da qui
Siete al cerchio finale, che stavolta non è un cerchio, perché hai dimenticato di dire prendiamoci per mano, ma stai lì, con quelli che rimangono perché non fremono per la pasta al forno, o ripensano alle frasi pronunciate durante l’omelia. Quante devi dirne: ce n’é sempre qualcuna che ti sfugge, o che fa acqua, ma nessuno te l’ha fatto capire come l’uomo che aspettava in fila, in sagrestia, quando in molti si accalcano per salutarti o prenotare una messa o chiedere un appuntamento. Ci sono anche gli assistenti sociali, che avrebbero dovuto parlare con gli zingari; non quelli che hai citato nella predica: Dragan, Visnia, Mihaela; di loro hai detto bene, sono nomadi integrati, i cui figli vanno a scuola e al catechismo parrocchiale; hai confidato che ti senti ferito quando si fa di tutta l’erba un fascio, e subito hai aggiunto – quante parole devi dire, ce n’è sempre qualcuna che ti sfugge e diventa un proiettile che va dritto al cuore – un inciso pronunciato a bassa voce, quasi sperando che sfuggisse all’attenzione: non sono le persone là fuori, perché sai che le vecchiette hanno paura dei questuanti schierati a imbuto che impediscono di uscire, se non gli hai dato un euro; sai che c’è gente che non li può vedere, e hai voluto sovrapporli goffamente all’immagine degli zingari buoni: ci sono pure loro! Ma qualcosa non quadrava, e all’uomo brizzolato, fermo all’ingresso della sagrestia, non poteva sfuggire; ti guarda negli occhi dicendo che un proiettile l’ha colpito al cuore, e tu ti senti ancora come Fabio, nella bara esiliata in mezzo al portico, spinto dalla massa dei parenti, degli amici, in balia di qualcosa che non riesci a decifrare, e gridi: siamo noi che lo spingiamo al porto di cui non sospettava l’esistenza, noi siamo il mare, il mare che amava, che ora batte sulla sponda di quello che chiamiamo paradiso; lui che non credeva e non avrebbe voluto il funerale, e ora naviga sulle nostre teste come una barca alla deriva, aspettando che lo guidi una stella, e che una luce brilli nel buio della morte senza senso. Un colpo al cuore, sì, non avresti mai dovuto dirlo – sono troppe le parole da inseguire, come gatti che svicolano, come minatori che minacciano di farsi saltare sotto terra -, perché le parole sono bombe. Ti ha chiesto il cellulare: lo interessano le cose di cui oggi hai predicato: che se Gesù tornasse lo ammazzerebbero di nuovo, o che non siamo marionette della Curia, ma figli del Dio vivente; gli dici che è un onore andare a cena insieme; la folla ondeggia e la bara dove sei rinchiuso vacilla all’improvviso, può cadere da un momento all’altro, facendoti rotolare sul sagrato con la faccia grigia dei morti; ma tutti hanno capito, ormai, che sono il mare, un mare di parole che sibilano nel cuore della notte, come scintille da cui può nascere un incendio: non sai mai se esploderà per riscaldarti o per bruciarti, come il tuo amico prete che passa tra gli zingari lá fuori, quelli che lui, uscendo sulla sedia sferragliante, saluta con un sorriso imperturbabile, come solcasse la superficie calma del mare.
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Completare un cerchio sempre più grande, che abbracci tutti i colori del mondo e ci faccia finalmente riposare sulla superficie calma del mare.
Sono importanti le parole: sono frecce che colpiscono al cuore e possono procurare ferite mortali, oppure portare l’amore, come quelle scoccare dall’arco di cupido.
Ogni parola detta lascia sempre un segno, una cicatrice che può essere di guarigione o di frattura.
Ogni parola può essere un giudizio, che colpisce nel bene e nel male, che libera o che imprigiona.
“Le parole sono bombe”, sono “scintille da cui può nascere un incendio: non sai mai se esploderà per riscaldarti o per bruciarti”…
Non marionette nelle mani degli altri, di chiunque altro, curiale o laico, ma figli di Dio, questo siamo, questo possiamo, dobbiamo diventare, ma le parole sono proiettili che vanno dritti al cuore ed e’ difficile raggiungere quella liberta’ che siamo chiamati a testimoniare a vivere ad essere, perché la parola e’ (anche) impotente, non riuscirà mai a dare il segreto che siamo ma lo avvicina ( Ungaretti) e solo chi si avvicina col cuore in mano, pronto a farsi colpire, può riuscire a entrare in quel mistero, poco a poco.
Le parole
se si ridestano
rifiutano la sede
più propizia, la carta
di Fabriano, l’inchiostro
di china, la cartella
di cuoio o di velluto
che le tenga in segreto;
le parole
quando si svegliano
si adagiano sul retro
delle fatture, sui margini
dei bollettini del lotto,
sulle partecipazioni
matrimoniali o di lutto;
le parole
non chiedono di meglio
che l’imbroglio dei tasti
nellOlivetti portatile,
che il buio dei taschini
del panciotto, che il fondo
del cestino, ridottevi
in pallottole;
le parole
non sono affatto felici
di essere buttate fuori
come zambrocche e accolte
con furore di plausi e
disonore;
le parole
preferiscono il sonno
nella bottiglia al ludibrio
di essere lette, vendute,
imbalsamate, ibernate;
le parole
sono di tutti e invano
si celano nei dizionari
perché cè sempre il marrano
che dissotterra i tartufi
più puzzolenti e più rari;
le parole
dopo un’eterna attesa
rinunziano alla speranza
di essere pronunziate
una volta per tutte
e poi morire
con chi le ha possedute.
E.Montale
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le parole sono bombe se vengono usate con leggerezza senza rendersi conto di ferire chi si trova sotto la loro traiettoria.
Le parole cominciano l’opera, il cuore la porta a termine.
La parola a volte è provocazione, fa male, divide, riesce ad innescare un incendio, a soffiarci perfino sopra ma serve a rivelare le verità che non siamo capaci di vedere. Le parole ben dette non sono proiettili di giudizio ma scintille capaci di ridestare le coscienze.
il mare che amava
Voi amate il mare, capitano? – Si! L’amo! Il mare è tutto. Copre i sette decimi del globo terrestre; il suo respiro è puro e sano; è l’immenso deserto in cui l’uomo non è mai solo, poiché sente fremere la vita accanto a sé. …Il mare non è altro che il veicolo di un’esistenza straordinaria e prodigiosa; non è che movimento e amore, è l’infinito vivente..
Jule Verne, Ventimila leghe sotto i mari
*
Se il mare siamo noi allora noi tutti insieme siamo “l’ infinito vivente” che conduce “Fabio” verso la sua stella lucente.
la folla ondeggia e la bara dove sei rinchiuso vacilla all’improvviso, può cadere da un momento all’altro,
Se la folla ondeggia ,allora vuol dire che qualcuno sta abbandonando la via dell’ amore perdendo l’ obiettivo principale quello di condurre la bara verso le porte del paradiso,e se la bara rischia di cadere esiste qualche singolo tra la folla che sta pensando ad altro…e cioè solo a se stesso.
Quanto ormai lo scrittore ci ha fatto entrare nel romanzo!
Tutto cio che racconta sembra essere già cosa nostra. Solo una non può essere nostra: il modo in cui ce la descrive, l’amore che ci mette, la forza di quel mare che può reggere tutto. Su quella superficie calma le bare sono barche, navigano sicure verso il porto sognato.
grazie di cuore, cari.
il mare siamo noi, arriveremo solo insieme all’altra riva.
E’ proprio quando la parola arriva al cuore che ti svegli dal sonno dell’indifferenza; entri anche tu in quel mare immenso, in continuo movimento, che non rimanda mai l’occasione per ripulire il cuore dalla corteccia dell’io; se ti lasci andare, ti spinge e ti sposta dolcemente fino alle rive dell’amore, dove ci sono proprio tutti, perché lì nessuno resta fuori, dove, anche se qualcuno si dimentica di precisarlo, sarai tu stesso a tendere la mano all’altro, spontaneamente, per chiudere il cerchio.
Cerchiamo di dire, e ci mettiamo ogni migliore intenzione, ma le parole sguisciano di vita propria, colpiscono e non vorremmo, ci chiudono asfittiche. vorremmo comprimere in quelle un tutto di idee, di sentimenti, ma poi chi le riceve chissà cosa ne coglie, e non sappiamo, non diciamo, avremmo voluto dire….bellissimo segno della nostra umanità, imperfetta, un po’ sorda, un po’ muta… “una parola hai detto, due ne ho udite”…. forse è lì il sorriso imperturbabile.
ieri sera,quando sono entrata in camera mia,ho guardato al quadro appeso sul mio muro e ho capito che a volte basta una frase per sentirsi meglio, tranquillo, sicuro:
GESU’ ,IO CONFIDO IN TE!
Lettere d’Amore del Profeta
“Penso a Christo.Nel secondo o terzo secolo dopo la sua morte,nessuno era sufficientemente forte per mangiare il possente alimento che ci ha lasciato. Allora si cercavano nei Vangeli solo le parti più leggere,o quelle che potevano essere meglio insegnate agli uomini.Nessuno, a quell’epoca,poteva affrontare direttamente il gigantesco compito che Christo ci ha affidato.
Il maggiore insegnamento di Christo è che “il Regno dei Cieli è dentro di noi”. Può considerarsi povero un uomo che ha questo Regno nel proprio cuore?
Se tu e io non fossimo nulla,saremmo due nullità insieme.E che cosa avremmo? Il vuoto nell’anima.
Se l’umanità intera comincia a pensare di non rapresentare granchè,il mondo non avanzerà mai.
Ma il Regno dei Cieli è dentro di noi. Allora bisogna calmarsi,lasciare che il centro della nostra esistenza si tranquillizzi,e in quel momento scoprire che l’amore esiste.”
Kahlil Gibran
Ci concentriamo molto su come vorremmo che fosse. Ci arrabattiamo a cercare ipotesi, appigli speranzosi, luci, stelle che possano brillare là, dove la luce non è.
Ci impegniamo così tanto in questa attività da dimenticare spesso di far brillare ciò che realmente ha la possibilità di risplendere: la vita da vivere.
Che poi è il vero unico mezzo per non essere scordati, cioè per dare un significato e prolungare la nostra esperienza.
Perché solo così il mare, quel tenersi per mano di infinite particelle, dalla nostra vita finita può trarre energia, ricordare, imparare, migliorare.
A cercare forme poetiche per addolcire il nostro concetto di morte, non cambiamo ciò che la morte è: buia e senza senso.
Meglio riflettere sulle frasi dell’omelia, ringraziare chi le ha pronunciate.
Meglio ancora, poi, correre a dare un bacio forte a chi ancora ci fa sentire il profumo della pasta al forno.
Ci sono anche gli assistenti sociali, che avrebbero dovuto parlare con gli zingari; non quelli che hai citato nella predica:
Il mare non ha paese nemmeno lui, ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare, di qua e di là dove nasce e muore il sole. Giovanni Verga
considero la “parola” un primo gradino verso Dio.
Noi, a metà strada fra l’animale e l’uomo, le diamo per scontate, diamo per scontato che possiamo “parlare”. E’ un privilegio ma anche una grandissima responsabilità.
Imparare ad usare le parole affinandole sempre di più con la consapevolezza della parola detta ci condurrà, forse, ad una sintesi felice, prossima sponda di un’evoluzione che non finisce mai.
Elena
grazie!
un elogio dell’amore imperfetto, come solo può essere, tra noi.
Mi piace pensare che il “meglio possibile” di ognuno di noi sia già definibile “perfezione”.
Riascoltandolo, questo brano musicale mi fa proprio pensare al movimento del mare: mi ricorda il ritmo delle onde, a volte tranquille ,a volte improvvisamente impetuose, e di quando s’infrangono a riva.
proprio così, è la magia della musica.