[…]“Voglio citare dei ricordi recenti, alcuni incontri che ho avuto la fortuna di avere nell’ottobre del 1971 a Persepoli, in occasione delle celebrazioni del XXV centenario della fondazione dell’impero persiano, e durante il congresso internazionale d’iranistica che si tenne nello stesso periodo a Shiraz. Il mese precedente, all’inizio di settembre, si era tenuto quello che oggi si chiama il festival annuale di Shiraz, ma che di fatto si svolge tra le grandiose rovine di Persepoli. Vi si era rappresentata un’opera di Xenakis, che metteva allusivamente in scena, nella cornice delle vicine montagne che circondano le rovine, il mito di Prometeo.
Fui colpito nel constatare in diversi amici iraniani non dell’incomprensione, ma al contrario una comprensione perfetta di quegli accenni a Prometeo, che però visibilmente suscitavano in costoro un sentimento che non può chiamarsi che d’indignazione. Ora, in quello di Prometeo noi abbiamo uno dei miti attraverso i quali la coscienza occidentale ha affermato la propria fierezza: il Fuoco, e dunque il possesso permanente della luce, rubato agli dèi, agli esseri celesti, grazie all’audacia prometeica dell’uomo.
Le concezioni fondamentali della cosmologia iranica, sia quelle dell’antica Persia zoroastriana con la luce di Ohrmazd, che quelle della Persia shi‘ita con la Luce mohammadiana della walayat, si trovano in possente contrasto, anzi all’esatto opposto del mito di Prometeo. Per il credente che vive nel suo intimo la concezione iranica della Luce, tale mito non può apparire che come un malvagio pervertimento della realtà delle cose, dal momento che il Fuoco e la Luce sono un dono sacro fatto agli uomini dalle Potenze della Luce. Per di più, i Celesti e i terrestri sono alleati nella difesa della Luce contro le Potenze infernali. Ohrmazd ha bisogno dell’aiuto delle Fravarti (le entità celesti degli esseri di luce) per difendere il fragile mondo della Luce contro Arimane. Questo combattimento si perpetuerà fino alla fine del nostro Aión. Il credente zoroastriano è un cavaliere che combatte a fianco del signore della Luce, il quale non è l’«Onnipotente»: non si pone nemmeno, per lui, la possibilità di tradire, di abbandonare la lotta.”
[…]“Come concepire che l’uomo abbia, con la forza, derubato i Celesti del Fuoco e della Luce, quando è loro compagno di lotta per assicurarne la difesa? Come pervertire il significato del dono celeste in quello della rapina prometeica? Nel momento in cui l’uomo giunge a un pervertimento simile, non prende semplicemente il posto e il ruolo di Arimane? Ecco forse lo spunto iniziale di quello «sfiguramento filosofico dell’uomo» che il nostro amico Gilbert Durand ha analizzato in maniera tanto profonda.
C’è di più. I festeggiamenti del XXV centenario comprendevano, una sera, fra le rovine di Persepoli, uno spettacolo son et lumière. Tale spettacolo fu di una grandiosità e di una bellezza commoventi, ma inevitabilmente richiamò alla memoria l’incendio di Persepoli, del quale la tradizione attribuisce la colpa ad Alessandro. Ebbene, in proposito udii commenti di accesa indignazione e il motivo ne era del tutto chiaro. C’è il Fuoco di Ohrmazd e quello di Arimane; il primo è una vampa di luce pura, che risplende e illumina, senza nulla guastare né distruggere, come il Roveto ardente, che sfavilla senza consumare; il secondo invece è il fuoco quale lo esperiamo nel nostro mondo di «mescolanze», nello stato provocato dall’irruzione di Arimane, che ha violato il mondo della Luce portandovi la corruzione e la morte. Quest’ultimo è un fuoco opaco, che distrugge e devasta, un fuoco oscurato dalla densità del suo fumo. Ora, era forse possibile evocare l’incendio di Persepoli come se si trattasse d’un fatto naturale, mentre fu opera del fuoco arimaniano? Una catastrofe simile come avrebbe potuto essere causata dall’angelo del Fuoco (il Rabb al-nu‘)?”
(da Realismo e simbolismo dei colori nella cosmologia shi‘ita di H. Corbin, pubblicato da SE nella traduzione di RRT e in libreria dal 1° settembre 2012.)
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Ovviamente l’interpretazione occidentale degli episodi sopra riferiti è in genere piuttosto diversa.
In “Il teatro di Xenakis” pubblicato in AA.VV., Xenakis, EDT, Torino 1988, M. Fleuret
ad esempio scrive: “[...]Xenakis il greco si vedrà accusare dalla stampa iraniana per aver risvegliato il ricordo più doloroso nei cuori dei discendenti di Ciro, l’incendio di Persepolis da parte del greco Alessandro Magno. Eppure i simboli non erano così difficili da decifrare, soprattutto nel paese di Zoroastro, per il quale il fuoco e la luce rappresentavano il bene e la vita eterna! Ispirato dalla bellezza e dalla forza del luogo più ancora che dalla sua storia, Xenakis si era in realtà rivolto in modo deliberato verso l’avvenire e verso la giovinezza del mondo per lanciare un grido di speranza[...].”
Nondimeno, le considerazioni svolte da Corbin nel brano surriportato non possono non colpire nel profondo.
Eritis sicut dei: da un lato il mito che tira fuori da entrambe le parti, gli dei e l’uomo, il rispettivo peggio; dall’altro il mito di una indefettibile, commovente alleanza.
Il brano in questione contiene una confortante riprova che il nostro punto di vista sul mondo non è l’unico, e che spesso se ne incontrano di più armoniosi e più alti.
Peccato soltanto che non è sempre facile mantenersi nei fatti all’altezza dei propri ideali; questo è assai arduo per gli individui, ed è quasi impossibile per le comunità nel loro complesso. Resta la consolazione di poter alzare lo sguardo da questo pantano, e di intravvedere qualcosa che è per sempre, e che in qualche modo, qualsiasi cosa accada, non cessa di riguardarci.

Reblogged this on i cittadini prima di tutto.
Gentile Roberto,
il tuo articolo è per me di grandissimo interesse sia in sé, sia perché mi ricorda il corso monografico di glottologia all’Università di.
Grazie per averlo scritto.
Un cordiale saluto
Giorgina BG
La sovrapposizione della fotografia e degli scritti alla mia frase mi ha impedito di finirla. Manca “Milano”.
Ri-saluto
Giorgina
Gentile Giorgina,
penso che a questo punto non solo a me sia venuta la curiosità di conoscere qualcosa di più sui contenuti di quel corso monografico.
Grazie e e saluti cordiali a te,
Roberto
Caro Roberto,
il mio corso monografico di glottologia comprendeva gli argomenti scritti sotto.
1) Sanscrito e origine delle lingue indeuropee;
2) Religione Mazdeista (Ahura Mazdā, Angra Mainyu, Zarathuštra… );
3) Lettura e traduzione di parti dell’”Avesta”;
4) Vicende storiche di Dario;
5) Iscrizioni di Dario (lettura e traduzione)
(il professore era… affascinante!).
Ri-ri saluto
Giorgina
Cara Giorgina,
corso davvero di grande interesse, suggestioni che restano vive per tutta la vita.
Grazie ancora e risaluti,
Roberto
caro Roberto, dev’essere stato un piacere, per te, tradurre questo testo.
il primo assaggio è davvero gustoso.
Caro Fabrizio,
si tratta di un testo che fa parte di una tradizione precisa e non certo di pubblico dominio, e che può essere valutato appieno solo alla luce di essa. Ovviamente, quando di testi del genere si dà un assaggio al grande pubblico, si scelgono dei passi di forte richiamo e con riferimenti al sapere e all’esperienza comuni: non solo per allettare, ma anche per far bene comprendere dove vada a parare l’intera costruzione che, come si dice, ad occhi “profani” potrebbe magari sembrare un po’ astrusa.
Grazie e un abbraccio,
Roberto