? meglio allora farne una nuova, o no?».
    La questione di fondo è che attraverso il succedersi delle stagioni, in cui i personaggi cambiano perché magari cambiano gli attori che li interpretano, cambiano anche i discorsi che gli sceneggiatori fanno. La 1ª stagione di Er non è la 2ª né l’8ª – quando se ne va George Clooney è come se cominciasse un altro telefilm, senza di fatto il bisogno di generare un’altra cornice narrativa all’interno della quale muovere nuovi personaggi, con nuove premesse, magari nuovi valori ecc.

    Nell’ottica della complessità va considerato anche il fenomeno degli spin-off, ovvero dei rami narrativi indipendenti che generano da tronchi originari – un fenomeno che non è soltanto statunitense, va detto, bensì ormai delle narrazioni televisive occidentali. Basti considerare quanti Csi ci sono (Las Vegas il tronco, Miami e New York i rami), quanti Law & Order, o il ramo inglese Torchwood scaturito dal tronco Doctor Who.
    In questo quadro la domanda che fa Fides nel commento n. 6: «La maggior parte delle persone guarda la tv mentre mangia, sta al pc, sta al telefono, dal letto, durante una serata con gli amici: la domanda è su come sia possibile che il messaggio, per quanto profondo, possa arrivare se cade su persone abituate a farsi bombardare da immagini di ogni tipo, da notizie in tempo reale che si confondono con la fiction, se davvero il messaggio, qualunque esso sia possa essere compreso» trova una risposta positiva.
    Il telespettatore medio guarda la televisione in maniera distratta, ma ciò non incide sulla sua capacità di comprendere le complicazioni narrative… altrimenti gli sceneggiatori che per primi complicarono non avrebbero continuato a farlo. In ogni puntata del Tenente Colombo c’è un solo caso, e dura un’ora e mezza; in ogni puntata di Csi i casi sono 2, a volte 3, e durano tre quarti d’ora. Forse c’è stato un cambiamento antropologico negli ultimi decenni, passato attraverso la famosa/famigerata capacità del cervello umano di lavorare in multitasking, ovvero seguendo più ragionamenti in contemporanea invece di uno solo. O forse gli esseri umani sono esattamente gli stessi, e semplicemente gli sceneggiatori hanno imparato molto meglio a dominare il medium narrativo costituito dalla tv.

    Il fenomeno dell’aumento di complessità narrativa ha prodotto anche un altro risultato, quasi paradossale: la tv non è più solo tv. È anche cinema, fumetto, videogioco, romanzo, fan fiction sul web. E avanti e indietro, in un flusso sempre più complesso in cui ogni passaggio aggiunge punti di vista e modifica aspetti.
    Un esempio per tutti è il fenomeno Batman, nato sugli albi a fumetti, passato in tv, riesploso come fumetto, diventato film, diventato videogioco, diventato novelization (ovvero romanzi tratti dalle sceneggiature) e ancora e ancora e ancora.
    È l’immaginario umano, mi pare, in piena espansione.

    Guido Tedoldi

  9. @Guido

    Tralasciando la capacità di comprensione dell’intreccio su cui non ho dubbi, (di fatto, per quello che ho visto, mai troppo complicato) la domanda era rivolta alla capacità/desiderio/possibilità di comprensione come approfondimento, riflessione;
    sulla capacità del medium tv di interpellare la visione, e del “visore” di entrare in un dialogo attivo con ciò che vede, di aprire orizzonti di sguardo che vadano oltre la “lettura” di superficie, se, infine, quell’ occhio poetico e spirituale sul mondo, si apra anche al pubblico o non resti solo sguardo dello sceneggiatore-regista e non rischi di perdersi nel nulla del tutto che invade ogni spazio vitale.

    Sull’ultima affermazione che porta come esempio il fenomeno Batman mi chiedo se questo dilatarsi/trasformarsi all’infinito dello stesso soggetto in diversi prodotti non sia invece furbizia dei produttori che usano la pigrizia mentale di chi per abitudine preferisce non avventurarsi in nuovi racconti, ma come i bambini si fa raccontare infinite volte la medesima storia per non doversi confrontare col nuovo e dorme nella bambagia del già conosciuto, riconoscibile, rassicurante, con l’effetto di un appiattimento dell’immaginario che non osa, o non sa, più proporre il nuovo.

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