Saran pure bamboccioni tq, ma è con loro che abbiamo a che fare

 

 

di: Guido Tedoldi

 

Dopo la lettura di «Bamboccioni Voodoo», antologia di racconti di Marco Candida, Historica Edizioni, 2012, pp. 182, € 14,00

 

Il libro è composto da 14 racconti, alcuni già pubblicati su siti web e riviste cartacee. Ogni racconto è indipendente, a cominciare dai nomi dei protagonisti che sono ogni volta diversi. L’atmosfera in cui sono inseriti, però, è comune. È il nostro presente. E comune è anche la categoria di persone che per la gran parte vivono a muovono le vicende narrate. È la generazione dei bamboccioni (come li definì nel 2007 l’allora ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa) anche se alcuni di loro, quelli magari che stanno avendo più successo professionale, preferiscono definirsi tq, visto che hanno 30 o 40 anni.

Un’altra caratteristica comune ai racconti è il genere horror. Ciò non significa che l’autore, Marco Candida, sia rinchiuso in uno stilema – basta vedere la sua produzione letteraria e saggistica precedente (qui il link al suo sito web) per rendersene conto. La scelta dell’horror, qui, mi è parsa una sorta di avviso: guardate che i bamboccioni potranno pure sembrare sfigati, ma invece occorre tener conto di loro. Conoscono il voodoo.

A dirla tutta, i bamboccioni del libro non sono proprio tutti tq. Alcuni sono bambini, altri addirittura anziani. Ad accomunarli è la condizione esistenziale, descritta già nel metatesto: «Zeno Gassoni, invece, aveva una laurea specialistica in Lettere e anche lui non riusciva a trovare un lavoro pagato, solo un mucchio di lavoretti, una volta ad Ascoli, un’altra a Catanzaro, un’altra ad Avellino, un’altra a Canicattì (beh, adesso sto inventando, ma su Ascoli e Catanzaro sono sicuro) e poi anche lui viaggiava all’estero, specialmente Francia e Spagna. Capisci che Morini, Gassoni, Tarchetti futuro non ne hanno, quanto potranno andare avanti così? Cosa succede se si ammalano? Come si curano? Hai visto che neo ha sulla faccia Tarchetti? E Gassoni hai visto che alopecia che gli ha preso? E quell’altro? Lambertini, perché c’è anche Lambertini, e Peridretti, e Filippini, e Rombinetti…».

Qualcuno di loro arriva a guadagnare 150 € al mese, ma quasi tutti prendono meno. Qualcuno ha una famiglia benestante che lo sostiene, ma per quasi tutti la famiglia è normalmente impegnata a non arrivare stroncata alla fine del mese, di ogni mese.

A causa della condizione economica precaria, quasi nessuno di loro riesce a prendere davvero in mano la propria vita. Non riescono a decidere il presente, e guardano al futuro come a un’ipotesi che non sempre si concretizzerà: tra di loro infatti c’è chi muore per decomposizione dopo aver perso un lavoro, e c’è chi ammazza. Alcuni riescono, nel bene o nel male, a farla franca. Alcuni no.

 

La maggioranza relativa di loro fa il lavoro di scrittore. C’è chi scrive di mostri, nel senso che inventa animali fantastici basandosi sulle creature che si trovano in un normale mercato del pesce; e va be’, poi capita che le sue invenzioni letterarie diventino mostri veri. C’è chi scrive con il sangue, quello degli animali di casa e poi con il proprio, perché di animali in una casa ce ne possono stare pochi, mica è uno zoo. C’è chi scrive romanzi che fanno incendiare i lettori, per cui devono intervenire gli editor della casa editrice a tagliare qualche decina di pagine in modo da non uccidere il pubblico (che già i lettori sono pochi, se i libri sono pure più pericolosi delle armi non se ne viene più a capo…).

Che nelle storie degli scrittori ci siano spesso dei personaggi che fanno gli scrittori, non è negativo in sé. Tantissimi musicisti, tanto per fare un esempio tratto da un altro mestiere, scrivono canzoni piene di musicisti. Il problema, delle volte, è che il mestiere dei personaggi non c’entra niente con la loro essenza, con quello che fanno, con le trasformazioni psicologiche che subiscono. Nel caso di questi racconti, gli scrittori c’azzeccano. Sono al posto giusto nel momento giusto. Candida scrive di ciò che sa, e non stroppia.

 

Anche perché, be’, nel libro c’è Stephen King. Marco Candida è uno dei maggiori esperti italiani di questo scrittore, e nel racconto più lungo della raccolta il protagonista affronta con la fidanzata un viaggio iniziatico in auto, mentre imperversa una tormenta di neve, per andare a trovare il Re nella sua villa del Maine. E lì succede che siccome King con il genere horror ha molto a che fare, tramite una certa sfera si accorge che degli scocciatori sono in viaggio per cercarlo e si attiva per impedirglielo. Naturalmente l’impresa del bamboccione riesce, perché i bamboccioni sono pieni di risorse e inoltre non c’è nessuno meglio di uno scrittore che possa stanare un altro scrittore, a prescindere dalla volontà di quest’ultimo di nascondersi.

Resta da vedere chi, o cosa, il bamboccione del racconto ha trovato. Un modello di scrittura? O forse un maestro nella costruzione delle storie?

La mia sensazione (da lettore a mia volta di numerosi libri scritti da Stephen King) è che Candida volesse trovare il secondo, cioè il costruttore di storie. E forse non l’ha trovato.

Il motivo, mi pare, è proprio generazionale. King è nato nel 1947, il grande successo di pubblico lo ha raggiunto nel 1974 con il romanzo «Carrie», e in carriera ha scritto romanzi, racconti, sceneggiature cinematografiche, saggi, articoli. Candida è nato nel 1978, e ha pubblicato il primo romanzo nel 2007. Nonostante dimostri pure lui una certa tendenza alla grafomania, ha parecchi anni di svantaggio rispetto al Re.

E in certe attività, come quella dell’invenzione di storie, la pratica vale molto. Non foss’altro per l’esperienza di raffinare, limare, trovare i momenti in cui è più giusto che le cose succedano. Ogni volta che ci si mette, a ogni storia successiva, il processo viene meglio.

 

Resta la grammatica. O meglio il modello di scrittura che il personaggio del racconto va a cercare affrontando il suo viaggio iniziatico verso la villa del Maine. Anche in questo caso, non mi è sembrato che l’obiettivo che Candida ha centrato fosse Stephen King. In questo caso l’obiettivo era altrove, e non è più in vita: David Foster Wallace, che è morto nel 2008.

Qui entro in un territorio scabroso. Io qualcosa di DFW l’ho letto, non sono sicuro che lo stesso sia per Candida. E quindi non sono sicuro che volesse proprio prendere di mira quel posto lì. Sta di fatto che nella scrittura «tanta», nel cercare e ricercare le parole giuste e i giri di frase più azzeccati, nel tornare più e più volte sullo stesso concetto dando ogni volta un giro di vite… be’, con quelle modalità tecniche la scrittura di Candida mi pare si avvicini parecchio a quella di DFW.

Poi magari i due scrivono di tutt’altri argomenti. Ma è il modo, che li accomuna.

 

Chiudo qui. Ma solo la recensione. Il tema affrontato da Candida rimane invece aperto. E ne parlerà ancora lui, nei prossimi mesi e anni – se ho intuito almeno qualche finalità del suo lavoro.

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