Era una città di freddo. I muri, le strade, i binari del tram, gli interstizi sbilenchi che si piegavano sulla superficie dei marciapiedi, le teste dei passanti, perfino le ali dei colombi in bilico sui cornicioni: tutto era abitato da un freddo bianco e truce. Lo scrittore (ma forse era un poeta, oppure un portalettere) decise di parlarne, di dare corpo a questo gelo affidandolo a qualche decorosa parola. Ma si trattava di uno scrittore (o, lo ripetiamo, di un poeta, o di un postino) molto pigro, abituato a disperdere le energie in lunghi periodi di stasi. Inutile dire che la stasi è una malattia di cui i poeti vanno piuttosto fieri, anche se produce effetti collaterali piuttosto sgradevoli, come ad esempio (in realtà soprattutto nel caso dei portalettere) il ritardo nella consegna delle raccomandate. Lo scrittore della città di freddo, però, non disponeva di pacchi da recapitare, e almeno da questo punto di vista aveva la coscienza a posto. La pigrizia, comunque, lo tenne fermo per tutto l’inverno, e per buona parte della primavera, cosicché arrivò a trovare le forze per mettersi finalmente a scrivere quando il ghiaccio si era ormai sciolto da un pezzo, sostituito dal caldo opprimente che da alcune settimane andava sbraitando grazie all’agosto più afoso del secolo (secondo alcuni, del millennio). Continua a leggere→