Lpels è un blog collettivo di letteratura e società, democratico, aperto, progressista, sensibile a ogni istanza di rinnovamento culturale, sociale, economico e politico; come tale intende presentarsi all'esterno. La redazione si propone, in questo senso, di vigilare affinché i contenuti non presentino derive reazionarie e integraliste, il tutto nel massimo rispetto della persona e dell'alterità, in un'accoglienza della diversità che non degeneri mai in complicità, acquiescenza o qualunquismo. Con questi criteri, aspira a essere una presenza efficace nel panorama culturale italiano e possibilmente uno strumento di cambiamento e di trasformazione delle strutture di potere, spesso ingiuste e indegne dei valori umani in cui la persona si riconosce in ogni spazio e in ogni tempo, al di là di fedi, credenze e tessere politiche.
C’è bisogno di coraggio per vedere questo film, ma è necessario trovarlo.
Pensavo di sapere quasi tutto sul G8 di Genova del 2001, ma invece no: non abbastanza. Perché sapere non è vedere. Non sapevo o non contenevo tutto questo dolore, questo sangue, questo abuso, questa crudeltà, questa disumanità, questa carne che implora inutilmente pietà a quella follia aguzzina che sa come violentare senza arrivare a uccidere, per non essere incriminata; follia che è (dentro) il nostro Stato.
Più che mai: i colpevoli della Diaz e di Bolzaneto non solo non sono stati sospesi dal servizio ma sono stati per lo più promossi. E sono ancora tra noi, per strada, con una divisa addosso, con il tricolore cucito sulla giubba. Per difenderci.
Sì, questa recensione non è asettica ma di parte, perché il film lo merita, anzi: lo reclama, lo esige. Perché se esci dal cinema senza sentirti le ossa incrinate, i muscoli pesti, gli occhi gonfi, la mente confusa e intontita allora Vicari ha fallito. Ma non fallisce, perché in sala all’accensione delle luci c’è solo silenzio livido, musi di gesso e mani tremanti a cercare i giubbotti.
Ma il cinema non è solo contenuti e alla fine quel che conta veramente, come diceva Kieslowski, è dove metti la macchina da presa. Quindi diciamolo senza esitazioni: questa è una pellicola che ha davvero la bellezza di un grande film. Inquadrature e movimenti di macchina perfetti, necessari, inosservabili, asciutti, con un grande Gherardo Gossi alla fotografia; sceneggiatura senza sbavature, flashback e flashforward che tessono suspense, effetti visivi misurati e naturali, che danno quel senso di realtà quasi fisica e olfattiva che permette di calarsi nella situazione come in un documentario, con tutti i pregi di un documentario; un montaggio preciso e teso, sottolineato dalla musica asciutta e efficace di Theo Teardo.
In conclusione, pur rispettando alcuni passaggi della critica scritta da Agnoletto sul Manifesto, è ingeneroso soffermarsi sulle supposte omissioni di questa pellicola: che un film del genere sia stato prodotto in Italia (e senza i soldi di Rai e Mediaset) e spinto così tanto nelle sale è già un miracolo. Lasciamo che il dibattito prosegua altrove, l’importante è che sia ricominciato dopo anni troppo silenziosi, senza neanche una commissione di inchiesta. E soprattutto lasciamo che sia il pubblico a dire la sua, a cominciare dalla vittoria ex aequo del Premio del pubblico all’ultimo Festival di Berlino, dove il film era presentato fuori concorso.
Riporto qui la versione completa di un saggio di Caterina Pardisu cinque grandi film del recente passato imperniato sul tema della televisione e della comunicazione. I cinque film sono stati oggetto di separati post sul blog Postpopuli.it.
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Caterina Pardi
“Cinema e televisione — cinque film a confronto:
Quinto Potere, Oltre il giardino, Assassini nati, Da morire,
Good Night. And good luck.“
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La televisione senza etica: Quinto Potere di S. Lumet
Dopo essere stato licenziato dalla rete Ubs a causa del crollo di ascolti del suo editoriale, il presentatore televisivo Howard Beale (Peter Finch) dichiara davanti alle telecamere di volersi suicidare in diretta. Leggi il seguito di questo post »
1. Le lacrime del vecchio Olmi.
Ermanno Olmi è il poeta solitario del cinema italiano , il poeta dell’anima, uno che ha cercato, da sempre , con assiduità e dedizione, di capire il senso della vita e il cuore dell’uomo, come il francese Bresson, il polacco Kieslowski, lo svedese Bergman, il russo Tarkovski. E’ ormai un uomo anziano , un vecchio poeta , e – come si sa – i vecchi piangono più facilmente. Anche i poeti “non fanno che piangere” . Ed io ricordo una scena televisiva , un fotogramma , una lacrima di tenera commozione sgorgare sul suo bel volto roseo e luminoso , da nordico montanaro . Il fatto, l’evento imprevisto si consumò qualche anno fa, in diretta, durante un’intervista di Giuliano Ferrara, che rimase un poco imbarazzato, “spiazzato” , da quell’improvviso scoppio di commozione del Grande Regista bergamasco mentre parlava dei suoi genitori ( il padre ferroviere, che , vittima della seconda guerra mondiale , lo lasciò presto orfano,e la madre , santa tre volte per la forza di volontà il coraggio la fede che hanno tutte le madri nel tirare avanti ,spesso da sole , la loro prole) , che gli avevano dato il bene più prezioso che possa esistere, la “vita” , e lo avevano fatto compiendo un atto “d’amore”. Olmi non seppe trattenere il classico groppo in gola , e poi le lacrime , che sgorgarono copiose sulle sue gote d’anziano fanciullo , come il pianto della vite che dal tralcio zampilla a goccia a goccia , linfa vitale , nelle immagini del suo ultimo film-documentario , “Le rupi del vino”, in cui si narra la storia eroica della viticoltura “terrazzata” che si pratica in Valtellina , patrimonio dell’Umanità, e dell’incantesimo della natura, della tenerezza e verità della poesia che riesce ad esprimere la natura, della sacralità della natura , del senso panico, il mistero, il fascino, la creaturalità della natura , che è “buona agli occhi di Dio”, che è la “strada giusta” per una possibile riconciliazione dell’uomo con il creato. Leggi il seguito di questo post »
Non è facile parlare di un film muto senza avere l’impressione d’essere a fargli un torto. Verrebbe piuttosto voglia d’usare le braccia e i fianchi, di battersi le mani sulle cosce, scambiandosi occhiate come a dire ‘ecco qualcosa da andare a vedere, da andare a vedere al Cinema, nel silenzio degli sguardi di chi ci sta attorno.’ Ma soprattutto verrebbe voglia di riuscire a farlo come ha fatto Michel Hazanavicius in “The Artist”, trasgredendo un po’ di regole per riaffermarne di più importanti, e reinventando (nel nostro caso) un modo di recensire che sia insieme classico e improbabile, comprensibile e sorprendente, inaspettato e prevedibile. Leggi il seguito di questo post »
Si è già scritto molto a proposito di “Melancholia”, un film che ha in comune con l’altro capolavoro presentato a Cannes nel 2011, The Tree of Life di Terrence Malick, l’essere una pellicola senza scale di grigio: la si ama o la si odia. Due opere simili, per alcuni aspetti, che differiscono molto nell’esecuzione: nitido e cristallino Malick, sporco (ma non quanto un tempo) Von Trier, che pur non ostentando più il Dogma, continua a preferire macchina a mano/camera a spalla piuttosto che cavalletti, dolly, carrelli e quant’altro ostacoli un set. Ma di questo diremo meglio più avanti, concentrando ora il discorso sugli aspetti che emergono dalla visione del film in dvd, in lingua originale.
La storia è quella di Melancholia, un pianeta senza orbita gravitazionale (un “pianeta interstellare”, secondo la definizione astronomica), che entra in collisione con la Terra e la distrugge, come apprendiamo subito dal bellissimo e pittorico prologo-spoiler. I personaggi principali del film sono Justine (Kirsten Dunst – premiata come miglior attrice a Cannes) e sua sorella Claire (Charlotte Gainsbourg), protagoniste l’una della prima parte della pellicola e l’altra della seconda. In realtà Justine rimane comunque la figura centrale del film e lo domina emotivamente fino alla fine: il suo personaggio è l’unico che compie una reale evoluzione all’interno della storia, gli altri si limitano a reagire a ciò che accade restando sostanzialmente uguali a se stessi.
Nel primo tempo assistiamo allo sfarzoso e patetico ricevimento di nozze di Justine e Michael, organizzato da Claire nella lussuosa magione in cui abita col marito John e il figlio Leo. Leggi il seguito di questo post »
C’è chi decide di lasciare il proprio luogo di origine e c’è chi, viceversa, vi rimane ancorato in maniera viscerale; ma c’è pure chi – tra queste due strade – decide di intraprendere un percorso di mezzo. È il caso di Manuel Giliberti (nella foto in alto, con Piera Degli Esposti): siracusano, ma romano d’adozione. Giliberti è architetto, impegnato soprattutto nel campo del restauro e della realizzazione di interventi di riqualificazione di strutture ed edifici di valore artistico. Leggi il seguito di questo post »
Angelopoulos è stato in realtà uno dei pochissimi autori la cui arte abbia travalicato i limiti stessi del linguaggio cinematografico. Il suo è stato un lavoro epico, lirico, in una parola tragico, che ha fatto rivivere il cuore stesso della civiltà greca, inizio dell’identità di questa turgida parte di mondo che chiamiamo occidentale. Il suo è stato uno sguardo lucido e spietato, mai cinico, carico di pietas per tutti gli esseri umani.
Tutti, davvero tutti i suoi quattordici film consegnano immagini potentissime. Noi spettatori (termine inadeguato) siamo catturati in un ritmo, in una scansione narrativa che riproduce il passaggio delle stagioni naturali e umane, e il tempo del dolore.
La sublime ironia del miliziano fascista che si spoglia di fronte all’attrice, rimane nudo dimenticandosi i calzini, e si vergogna allora del suo piccolo sesso. L’intollerabile intensità del piano sequenza fisso sul telone chiuso di un camion fermo sul ciglio della strada: sappiamo che un fatto orribile si sta consumando dietro il telone, ma da lì emerge una bimba seria che pare aver accettato l’oltraggio come un sanguinoso e inevitabile rito di passaggio, ed è questo il vero dramma. Bosnia, urla e spari nella nebbia, nei Balcani le persone scompaiono quando il paesaggio si offusca. Al posto di frontiera un bambino senza famiglia corre e si rifugia tra le braccia aperte di uno sconosciuto. Lo spettatore non si limita ad assistere, ma viene pro-vocato, deve completare le storie con la sua più personale immaginazione.
Ecco, forse il cinema, se è ottava arte, non può davvero aspirare a niente di meglio.
Cominciamo citando un classico della teoria cinematografica: “Quando, una ventina d’anni fa, si fecero i primi tentativi di film sonoro, scrissi in Der Geist der Films che il suono non costituiva una conquista, ma un semplice problema: conquista sarebbe divenuto – e conquista eccezionale – il giorno in cui fosse stato risolto.”
Béla Balász, uno dei maggiori teorici dell’arte cinematografica della prima parte del Novecento, autore di uno dei testi più importanti per capire l’evoluzione dell’estetica cinematografica dagli inizi agli anni quaranta, Il Film: evoluzione ed essenza di un’arte nuova (ancora in commercio), non era un conservatore condizionato da un’estetica ideologica che gli impediva di apprezzare le novità tecnologiche. Ma era persuaso che la perfezione del linguaggio cinematografico del cinema muto, che esaltava lo ”specifico filmico” senza appoggiarsi in modo surrettizio sulle caratteristiche delle altri arti, non era stata neppure sfiorata dal cinema sonoro. Queste peculiarità il cinema sonoro le perse, non riuscendo a trovare una sua specificità di linguaggio, divenendo per lo più, secondo Balász, mero “teatro fotografato”.
Balász morì nel 1949, senza probabilmente conoscere i film di Orson Welles (per citare forse il più grande innovatore del cinema degli anni quaranta e cinquanta), che pure erano già usciti (Citizen Kane è del 1941). Il cinema sonoro ha poi certamente trovato la sua strada (basti pensare a Godard), ma nel complesso non è che abbia dato davvero prove convincenti e durature di aver superato il problema.
Le due direttrici fondative del cinema dagli anni settanta ad oggi sono la spettacolarizzazione e il dialogo. Ma raramente una “narrativa per immagini”. Tanto che per tornare a vedere un racconto per immagini, bisogna riappiccicare i fogli del calendario e fingere di attestarci al 1929, l’anno in cui ha inizio la vicenda di The artist, il bel film di Michel Hazanavicius.
Alexander Ahndoril, Il regista, Aìsara, Cagliari 2011.
Tredici capitoli, tredici passi di un figlio nel penoso cammino di emancipazione dalla segregazione affettiva perpetrata da un padre insoddisfatto, deluso, affranto. Un padre, ma anzitutto un pastore che invano ha cercato Dio nella luce, trovandolo solo nel buio e nella solitudine, nella lontananza dagli affetti più cari. Su queste basi, Ahndoril definisce il paradigma esistenziale di Ingmar Bergman, osannato genio creativo, autore de Il settimo sigillo, e figlio debole e ipersensibile, prostrato dall’apparente imperscrutabilità del risoluto padre. Leggi il seguito di questo post »
Decimo e ultimo morso del nostro grande cinema che fu. Per chiudere il cerchio non posso che tornare all’anno da cui ero partito, il 1946. E ancora alla coppia De Sica-Zavattini.
Sciuscià “in Italia, praticamente, non lo vide nessuno. Uscì nel momento in cui arrivavano i primi film americani, sui quali il pubblico si gettava insaziabile.” Così raccontava De Sica, a proposito della disconoscenza in patria di una pellicola così importante. E in contrasto con il grande successo riscosso all’estero. Costato un mione di lire, pareva un disastro commerciale. “Più tardi il film venne venduto in Francia per quattro milioni di lire e incassò trecento milioni di franchi. In America lo acquistarono due distributori diversi e fece la fortuna di entrambi. Ebbe anche un Oscar col quale si premiò “lo sforzo produttivo dell’Italia” appena uscita dalla guerra disastrosa.”
Già, e non si può manco dare la colpa agli anni ’80 e a Drive In.
Certo, lo stile di De Sica, l’osservazione commossa e partecipe sui ragazzini protagonisti, l’uso abbondante di esterni e l’impiego di molti attori non professionisti, conferiscono al film quella veridicità che da una parte ha meravigliato gli stranieri dall’altra ha allontanato chi era così prossimo a quella geenna. E’ chiaro che il pubblico italiano del 1946 non si sentiva pubblico, si sentiva parte in causa. Leggi il seguito di questo post »
Con queste parole il regista Rupert Wyatt ha presentato al pubblico l’ultimo dei film tratti dal romanzo “La Planète des Singes” di Pierre Boulle pubblicato nel 1963 e da allora ispiratore di ben sei lungometraggi e due serie televisive (di cui una animata).
Occorre sempre fare una premessa in casi del genere, soprattutto in anni come questi in cui le serie, anche e soprattutto cinematografiche, sembrano essere divenute l’unica scialuppa di salvataggio di un transatlantico, quello hollywoodiano, in agonia nel mare d’oro e di stelle da lui un tempo prodotto e solcato.
Era davvero necessario un ennesimo, nuovo capitolo di questa ennesima, rinascente saga?
A doverla dire tutta, dopo il deludentissimo similremake di Tim Burton del 2001 nutrivo più di un pregiudizio nei confronti di quest’opera, e ho cominciato a vederla con null’altro in testa se non l’idea di distrarmi dalle deprimenti cronache quotidiane. Leggi il seguito di questo post »
L’onorevole Angelina di Luigi Zampa esce nel 1947.
Anna Magnani la fa di nuovo da padrona, o per meglio dire da popolana: ha nuovamente a che fare con la borsa nera, questa volta nei panni borgatari e donchisciotteschi di una capopopolo improvvisata, una specie di squatter ante litteram, occupatrice di case, paladina della povera gente che in questa Italia rinnovata e stradaiola fa un po’ di chiasso in più ma viene ascoltata quanto prima, cioè niente. Leggi il seguito di questo post »
Dopo la ripresa del campionato di calcio, l’elezione di Miss Italia è certamente l’evento più significativo del mese di settembre. Quindi, come non parlare del capolavoro di Visconti sui concorsi di bellezza ante litteram?
Nel 1951, dopo una pausa dal cinema per dedicarsi al teatro, Luchino Visconti torna al cinema realizzando questo suo terzo film, Bellissima.
Il film sembra costruito intorno alla “diva” Anna Magnani, alla quale Visconti aveva dovuto rinunciare nel suo lavoro precedente. Ecco come il regista stesso, in un’intervista ad un giornale dell’epoca, sintetizza la trama:
Ha inteso di fare un film di ambiente o di personaggi?
Un film su un personaggio. Si tratta in sostanza della storia di una donna, o meglio di una crisi: una madre che ha dovuto rinunciare a certe segrete aspirazioni piccolo borghesi, tenta di realizzarle attraverso la figlia. Poi si convince che, se un miglioramento si può raggiungere, è in tutt’altra direzione. E alla fine del film ritorna a casa «pulita» come è partita. Con la consapevolezza di aver amato male la sua bambina e con in più con l’amarezza per certe pratiche attraverso le quali è stata costretta a passare per arrivare a un mondo che credeva meraviglioso, e che in sostanza non era che deplorevole. Leggi il seguito di questo post »
Introduzione di Giovanni De Matteo, co-fondatore del movimento connettivista
Intervista di Antonio Cerrato e Julian Shabi
Prima della pausa agostana (che, se mi riesce una sorpresa per i lettori del blog, pausa non sarà per lo Strano Attrattore), mi preme tener fede a una promessa fatta a due studenti della facoltà di Psicologia dell’Università “La Sapienza” di Roma, Antonio Cerrato e Julian Shabi. I due intraprendenti giovani hanno deciso, bontà loro, di intervistarmi sulla genesi dei racconti di Revenant per la tesina che hanno poi presentato con successo al corso di Antopologia Culturale del prof. Vincenzo Padiglione.
La lunga conversazione, tutta svolta via e-mail la scorsa primavera, è andata a costituire l’ultima sezione del loro saggio, che ha analizzato il fenomeno dei non-morti nell’immaginario degli ultimi decenni, oltre che sul fronte letterario anche su quello televisivo (con la serie Ghost Whisperer – Presenze), cinematografico (con il film The Others) e musicale (il videoclip di Michael Jackson per Thriller). Sono particolarmente contento per loro del risultato, per cui ho pensato con il loro consenso di pubblicare la parte che mi riguarda, in cui vengono affrontati temi di più ampio respiro, sia in ambito letterario (la fantascienza, il fantastico, il connettivismo) che “antropologico” (l’influenza delle leggende della tradizione sull’immaginario dello scrittore), prima di incentrarsi sull’antologia e la sua struttura. Leggi il seguito di questo post »
Stanotte su Sky ho visto l’ultimo film di Sofia Coppola, Somewhere. Non vado più al cinema, è una perdita di tempo. E’ un pò come andare allo stadio: con tutte le partite visibili sul piccolo schermo perchè pagare il biglietto, lo spostamento, perdere tempo? La tv satellitare ha dato il colpo mortale al calcio dal vivo e al cinema sul grande schermo. E così sia, anche perchè il mondo è cambiato, e soprattutto si è involgarito, e no di certo perchè si dicono più parolacce in pubblico. Quando qualche anima bella mi accusa di cattivo gusto spiego che simile categoria appartiene ai borghesucci del dopoguerra, o agli arricchiti dell’oggi, quelli che comprano i loro quadri a Telemarket. I clienti di un demente della pittura come Mark Kostabi. Tornando a me, stanotte, insonne come sempre, ho visto Somewhere. Leggi il seguito di questo post »
Un articolo di Mario Gazzola, esponente del movimento connettivista, sul rapporto tra le opere e le idee del geniale scrittore precursore del Cyberpunk (e fonte d’ispirazione per il Connettivismo), Philip K. Dick, e alcuni recenti film avvicinabili alla sua “fantascientifica” visione del mondo.
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Due recenti film di s/f, quello di Nolfi e quello di Jones, sviluppano con maggiore o minore fedeltà e originalità le intuizioni di Philip K. Dick sull’incertezza dell’identità e le dimensioni parallele. Solo uno dei due è davvero tratto da un suo racconto, ma forse non è il più fedele.
L’anno scorso in questo periodo ci stavamo dedicando a Splice e The Box.
Quest’estate 2011, tra i Transformers di cui ci parla Debora, il già sparito Priest di Scott Stewart (peccato, era tratto dal bel manwha di Hyung Min Woo edito in Italia da JPop), non sembra avara sul fronte del fantastico, visto che ci ha offerto Limitless, Source Code e ora I Guardiani del Destino di cui parliamo qui di seguito…. sarà vera gloria? Leggi il seguito di questo post »
Nel 1950 Alessandro Blasetti gira Prima Comunione, satira delle abitudini e dei riti della piccola borghesia italiana, che segna un nuovo incontro con Zavattini e anticipa le tematiche della commedia all’italiana. Connubio fortunato, dato che la pellicola valse al regista l’onore del Nastro d’argento e del Leone d’oro.
Blasetti e Zavattini ricostruiscono uno spaccato della piccola borghesia romana, tra lo scherzo e la favola, evitando fratture di gusto. Blasetti opera una cesura netta con i film neorealisti, utilizzando, in quest’opera, unicamente attori professionisti, con un intento dichiarato in un’intervista in «Film», n. 31-32, 16 agosto 1950: Leggi il seguito di questo post »
Nell’estate del ’45 esplode la pace, le città sono distrutte, le scuole e le caserme scoppiano di sfollati, per la strada c’è la borsa nera, sui muri delle stazioni sono affissi manifesti con le fotografie di soldati che non torneranno, eppure arriva una frenesia di divertimento, di feste e balli senza respiro, tanto che alcuni giornali la chiamano “la pace con il caschè”. Nelle città lentamente ritorna la normalità. Sui muri di Roma compare questa scritta: “Gli aiuti d’America ci aiutano ad aiutarci da noi.” Vengono abolite le misure di oscuramento, ricompaiono le automobili e soprattutto circolano migliaia di biciclette, che popolano sterminati parcheggi e spesso cadono preda dei ladri. E chissà che De Sica non abbia assitito a qualcuno degli inseguimenti che ispireranno Ladri di biciclette. Leggi il seguito di questo post »
Questa pellicola è tratta dal romanzo Pricò (1924) di C.G. Viola. E’ la storia di un bambino di 7 anni che vive con i suoi occhi lucidi e disperati la storia del rapporto in crisi dei genitori. Il quinto film di De Sica, girato nel 1942, è il primo in cui il “Maestro” fa i conti non soltanto col “sociale” e con le ipocrisie del mondo della piccola borghesia, ma anche con la dimensione interiore dei personaggi. E’ la dimostrazione di come anche dal più banale soggetto si possano trarre spunti di grande cinema (o di grande letteratura). Difatti sarebbe potuto passare per un fotoromanzo, se non fosse per lo sguardo di Pricò (e per la cinepresa di De Sica che lo guida) che toglie la maschera a una pace e a un ordine soltanto apparenti. Inoltre segna l’inizio del sodalizio con Zavattini, e la mano dello sceneggiatore si vede, eccome. Leggi il seguito di questo post »
Su questa pellicola del 1949 sono stati versati fiumi d’inchiostro e torrenti di polemiche. Come Miracolo a Milano, fu attaccata sia da destra che da sinistra. Da un lato le voci catto-padronali la censuravano per aver sollevato i temi dell’emancipazione femminile e dell’aborto, dall’altro personaggi come Davide Lajolo, al tempo direttore de L’Unità, la accusavano di aver falsato il mondo contadino. Pensare che era stato proprio Lajolo a presentare al regista De Santis un certo Raf Vallone, cronista di terza pagina e autore di un dossier sulle condizioni lavorative delle mondine. Evidentemente le sirene del mondo del cinema agirono sul buon Raf Vallone più potentemente del giornalismo d’inchiesta. Leggi il seguito di questo post »