66. Dal letame

da qui

Quando vieni quaggiù, hai una strana sensazione: come fosse la fine di un viaggio, di cui dimentichi il punto di partenza e il motivo che ti ha spinto a incamminarti. E’ tutto prezioso, come al solito: marmi, colonne, candelabri che pendono dall’alto, sotto l’altare dove ti hanno ordinato. Ricordi bene le mani di Wojtyla che si posavano leggere sulla testa tua e di tuo fratello; il corpo disteso, faccia a terra, come un seme che deve marcire, in mezzo alla polvere d’incenso; la preghiera muta, un silenzio terribile in cui non sai che chiedere, che dire. Sei solo, come non lo sei mai stato, come se tutta la solitudine del mondo pesasse, adesso, su di te, che ti stacchi dagli amici, la donna, la famiglia. Ti sembra di volare in un cielo senza stelle dove, d’ora in poi, non sarai tu a guidare: ti si spezza il fiato, pensi di fuggire lasciando tutti lì, senza un saluto né una scusa. Invece resti, in balia di un buio talmente denso che ti acceca, e solo quando avverti male agli occhi ti accorgi che è una luce mai vista fino a ora, intrisa di un silenzio strano, sempre sul punto di interrompersi; ti dici, con la paura che qualcuno indovini i tuoi pensieri: parla, il tuo servo ti ascolta. Quando vieni quaggiù, sulla tomba di Pietro, provi la stessa sensazione; come se solo in questo luogo la luce e il buio trovassero una qualche spiegazione; pensi alle ossa scoperte per caso, al muro rosso intorno, al panno di porpora intessuto d’oro e l’iscrizione Petros enì: Pietro è qui. Pensi alle battaglie sull’identificazione, durate fino alla morte degli studiosi contrapposti, alla venerazione di secoli e secoli, ora sepolta dal flash dei giapponesi. Ti chiedi che rapporto ci sia tra il pescatore galileo e i pontefici passati nella storia, le crociate, la santa inquisizione, le alleanze coi potenti; pensi alle ossa avvolte in panni come il corpo di Cristo, alla responsabilità del mondo intero, alle guerre, al potere, all’odio tra le razze e ai conflitti tra le fedi, alla violenza delle ideologie, all’uomo della Sindone che ti fissa negli occhi, allo sguardo di Dio sul mondo: un amore totale, senza limiti, capace di perdonare i suoi carnefici. Ora tocca a te: sei il papa, chiuso fra le stanze di un palazzo d’oro mentre lui, il Galileo, marciava nelle strade polverose, esposto a tutti i pericoli possibili; si lasciava strattonare da poveri e lebbrosi e al grido del cieco, che volevano zittire, diceva: cosa vuoi che ti faccia? Signore, che io veda; che si aprano gli occhi appesantiti dalle colonne tortili, dai candelabri d’oro, dai marmi levigati, che possa diventare mucchio d’ossa avvolto in un panno di porpora, sprofondare anch’io sotto l’altare della gloria, nella polvere rossa dell’amore, fissare gli occhi dell’uomo della Sindone, il Galileo che non ha smesso di credere in un mondo migliore. Cadi in ginocchio; sei di nuovo un corpo disteso, faccia a terra, avvolto in un buio così accecante che diventa luce: ti ci lasci affondare, come un seme che marcisce, un geranio o un papavero che sbocciano, quando meno te lo aspetti, dal letame.

35 pensieri su “66. Dal letame

  1. L’ultimo che aspetta, la cascata
    di luce e il calendario dei suoi dolori,
    il paradosso che esista un Dio
    nonostante lo svanire, la preghiera
    di terra: oscurità magnifica
    raccolta per marcire, consacrata
    alla polvere amara dell’incenso,
    alla bruma che sale, diafana,
    nel vuoto.

    Ordinazione – F. Centofanti

  2. L’amore è vero solo se è proprio così, “totale e senza limiti”: pagina che toglie il respiro, accompagnata da un brano musicale bellissimo…

  3. Soltanto gli occhi di colui che vede le cose con ” un amore totale” può vedere e sperare la nascita di un mondo migliore dal “letame” che ci circonda…in fondo è dal letame che nascono i fiori più belli.

  4. Forse la preghiera più. giusta per un mondo migliore è “Signore fa che io ti veda negli occhi di mio fratello”,perché solo se riconosco lo sguardo del “Galileo” nel prossimo posso sperare in un mondo migliore,in un mondo dove non esiste rancore.

  5. Quando ero bambina mio padre mi insegnava a cogliere e spezzare un rametto di geranio per farne una pianta nuova. Si schiacciava, alla base, il rametto con un sasso e nelle fibre si inseriva qualche chicco di grano che avrebbe favorito, diceva, la formazione delle nuove radici. Poi, affinché i chicchi non si disperdessero, si dovevano richiudevano i margini del ramo schiacciandoli torno torno, come imprigionandoli, e facendo attenzione a non disperderli nel terriccio soffice in cui si doveva far attecchire la nuova piantina.
    A pensarci bene, e considerando bene tutta la sequenza, oggi non posso non considerarla un po’ crudele: spezzare, schiacciare, forzare il gambo, costringere i semi a star chiusi nel ramo, costringere la vita a nascere dove vogliamo noi.
    Perché tutto questo?
    Un chicco che marcisce genera vita, ma in quel caso la vita non sarà uguale a sé, perché nascerà una pianta diversa.
    La terra, madre e matrice della nuova germinazione, raccoglie la vita che le si dona, ed altra ancora ne fa nascere. E’ davvero per tutti un dono?
    La frase scritta da de Andrè è bella e d’effetto; commuove. Tuttavia la pratica del dono della vita non lo è di meno; dal letame ma non solo da quello si nasce.
    Il letame, a volte, potrebbe “bruciare” i semi, ma forse sapientemente brucia quelli che non devono nascere, noi non lo sappiamo; invece l’altro letame che si mischia docile a quella terra, fortissimo simbolo materno, non lo fa.
    Non lo può fare perché il buio protegge i semi segretamente e li trasforma e donandoli alla luce sfolgorante che è la stessa luce che ci guida verso il mondo migliore nel quale abbiamo bisogno di credere. Il tuo dono, di seme che si getta sulla terra e che si dona è molto più di una metafora che grida d’amore.

  6. Petros enì: Pietro è qui.ouk èstin òde: non è qui

    Non ci sarebbe altro da aggiungere se non che

    Il nostro è un viaggio alla ricerca di chi non c’è, non è qui, e non avremo pace finché* non ci avrà trovati, forse ci ha già trovati, nello sguardo che non ci fa più sentire soli.

  7. VIGILIA DI RESTARE

    Tutto è pronto: la valigia,
    le camicie, le mappe, la fatua
    speranza.
    Mi spolvero le palpebre.
    Ho messo all’occhiello
    la rosa dei venti.
    Tutto è pronto: il mare, l’atlante, l’aria.
    Mi manca solo il quando,
    un diario di bordo, il dove, le carte
    di navigazione, venti a favore,
    il coraggio e qualcuno che mi ami
    come non so amarmi io.
    La nave che non c’è, la mani attonite,
    lo sguardo intento, le imboscate,
    e l’orizzonte un filo ombelicale
    sottolineando questi versi sospesi…
    Tutto è pronto: è serio, è vano.

    Juan Vincente Piqueras

  8. “la preghiera muta, un silenzio terribile in cui non sai che chiedere, che dire.”

    La preghiera muta credo sia la più intensa, una preghiera che non chiede ma si offre.

  9. un silenzio terribile in cui non sai che chiedere, che dire.

    Nei momenti di silenzio molte emozioni e sensazioni invadono l’anima, attraversano la solitudine per riempirla di parole nuove.
    Una pagina bellissima…. ti si spezza il fiato.

  10. Eppure la bellezza delle cose ci riempie occhi e sensi, evoca memorie, con i suoni, gli odori, gli ori…. Ma certa bellezza, ai nostri occhi un po’ disincantati e stanchi, il maestoso, certe espressioni di arte pare parlino a voce troppo alta, un po’ sguaiate nel contrasto, nel sembrare ingiuste, quasi paradossali di fronte al mondo pieno di dolore muto, di miseria che non ha voci, di ingiustizia della quale non sappiamo che cosa spiegare. Cristo aveva sandali impolverati, passava nel fango, tra gli ultimi e i dimenticati, parlava di piccolezza, umiltà, dove la bellezza…..” Io sono con voi tutti i giorni”, Signore che io veda, lontano da idee preconfezionate, da pregiudizi, che ci sia un oltre quelle immagini sia di bello che del brutto, che colga l’essenza, quel piccolo che è ciò che resta dopo tutti i secoli di parole e di costruzioni.

  11. Ho sempre fatto le talee di geranio dal solo rametto tagliato con forbice sterilizzata e privato del fiore, conficcate nel terriccio ben concimato e mantenuto umido, nel periodo di fine estate … e così si fa anche per le rose, le surfinie e altre piante che radicano se ben trattate… non ho mai sentito né letto nulla di semi conficcati nel gambo schiacciato … scusa ma da un seme di grano non può nascere una radice di geranio… e il DNA che ci sta a fare?… probabilmente quelle talee radicavano nonostante i poveri semi che morivano per niente, senza dare alcun frutto.

  12. mi piaceva sempre andare al Basilica san Pietro,mi mettevo seduta al cappella questa a sinistra (non perchè sono di sinistra,\non sono di nessun partito\ ma perchè mi piace) e trovavo là pace. non devevo preghare,dire le formule, tutti miei pensieri,dolori,preoccupazioni uscivano fuori da soli e io mi sentivo come ci fosse qualcuno che li sta raccogliendo. Non so mai quanto tempo stavo lì seduta, ma uscivo sempre tranquilla,come ci forse nessun problema non era cosi importante,stavo tranquilla con la sicurezza che tutto andrà bene.
    devo ritornare là

  13. E’ una pagina bellissima, che da sola vale un intero romanzo. L’Amore affonda le mani nella polvere, nella terra umile, nell’oscuro delle paure più profonde e genera un fiore di luce, in quello spazio dove non ci sono più limiti. Veramente bella la descrizione dell’ordinazione.

  14. Condivido il giudizio di Pam.
    Noto tuttavia che la formula di De Andrè sembra adattarsi perfettamente anche ai commenti di questo blog.
    A me, ad esempio, indipendentemente dalla correttezza botanica circa le talee di geranio, è piaciuto il seme di quel gesto condiviso da un padre con la propria figlia e mi commuovo pensando che questa, dopo tanto tempo, abbia voluto donarlo a tutti noi.
    Peccato che qualcuno, peraltro in modo per lei insolito, abbia pensato di seppellire quel seme con un diamante.
    Dunque, distrutto il geranio, mi concentro allora sull’altra pianta citata nel testo.
    Al papavero non è indispensabile il letame e perfino la terra. Mi piace osservarlo, prima ancora della fine dell’inverno, sfidare gli interstizi dell’asfalto o le crepe dei muri.
    Prima di riconoscerlo nel suo splendore di fiore, spesso lo definiamo erbaccia, ma è la vera testimonianza del perpetuarsi della primavera, della forza e della testardaggine della vita.
    Per questo, pensando a Chiaraluna, dico che se guardiamo bene, lo troveremo senz’altro anche lì, sulla litoranea, confuso tra corbezzoli e lentischi.

  15. @Clown

    se è a me che ti riferisci, (o, visto che è a me che ti riferisci, come preferisci) ho pensato a quanti semi marciti per niente in nome di un comandamento assurdo, come accade spesso nella vita, semi obbligati a soffocare nella terra in nome di una legge che li uccide, solo per una tradizione che non si sa dove e soprattutto perché abbia preso piede.
    Un po’ come ho scritto: i più vanno in cerca dello scheletro rivestito di porpora e gli costruiscono intorno basiliche e templi dorati dimenticando la voce dell’angelo che dice: perché cercate fra i morti il vivente? Non è qui, e risorto.

  16. E’ un brano che arriva dritto dentro il cuore, commuove, apre gli occhi più sonnolenti ad un amore vivo, prezioso come i marmi, essenziale come la terra, amore che non si ferma davanti a niente, anzi si offre senza riserve per accogliere e lenire speranze ferite, attraverso una preghiera capace di trasformare un cielo senza stelle in una meraviglia di aurora boreale

  17. quando stai davanti ad una decisione importante per la tua vita,è normale, sempre ti viene per un attimo (o anche per un po’ di più,se hai tempo) il dubbio, il dubbio che viene dalla nostra debbolezza-paura. E’ giusta questa decisione? sarò in grado proseguire questa strada?
    Io invece, sempre,davanti una decisione mi assicuro dalle strade di uscita di emergenza,cosi,per sentirmi più sicura che ho un’altra possibilità

  18. @ Clown

    Grazie di condividere! A me piace, invece, l’occhio con cui cerchi e osservi i fiori tra gli arbusti e i muri….
    Un caro saluto.

  19. C’è tutto proprio tutto in questo excursus che percorre i duemila decisivi che dall’ossimoro del buio accecante ti porta sino alla luce silenziosa che circonda il Galileo il seme ucciso che fa sbocciare nuova vita anzi la resuscita.

  20. Preziose lezioni, righe di inconfutabile verità; è così che proviamo spesso l’insopprimibile bisogno di pubblicare diamanti.
    Ma le emozioni, gli scampoli di vita vissuta nascono altrove, magari tra semi lasciati marcire per errore.

  21. Questo pezzo pieno d’amore e di Cristo mi ha dato la forza di scrivere e di sorridere dentro l’anima.
    Grazie per essere così vero, sei uno scrittore che prima o poi catturerai tutti quelli che ti leggeranno.

    Complimenti e un caro saluto a te, don Fabrizio, e a tutti voi.
    Ernestina.

  22. @Clown

    Non ho l’abitudine di fare mille commenti, mi limito sempre ad uno e di poche, anche se non pochissime, parole, e soprattutto non ho l’abitudine di tirare per le lunghe lunghe discussioni. Ahimé ogni regola ha la sua eccezione, però mi pare più importante, in un blog come questo, aperto e attento all’alterità, quel letame non tirarselo addosso. Per questo lancio un altro diamante (che almeno non sporca, visto che non da tutto il letame nascono fior), e che è anche scampolo di vita: mio padre, quando una discussione si faceva arida e senza via d’uscita mi diceva: chi ha più intelligenza la usi. In sua memoria e in memoria di tutte le volte in cui ho taciuto, taccio e tacerò, ti do ragione e lascio spazio alla riflessione mia e di chi avrà voluto intendere.

  23. @ Federica Carlini

    Grazie per lo scampolo di vita, o testimonianza che dir si voglia. Secondo me si tratta sempre di un arricchimento per tutti.

    Ora, però, immagina se qualcuno intervenisse dicendo che quello che tuo padre ti ha trasmesso è solo un modo di arrendersi, di nascondersi e che tacere non è sempre la cosa più giusta.

    Condivido la considerazione che questo blog non sia una chat, da usare in modo personale come fossimo su face book.

    Condivido che la valenza positiva attribuita al letame valga solo come possibile fonte di vita, in contrapposizione alla sterilità dei diamanti. In generale, è vero invece che questi ultimi, all’esatto contrario del letame, possono essere davvero lucenti. E tali mi sono sempre sembrati i tuoi commenti, importanti e interessanti, non a caso messi spesso in risalto da Don Fabrizio. E’ per questo (ma è un parere assolutamente personale) che sono rimasto così colpito dal tuo intervento 18. Oppure, mi viene da pensare che quella eri proprio tu, spontanea e immediata; e allora sbaglierei io a definire quel commento uno sterile diamante, anziché concime buono per una nuova vita; allora questa discussione, alla fine, sarebbe tutt’altro che arida.

    Condividiamo la passione per il giardinaggio, per la poesia e per lo spirito.

    Condivido il fatto che per una volta, per pura casualità e per quello che vale, possa essere io ad aver ragione.

    Spero di rileggerti presto e sempre più come Federica anziché Fides. Magari, chissà, io smetterò di essere Clown.

  24. Ci sono sensazioni ed emozioni che sono parte viva di noi, che non hanno parole per essere spiegate, rese reali in chi non le vive. Emozioni che sono un eterno presente perché sono il nostro cuore messo a nudo, la parte piu fragile della nostra anima rivelata. Ciò che e’ veramente bello non sono, o meglio, non sono principalmente, le parole messe in ordine nella descrizione ma l’atto di condivisione di qualcosa che per definizione e’ solo ed esclusivamente tuo, un donarsi senza paura di scoprire le viscere con cui si vive la vita, il coraggio del re nudo. Qui e’ la vera bellezza e coglierla e’ una grazia concessa a chi sa riceverla.

  25. Non c’entra nulla con il discorso, ma son ben lieta di aver capito che dietro Fides ci fosse Federica Carlini, poiché mi è capitato di apprezzarne la poesia, proprio su questo blog, e ci tenevo a dirlo… tutto qui.
    Un caro saluto
    Mariacristina

  26. mi scuso per l’assenza di risposte, ma in questi giorni è tutto complicato.
    grazie per i bellissimi commenti, e anche per le discussioni costruttive:
    così il giardino cresce più ricco e rigoglioso.

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