Rasulanne, di Marcello Marciani

Poesia che nessuno può mangiarla più dolce e più furiosa
Appunti di Anna Elisa De Gregorio su Rasulanne di Marcello Marciani, edizioni Cofine 2012, premio Città di Ischitella-Pietro Giannone 2012.

È una maledetta sorpresa quella che per prima ci arriva, come una rasoiata sulla faccia, durante la lettura di Rasulanne (rasoiate), raccolta poetica di Marcello Mariani nella lingua “rasposa” e ben poco accattivante di Lanciano. Per la forza realistica, erotica, carnale, e allo stesso tempo visionaria (al limite dello sragionare) dei versi, la novità dei temi, l’originalità selvaggia dell’uso della lingua. In questo caso il dialetto rappresenta una marcia in più, che apre strapiombi e cieli. Senza limiti. Ci vengono scaraventati addosso suoni di arancio, di rosa, angustie e sangue.

Da dove escono questo umor nero, le unghiate ironiche, gli endecasillabi così perfetti e virili, i giochi di assonanze e rime (pezze, rrazze, rizze, pazze), se lo domanda anche il poeta nel prologo del libro e si risponde: ‹‹Da un foro in petto stanno salendo/ codeste voci strambe dure o lente/ che s’avventano e mozzano il fiato››. Una ferita, un colpo di pistola, viene da pensare. Furore e malinconia sono le due passioni che guidano Marciani, l’unico modo per rispondere all’assurdo e alla finitudine dell’esistere.

Interrogazioni che ci lasciano inquieti fin dalla prima poesia (le scurdunanze de l’attore), parole scritte a voce alta, urlate, che non permettono di restare sordi. Sono le parole dell’Attore-cuntore, che è anche pupo nel teatro di figure create dal poeta. Lui sta costantemente tra lo sprofondo e il sogno, obbligato alla parola.

Sentiamo sotto i piedi la terra che si muove, uno strano fenomeno bradisismico. Come non pensare, leggendo il disperato appello di Patalòcche (rivolto a un tu imprecisato o inesistente) alla poesia di Michele Sovente, vissuto in una terra per eccellenza mossa dal bradisismo del vivere, e che ha usato il dialetto per inviarci messaggi di tramonti e terremoti, fra limoni e cani rabbiosi, fra nuvole e vecchiaia? Infatti per niente rassicuranti sono i quindici monologhi di Marciani (davanti al palcoscenico dove siamo stati catapultati, recitano litanie in prima persona la Spinaventosa, la Budellona, la Dormigliona, il Campanaio…) in un “senza tempo” altrettanto non rassicurante, lontano anni luce dai versi nostalgici o sognanti di un eden pastorale, mai esistito, se non nel desiderio; i personaggi sono sospesi, eterni, hanno una loro grandezza mitica, che va al di là della storia, eppure fanno parte dell’immaginario più banale di un banale paese del centro italia. E allora dov’è l’originalità se non nel ritmo del verso attorcigliato, ansante, nell’uso slacciato da ogni schema delle metafore, nelle frasi senza centro, nella libertà degli atti e dei pensieri a volte blasfemi, a volte tenerissimi, quasi sempre rabbiosi di questi pupi?

Si esce dalla lettura di Rasulanne sbattuti, stravolti, come dopo una catabasi o un naufragio, dove tutte le nostre certezze sono finite in bocca ai pesci, con l’odio per l’acqua che abbiamo ingoiato, salata, eppure estatici; abbiamo fatto un’esperienza estrema, quella dei dervisci roteanti, con tutte le conseguenze “nefaste” che ne derivano, perché ci verrà voglia di scrivere, di mettere la nostra creatività ripulita su un foglio, di “copiare” da noi stessi parole infuocate che avevamo dimenticato. E non ci riusciremo, perché il dono della poesia è solo di pochi “idioti”, di pochi fanciulli…

Volutamente nessun verso in dialetto è stato scelto a esempio della poesia di Marciani, il libro va letto, dobbiamo spiaccicarci addosso le parole, una per una, sporcarci. A malincuore (è un’ingiustizia verso gli altri componimenti) segnaliamo Lu pozze (dove sentiamo dubbòtte, de telefone, o de che?) e La ninnille (dove ci facciamo giocare dall’ambiguità tra il maschile e il femminile).

Ci scompiglia l’anima la poesia di Marciani, che con un lingua “vecchia” fa cose nuove. Dalle ormai strette fessure della lingua scappa via sempre la poesia, si libera, trova parole di meraviglia, facendoci ricordare, ritrovare quella libertà primigenia perduta.

3 pensieri su “Rasulanne, di Marcello Marciani

  1. La recensione è stupenda, coinvolgente ed invoglia a leggere il libro. Un unico appunto in merito alla frase “l’immaginario più banale di un banale paese del centro Italia”: l’immaginario popolare non è mai “banale”, perché si basa su una solida saggezza acquisita dall’esperienza, e Lanciano non è un “banale paese” ma una cittadina di provincia ricca di storia e di cultura. Anzi, invitiamo i lettori a venire a visitarla!
    Valentina

  2. Sono d’accordo col precedente commento e aggiungo qualcosa da vecchia lettrice ed estimatrice di Marcello Marciani, perchè ho letto e riletto “Rasulanne” e ho anche assistito ad alcune performances di Marcello, quando in passato ha interpretato alcuni personaggi che ora sono nel libro. L’immaginario popolare non è banale e tanto meno lo è nella scelta che ne fa Marciani, perché questo poeta individua tre categorie di personaggi, di cui una borderline (il tossico, l’alcolista, il pedofilo, l’anoressica, la bulimica, la mitomane di paese, la masochista), una invece normale o normalizzata (l’attore, la vecchia zia nell’ospizio, il campanaio, il palazzinaro, il malato terminale), e la terza che sconfina nel mito (la dormigliona che si sveglia dopo trent’anni, l’ermafrodito nato, non cioè il transessuale operato): figure tutt’altro che banali ma non solo perché, come scrive giustamente la De Gregorio, l’originalità sta “nel ritmo del verso attorcigliato, ansante, nell’uso slacciato da ogni schema delle metafore, ecc” , ma perché già nella scelta di queste figure l’autore compie un atto di ideologia poetica, una trasgressione tematica nei confronti di tanta poesia dialettale corrente e “banale”. La recensione è molto bella e mi ha fatto piacere che finalmente questa poesia cruda e sofferta, spesso non capita, venga analizzata come merita, con competenza e condivisione. Soltanto noto un pizzico di superficialità e di contraddizione ( l’autrice all’inizio parla della “novità dei temi”) nel definire banali un immaginario e un paese che non mi pare lo siano.

    Silvana

  3. Ringrazio le due gentili partecipanti al dibattito, fra cui una carissima amica, per la foga dimostrata nella difesa di certi valori e della mia ricerca, ma l’autrice non intendeva denigrare né l’immaginario popolare né Lanciano, ma soltanto evidenziare uno stereotipo di base, contestato implicitamente dalla mia scrittura. Anna Elisa De Gregorio è bravissima e mi sento un po’ imbarazzato con lei se queste appassionate riserve hanno trascinato il discorso in un’area locale e individuale che non era sua intenzione trattare.
    Marcello Marciani

Lascia un Commento

Fill in your details below or click an icon to log in:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...