La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

Archive for the 'Consulenza linguistica' Category


Il nome e il sostantivo

Posted by Fausto Raso on May 10, 2008

Se apriamo un qualunque vocabolario alla voce nome, leggiamo: parte del discorso che designa persone, cose, idee, fatti e può essere “concreto” se indica persone o cose controllabili dai sensi; “astratto” se designa entità mentali (la bontà, per esempio); “comune” se può essere ‘condiviso’ dagli esseri della stessa specie e infine “proprio” quando distingue un individuo da un altro (ma anche una cosa da un’altra: i nomi di città, per esempio). Al lemma sostantivo leggiamo, invece: parola che indica la ‘sostanza’ di una cosa nel senso più lato (persona, animale, idea, oggetto, ecc.); i due termini, quindi, possono considerarsi l’uno sinonimo dell’altro. Read the rest of this entry »

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La fattura e la malía

Posted by Fausto Raso on April 24, 2008

Breve viaggio nella foresta del vocabolario alla ricerca di parole omofone (parole che hanno la medesima grafia ed il medesimo “suono”) ma di significato diverso di cui la nostra lingua è molto ricca.
Prendiamo, per esempio, il termine “fattura”, parola omofona, appunto, ma con diversi significati. Quello piú comune è noto a tutti; se non altro basta aprire un qualsivoglia vocabolario e leggere: l’atto e l’effetto del fare; l’opera di artigiani in genere e lista nella quale è annotato l’importo delle spese occorse per compiere un lavoro e quello richiesto, da chi l’ha eseguito, per la sua prestazione. Read the rest of this entry »

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La Bibbia e la lingua

Posted by Fausto Raso on February 29, 2008

Forse a molti sfugge l’importanza che ha avuto il cristianesimo nello sviluppo del vocabolario di tutti gli idiomi. Molti, infatti, non sanno che alcune parole, modi di dire, proverbi, locuzioni che sono sulla bocca di tutti, molto spesso sono tratti dalla liturgia o dai libri sacri. Read the rest of this entry »

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Un “non” di troppo è… pericoloso

Posted by Fausto Raso on January 3, 2008

Siamo all’inizio di un nuovo anno: che sia di serenità per tutti.
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Qualche giorno fa siamo stati testimoni involontari di una lite coniugale, per motivi di gelosia, scaturita da un “non” linguisticamente inopportuno. Un nostro carissimo amico, in occasione dell’anniversario del suo matrimonio, aveva regalato alla moglie un bellissimo mazzo di rose accompagnato con un biglietto sul quale aveva scritto: “Amore mio adorato, in questo fausto giorno non posso non rinnovarti, senza gioia, la mia promessa d’amore e rammentarti, ancora una volta, che non posso non amare che te, solo te”. Read the rest of this entry »

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Romanzo a puntate…

Posted by Fausto Raso on December 14, 2007

I giornali (quotidiani e periodici) ma soprattutto le televisioni ci “bombardano” quotidianamente con romanzi che, data la loro lunghezza, non possono essere ridotti di molto senza alterarne il contenuto; di conseguenza si protraggono nel tempo e vengono proposti agli appassionati “a puntate”.
A questo proposito avete mai pensato, cortesi amici, perché questo modo di “diluire” nel tempo il contenuto di un romanzo si chiama “puntata”?
Abbiamo svolto una piccola inchiesta tra i nostri conoscenti e nessuno, ahinoi, è stato in grado di rispondere. Un ragazzo ha azzardato una risposta a dir poco umoristica: la puntata serve a “puntare” l’attenzione sul prossimo episodio…
Apriamo, allora, un vocabolario alla voce o lemma “puntata” e leggiamo: parte di un’opera di carattere saggistico, artistico e simili che si pubblica isolata dalle altre in fascicolo o su un numero di giornale o rivista cui appariranno successivamente le restanti parti. Bene. La nostra curiosità, però, non è stata appagata completamente; dobbiamo sapere, ancora, perché si chiama “puntata”.
Questo termine ci è giunto dal linguaggio dei rilegatori di libri: la ‘puntata’ era, infatti, il numero massimo di fogli che il rilegatore poteva fermare con un unico punto. Per estensione si è dato, quindi, il nome di puntata a tutte le pubblicazioni di carattere periodico concernente un unico argomento (e con l’avvento della televisione lo stesso nome è stato dato agli sceneggiati che si protraggono nel tempo).
Ma non è finita. La puntata, intesa come ‘fermata’ è anche – come si dice comunemente – una breve escursione, una breve sosta in un luogo: “Fece una ‘puntata’ a Roma e poi tornò con tutta la famiglia a Cagliari”.

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Se si perde la sindèresi…

Posted by Fausto Raso on December 2, 2007

Il piccolo Peppino, un “marinaro” appassionato, lí per lí provò un sentimento d’invidia quando apprese, dal padre, che un suo antenato – nell’Ottocento – fu condannato ai bagni penali. La pena, tutto sommato, non era stata molto pesante – pensò – e il suo avo aveva avuto la possibilità di “stare a bagno” tutto il tempo che voleva senza che alcuno lo rimproverasse… Non era stato affatto cosí, se ne rese conto quando il padre gli raccontò tutta la storia. Pietro Giuseppe Antoni, questo il nome del condannato, perse la sindèresi provocando la morte di un uomo e fu condannato, appunto, ai bagni penali, vale a dire ai lavori forzati.
Due parole due, amici “bloggisti”, sui “bagni” e sulla “sindèresi”.

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Porre & distrarre

Posted by Fausto Raso on November 8, 2007

Tutti coloro che hanno frequentato un regolare corso di studi sanno (o dovrebbero sapere) che i verbi si raggruppano in tre categorie, chiamate, propriamente, “coniugazioni”: “-are”; “-ere”; “-ire”. I verbi il cui modo infinito finisce in “are” appartengono, quindi, alla prima coniugazione; quelli il cui infinito termina in “ere” alla seconda e infine appartengono alla terza coniugazione i verbi la cui desinenza dell’infinito è “ire”: amare; temere; sentire. Tutto questo preambolo per rispondere a un “bloggista” il cui figlio si è trovato in difficoltà nel risolvere alcuni “quiz” di natura linguistica per l’ammissione a un corso di specializzazione presso un ente parastatale. Questa, all’incirca – ci dice il “bloggista” – la domanda cui dovevano rispondere i concorrenti: “A quale delle tre coniugazioni appartengono
i verbi ‘porre’, ‘indurre’, ‘tradurre’ e ‘distrarre’? ”. Read the rest of this entry »

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“Troia? No, città”

Posted by Fausto Raso on October 27, 2007

Perché il termine “troia” – e non vorremmo essere tacciati di volgarità – oltre che per indicare la città viene adoperato per apostrofare una donna di facili costumi? Tutti sappiamo che questo vocabolo è ambivalente: con la “ T ” maiuscola indica, per l’appunto, l’antica città capitale della Troade. La città fece parte della satrapia persiana di Frigia, ricevette l’autonomia dai Greci per tornare, poi, sotto la dominazione persiana. Chi non ricorda l’Iliade in cui si parla ampiamente di questa città? Con la “t” minuscola, invece, il termine ha acquisito l’accezione volgare (e popolare) di donnaccia, donna di malaffare. Come si spiega, dunque, questa ambivalenza? Read the rest of this entry »

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Coda,codino e… codardo

Posted by Fausto Raso on October 19, 2007

“L’etimologia”, soleva ripetere il linguista Aldo Gabrielli, è “una parola che basta da sola a creare, in chi non fa parte degli ‘addetti ai lavori’, un istintivo gesto di ripulsa. (…) Se c’è una scienza gradevole, è proprio questa che tratta della nascita delle parole. Le parole non son nate dal nulla, e han quindi dietro di sé una ‘storia’ che spesso è un’avventura complessa e imprevedibile”. Una riprova? Subito.
Prendiamo in esame tre parole: coda, codino e codardo.

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La gelosia è… persiana?

Posted by Fausto Raso on September 24, 2007

Sí, sembrerebbe proprio di sí; la gelosia è “nata” in Persia o, per lo meno, nei Paesi dell’Oriente. Non stiamo parlando della gelosia in senso proprio, ossia di quello stato d’animo caratteristico delle persone che, a torto o a ragione, dubitano della fedeltà e dell’amore dell’amato o dell’amata.
Stiamo parlando di quel marchingegno di legno (o di ferro), composto di stecche intelaiate trasversalmente e inclinate, che si mette nelle finestre per lasciare passare l’aria e la luce e non esser visti da occhi indiscreti; in altre parole stiamo parlando delle persiane, oggi sostituite dalle serrande. Le persiane, chiamate anche “gelosie”, hanno una stretta relazione con la… gelosia, donde il nome, appunto.
Questi serramenti che consentono a chi è dentro di guardare fuori senza esser visto, sono stati inventati proprio per motivi di gelosia: per “proteggere” le donne che sono in casa dagli sguardi degli uomini. Le gelosie orientali (i prototipi, potremmo dire) erano fisse, quindi non si potevano aprire; molto spesso erano di pietra e chiudevano ogni porta della casa.
Le persiane arrivate a noi dal lontano Oriente sono state impiegate – come abbiamo visto – per motivi diversi dalla gelosia, oseremmo dire per ragioni piú “civili”, anche se ne ricordano il nome. A questo punto, però, sorge spontanea la domanda: la gelosia è solo persiana?

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La gelosia è… persiana?

Posted by Fausto Raso on September 6, 2007

Sí, sembrerebbe proprio di sí; la gelosia è “nata” in Persia o, per lo meno, nei Paesi dell’Oriente. Non stiamo parlando della gelosia in senso proprio, ossia di quello stato d’animo caratteristico delle persone che, a torto o a ragione, dubitano della fedeltà e dell’amore dell’amato o dell’amata.
Stiamo parlando di quel marchingegno di legno (o di ferro), composto di stecche intelaiate trasversalmente e inclinate, che si mette nelle finestre per lasciare passare l’aria e la luce e non esser visti da occhi indiscreti; in altre parole stiamo parlando delle persiane, oggi sostituite dalle serrande. Le persiane, chiamate anche “gelosie”, hanno una stretta relazione con la… gelosia, donde il nome, appunto.
Questi serramenti che consentono a chi è dentro di guardare fuori senza esser visto, sono stati inventati proprio per motivi di gelosia: per “proteggere” le donne che sono in casa dagli sguardi degli uomini. Le gelosie orientali (i prototipi, potremmo dire) erano fisse, quindi non si potevano aprire; molto spesso erano di pietra e chiudevano ogni porta della casa.
Le persiane arrivate a noi dal lontano Oriente sono state impiegate – come abbiamo visto – per motivi diversi dalla gelosia, oseremmo dire per ragioni piú “civili”, anche se ne ricordano il nome. A questo punto, però, sorge spontanea la domanda: la gelosia è solo persiana?

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Il “linguaggio” della luna

Posted by Fausto Raso on August 26, 2007

luna.jpgIl vocabolario di una lingua si arricchisce non solo per i termini che riceve in prestito o in dono da altri idiomi – gli “americanismi”, per esempio – ma anche e soprattutto attraverso le voci che si formano spontaneamente (fenomeno che potremmo definire “autogenesi linguistica”), per derivazione spontanea, appunto.
Molto spesso da una sola radice (o tema) si forma un’intera famiglia di vocaboli che, come le famiglie umane, possono essere scarsi o numerosissimi. Ecco una famiglia molto prolifica, quella della luna. Da questo splendido satellite sono derivati – per “parto spontaneo” – gli aggettivi “lunato” e “lunante” che significano, entrambi, “falcato”, vale a dire curvo come la falce della luna; “illune” (dal latino “illunis”, formato con “in” privativo e luna), cioè “senza luna”: notte illune; “lunatico”, cioè capriccioso, volubile e i sostantivi “novilunio” e “plenilunio”; “lunario” e “lunazione”, cioè il mese lunare di ventinove giorni, oltre a “lunedí” (dal latino “lunae dies”, ‘giorno della Luna’) e a “lunetta”, termine adoperato in architettura per indicare lo spazio semicircolare tra l’uno e l’altro piede delle volte.
* * *
Se apriamo un qualunque dizionario alla voce “opportuno”, leggiamo: Aggettivo – che ben si presta per fare una determinata cosa; che è di grande utilità in una situazione particolare; che fa al caso; conveniente al tempo, al desiderio.
Ma qual è la sua origine? Come è “nato”, insomma? Semplice, il solito… latino “opportunu(m)”, composto con “ob” (verso) e “portus” (porto): “che spinge verso il porto”. Si diceva “opportuno”, infatti, il vento che, soffiando nella direzione di un porto, permetteva ai natanti di approdarvi e trovarvi, quindi, sicuro riparo. Il termine, per tanto, è squisitamente nautico e attraverso l’accezione di “provvidenzialmente orientato” è divenuto aggettivo assumendo il significato di “adatto”, “utile”, “efficace”, “propizio”, “favorevole” e simili: non è il momento opportuno (cioè “favorevole”) per prendere certe decisioni.

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Ovunque, dovunque…

Posted by Fausto Raso on August 12, 2007

Dovunque (o ovunque) è un avverbio relativo di luogo e in quanto tale non è corretto adoperarlo assoluto (da solo), anche se c’è l’ “imprimatur” di qualche vocabolario. Deve essere seguito da un verbo (verrò ‘ovunque’ tu vada) e non deve essere adoperato nell’accezione di “dappertutto”. È scorretto dire, perciò, c’era polvere ‘dovunque’. Ecco ciò che dice in proposito il linguista Aldo Gabrielli:
Avverbio di luogo, vale propriamente “in qualunque luogo dove…”; ed è relativo, regge sempre un verbo; sarà quindi bene usato in frasi come: “Dovunque c’è un fiume c’è nebbia”; “Lo troverò dovunque io vada” e simili. Molti invece lo usano malamente nel significato compiuto di “dappertutto, in ogni luogo”; per esempio: “Lo troverò dovunque”; “Dovunque era solitudine”; diremo: “Lo trovo in ogni luogo”; “Dappertutto era solitudine”. Sono sottigliezze, ma costa poca fatica rispettarle. E lo stesso dicasi per ‘ovunque’, che ha il medesimo significato.

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Nei meandri della lingua

Posted by Fausto Raso on July 29, 2007

fiume.jpgPrima di addentrarci nei meandri della lingua che – come abbiamo visto altre volte – è ricchissima di parole che usiamo con la massima indifferenza senza conoscerne il significato “recondito”, soffermiamoci un attimo sull’accezione “nascosta” di meandro, appunto.
Adoperiamo questo termine quando vogliamo mettere in particolare evidenza l’ “intricatezza” e la “tortuosità” del linguaggio di talune persone nell’esporre il proprio pensiero o il proprio scritto. Il meandro, dunque, è ciascuna delle anse, delle sinuosità che i fiumi determinano scorrendo su un terreno piano o con lieve pendenza. Anche questo vocabolo proviene dal tanto bistrattato latino: “meandrus” (curva), tratto dal nome del fiume Meandro che scorre in Asia Minore in numerosissime sinuosità.

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C’è dispensa e… dispensa

Posted by Fausto Raso on July 19, 2007

Viaggiamo alla scoperta di parole omofone - parole che hanno la medesima grafia, quindi il medesimo “suono” - ma di significato completamente diverso, di cui il nostro idioma è ricchissimo. Queste parole le adoperiamo nel parlare quotidiano con la massima indifferenza, inconsciamente, senza renderci conto del fatto che uno stesso termine può assumere, appunto, significati diversi. Quante volte ci capita di dire frasi del tipo “apri la dispensa e prendi il pane” oppure “è arrivata la dispensa di storia dell’arte” o, ancora, “siamo in attesa della dispensa ministeriale per quanto concerne quell’affare”. Nel primo caso per dispensa si intende un locale (o un mobile) dove vengono riposte le riserve alimentari che giornalmente dovranno essere consumate. Nel secondo caso, invece, il termine indica un numero determinato di fogli di un’opera che si pubblica periodicamente. Nel terzo caso, infine, per dispensa si intende l’esonero, l’esenzione da un determinato obbligo. Vediamo, quindi, come si è giunti alle varie accezioni. Tutte e tre le “dispense” hanno il medesimo “padre”: il verbo latino “dispensare”, composto del prefisso “dis” (che indica “distribuzione”) e il verbo “pensare”, intensivo di “pendere” (pesare) con il significato traslato di “pagare”, quindi “distribuire”, “concedere”, “dividere”, “somministrare”.

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Nomi “eterocliti”

Posted by Fausto Raso on July 10, 2007

anelli-2.jpgI lettori che non sanno di greco strabuzzeranno gli occhi alla lettura del titolo – scelto a bella posta - e si domanderanno quale significato recondito nasconda. Nessuna “sorpresa”, gentili amici, eterocliti sta per “irregolari”, anche se non è questo il significato letterale del termine.
Sono cosí chiamati, infatti, i nomi – ma non solo questi – che nella flessione non seguono la regola generale. Vediamo, innanzi tutto, di focalizzare l’aggettivo “eteroclito”, adoperato solo in linguistica e riferito a sostantivi, aggettivi o verbi che si flettono o si coniugano con piú temi oppure che hanno desinenze diverse da quelle comuni e che sono, per tanto, irregolari (il verbo “morire”, per esempio, è eteroclito in quanto muta il tema: io muoio, noi moriamo).

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Strozzare e strangolare

Posted by Fausto Raso on July 3, 2007

I vocabolari attestano i due verbi l’uno sinonimo dell’altro. A voler sottilizzare non è proprio cosí, anche se hanno lo stesso significato “fondamentale”: morire per asfissia. Colui che “strozza” usa le mani; chi “strangola”, invece, serra il collo della vittima servendosi di un laccio o di qualche altro “strumento”. A questo punto vediamo ‘esattamente’ il significato di “sinonimia”. Read the rest of this entry »

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Grammatici & linguisti

Posted by Fausto Raso on June 28, 2007

I profani, coloro che non sono addetti ai lavori - come usa dire - ritengono che grammatico sia sinonimo di linguista e viceversa. In linea generale non hanno torto, anche se - come vedremo - c’è una piccola sfumatura nel significato dei due termini.

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La lingua italiana

Posted by Fausto Raso on June 28, 2007

la-lingua-italiana.jpgSalve a tutti, cortesi amici,

sono Fausto Raso e ho accolto di buon grado l’invito di Fabrizio Centofanti a unirmi alla grande famiglia de “La poesia e lo spirito”. Se posso essere utile per consulenze linguistiche non fate complimenti. Sono a disposizione.

Un caro saluto

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