“La musica della neve”, di Davide Sapienza

Recensione di Giuseppe Panella

da Postpopuli.it

Davide Sapienza, La musica della neve. Piccole variazioni sulla materia bianca, Portogruaro (VE), Ediciclo Editore, 2011

La neve esercita il proprio fascino in maniera insistente, segreta, musicale, attonita. Viaggiare attraverso distese di neve che coprono chilometri e chilometri di territorio apparentemente vergine e inesplorato è più che un’esperienza di viaggio: è una dimensione nuova e sempre aperta dell’esistenza.

«Così dunque è la neve: essa cambia come una partitura, che è il cammino. La musica della neve invade le mie membra e io danzo. Se venite a fare il mio cammino, con le assi distese e la musica della neve che il nostro antenato delle terre bianche sentiva nel suo cammino, non sarà difficile comprendere che questa musica è il suono del silenzio che ci unisce nella condivisione. È la neve che muta nel corso delle ore dialogando con la luce e il clima; è la materia bianca da vedere con la gioia negli occhi, la neve capace di condurre l’uomo per vie sorprendenti che spesso passano per il desiderio di vita, amore e unità con quel qualcosa di infinitamente grande del quale facciamo parte» (p. 90).

Camminare e spostarsi nei territori innevati è, dunque, un’esperienza iniziatica che vale la pena di compiere comunque per ritrovare ed esplorare l’interiorità personale e scendere il più possibile nel profondo di se stessi. Quello della neve è un richiamo ancestrale che ritorna tutte le volte in cui essa viene vista un elemento fondamentale dell’esistenza e una sorta di collante tra i diversi stadi che la costituiscono. I vari momenti in cui è consistito l’incontro fondamentale con essa sono analizzati punto per punto dalla scrittura poetica di Sapienza. È il nodo centrale della breve ma intensa rapsodia che costituisce il libro. Non si tratta, nonostante la collana in cui è stato pubblicato, di un “libro di viaggio” bensì della descrizione di un’epifania che si apre con l’evento della neve e si chiude con la comprensione/dischiudersi del suo mistero profondo e totale. Di esso non si sapranno le ragioni ma solo la necessità che lo costituisce. La neve è la sostanza reale del mito che la rende una componente essenziale della vita umana. Sapienza non si nasconde questa realtà e la racconta con semplicità e coraggio di rischiare. Continua a leggere

In Puglia con Amir Valle, parlando di Charles Chaplin

di Giovanni Agnoloni

da blog.edizionianordest.com

Rientro da una di quelle trasferte di lavoro che sono dei viaggi nel senso più ricco della parola. In Puglia, invitato insieme allo scrittore cubano Amir Valle a presentare Non lasciar mai che ti vedano piangere, suo romanzo da me tradotto, edito da Anordest per la collana “Célebres Inéditos”.

da blog.edizionianordest.com

La serata, svoltasi a Castellaneta (TA), rientrava nel programma di “Spiagge d’Autore”, manifestazione pregevolmente organizzata dalla Regione Puglia, in collaborazione con l’Agenzia PugliaPromozione, la Confcommercio Puglia e il Teatro Pubblico Pugliese.

Non lasciar mai che ti vedano piangere è un romanzo potente, di grande impatto sul piano letterario, umano e storico. L’ho voluto sottolineare fin da subito, nell’ex-Convento delle Clarisse, una piccola e bellissima chiesa sconsacrata nel centro dell’affascinante cittadina; subito dopo l’introduzione del moderatore Fabio Salvatore. Sì, perché è vero che la presenza di Charlie Chaplin imbeve di sé un’opera che ha nelle memorie cinematografiche un motore fondamentale – fatto significativo, visto che presentavamo il libro nel paese natale di Rodolfo Valentino, il mito per eccellenza del cinema muto, laddove Chaplin ha segnato proprio la transizione al sonoro. Continua a leggere

ISABELLE EBERHARDT E IL DESERTO – INTERVISTA A MIRELLA TENDERINI

Recensione e intervista di Giovanni Agnoloni

da Postpopuli.it

Mirella Tenderini:

Isabelle, amica del deserto

(ed. Opera Graphiaria Electa)

La vita di Isabelle Eberhardt è uno di quei misteri che ogni tanto spuntano fuori dai cassetti della vita. E non lo dico soltanto perché, prima di leggere la biografia di Mirella Tenderini, non ne avevo mai sentito parlare (lacuna mia). È anche perché il percorso esistenziale di questa viaggiatrice del Nordafrica e scrittrice dalla mano felicissima, di origini russe ma cresciuta in Svizzera, è una successione praticamente ininterrotta di svolte e colpi di scena, e tanta parte resta ancora avvolta nel mistero. Vissuta per soli 27 anni a cavallo tra XIX e XX secolo, questa ragazza dall’acuta intelligenza, la spiccatissima propensione linguistica e un’inesauribile curiosità, sembra essere costantemente perseguitata da un daimon, uno spirito che la consuma e la costringe a spingersi sempre oltre.

Forse è la rigida educazione ricevuta dal precettore russo (Alexandre Trofimovsky), forse l’amore smodato per il fratello Augustin, altro personaggio tormentato e protagonista di itinerari contorti e spesso infruttuosi, ma soprattutto la volontà inarrestabile di inserirsi e inoltrarsi in un mondo – quello arabo – che la affascina come un rovello che non può accontentarsi di lasciar stancare. Continua a leggere

A Medjugorje (e dintorni) fuori dagli schemi

Testo di Giovanni Agnoloni, foto di Andrea Fantini

Il luogo delle apparizioni, sul Podbrdo

Parlare di un viaggio a Medjugorje può rivelarsi difficile. Si rischia di far arrabbiare tanta gente, credente e non. Con queste righe, voglio scansare questo semplice inghippo, che di per sé scoraggia alla lettura, disinnescando le tematiche spirituali e il mio stesso modo di pormi davanti alla fede.
Questo è un reportage, che riferisce fatti e sensazioni. Perché un pellegrinaggio, in definitiva, è un viaggio, e ogni viaggio è, a suo modo, un pellegrinaggio.
Io oggi sono un credente, o meglio, come direbbe Joseph O’Connor, un “vero credente”, nel senso che rifuggo dalle ritualità esteriori bigotte e recitate, e mi calo nella vita. Per me la spiritualità e il rapporto con il Divino sono la ricerca e il dialogo costante con il centro dell’essere, il Sé, la radice dell’identità. E, come prima di partire ho scritto su Facebook, da questo viaggio non mi aspettavo miracoli o rivelazioni sconvolgenti, ma conferme.
Sono arrivate, anche se, come in ogni buon romanzo, in modo piuttosto sorprendente.

Il porto di Ancona alla partenza

Dopo la traversata in mare da Ancona a Spalato con mio cugino Andrea Fantini, matematico pure lui cristiano fuori dagli schemi, il tragitto in auto fino a Medjugorje è stato un percorso nel cuore di una natura scabra e montagnosa, tagliata come un graffio dalla modernissima A1 croata. Poi, dalla fine di questa alla nostra destinazione, passando per la frontiera bosniaca, è stato un susseguirsi di curve e colline boscose aperte su una pianura piatta e mossa da coltivazioni verdeggianti. Un’eco di Vietnam, o comunque di Sud-est asiatico. Mal d’auto del sottoscritto.
Medjugorje si annuncia all’improvviso, e quasi ti ci ritrovi dentro, con la sua proliferazione di alberghi, casette più o meno moderne e negozietti i più vari, che fanno corona alla chiesa parrocchiale e ai luoghi delle apparizioni della Madonna, che sono qui testimoniate fin dal 1981. Prima c’erano solo coltivazioni, soprattutto di tabacco, e pascoli per i pastori e le loro bestie.
In me non ha prevalso il fastidio per la “commercializzazione del sacro”, pur innegabile. Questa gente di qualcosa deve pur vivere. E, come avrei visto nei due giorni seguenti, è per lo più brava gente, segnata dai ricordi della guerra civile e, naturalmente, da quanto qui è successo e succede ancora. Continua a leggere

Amsterdam che luce c’era?

Introduzione di Giovanni Agnoloni, testo narrativo di Marino Magliani

Da Postpopuli.it

Prendete questo testo sulla luce di Amsterdam, di Marino Magliani – autore italiano nato nell’entroterra di Imperia ma residente da molto tempo ad IJmuiden, vicino ad Haarlem – come un’introduzione o un’ouverture del suo romanzo Amsterdam è una farfalla (Ediciclo): una storia che ha per protagonista quello che è un suo doppio, un alter ego letterario che dopo tutto è lui, incaricato, com’è veramente successo, di scrivere un libro sulla sua città. Così si è immaginato immerso in tante diverse sfaccettature e direi quasi rifrazioni luminose della capitale olandese, con i suoi canali, la sua pioggia e i suoi squarci di luce. Guidato dal suo Virgilio-Caronte, un traduttore espertissimo di storia locale, in sella a una bicicletta.

Una storia ardita e lumpen, archeologica e bolañiana, degna di una penna raffinata, che, dopo aver prodotto opere del calibro di Quella notte a Dolcedo, La tana degli Alberibelli (entrambe edite da Longanesi) e La spiaggia dei cani romantici (Instar), con questo libro torna a uscire dal suo universo d’elezione, la Liguria della sua infanzia rivisitata da lontano, per immedesimarsi in quel mondo, l’Olanda, che la vita lo ha portato a scegliere, così diverso, con la sua orizzontalità, dalle terrazze delle colline liguri.

Ne risulta un itinerario parzialmente dentro, ma soprattutto fuori dagli schemi, che lambisce la Amsterdam turistica per immergersi in luoghi che i più non conoscono, svelando retroscena storici, architettonici, sociali, urbanistici e gastronomici di quella che resta una delle capitali europee più affascinanti e imprevedibili.

Accompagnano queste righe delle foto di vari scorci di Amsterdam scattate da Bart Bokslag, fotografo olandese.

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LA NOTTE DI KREUZBERG, ANIMA TURCA DI BERLINO

di Giovanni Agnoloni

da Postpopuli.it

Piove, a Kreuzberg. Sono appena uscito dalla stazione della metro di Moritzplatz (foto qui a sinistra, da Wikipedia), dopo una serie di cambi e di percorsi avventurosi nell’avanzatissima metropolitana di Berlino. C’è un chiosco che vende hot dog e roba simile. Mi riparo sotto la tettoia, e un tipo mi offre una patatina fritta. Dico di no, mi scanso e mi rituffo sotto, per sbucare dall’altra parte della piazza.

Mi hanno detto che Oranienstraβe è piena di pub e locali, l’arteria centrale di questo quartiere alternativo, dove si concentra la comunità turca della capitale tedesca. Quando sono uscito dall’ostello era ancora bel tempo. Poi si è rannuvolato tutt’insieme ed è venuto giù il diluvio. Capricci del clima nordico. Mi infilo nel primo bar che trovo. Saluto in inglese e chiedo se hanno qualcosa in contrario a che aspetti che spiova sotto la tenda. I gestori non capiscono, ma sorridono. In TV c’è Udinese-Arsenal, ritorno del preliminare di Champions League. I friulani stanno per essere eliminati. Passerà, la pioggia, mi dico. E invece no.

Accanto a me, un uomo che sembra un boss col mal di pancia fa e riceve telefonate in continuazione. Alla fine salto fuori facendo lo slalom tra le gocce e sfruttando la striscia di venti centimetri protetta dalle grondaie. Passo accanto a vari localetti, tutti dall’aria vuota e avvilita, e arrivato a Oranienplatz sono già zuppo. Continua a leggere

Le nebbie di Castiglion della Pescaia

Testo di Giovanni Agnoloni

Da Doppiozero.com

Di solito al mare, almeno in Italia, si associano scenari di luce, sole e calore. È curioso, invece, come i miei ricordi di Castiglion della Pescaia, una delle più ridenti località turistiche della Maremma, siano di nuvole e foschia. Esterne, in qualche giornata di pioggia, ma soprattutto interiori.
Ci sono stato tante volte, fin da piccolo, coi miei, da solo e con amici. E sempre, per me, ha rappresentato un crocevia, e insieme una visione che si levava da un mondo in dissolvenza.
Il primo anno che ci sono venuto sarà stato quand’ero in prima elementare. Durante il viaggio avevo dormito sul sedile posteriore della Giulia, un’Alfa Romeo che solo a ripensarla evoca passato. Mi svegliai sulla Via Costiera, circondato dalla pineta litoranea, e poco dopo mi apparve il profilo arroccato del paese, con il castello e la torre della Pieve di San Giovanni Battista. Continua a leggere

“La musica della neve”, di Davide Sapienza

Recensione di Giovanni Agnoloni

Davide Sapienza

La musica della neve – Piccole variazioni sulla materia bianca

Ediciclo, 2011

Una delle cose più difficili, anche per i saggi, è spiegare che cosa sia l’essenza delle cose. Anthony De Mello ha parlato di questo in un suo libro con riferimento al verde. Possiamo dire che cosa è verde (un prato, un indumento, per esempio), ma definire il verde in sé è impresa ben più ardua, che comporta l’addentrarsi in un territori fatti di puro intuito e pura percezione, non mediata dalla razionalità.
Sono questi gli spazi che Davide Sapienza ha esplorati in La musica della neve – Piccole variazioni sulla materia bianca, opera uscita per la collana di Ediciclo “Piccola filosofia di viaggio”, in cui lo scrittore, viaggiatore ed esperto di musica unisce le sue tre grandi vocazioni per calarsi nello spirito del bianco e di quella materia sempre mutevole e mai prevedibile che più di ogni altra cosa lo rappresenta e lo esprime. Continua a leggere

Pensare lentamente, agire velocemente

Di Gianluca Bonazzi

Questo principio intende porre all’attenzione dei lettori una riflessione sul valore del tempo.
Riprende un principio simile che diverse volte si è sentito riportare quando si parla di multietnicità e villaggio globale: AGIRE LOCALMENTE, PENSARE GLOBALMENTE.
Questo si muove nello spazio, l’altro nel tempo.
L’incrocio di tempo e spazio porta armonia indispensabile per la vita di una persona.
Immaginarie rette perpendicolari che formano il qui e ora di antica memoria latina, il cosiddetto Carpe Diem.
Ogni tempo in un spazio e viceversa è unico, e mai più si ripeterà, per sempre.
Quanto accaduto un attimo fa nella vita di ognuno di noi non si ripeterà più. Continua a leggere

Come valorizzare un’area col turismo di qualità

DALLA MAREMMA UNA LEZIONE PER LE VALLI APPENNINICHE PIEMONTESI

Articolo di Marco Grassano

da Postpopuli

Daini sotto gli ulivi maremmani

Lo scorso giugno ho fatto, con la famiglia, un “tour” tra Assisi e la Maremma; in quest’ultima zona, in particolare, ho osservato un modello di “gestione” del turismo che potrebbe funzionare egregiamente anche da noi, se solo lo volessimo davvero adottare. Tutto ruota attorno al valore ambientale dell’area, in Toscana garantito da un parco regionale (come lo sono in provincia di Alessandria, tanto per intenderci, il Parco del Po e dell’Orba o quello delle Capanne di Marcarolo) – ma si potrebbe anche partire da una zona protetta della Rete Natura 2000, quale quella del Monte Antola, magari estendendola alle Terre del Giarolo, che dal punto di vista della biodiversità non hanno nulla da invidiare a molte altre realtà più rinomate (mi pare però che la Comunità Montana abbia deliberato, non molto tempo fa, l’espressione di parere negativo alla creazione di un’area di salvaguardia, voluta dalla Regione… forse per timore di avere le mani legate, o forse in obbedienza all’ormai abusato principio “padroni in casa nostra”, che in una società civile deve invece essere, necessariamente, limitato dal prevalere degli interessi collettivi, a partire dalla tutela del territorio).  Continua a leggere

Se sei felice

da qui

Quando c’eri, Mario, mi domandavo
come sarebbe stato
il giorno che sarei rimasto solo:
un pugno nello stomaco, credevo
che sarei morto anch’io,
ancora non sapevo
che amare è morire, che in fondo al cuore
c’è una luce nascosta in una tomba
e che solo scendendo fino in fondo,
esalando quell’ultimo respiro
nascosto in ogni battito del dare,
ancora non sapevo
che il lampo che ora vedo in questa foto,
l’illusione di averti qui per sempre
era la profezia di chi sa già
che all’alba arriva uno che ti dice
chi cerchi, perché piangi non è qui,
non vedi che ti sta aspettando ancora
non senti che ti chiama dalla porta
del cuore? Dimmelo, se sei felice.

Pensando a George Harrison, nel decennale della sua scomparsa

Tratto da I DIARI DI RUBHA HUNISH, di Davide Sapienza, Galaad Edizioni 2011, pagine 206-209

1 dicembre 2001. George Harrison. Bivacco Presolana.

Sono nel posto dove oggi volevo essere per il mio saluto a George, il beatle giovane. Sono passati quasi quattro anni da quando salii nella neve sino a quassù per rendere il mio omaggio a Claudio, artista amico scomparso dal nostro orizzonte, senza preavviso. Questo sembra proprio essere il luogo giusto per ascoltare la partenza di chi sta lasciando il pianeta terra. Era sabato allora, è sabato anche oggi. Era giovedì allora, è stato giovedì anche questa volta.
Ho portato con me la sua musica scegliendo le canzoni per cercare di catturare qualcosa che non so cosa sia. Sono qui per interrompere il consueto scorrere dei pensieri, delle emozioni e delle parole; so che ascolterò queste canzoni come mai le ho ascoltate, né come mai le ascolterò più. Continua a leggere

Facevamo servizio pubblico

di Gianni Montieri

Fu strano per un ragazzo di ventiquattro anni arrivare dalla provincia di Napoli a Milano. Arrivarci in gennaio con la nebbia, il freddo e tutti gli stereotipi piazzati lì davanti agli occhi e ai giacconi mai abbastanza pesanti. Era il 1996. L’anno, per me, delle prime sciarpe, la prima volta dei guanti. Arrivai il sabato e il lunedì si cominciava, in Comune. Un ente gigante e gigantesco, ventimila dipendenti, allora. Oscillavo tra paura del nuovo, contentezza per averla scampata e voglia di dimostrare che noi del Sud lavoravamo e che non era vero ciò che si diceva. Ma poi realmente cosa si diceva? A dirla tutta non l’ho mai saputo. I primi mesi furono strani: uffici e archivi troppo grandi e sporchi, computer che non arrivavano, colleghi che non ti parlavano. La confidenza da non dare a uno col contratto al termine e, per giunta, terrone. ‘Na munnezza. Una cosa mi piacque da quasi subito: i colleghi più anziani. Quelli che del lavoro in Comune, del “servizio per il pubblico”, ne avevano fatto una ragione di vita. Una morale. Arrivavano con le scartoffie in mano, con la loro pratica da farti inserire nel database, e dicevano frasi così: Ragazzo, ricorda che noi dobbiamo delle risposte alle persone, e quelle risposte gliele dobbiamo, che i computer ci siano o no, che le fotocopiatrici funzionino o meno. Quello che mi ha insegnato tutto si chiama Antonio Continua a leggere

Émile Zola, “L’affaire Dreyfus. La verità in cammino”, a cura di Massimo Sestili

Da qui

Intervista a margine di Giovanni Agnoloni 

«La lettera di Zola è il più grande atto rivoluzionario del secolo»

a cura di Massimo Sestili
Prefazione di Roberto Saviano
Firenze, Giuntina, novembre 2011
ISBN 978-88-8057-423-1
Є 9,90

Zola nel suo J’accuse indica con nome e cognome i responsabili della condanna di un innocente e chiede di essere portato in giudizio, firmando una delle più grandi requisitorie contro la ragion di stato che siano mai state pronunciate. Una denuncia che rimarrà nella storia, da un lato per la forza e il coraggio che esprime nel voler difendere i valori di Giustizia e di Libertà e, dall’altro, per il richiamo al principio di responsabilità degli intellettuali, che da questo momento percepiscono il loro ruolo all’interno della società in modo del tutto diverso, fino a raggiungere nel corso del Novecento un peso sempre maggiore soprattutto nei momenti in cui la loro protesta è riuscita a saldarsi con la politica.

dalla introduzione di Massimo Sestili

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“Addio, Liguria”: franano le Cinque Terre care a Eugenio Montale

Articolo e foto di Marco Grassano (già pubblicati su AlibiOnline, qui e qui)

“Addio, Liguria”: franano le Cinque Terre care a Eugenio Montale
“Addio, Liguria, per i tuoi grandi paesaggi d’olivi
dove il colore in maggio è bronzo fiorito; per il verde
chiaro delle vigne di cui vivono anche in estate
le ardenti terrazze di pietra sollevate all’infinito sul mare…”
Vincenzo Cardarelli

Il sole di fine settembre balugina caldo sul mare in un crepitio luminoso mentre dall’uscita autostradale di Carrodano scendo verso Monterosso. Il mio albergo – Hotel Cinque Terre – è nella frazione Fegina, di fianco a Villa Montale. Scriveva il poeta:

La casa delle mie estati lontane
t’era accanto, lo sai,
là nel paese dove il sole cuoce
e annuvolano l’aria le zanzare. Continua a leggere

Biblioteche

di Antonio Sparzani

Quand’ero ragazzetto, neolaureato di belle speranze ‒ allora forse migliori di adesso, dati i mestieri che un neolaureato che voglia sopravvivere è oggi forzato ad accettare ‒ e cominciavo ad aggirarmi per Milano, dov’ero giunto fresco fresco da Pavia, cominciai ad andare “in Sormani”, che sarebbe la biblioteca comunale di Milano, (Biblioteca Centrale, ospitata a palazzo Sormani, che fa parte del notevole servizio biblioteche del comune di Milano): l’ufficio prestiti ‒ schedari ovviamente solo cartacei, schedine da far passare pazientemente sotto le dita, problemi vari di ordine alfabetico ‒ era come ora al secondo piano ed era governato da un signore burbero e scorbutico come non mai che sembrava ti facesse una concessione speciale nel prestarti un libro, dopo beninteso che si erano esibiti documenti e garanzie a tutta prova. Del tutto diverso, lo dico subito a scanso di equivoci, quel che accade ora, personale ottimo: gentile, collaborativo, competente. Ma questa difficoltà umana che a quei tempi ti costringeva ad un piccolo sforzo psicologico se proprio volevi un libro, contribuiva in qualche modo a creare un’atmosfera di sacralità mista a una sorta di irraggiungibile lontananza; pessimo, direte voi, e sono ovviamente d’accordo, era però una molla che ti faceva desiderare fortemente un libro, e una volta conquistatolo, a usarlo nel miglior modo possibile.

La prima volta che andai negli Stati Uniti — inizio anni ’70 — con una borsa di studio di un anno per una qualche fisica ricerca, capitai non in una grande e famosa università, ma alla Rutgers University, sperduta in un campus del New Jersey, vicino a New Brunswick; la prima volta che entrai nella biblioteca del campus credevo di sognare: un salone a pianterreno enorme e tutto a vetrate, varie decine di comode poltrone, scaffali aperti, apertura ventiquattr’ore, roba da portarsi lì il cartoccio del pastrami, con un buon pane di segale e stare indefinitamente stravaccato a leggere e guardare i prati dai finestroni. Chi mi conosce sa quanto poco io ami gli USA, soprattutto dopo esserci stato per un anno, ma quello delle biblioteche, lo ammetto, era un servizio impagabile.

Adesso il non illuminato governo di questo disgraziato paese Continua a leggere

Diario di Barcellona III, di Andrea Sartori

«Io è un altro».

Gli vennero in mente queste parole di Rimbaud, quando si guardò nella specchiera ottocentesca del Grand Cafè Restaurante della vecchia Calle Ferran.

Volgendo poi lo sguardo alla strada, gli parve di vedere ancora se stesso: nella senzatetto che si arrotolava le mutande in vita dopo aver pisciato in un angolo già irrigato da un cane, nelle grida disarticolate di due tedeschi ubriachi, nel sorriso ammiccante di un omosessuale che tentava di sedurlo a distanza.

Avrebbe dovuto essere «un altro» più spesso.

Come la sera prima, ad esempio, quando, mentre rimestava il fondo di un mojito accucciato su di uno sgabello di Malpaso, entrarono nel locale, ridendo senza ritegno, sette ragazze olandesi, in città per le sfilate di Passarel-la. I giovani spagnoli che erano con lui si erano ridestai ad una nuova vita, sperando improvvisamente in un diverso destino per la loro notte. Allora, però, egli non seppe sfilarsi dal viso la pellicola trasparente che lo separava da se stesso. Doveva rientrare nel suo piso, e mettersi a lavorare alla scrivania, senza troppo alcool in corpo, e senza l’enfasi della carne a disturbarlo. Continua a leggere

“Le OroVie” – La Connessione cosmica

Recensione di Giovanni Agnoloni

Andrea Aschedamini, Davide Sapienza
Le OroVie
Lubrina Editore, Bergamo, 2011

Dopo L’invisibile canto del silenzio, i testi di Davide Sapienza e la foto di Andrea Aschedamini tornano ad accompagnarci in un itinerario geogafico, ma soprattutto spirituale, nel ciclo delle stagioni delle Alpi Orobie. Le OroVie (Lubrina Editore, 2011) è un libro che ci fa dono di un percorso speciale, che fa di tutto per essere “normale”, “umile” nel senso originario del termine (humilis, “che sta in basso”, dunque “aderente al terreno”), ma non può evitare di rivelare la propria natura iniziatica. La Natura qui si rivela nella sua essenza di Via, cioè di percorso di accesso a dimensioni più sottili, più profonde e insieme più alte, rispetto a ciò a cui siamo abituati. L’essenza energetica e spirituale dei luoghi di montagna si manifesta come Holos (“Tutto”) in cui si immerge l’essenza intima dell’uomo, osservatore che vive su di sé un riflesso della vita millenaria del Cosmo. Continua a leggere

Diario di Barcellona II, di Andrea Sartori

Il mattino trascina con sé brani della notte. Dalla notte, a dire il vero, la città non esce mai.

Un lieve stato sonnambulico ti accompagna anche quando scendi a fare la spesa al piccolo supermercato sotto casa, gestito da un cingalese che ormai, quando ti vede, ti saluta con un identico bofonchio: «Buenos dia, italiano». Continua a leggere