Molto spesso siamo assaliti da dubbi amletici quando dobbiamo formare il plurale dei sostantivi che finiscono in “-io”: lenocini o lenocinii? Oli o olii? Insomma, prendono o no la doppia “i”? La questione non è semplice in quanto occorre rifarsi all’etimologia e non sempre si è in grado di farlo. Si può, tuttavia, fissare una regola generale. I nomi in “-io” con la “i” tonica, vale a dire i sostantivi sulla cui “i”, nella pronuncia, si “posa” l’accento, prendono regolarmente la doppia “i” (ii): zio, zii; leggio, leggii; oblio, oblii; tramestio, tramestii. I nomi, invece, che hanno la “i” atona (sulla quale non cade l’accento tonico) nella forma plurale prendono una sola “i”, perdono, cioè la “i” del tema: olio, oli; bacio, baci; odio, odi; vizio, vizi. Vi sono dei casi, però, in cui una o due “i” possono creare degli equivoci è bene, quindi, mettere l’accento circonflesso (^) sulla “i”: principî (per non confonderlo con il plurale di “principe”); direttorî (per non confonderlo con il plurale di “direttore”); templî (per non confonderlo con il plurale di “tempo”). Non tutti i vocabolari, però, concordano su queste “regole”; consigliamo di seguire i… consigli del Dop (Dizionario di Ortografia e di Pronunzia della Rai) cliccando su questo collegamento:
Archive for the ‘Consulenza linguistica’ Category
Il plurale dei nomi in “-io”
Posted by Fausto Raso on June 28, 2009
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Sepàro o sèparo?
Posted by Fausto Raso on May 16, 2009
La coniugazione di questo verbo, forse non tutti lo sanno, può avere l’accentazione piana (sepàro) o sdrucciola (sèparo). A seconda che si privilegi la dizione latina o greca. La pronuncia sdrucciola, però, è di uso prettamente letterario, nel parlare comune si preferisce quella piana (separo). Si veda, in proposito, qui.
Lo stesso discorso per quanto attiene al verbo “elevare”: io elèvo o io èlevo. Si veda qui
E sempre a proposito di accentazione forse non tutti sanno che la pronuncia corretta del verbo “evaporare” deve essere piana, io evapòro. Perché? Semplice, il verbo in questione è un denominale, vale a dire un verbo derivato da un sostantivo (nome), deve conservare, quindi, l’accentazione del “padre”: vapòre.
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Corbellerie…
Posted by Fausto Raso on March 28, 2009
Dunque, cos’è una corbelleria? Tutti lo sappiamo: una sciocchezza, una stupidaggine, uno sproposito, un atto o parole da sciocco e via dicendo. Come la corbelleria riportata da alcune grammatiche – e fatta propria da certi insegnanti – sul corretto uso della congiunzione dunque.
Costoro sostengono – a spada tratta – il concetto secondo il quale dunque essendo una congiunzione deve congiungere, appunto, due frasi ed è adoperata correttamente solo se serve per concludere o trarre una conseguenza: gliel’ho promesso, dunque non posso esimermi. Corbellerie, corbellerie. Read the rest of this entry »
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Troncamento (”nessun” straniero)
Posted by Fausto Raso on March 18, 2009
Due parole due sul troncamento perché abbiamo notato che non tutti lo usano correttamente, vale a dire non seguono le norme che lo regolano. Il troncamento, dunque, è la caduta di una vocale non accentata o dell’intera sillaba di una parola davanti a un’altra che cominci sia con una vocale sia con una consonante: un(o) amico sincero; un buon(o) cuore. Attenzione, però, e qui è il “punto”: la consonante iniziale della parola non deve essere una “s impura”, “x”, “z” o formata con i digrammi “gn”, “pn”, “ps”. Non possiamo scrivere (o dire), per esempio, “un” zaino; “nessun” straniero; “un” psicologo ecc. Per poter fare il troncamento è inoltre necessario che la parola da “accorciare” non sia monosillabica e non sia – come già visto – accentata sull’ultima sillaba e che davanti alla vocale finale che si vuole eliminare sia presente una delle seguenti consonanti: “l”, “m”, “n”, “r”. Cosa importantissima: la parola troncata non si apostrofa e non si accenta mai [a parte qualche eccezione tra cui: piè (piede); mo’ (modo); po’ (poco) ]. Un’ultima annotazione. Scrivendo, cadiamo molto spesso nell’errore di confondere il troncamento con l’elisione (apostrofo) e di mettere per tanto un apostrofo di troppo. Non è raro, infatti, incontrare un “qual’ è” in luogo della forma corretta “qual è” (senza apostrofo) anche presso buoni giornalisti e scrittori. Una regola empirica ci viene in aiuto: se la parola che intendiamo elidere o troncare può star bene, senza la vocale finale, anche davanti a parola che inizia per consonante vuol dire che si può troncare.
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C’è etichetta e… etichetta
Posted by Fausto Raso on December 3, 2008
L’etichetta intesa come “cartellino apposto su bottiglie, vasetti ecc. per indicarne il contenuto” oppure la “marca di fabbricazione” ecc. e l’etichetta nell’accezione di “cerimoniale” hanno la medesima “matrice” iberica pur avendo, per l’appunto, due significati distinti? La risposta è: sí e no. Ma vediamo di spiegarci. La maggior parte degli iberismi sono entrati nel nostro idioma attorno al Seicento. Proprio in quel periodo uno squisito scrittore – anche se non molto conosciuto – si recò in Spagna per studio e per diporto. Essendo un “uomo di mondo” ebbe modo di frequentare i salotti piú raffinati e alla moda di quel Paese apprendendo, cosí, usi e costumi che “spedí” in Italia attraverso lettere indirizzate a parenti e amici. Read the rest of this entry »
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Il “Dalfonismo”
Posted by Fausto Raso on September 19, 2008
Con il termine “dalfonismo” – coniato a bella posta sulla scia di “daltonismo”, vocabolo con il quale si indica un difetto della vista per cui non si distinguono alcuni colori, in particolare il rosso e il verde (dal nome dello scienziato inglese che nell’Ottocento studiò questa malattia) – ci piace indicare una “malattia linguistica” di cui soffrono molti ‘dicitori’ delle radiotelevisioni: pronunciano in modo errato alcune parole, sbagliano, cioè, l’accentazione di certi vocaboli, in particolare la pronuncia esatta di alcuni “fonemi” (termine di origine greca che alla lettera vale “suono della voce”). Read the rest of this entry »
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L’escrologia…
Posted by Fausto Raso on July 20, 2008
Nelle nostre “chiacchierate” con gli amici di questo portale non abbiamo mai parlato dei grecismi in quanto il loro numero è limitato; si riduce, infatti, a un gruppetto di termini la cui importazione si deve ai Veneziani i quali – come è noto – ebbero intensi rapporti commerciali con la Grecia e con l’Oriente.
Per di più questi vocaboli furono adattati alle caratteristiche vernacolari veneziane. Molti grecismi, quindi, entrati nella lingua nazionale hanno un… “sapore lagunare”; tra questi possiamo annoverare: “calafatare”, “gondola”, “mastello” e “scampo” nell’accezione di “gambero marino”. Read the rest of this entry »
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Uso corretto della preposizione “da”
Posted by Fausto Raso on July 6, 2008
Alcuni così detti scrittori di vaglia – non sappiamo se per puro “snobismo linguistico” o per scarsa conoscenza delle norme che regolano la nostra madre lingua – adoperano la preposizione ‘da’ in modo improprio, per non dire errato, confondendo le idee linguistiche ai giovani studenti che, attratti dal “nome” dello scrittore, prendono per oro colato tutto ciò che la grande stampa “propina” loro. Read the rest of this entry »
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Perché noi “udiamo” ed essi, invece, “odono”?
Posted by Fausto Raso on June 10, 2008
Vi siete mai chiesti, amici blogghisti, per quale motivo il verbo “udire” cambia la vocale iniziale “u” in “o”in alcuni modi e tempi nel corso della coniugazione? La “u” non è parte integrante del tema o radice del verbo? Come si giustifica, dunque, quella “o” in io “odo”? Il verbo è “udire”, appunto, non “odire”. Read the rest of this entry »
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Il nome e il sostantivo
Posted by Fausto Raso on May 10, 2008
Se apriamo un qualunque vocabolario alla voce nome, leggiamo: parte del discorso che designa persone, cose, idee, fatti e può essere “concreto” se indica persone o cose controllabili dai sensi; “astratto” se designa entità mentali (la bontà, per esempio); “comune” se può essere ‘condiviso’ dagli esseri della stessa specie e infine “proprio” quando distingue un individuo da un altro (ma anche una cosa da un’altra: i nomi di città, per esempio). Al lemma sostantivo leggiamo, invece: parola che indica la ‘sostanza’ di una cosa nel senso più lato (persona, animale, idea, oggetto, ecc.); i due termini, quindi, possono considerarsi l’uno sinonimo dell’altro. Read the rest of this entry »
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La fattura e la malía
Posted by Fausto Raso on April 24, 2008
Breve viaggio nella foresta del vocabolario alla ricerca di parole omofone (parole che hanno la medesima grafia ed il medesimo “suono”) ma di significato diverso di cui la nostra lingua è molto ricca.
Prendiamo, per esempio, il termine “fattura”, parola omofona, appunto, ma con diversi significati. Quello piú comune è noto a tutti; se non altro basta aprire un qualsivoglia vocabolario e leggere: l’atto e l’effetto del fare; l’opera di artigiani in genere e lista nella quale è annotato l’importo delle spese occorse per compiere un lavoro e quello richiesto, da chi l’ha eseguito, per la sua prestazione. Read the rest of this entry »
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La Bibbia e la lingua
Posted by Fausto Raso on February 29, 2008
Forse a molti sfugge l’importanza che ha avuto il cristianesimo nello sviluppo del vocabolario di tutti gli idiomi. Molti, infatti, non sanno che alcune parole, modi di dire, proverbi, locuzioni che sono sulla bocca di tutti, molto spesso sono tratti dalla liturgia o dai libri sacri. Read the rest of this entry »
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Un “non” di troppo è… pericoloso
Posted by Fausto Raso on January 3, 2008
Siamo all’inizio di un nuovo anno: che sia di serenità per tutti.
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Qualche giorno fa siamo stati testimoni involontari di una lite coniugale, per motivi di gelosia, scaturita da un “non” linguisticamente inopportuno. Un nostro carissimo amico, in occasione dell’anniversario del suo matrimonio, aveva regalato alla moglie un bellissimo mazzo di rose accompagnato con un biglietto sul quale aveva scritto: “Amore mio adorato, in questo fausto giorno non posso non rinnovarti, senza gioia, la mia promessa d’amore e rammentarti, ancora una volta, che non posso non amare che te, solo te”. Read the rest of this entry »
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Romanzo a puntate…
Posted by Fausto Raso on December 14, 2007
I giornali (quotidiani e periodici) ma soprattutto le televisioni ci “bombardano” quotidianamente con romanzi che, data la loro lunghezza, non possono essere ridotti di molto senza alterarne il contenuto; di conseguenza si protraggono nel tempo e vengono proposti agli appassionati “a puntate”.
A questo proposito avete mai pensato, cortesi amici, perché questo modo di “diluire” nel tempo il contenuto di un romanzo si chiama “puntata”?
Abbiamo svolto una piccola inchiesta tra i nostri conoscenti e nessuno, ahinoi, è stato in grado di rispondere. Un ragazzo ha azzardato una risposta a dir poco umoristica: la puntata serve a “puntare” l’attenzione sul prossimo episodio…
Apriamo, allora, un vocabolario alla voce o lemma “puntata” e leggiamo: parte di un’opera di carattere saggistico, artistico e simili che si pubblica isolata dalle altre in fascicolo o su un numero di giornale o rivista cui appariranno successivamente le restanti parti. Bene. La nostra curiosità, però, non è stata appagata completamente; dobbiamo sapere, ancora, perché si chiama “puntata”.
Questo termine ci è giunto dal linguaggio dei rilegatori di libri: la ‘puntata’ era, infatti, il numero massimo di fogli che il rilegatore poteva fermare con un unico punto. Per estensione si è dato, quindi, il nome di puntata a tutte le pubblicazioni di carattere periodico concernente un unico argomento (e con l’avvento della televisione lo stesso nome è stato dato agli sceneggiati che si protraggono nel tempo).
Ma non è finita. La puntata, intesa come ‘fermata’ è anche – come si dice comunemente – una breve escursione, una breve sosta in un luogo: “Fece una ‘puntata’ a Roma e poi tornò con tutta la famiglia a Cagliari”.
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Se si perde la sindèresi…
Posted by Fausto Raso on December 2, 2007
Il piccolo Peppino, un “marinaro” appassionato, lí per lí provò un sentimento d’invidia quando apprese, dal padre, che un suo antenato – nell’Ottocento – fu condannato ai bagni penali. La pena, tutto sommato, non era stata molto pesante – pensò – e il suo avo aveva avuto la possibilità di “stare a bagno” tutto il tempo che voleva senza che alcuno lo rimproverasse… Non era stato affatto cosí, se ne rese conto quando il padre gli raccontò tutta la storia. Pietro Giuseppe Antoni, questo il nome del condannato, perse la sindèresi provocando la morte di un uomo e fu condannato, appunto, ai bagni penali, vale a dire ai lavori forzati.
Due parole due, amici “bloggisti”, sui “bagni” e sulla “sindèresi”.
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Porre & distrarre
Posted by Fausto Raso on November 8, 2007
Tutti coloro che hanno frequentato un regolare corso di studi sanno (o dovrebbero sapere) che i verbi si raggruppano in tre categorie, chiamate, propriamente, “coniugazioni”: “-are”; “-ere”; “-ire”. I verbi il cui modo infinito finisce in “are” appartengono, quindi, alla prima coniugazione; quelli il cui infinito termina in “ere” alla seconda e infine appartengono alla terza coniugazione i verbi la cui desinenza dell’infinito è “ire”: amare; temere; sentire. Tutto questo preambolo per rispondere a un “bloggista” il cui figlio si è trovato in difficoltà nel risolvere alcuni “quiz” di natura linguistica per l’ammissione a un corso di specializzazione presso un ente parastatale. Questa, all’incirca – ci dice il “bloggista” – la domanda cui dovevano rispondere i concorrenti: “A quale delle tre coniugazioni appartengono
i verbi ‘porre’, ‘indurre’, ‘tradurre’ e ‘distrarre’? ”. Read the rest of this entry »
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“Troia? No, città”
Posted by Fausto Raso on October 27, 2007
Perché il termine “troia” – e non vorremmo essere tacciati di volgarità – oltre che per indicare la città viene adoperato per apostrofare una donna di facili costumi? Tutti sappiamo che questo vocabolo è ambivalente: con la “ T ” maiuscola indica, per l’appunto, l’antica città capitale della Troade. La città fece parte della satrapia persiana di Frigia, ricevette l’autonomia dai Greci per tornare, poi, sotto la dominazione persiana. Chi non ricorda l’Iliade in cui si parla ampiamente di questa città? Con la “t” minuscola, invece, il termine ha acquisito l’accezione volgare (e popolare) di donnaccia, donna di malaffare. Come si spiega, dunque, questa ambivalenza? Read the rest of this entry »
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Coda,codino e… codardo
Posted by Fausto Raso on October 19, 2007
“L’etimologia”, soleva ripetere il linguista Aldo Gabrielli, è “una parola che basta da sola a creare, in chi non fa parte degli ‘addetti ai lavori’, un istintivo gesto di ripulsa. (…) Se c’è una scienza gradevole, è proprio questa che tratta della nascita delle parole. Le parole non son nate dal nulla, e han quindi dietro di sé una ‘storia’ che spesso è un’avventura complessa e imprevedibile”. Una riprova? Subito.
Prendiamo in esame tre parole: coda, codino e codardo.
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La gelosia è… persiana?
Posted by Fausto Raso on September 24, 2007
Sí, sembrerebbe proprio di sí; la gelosia è “nata” in Persia o, per lo meno, nei Paesi dell’Oriente. Non stiamo parlando della gelosia in senso proprio, ossia di quello stato d’animo caratteristico delle persone che, a torto o a ragione, dubitano della fedeltà e dell’amore dell’amato o dell’amata.
Stiamo parlando di quel marchingegno di legno (o di ferro), composto di stecche intelaiate trasversalmente e inclinate, che si mette nelle finestre per lasciare passare l’aria e la luce e non esser visti da occhi indiscreti; in altre parole stiamo parlando delle persiane, oggi sostituite dalle serrande. Le persiane, chiamate anche “gelosie”, hanno una stretta relazione con la… gelosia, donde il nome, appunto.
Questi serramenti che consentono a chi è dentro di guardare fuori senza esser visto, sono stati inventati proprio per motivi di gelosia: per “proteggere” le donne che sono in casa dagli sguardi degli uomini. Le gelosie orientali (i prototipi, potremmo dire) erano fisse, quindi non si potevano aprire; molto spesso erano di pietra e chiudevano ogni porta della casa.
Le persiane arrivate a noi dal lontano Oriente sono state impiegate – come abbiamo visto – per motivi diversi dalla gelosia, oseremmo dire per ragioni piú “civili”, anche se ne ricordano il nome. A questo punto, però, sorge spontanea la domanda: la gelosia è solo persiana?
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La gelosia è… persiana?
Posted by Fausto Raso on September 6, 2007
Sí, sembrerebbe proprio di sí; la gelosia è “nata” in Persia o, per lo meno, nei Paesi dell’Oriente. Non stiamo parlando della gelosia in senso proprio, ossia di quello stato d’animo caratteristico delle persone che, a torto o a ragione, dubitano della fedeltà e dell’amore dell’amato o dell’amata.
Stiamo parlando di quel marchingegno di legno (o di ferro), composto di stecche intelaiate trasversalmente e inclinate, che si mette nelle finestre per lasciare passare l’aria e la luce e non esser visti da occhi indiscreti; in altre parole stiamo parlando delle persiane, oggi sostituite dalle serrande. Le persiane, chiamate anche “gelosie”, hanno una stretta relazione con la… gelosia, donde il nome, appunto.
Questi serramenti che consentono a chi è dentro di guardare fuori senza esser visto, sono stati inventati proprio per motivi di gelosia: per “proteggere” le donne che sono in casa dagli sguardi degli uomini. Le gelosie orientali (i prototipi, potremmo dire) erano fisse, quindi non si potevano aprire; molto spesso erano di pietra e chiudevano ogni porta della casa.
Le persiane arrivate a noi dal lontano Oriente sono state impiegate – come abbiamo visto – per motivi diversi dalla gelosia, oseremmo dire per ragioni piú “civili”, anche se ne ricordano il nome. A questo punto, però, sorge spontanea la domanda: la gelosia è solo persiana?
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