Appunti di Anna Elisa De Gregorio su Nuovi Poeti Italiani n° 6, a cura di Giovanna Rosadini, Giulio Einaudi Editore 2012
È stata una scelta motivata e ponderata quella di inserire solo voci di donne nell’ultima antologia Nuovi poeti italiani 6, edita nel 2012 per i tipi di Einaudi a otto anni di distanza dalla precedente e quindi molto attesa: ‹‹Ciò che ha spinto l’editore, nella persona di Mauro Bersani (responsabile della Collana bianca) a concepire l’idea di un volume al femminile è stata la semplice considerazione di quanta buona poesia scritta da donne ci fosse in circolazione e in che minima percentuale arrivasse ad avere una adeguata fruizione e visibilità››. Sono le parole dette a Rimini, in occasione della presentazione dell’antologia presso la libreria Einaudi, dalla curatrice Giovanna Rosadini, che si potrebbe inserire nella categoria dei critici “militanti”, per il suo impegno di rimediare proprio a quei vuoti riscontrati nelle tante altre antologie del secondo novecento, senza mai dare giudizi di merito perché le scelte antologiche sono aristocratiche per eccellenza e ciascun curatore ha i suoi “limiti”, i suoi criteri e il diritto di esporsi e di esporli.
Questo semplice gesto di mettere in equilibrio i piatti della bilancia della poesia ha innescato una serie di polemiche da parte della critica sui nostri maggiori quotidiani. Forse, come ha detto Salvatore Ritrovato, nella medesima presentazione a Rimini, è stato toccato un nervo scoperto, forse ancora si tende a chiudere in categorie la poesia, chiamandola poesia di genere quando questa è opera di una donna.
Nella partecipata, esauriente nota introduttiva all’antologia Giovanna Rosadini chiarisce che le poetesse “salvate” dalle tante “sommerse” (dodici, per ovvi motivi di spazio e per poter proporre di ciascuna un florilegio significativo, le “mie autrici”, come lei le chiama) ‹‹sono apprezzate dalla critica e presenti da protagoniste nei premi letterari, ma ancora poco, o nulla, nelle collane di poesia degli editori maggiori (…)››, e prosegue più avanti: ‹‹Questo lavoro intende essere una ricognizione, quanto più possibile ampia e differenziata sulla scrittura poetica femminile oggi in Italia. Differenziata nel senso di non orientata in base a una idea precostituita di poesia: le voci incluse sono fra loro molto diverse (…). Il punto di partenza sono i dati dell’esistente, piuttosto che un’indagine finalizzata allo scouting, alla ricerca di nuovi talenti››. Presa visione dei criteri, così precisamente definiti, poniamo la giusta attenzione alle davvero singolari voci delle dodici poetesse. Seguendo l’ordine alfabetico, e non solo quello, la prima che leggiamo è Alida Airaghi, che è maestra di sottrazione e disciplina musicale, schiva fino all’invisibilità e squisitamente spirituale: ‹‹…nulla finisce, o tutto, se immobile/ decido di non esserci››, così recita in una sua poesia. Raffinata scelta quella di aver messo in antologia il poemetto Euridice, paradigmatica ombra di donna che tornerà nell’ombra.
Una predisposizione alla nudità del verso, alla sottomodulazione pertiene anche a Franca Mancinelli (c’è una scelta di brevità che arriva a volte all’epigramma), che, tradendo il vizio occidentale di considerare l’uomo onphalos del mondo, sposta spesso l’occhio alla marginalità. Lo sguardo diventa “altro” verso le cose, le piante e gli animali (metaforici e non), lasciando per noi un vuoto, una distanza incolmabile da una eventuale paradiso: ‹‹…Quanti animali migrano in noi/ passandoci il cuore, sostando/ nella piega dell’anca, tra i rami/ delle costole; quanti vorrebbero non essere noi,/ non restare impigliati tra i nostri/ contorni di umani››.
Maestra di essenzialità anche la vaticinante Laura Pugno, pure tanto diversa nella resa del verso (c’è in lei una capacità quasi pittorica di scomposizione metafisica, cubista). Si incammina verso “insenature della mente” dove non si trovano punti fermi: ‹‹l’inverno, la sua/smisuratezza di bianco,/qui// più forte,/verde sopraffatto-/ la misteriosa linea della costa››.
Significativa la bella diversità di Antonella Bukovaz: nella sua poesia dilatata si legge un essere straniera (la scrittura viene arricchita da parole slovene, legate con quelle italiane) ma non estranea: ‹‹non sto in piedi e la terra non manca/io però cerco un’altra materia/ a sostenere la geografia che porto/ tatuata sotto la pianta dei piedi››.
Daniela Attanasio ha una sua “vista interna” che la guida nel mondo, come lei stessa scrive: ‹‹anche l’ombra del/marinaio che passando/mi oscura è un disturbo/ a questa vista interna -››. Una meraviglia intatta verso il segreto evolvere della natura (in particolare del mare) e il formarsi della vita: ‹‹Niente s’è spezzato./ Nata./ E ancora sono dentro quella/ nostalgia di vita che è una nascita››. I versi (con i suoi sorprendenti enjambements) sembrano vivere di una gioia irriducibile, piena di libertà.
La stessa irriducibile gioia appartiene a Maria Grazia Calandrone, che, malgrado racconti di “cupissimi giorni”, riesce a scorgere sempre nel dolore un rovescio luminoso: ‹‹A bagno nell’equanime bellezza del mondo lasciarsi invece/ soverchiare da tutta l’erba, come bambini farsi/ superare di bellezza, come cani/ con quella elastica/ evanescente/ andatura di cani, così felici dentro/ il lungo dissolvente scampanío››.
Ritroviamo il tema della gioia anche in Chandra Livia Candiani, ma in forma di domanda, di “non so”. Candiani coniuga vita e morte, il farsi e disfarsi delle cose in un mistero accettato, che ricorda anche nello stile, i componimenti haiku: ‹‹Il morto con le cicale in mano/ dice che colma/ della promessa dell’estate/ è la vuota eternità››.
Di ispirazione “cittadina”, è la poesia di Rossella Tempesta, che si confronta con la quotidianità in uno stile all’apparenza “domestico”, in realtà quasi sapienziale: ‹‹Molto bella l’estate/ per questo suo camminare a piedi nudi nella casa/ sentire com’è fresco il duro marmo/ sentire la vostra presenza anche nelle stanze vuote/ anche nell’ordine così provvisorio delle cose…››.
Laura Liberale ci parla ugualmente di mondi domestici per ritrovare una sua personalissima infanzia nei versi rivolti alla figlia. Proprio come i bambini, pone un’attenzione speciale al suono delle parole: ‹‹E se al tuo orecchio bisbiglio cielo/- sostando col respiro sul dittongo -/ mi sembra che sia l’unica possibile/ pienissima parola, straboccante./ La dico, guarda/ e già ne sbuca fuori un uccellino/ pronto al volo››.
L’infanzia, gli affetti sono presenti anche in Gabriela Fantato, ma in un altro racconto che annota lo struggimento di qualcosa che è andato perduto per sempre o l’oggettiva fatica del comprendersi nel rapporto con l’altro: ‹‹La nuca si fa cedevole,/ tra le unghie del tuo racconto/ mi faccio gomito, tu spalla per essere/ lo stesso corpo/ e non trovarci››.
Politi, di una musicalità colta e avvolgente i versi di Isabella Leardini, che protegge la sua sensibilità e il suo mal di vivere dietro la maschera del verso chiuso, controllato: ‹‹Sono preda dei giorni che verranno/ dei volti che non torneranno più/ ogni volta che il ridere si spegne…›› e di seguito: ‹‹Si muore un po’ per vivere più forte/ se il tempo deve farsi un tempo solo/ tutto pieno come un sasso che va a fondo›.
Poesia civile e sperimentazione nella scia del maestro Andrea Zanzotto, una ardua strada quella intrapresa da Giovanna Frene. Consonanze, assonanze, parole reiterate, giochi di vuoti sulla pagina, come tragici silenzi, che in questa scheggia di citazione vanno purtroppo perduti: ‹‹laddove tristezza, tiranno, potere che domina il mondo./ laddove tiranno, potere, tristezza che prescinde l’im-/ pronta sul muro,/ la scavalca, la riforma con grappoli, istinto di fuga e in-/sieme ritorno/ per le chiare ragioni che incontrano sul posto lama e cibo,/ sempre lo stesso posto, la virtù cardinale degli insepolti,/ parassiti››.
Per congedarsi in leggerezza da Nuovi poeti italiani n° 6 diciamo che è lavoro improbo (mirabilmente portato a termine dopo due anni di impegno da Giovanna Rosadini, che ha una freccia in più al suo arco perché, oltre alle conoscenze del critico, possiede anche la sensibilità del poeta) scegliere solo alcune poesie da inserire in una antologia e definire in poche righe la poetica e la specificità di ciascuna autrice, ma è quasi impossibile, isolare qualche verso, accennare solo due parole di critica, senza tradire ognuna di loro. E questa è la crudele punizione di chi si mette a scrivere recensioni sulle antologie, volendo entrare nel merito.
Giovanna Rosadini (1963) vive e lavora a Milano, per otto anni è stata editor presso la casa editrice Einaudi. Ha pubblicato il primo libro di poesie Il sistema limbico nel 2008 per i tipi di Atelier. Il secondo libro Unità di risveglio del 2010 è stato pubblicato da Einaudi.

Bella la recensione, bellissima l’iniziativa.
Già nel titolo si racchiude una bellezza tutta da scoprire; ed i pochi versi riportati ne danno conferma.
Grazie per la segnalazione.
Invito, invece, a leggere quanto scritto da Antonella Lattanzi, domenica scorsa sul “nuovo” supplemento del Corriere. illuminanti, le sue parole. non deve esiste Genere, in un certo senso: almeno non si devono fare riserve che alla fine comunque ingabbino la letteratura.
b!
Nunzio Festa
Ogni poesia ha una sua peculiarità ,ogni poesia è una parte di se e di quello che si ama ogni poesia è una poesia da leggere per poter sognare ad occhi aperti…
incuriosita vado a cercare,ah curiosità,sostant.femminile,grazie
Per le antologie è così: sicuramente ognuno farebbe una sua antologia personale. Di questa l’importante è che i poeti presenti sono tra le voci più belle della poesia di oggi. Complimenti alla curatrice per il lavoro di ricognizione e proposta e grazie ad Anna Elisa De Gregorio per questa recensione.
Per una volta vorrei acquistarla in libreria quest’antologia e non nelle librerie on line. Questo è l’augurio che faccio alle autrici tutte, che si diffondano come olio nell’acqua (a macchia, si ma diffuse).
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