Il prete in rete sceglie la poesia

di Patrizio J. Macci
centofanti
Un sacerdote laureato in lettere che dirige una parrocchia che è un fortino nella periferia romana, e appena ha uno spiraglio nelle sue giornate infinite di tempo rivolto al prossimo anima un blog dove si parla di libri e di cultura. Nel suo profilo di facebook ha una foto di presentazione “pasoliniana” in bianco e nero, con i capelli ribelli e lo sguardo altrove.
Sembra un ragazzo che ha appena terminato una partita di calcio in un campetto sterrato nella polverosa periferia romana, oppure il protagonista di un gangster movie con Tomas Milian alias “er Monnezza”, dove lui è il poliziotto buono in prima linea che consuma le strade con le suole delle scarpe, sempre in prima linea contro il crimine. Si chiama Don Fabrizio Centofanti ed è il parroco di S. Carlo da Sezze. Tra il verde dei quartieri residenziali dell’Axa e Casal Palocco c’è una striscia di terra che trent’anni fa era ai confini della realtà, anzi hic sunt leones. Ora ci sono case, villette e palazzi. Il parroco era Don Mario Torregrossa passato alle cronache per l’attentato incendiario che lo sfigurò nel 1996. Don Fabrizio ha raccolto la sua eredità, ma appena può sfodera il suo iPad e anima il blog “la poesia e lo spirito” dove polemizza con scrittori, editori e addetti ai lavori. I fedeli lo chiamano “don Internet” oppure “Il prete con l’iPad”. Abbiamo faticato non poco per farci ricevere, quando è in parrocchia c’è letteralmente la fila per parlare con lui.

Lei è autore ha scritto diversi volumi di argomento letterario, anima un blog dove discute con “normalisti” e scrittori. Ma che razza di prete è? Come fa a coniugare in ministero sacerdotale con la letteratura e la rete? Continua a leggere

Yehoshua

di Riccardo Ferrazzi
Gerusalemme via dolorosa
Leggere queste pagine mi ha fatto tornare con la memoria a Gerusalemme. Ci andai molti anni fa, quando ero più giovane e in una diversa disposizione di spirito. Ci andai quasi per caso, perché mi trovavo per lavoro a Tel Aviv e di sabato non avevo niente da fare. Non ci andai con lo spirito del pellegrino, ma con l’animo poco devoto di un trentacinquenne in carriera, che ha in testa cose concrete e a Gerusalemme cerca l’arte, la storia, le basi della sua cultura, più che della sua religione.
Fu un’esperienza strana, e leggo nel romanzo di Fabrizio che tanta stranezza deve aver toccato anche lui. Dal punto di vista urbanistico la città è dominata dalle due moschee di Omar e di Al Aqsa. Il Muro del Pianto è lì a ridosso e sembra che sgomiti per farsi vedere ma, distrutto com’è, non ha l’impatto visivo delle due moschee. La via Dolorosa è un budello percorrendo il quale bisogna concentrarsi e mettercela tutta per trovare qualcosa che risvegli l’emozione della tragedia di Gesù. In mezzo a turisti di tutto il mondo, che non si capisce bene cosa stiano cercando (come me: anch’io non lo sapevo), nel caldo torrido sfilavano gli ebrei ortodossi askenaziti, sudati e puzzolenti nei loro abiti pesanti e incongrui, con in testa un cappellone di pelo; e le vie erano piene di arabi dall’aria incazzata. Non ho mai visto una città araba in cui gli abitanti avessero facce così perennemente incazzate.
In mezzo a questa folla, circondato da queste facce, salivo per la via Dolorosa e pensavo di essere un mostro: perché non mi concentravo sul dolore di un uomo picchiato a sangue con trentanove frustate e costretto a portare in spalla lo strumento della sua morte? Non ci riuscivo: ciò che mi circondava era così assurdo! Continua a leggere

Campagna

di Antonio Sparzani
delta del Po
Ma allora è vero che la pace della campagna eccetera eccetera, sì, purché non sia quella cosiddetta campagna che si stende sopra il tuo San Bruno, che non è piana per niente ma tutta balze e collinette, che non ti lasciano mai camminare tranquilla pensando ai casi tuoi, e allora quale campagna intendi tu Cris, che non ne avrai camminate molte ancora di campagne, eh sì, però quella del Delta me la ricordo bene quando camminavamo assieme, che fu anche la prima volta che mi desti la mano, o forse te la lasciasti prendere, così senza parere tanto per non perdersi, sì cara, ma uno sguardo passò nell’aria, quell’aria umida che saliva dai fossi, ma quali fossi, Fiorino, non ti ricordi che erano i canali del delta del grande fiume che attraversa tutta la testa dell’Italia e che lì finalmente si sdilinquisce come disintegrandosi quasi a perdere la propria identità prima di morire, che poi morire proprio non è, è che si allarga nel grande mare, e si mescola con chissà quanti altri diversi da lui, ma ormai tutti uguali. Continua a leggere

Stelle, di Fabrizio Centofanti

di Elisabetta Bordieri

da qui

Quando pochi mesi fa ho incontrato Fabrizio a Roma, nel porgermi il libro mi ha detto “guarda che è un libro difficile”. Che strana definizione, ho pensato, detta poi dall’autore stesso suonava ancora più misteriosa. Così mi sono catapultata dentro le pagine a cercare di dipanare il filo con cui il don (senza volerlo?) mi aveva aggrovigliato. Ed è stato come bere un buon vino d’annata. L’ho fatto respirare, l’ho versato con delicatezza in un bicchiere accogliente, l’ho girato e scaldato con la mano, l’ho annusato e respirato fino in fondo, l’ho assaporato e ascoltato i profumi che emanava. Continua a leggere

Piede in fallo

di Antonio Sparzani
valdaveto

Certo che bisogna affrontare un vero viaggio per venire a trovare gli amici in questa valletta appartata e silenziosa, un po’ isolata dal resto del mondo, bisogna proprio venirci apposta a scovare qualcuno, non ci si può passare per caso, oh, ciao, passavo di qua e così son venuto a farti una visita, non si può ‘passare di qua’, tra pochissimo la strada finisce, ma cosa sono tutti quei segnali bianchi disposti regolarmente nei campi, ah, sono i tubi shelter per riparare i giovani alberi da frutto dai morsi di volpi e roditori, che potrebbero danneggiarne il tronco ancora tenero, invece su per di là dove si arriva, ma non lo so, forse in un’altra frazione di Grottanello, carina Grottanello, nella piazza c’è un bar, di quelli proprio di paesotto, tutti uguali sono, o quasi, ognuno però ha una sua personalità, questo qui per esempio è molto luminoso, ha i tavolini, mi fa un tè caldo, per favore, senza limone mi raccomando, certo signore, e anche una briosce, questa qui ha la marmellata, no, guardi quell’altra senza lo zucchero sopra, ma, scusi il tè lo vuole col limone, vero, no, veramente preferisco di no, le spiace se mi siedo qui a leggere il giornale, mancherebbe, mancherebbe, si sieda dove vuole Continua a leggere

Stelle, di Fabrizio Centofanti

Stelle

di Riccardo Ferrazzi

Edito da Effatà, esce l’ultimo libro di Fabrizio Centofanti. È qualcosa di notevole nel panorama della letteratura italiana contemporanea. Notevole perché unico. Dal punto di vista tecnico può forse essere accostato al flusso di coscienza alla maniera di Javier Marias; ma, al di là degli schemi narrativi canonici, Stelle non è uno di quei facili romanzetti che ingombrano i banchi delle librerie. Costringe a pensare, anche a costo di allontanarsi dal testo, anche perché dipanare le vicende che intrecciano i molti personaggi potrebbe perfino smorzare l’impressione, l’impatto della lettura, che riporta in vita le atmosfere di eccesso romantico dello Streben e dello Sturm und Drang. Continua a leggere

Un racconto è come l’acqua . . .

di Antonio Sparzani

Nel XIII secolo della nostra era, mentre la letteratura in Italia era al suo sorgere, con la scuola siciliana e gli altri poeti e trovatori ― Dante nasce nel 1265, nel lontano Afganistan, o nel contiguo Tagikistan, poco importa, allora era tutto Persia, dove le meraviglie della civiltà europea non erano ancora fortunatamente giunte a portare legge e ordine, nasceva e fioriva uno straordinario poeta, fondatore, tra l’altro della setta dei dervisci rotanti e mistico sufi, Jalāl ad-Dīn Muḥammad Rūmī, il nome ha alcune varianti, si veda ad esempio qui; spesso citato semplicemente come Rumi, soprannome la cui origine deriva dall’avere egli per un certo periodo soggiornato in una regione che era stata una volta parte dell’impero romano d’oriente.
Il volume: Paul K. Feyerabend, La conquista dell’abbondanza (Raffaello Cortina, Milano 2002), che tra parentesi considero tra le più istruttive e ricche letture di questi ultimi decenni, porta una prefazione scritta da Grazia Borrini Feyerabend, ultima moglie del filosofo scomparso nel 1994, prefazione molto bella e intensa, che si conclude citando questa poesia appunto di Rumi, tradotta in italiano dalla stessa Grazia Borrini; una traduzione inglese di Coleman Barks è in: The Essential Rumi, Harper, San Francisco, New York 1995. Mi è parsa così bella che ho voluto condividerla con voi tutti:

Un racconto è come l’acqua
che riscaldi per il bagno. Continua a leggere

Cirano sempre

da qui.
Questo di Guccini mi sembra un buon commento, nel senso migliore del termine, al testo di Edmond Rostand, che in originale potete trovare qui, e che vi riporto nella traduzione di Mario Giobbe (Mondadori 1985). Il Cyrano è stato rappresentato per la prima volta, con enorme successo, al Théâtre de la Porte Saint Martin, a Parigi, il 28 dicembre 1897. È interessante notare che non solo nel testo di Guccini vi sono allusioni ai tempi nostri, ma anche nel testo di Rostand, ancorché ovviamente non volute, e quindi più interessanti.
(Il testo di Guccini, ad esempio, qui.)

Edmond Rostand
CIRANO DI BERGERAC, atto II, scena VIII
. . . . .
Cirano:
. . . . . Orsù che dovrei fare?…
Cercarmi un protettore, eleggermi un signore, Continua a leggere

Facevamo servizio pubblico

di Gianni Montieri

Fu strano per un ragazzo di ventiquattro anni arrivare dalla provincia di Napoli a Milano. Arrivarci in gennaio con la nebbia, il freddo e tutti gli stereotipi piazzati lì davanti agli occhi e ai giacconi mai abbastanza pesanti. Era il 1996. L’anno, per me, delle prime sciarpe, la prima volta dei guanti. Arrivai il sabato e il lunedì si cominciava, in Comune. Un ente gigante e gigantesco, ventimila dipendenti, allora. Oscillavo tra paura del nuovo, contentezza per averla scampata e voglia di dimostrare che noi del Sud lavoravamo e che non era vero ciò che si diceva. Ma poi realmente cosa si diceva? A dirla tutta non l’ho mai saputo. I primi mesi furono strani: uffici e archivi troppo grandi e sporchi, computer che non arrivavano, colleghi che non ti parlavano. La confidenza da non dare a uno col contratto al termine e, per giunta, terrone. ‘Na munnezza. Una cosa mi piacque da quasi subito: i colleghi più anziani. Quelli che del lavoro in Comune, del “servizio per il pubblico”, ne avevano fatto una ragione di vita. Una morale. Arrivavano con le scartoffie in mano, con la loro pratica da farti inserire nel database, e dicevano frasi così: Ragazzo, ricorda che noi dobbiamo delle risposte alle persone, e quelle risposte gliele dobbiamo, che i computer ci siano o no, che le fotocopiatrici funzionino o meno. Quello che mi ha insegnato tutto si chiama Antonio Continua a leggere

Biblioteche

di Antonio Sparzani

Quand’ero ragazzetto, neolaureato di belle speranze ‒ allora forse migliori di adesso, dati i mestieri che un neolaureato che voglia sopravvivere è oggi forzato ad accettare ‒ e cominciavo ad aggirarmi per Milano, dov’ero giunto fresco fresco da Pavia, cominciai ad andare “in Sormani”, che sarebbe la biblioteca comunale di Milano, (Biblioteca Centrale, ospitata a palazzo Sormani, che fa parte del notevole servizio biblioteche del comune di Milano): l’ufficio prestiti ‒ schedari ovviamente solo cartacei, schedine da far passare pazientemente sotto le dita, problemi vari di ordine alfabetico ‒ era come ora al secondo piano ed era governato da un signore burbero e scorbutico come non mai che sembrava ti facesse una concessione speciale nel prestarti un libro, dopo beninteso che si erano esibiti documenti e garanzie a tutta prova. Del tutto diverso, lo dico subito a scanso di equivoci, quel che accade ora, personale ottimo: gentile, collaborativo, competente. Ma questa difficoltà umana che a quei tempi ti costringeva ad un piccolo sforzo psicologico se proprio volevi un libro, contribuiva in qualche modo a creare un’atmosfera di sacralità mista a una sorta di irraggiungibile lontananza; pessimo, direte voi, e sono ovviamente d’accordo, era però una molla che ti faceva desiderare fortemente un libro, e una volta conquistatolo, a usarlo nel miglior modo possibile.

La prima volta che andai negli Stati Uniti — inizio anni ’70 — con una borsa di studio di un anno per una qualche fisica ricerca, capitai non in una grande e famosa università, ma alla Rutgers University, sperduta in un campus del New Jersey, vicino a New Brunswick; la prima volta che entrai nella biblioteca del campus credevo di sognare: un salone a pianterreno enorme e tutto a vetrate, varie decine di comode poltrone, scaffali aperti, apertura ventiquattr’ore, roba da portarsi lì il cartoccio del pastrami, con un buon pane di segale e stare indefinitamente stravaccato a leggere e guardare i prati dai finestroni. Chi mi conosce sa quanto poco io ami gli USA, soprattutto dopo esserci stato per un anno, ma quello delle biblioteche, lo ammetto, era un servizio impagabile.

Adesso il non illuminato governo di questo disgraziato paese Continua a leggere

Tranströmer, dal silenzio dell’estate groenlandese

[ovvero «i grandi riconoscono i grandi»: Claudio Magris scriveva questa presentazione dell'attuale premio Nobel per la letteratura il 28 gennaio 2004 sul Corriere della Sera. Eccola a voi. a.s.]

di Claudio Magris

La morte di Virgilio, il capolavoro di Hermann Broch, si conclude, dopo cinquecento pagine di monologo interiore del poeta agonizzante, con una parola che non si può dire perché è «al di là del linguaggio». La più grande letteratura moderna e contemporanea, come ha scritto George Steiner, si confronta col silenzio e spesso nasce dal silenzio; è una parola che si sporge sul ciglio dell’ indicibile, talora inabissandosi in queste tenebre come Euridice che Orfeo non riesce a riportare alla luce e talora strappando a questo tacere un estremo frammento di vita. Nulla che risucchia ogni espressione o grembo da cui nasce la creazione, il silenzio è talora pure il rifiuto della comunicazione falsa e alienata, la lotta contro la violenza della menzogna, la resistenza al disumano. Il cammino verso la terra promessa della poesia passa, per i contemporanei, attraverso il deserto del silenzio. Tomas Tranströmer è una di queste voci orfiche di una poesia estorta all’ineffabile, Continua a leggere

la poesia di gianni montieri

di Antonio Sparzani

sono stato l’altra sera al circolo Cerizza, via Meucci 2, a Milano, ad ascoltare, come tutti i mercoledì, una lettura di poesia. Stavolta era Gianni Montieri che leggeva sue composizioni vecchie e nuove, per cui ci sono andato con buone aspettative e con piacere, dato che, oltre a conoscere il personaggio, l’avevo già ascoltato una volta precedente (vedi qui ) e già mi era molto piaciuto.
Gianni mescola nella sua poesia le cose che sono già mescolate nella vita, così che la lirica della vita quotidiana sta assieme alla poesia cosiddetta civile: aggettivo un po’ infelice perché potrebbe far pensare che l’altra poesia sia incivile, mentre invece allude a un’attenzione particolare agli avvenimenti che ci stanno intorno, in questa società nella quale siamo volenti o nolenti immersi ogni giorno. È una di queste poesie che mi ha colpito particolarmente l’altra sera, una breve, dedicata a Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò, Giuseppe Demasi, i sette operai morti nel tragico incidente avvenuto nello stabilimento di Torino dell’acciaieria ThyssenKrupp nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007 ‒ incidente sul quale peraltro si è finalmente espressa la seconda corte d’assise di Torino da poco più di un mese. Eccovela:

AVREI VOLUTO

Io poi
avrei voluto scrivere qualcosa
sui ragazzi di Torino
saper descrivere le facce

essere dentro le parole
fra i rumori delle macchine: Continua a leggere

primo maggio

di Antonio Sparzani

Oggi è il primo maggio del duemilaundici e non mi piace quello che ho visto e che vedo intorno a me. Adesso vi faccio l’elenco, così magari mi confortate.

1. Questa mattina sono andato alla “grande tradizionale manifestazione” del primo maggio per le vie di Milano. Eravamo pochi e il corteo, partito, come da manuale, dai bastioni di Porta Venezia, ha percorso corso Venezia, ma poi, invece di percorrere corso Vittorio Emanuele per sfociare in piazza Duomo, quando è arrivato in piazza San Babila ha girato a destra in corso Matteotti arrivando così in piazza Scala dove ci sono stati i comizi. Non riempivamo neppure piazza Scala, e i comizi erano sottotono. Perché non siamo andati in Duomo? La domanda ci porta al punto seguente.

2. In piazza Duomo ‒ come ho poi visto al telegiornale della Lombardia delle 14.00, ci stava lo schermo gigante supertecnologico che trasmetteva in diretta da piazza San Pietro in Roma la cerimonia di beatificazione di Karol Wojtyła, in arte papa Giovanni Paolo II. Bisogna dire che questo Benedetto papa, attualmente regnante, sta imparando rapidamente la lezione del suo beatificato predecessore, la scelta della data della cerimonia di beatificazione è straordinaria, degna di lui: il primo maggio, una data del tutto casuale, una domenica come tante, complice la combinazione astrale che ha voluto che nel 2011 il primo maggio cadesse (si noti il non casuale verbo) di domenica. Continua a leggere

Non superare le dosi consigliate

E’ uscito il nuovo libro di Fabrizio Centofanti: Non superare le dosi consigliate, Effatà editrice. Vi offro qui la prefazione di Giuseppe Panella, che mi pare particolarmente azzeccata. a.s.]

DI CERTE COSE CHE SI DICONO MEGLIO IN PROSA
Le “dosi letterarie” di Fabrizio Centofanti
«Ho smesso di investire ma non mi sono spretato: scrivo sempre. Che c’è da fare di diverso? Nulla dies sine linea. E’ la mia abitudine, e poi è il mio mestiere. Per molto tempo ho preso la penna per una spada: ora conosco la nostra impotenza. Non importa: faccio, farò dei libri. Ce n’è bisogno; e serve, malgrado tutto. La cultura non salva niente né nessuno, non giustifica. Ma è un prodotto dell’uomo: egli vi si proietta, vi si riconosce; questo specchio critico è il solo ad offrirgli la sua immagine»
(Jean-Paul Sartre, Le parole)

1. Pagine del libro della vita
Quasi ogni giorno, oberato o no che sia di lavoro fisico e mentale, affaticato oppure assonnato, sia che riposi nella calma di una pausa strappata alla sua vita frenetica o sia pur sempre preso dalla fretta dell’esistenza materiale e in preda alle animose necessità della vita quotidiana e della sua opera pastorale, Fabrizio Centofanti trova il tempo di scrivere una pagina di meditazione attenta e sofferta sul mondo e sulle sue vicende liete e/o avverse. Sono dosi brevi ma corpose e spesso aspre di “medicina letteraria”. Sono pagine per la vita e parole in attesa di qualcosa di meglio e di più consolante rispetto alle fragorose e temibili vicende scandite dal tempo dell’oggi. Continua a leggere

Il dotto e l’artista

di Antonio Sparzani

Una curiosa appendice a questo post dell’agosto scorso, mi offre l’occasione per riportare alla luce una riflessione di Gottfried Benn (1886 – 1956) sulla poesia e, in particolare, su differenze e relazioni tra la figura del dotto, l’intellettuale, e quella dell’artista. Il 21 agosto 1951 Benn tenne una conferenza all’università di Marburg sul tema “Problemi della lirica” (Probleme der Lyrik), il cui testo fu nello stesso anno pubblicato dalla Limes Verlag di Wiesbaden. Ora è contenuto nel primo volume delle opere di Benn (Gesammelte Werke in vier Bänden, hrg. Dieter Wellershoff, Limes Verlag, Wiesbaden 1960). In questa conferenza, Benn si occupa della figura del lirico, l’«io lirico», sottolineando le differenze tra il dotto e l’artista. En passant ci confida una circostanza abbastanza stupefacente sulla stesura di Welle der Nacht, per quanto riguarda la sua “data di composizione”. Ascoltiamolo (la traduzione dal tedesco, non perfetta, a mio parere, è di Luciano Zagari, dal volume Gottfried Benn, Saggi, Garzanti, Milano 1963, pp. 231‒233):

« … … Ora dobbiamo guardare negli occhi colui che dà luogo a tutto ciò, l’Io lirico direttamente, en face e in condizioni di assoluto rigore. Di che natura sono questi lirici, psicologicamente, sociologicamente, come fenomeno? Prima di tutto, contrariamente all’opinione comune, non sono dei sognatori, gli altri possono sognare, loro sono utilizzatori di sogni, persino i sogni debbono in definitiva portarli alla parola. Propriamente non sono neanche degli uomini spirituali, degli esteti, l’arte la fanno, cioè essi hanno bisogno di un cervello duro, massiccio, un cervello con denti incisivi, capace di frantumare le resistenze, anche quelle loro proprie. Continua a leggere

I SONNAMBULI sono tornati

di Antonio Sparzani

Di quel filone di letteratura mitteleuropea che irruppe nelle nostre librerie negli anni settanta del secolo scorso, molti sono gli autori noti e variamente letti, da Mann a Musil, da Joseph Roth a Schnitzler, da von Doderer a Canetti. Ma il nome di Hermann Broch (Vienna 1886 – New Haven 1951), malgrado la pubblicazione da parte di Einaudi de i Sonnambuli già nel 1960, non ebbe affatto risonanza, e sostanzialmente rimase nell’ombra degli esperti di germanistica. E sì che Elias Canetti, nel discorso di accettazione del premio Nobel per la letteratura, attribuitogli nel 1981, parlò di Broch come di colui che avrebbe, se fosse stato ancora vivente, meritato più di lui il premio, e a Broch dedicò molte affettuose pagine nel Gioco degli Occhi, terzo volume della sua autobiografia.

Da quando, ormai vari anni fa, qualcuno mi mise sulla traccia di questo autore così fuori dai percorsi letterari più usuali, non ho smesso di leggere i suoi scritti e di ripensare di quando in quando al suo peculiare modo di concepire e affrontare la letteratura. La prima lettura che si offre di lui è la prima opera che scrisse non appena, nel 1927, a 41 anni, smise di fare l’ingegnere tessile, professione cui era stato naturalmente avviato dal padre e dalla sua impresa, e decise di dedicarsi alla scrittura e alla conoscenza del mondo. Die Schlafwandler, appunto, letteralmente i camminatori nel sonno, ovvero i sonnambuli, da tempo esaurita e ripubblicata oggi con grande cura editoriale da Mimesis ad inaugurare la nuova collana di letteratura, diretta da Massimo Rizzante.
Su questo blog ho già pubblicato un intenso e raffinato dialogo d’amore tratto dal primo volume Continua a leggere

Biagio Cepollaro, la materia delle parole (opere 2008-2010)

Inaugurazione giovedì 20 Gennaio ore 18.30
Via Pastrengo 15, Milano (MI)

fino al 5 febbraio 2011

GALLERIA OSTRAKON, Via Pastrengo 15 – 22100 Milano, tel. 3312565640, mail: dorino.iemmi@fastwebnet.it
Orari: da Martedì a Sabato ore 15.30 – 19.30

Dal Catalogo: La ritmica di Biagio Cepollaro, di Elisabetta Longari

Se la poesia è principalmente questione di ritmo, anche per lo sguardo, come tra i primi ha indicato Mallarmé, allora questa pittura di Cepollaro non è che la forma che la sua poesia ha assunto attualmente. Sulle superfici galleggiano isole di testo come fogli o timbri, mentre “viaggiano” parole ridotte a tracce di energia di un corpo che respira sente scrive; ma sono soprattutto le pause che ne scandiscono il senso come il montaggio in un film. La poesia, la scrittura e le parole, allontanatesi dal problema del significato, portano nel corpo di ciò che costituzionalmente sono (e che la semiotica ci ha insegnato a designare come significante) una meteorologia irta di aperture e collassi. I colori svolgono comunque una parte considerevole, sprigionando effetti stranianti: anche se vicini ai primari, sono colori “scomodi”, non pacificati, a volte perfino sulla soglia dello stridore. Continua a leggere

la guerra sottile

di Antonio Sparzani

«Quis fuit, horrendos primus qui protulit enses?
Quam ferus et vere ferreus ille fuit!
»
(Albio Tibullo [I° sec. a. C.], Elegie, I, X, 1-2)

Forse lo fanno anche gli scienziati, che da nessun peccato sono, né mai furono, immuni, quello di piegare una teoria ‒ ancorché resistente alle pieghe ‒ fino a forzarla a coincidere con una realtà sperimentale ormai consolidata che non si vuol perdere e che soprattutto non si può perdere; perché madre natura non si cura delle leggi che gli uomini le affibbiano o le dicono di seguire, ella procede imperterrita per strade sue; e allora qualche volta, se si ha già lì pronta una teoria tanto bella che spiacerebbe abbandonarla, si cerca di adattarla in ogni modo e con ogni sforzo fino a farle dire esattamente quel che madre natura fa.

Persino Edgar Allan Poe, nella Lettera rubata, menziona una simile diffusa procedura, usando la metafora del letto di Procuste ‒ letteralmente «lo stiratore» ‒ colui che stira, o stiracchia, o taglia pur di adattare qualcosa a qualcos’altro.
Sì, forse l’adottano anche gli scienziati questa pratica che rientra nella grande favola tomistica della adaequatio rei et intellectus, la formula magica della verità, ma certo i politici vi sguazzano a piedi e mani unite. Sottili e non sottili. Uno straordinario esempio ci è stato offerto sul Sole24ore del 17 ottobre scorso da colui che venne spesso indicato come il dottor sottile, forse per la sottigliezza del suo profilo, o forse pensando all’etimologia di sottile, che deriva dall’arte dei tessitori, subtilis da sub-t(el)-ilis, i fili sotto la tela sono i più fini, perché è proprio una tela quella che tesse questo ex presidente del consiglio dei ministri della nostra sfortunata repubblica, voglio naturalmente dire l’onorevole professor Giuliano Amato, nomen non omen, si direbbe in questo caso. Purtroppo lo stesso discorso è stato concisamente ma chiaramente ripreso e con forza ribadito dal Capo dello Stato nel suo discorso commemorativo della vittoria nella prima guerra mondiale il 4 novembre scorso (ma per quanto ancora dovremo commemorare questa data di 92 anni fa?). Continua a leggere

La poesia di Marco Aragno

di Antonio Sparzani

Con l’impervio titolo Zugunruhe Marco Aragno, giovane ventiquattrenne napoletano pubblica con Lietocolle (collana Erato, € 10,00, prefazione di Franca Mancinelli) il suo primo volume di poesie, raccolte in cinque brevi sezioni, Millimetri luce, Zugunruhe, Illusioni notturne, Distanze e Ipocentri. Zugunruhe letteralmente vale inquietudine del muoversi, ansia di spostarsi, ma il movimento cui il titolo complessivo allude è quasi sempre sotterraneo; quella di Marco è una poesia in superficie quieta, che cela la sua ansia e la sua spinta al movimento in accenni discreti. Perfino l’ansia contenuta nel titolo è nascosta dalla parola tedesca.

Non invecchia nel sonno
il pensiero di venirti a cercare,
Stanotte la strada è bufera:
prima del giorno, qui non finirà.
Ma se a inizio mattino
il rosso del melograno riaffiora
al portone della tua casa
saprai quali convogli dal confine
trasalivano le ronde notturne
quali tracce ostinavano
il cacciatore ai bordi del buio.

Non grida il trattenuto verso di Marco, non insegue disperatamente, non esplode di gioie irrefrenabili. Ognuna delle cinque sezioni è aperta da un esergo proveniente da fonti saldamente classiche, ancorché eterogenee, Luzi, Ungaretti, Sereni, Montale, Paul Celan Continua a leggere