L’ottavo pilastro della saggezza – di Alberto Asor Rosa

da: il manifesto
14.06.2013

 Non c’era un piano (così almeno presumo). Ma da un certo momento in poi il piano ha preso corpo: quando i soggetti interlocutori (ovvero, sia pure moderatamente e modestamente, distinti e contrari) sono così deboli e/o rinunciatari, è facile – diviene cammin facendo sempre più facile, – costruire un piano alternativo alle loro (peraltro estremamente confuse) intenzioni. E da quel momento, – e cioè dal momento in cui è diventata chiaramente visibile la confusione in cui i vari proponenti versavano, – il piano è stato applicato con sempre più lucida consapevolezza e con una davvero superiore capacità di controllo della crisi. La gente comune, però, -cioè noi, – ha visto solo la punta dell’iceberg. Chissà se esiste in Italia un valoroso giornalista d’inchiesta, che, oltre ad occuparsi delle malefatte dei consiglieri regionali laziali e della compravendita di voti in Lombardia, sia disposto ad occuparsi di ciò che è accaduto in Italia nelle “alte sfere” della politica, dietro l’apparenza degli scenari visibili, nel corso degli ultimi tre-quattro mesi? Sarebbe il colpo della sua vita (si spera non in senso definitivo).Andiamo per ordine, perché andare per ordine significa fermarsi un momento e dare ordine alle cose.Il primo movimento è consistito nel negare al Pd di Bersani e conseguentemente all’intera alleanza di centro-sinistra, di presentarsi alle Camere con il proprio programma e di chiedervi il voto di fiducia. Non esistevano le condizioni che tale verifica si concludesse positivamente? E allora? Il centro-sinistra aveva la maggioranza assoluta dei voti alla Camera dei deputati e una consistente maggioranza relativa al Senato. Continua a leggere

Se il Papa critica il capitalismo (e la sinistra no) – di Francesco Peloso

DA MICROMEDIA

Bergoglio non è un rivoluzionario, né ha fatto parte delle correnti più progressiste della Chiesa. E tuttavia il suo magistero s’inserisce in quella rinnovata attenzione alla dottrina sociale scaturita dagli anni del Concilio e dalle esperienza della Chiesa latinoamericana. Perché una simile prospettiva di fede non ha ancora riscosso l’attenzione delle forze culturali e politiche della sinistra?

di Francesco Peloso

Cosa succede se una delle più antiche istituzioni globali della storia, la Chiesa cattolica, attraverso la sua più alta autorità critica le virtù e i presunti benefici del capitalismo mondializzato? La prima reazione dell’opinione pubblica, quasi automatica, è quella di declassare gli interventi del Papa in materia economica e sociale a tradizionale attenzione ai poveri, vale a dire pensieri caritatevoli pronunciati da un leader spirituale. Insomma nulla di nuovo. In quest’atteggiamento c’è ovviamente un po’ di distrazione e di conformismo, eppure si scorge anche qualcos’altro: un certo fastidio verso interventi – in questo caso del Pontefice ma altrove lo stesso effetto è causato da un economista deciso a rompere certi tabù – che provano a rimettere in discussione le fondamenta del modello di sviluppo nel quale siamo immersi e che a quanto pare non ha costruito la felicità per tutti. Continua a leggere

Gli imprenditori invocano misure per l’occupazione. Intanto portano le loro fabbriche all’estero – di Mauro BALDRATI

DA TISCALI

Contro la disoccupazione giovanile fatti, e non parole! invocano gli imprenditori. Intanto chiudono le fabbriche in Italia e le portano all’estero.

E’ opinione diffusa che uno dei problemi più urgenti, e più drammatici, del nostro paese sia rappresentato dalla disoccupazione. Ogni anno, ogni mese si bruciano posti di lavoro. In particolare la disoccupazione giovanile è una piaga che appare senza soluzione, nonostante i proclami e gli appelli che provengono da ogni parte, politica, imprenditoriale e sindacale. I giovani sembrano addirittura avere perso la prospettiva di un impiego. Chi ha figli che si affacciano al mondo del lavoro, o che stanno per farlo, conosce il loro senso di rassegnazione, che chiude lo stomaco e fa stringere il cuore. Continua a leggere

Nessuna fiducia: viviamo nella diffidenza assoluta, riparati dietro rifiuti preventivi – di Marco LODOLI

Osservo il mio vicino di casa che inchiavarda la porta con decine di mandate: prima sopra, poi sotto, poi ancora più sopra, e infine con un pulsante aziona l’allarme. Deve andare alle poste e poi al supermercato, starà fuori un paio d’ore, quindi è meglio che protegga la casa, i soldi, l’oro e qualunque cosa preziosa sia celata in fondo ai cassetti. “Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”, mi dice con un sorriso amaro. Sotto casa, alle undici di mattina, un tipo lega il suo motorino scassato a un palo della luce con un catenone incredibile. Una signora gli si avvicina per domandargli un’informazione e il tipo, sempre alle prese con i suoi lucchetti d’acciaio, scuote la testa: “Non lo so, non so niente, arrivederci” dice liquidando in fretta la sconosciuta. Prendo anch’io la mia Vespa e parto per il lavoro: mi colpisce vedere lungo la Salaria una coppia di ragazzi che fanno l’autostop, lei ha in mano un cartello con la scritta Firenze, lui guarda le macchine e i camion passare veloci. Nessuno si fermerà, temo, non è più tempo di fiducia nel prossimo, di curiosità aperte: in ogni autostoppista può celarsi un serial killer. Continua a leggere

Caso Ilva, Riva non è l’eccezione – di Guido VIALE (il manifesto)

Per capire di che cosa parliamo quando parliamo di privatizzazioni guardiamo l’Ilva. Riva ha comprato l’Italsider di Taranto (un «ferrovecchio», secondo lui che lo ha comprato; un gioiello, secondo Prodi che ne ha predisposto la vendita) una ventina di anni fa per una manciata di miliardi (di lire: cioè di milioni di euro). Da allora, ha instaurato in fabbrica un regime dispotico, che gli è valso due condanne per discriminazione (ma ne avrebbe meritate decine), ma che è costato agli operai centinaia di morti sul lavoro.  Ha appestato la città con emissioni, reflui e rifiuti nocivi che hanno provocato migliaia di malattie e centinaia di morti. Ha macinato profitti per miliardi di lire, ma poi anche di euro, e ne ha imboscati molti in paradisi fiscali, rimpatriandone una parte esentasse grazie allo scudo fiscale di Tremonti. Ha sfruttato gli impianti senza investire se non lo stretto necessario per tenerli in funzione, mettendo in conto di abbandonarli, insieme a operai e città inquinata, quando non sarebbero più stati redditizi. Continua a leggere

Gesti estremi

Darsi fuoco è gesto di chiusura estrema: alla propria storia, ai propri cari, alla possibilità di un miglioramento della propria condizione. Sono tanti, troppi coloro che maturano questa scelta. La comunità ha perso la sua capacità di accogliere chi è in difficoltà, chi è, o chi si ritrova di colpo, inadeguato alla crescente complessità della vita. I semplici, gli emarginati, i deboli sono diventati un peso.

Allontanatici dal gioco sfavillante degli specchi mediatici, saltati via come sottili viti dall’ingranaggio implacabile del lavoro, o della cura familiare e sociale ci ritroviamo soli e nudi. Se le istituzioni non capiranno la necessità di compiere “gesti estremi” di natura politica, utilizzando le risorse disponibili per creare in via diretta nuovo lavoro o dare un reddito di esistenza a tutti i bisognosi, gesti disperati contro sé stessi o contro gli altri si moltiplicheranno. Continua a leggere

25 aprile 2013. Liberazioni

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La seconda guerra mondiale e i suoi 443.000 morti, tra civili e militari. La fine di una lunga dittatura e dell’occupazione dei tedeschi, dopo violenze, miserie e distruzioni. Questo è il 25 aprile: il ricordo di una tragedia immane e della sua conclusione. Non per merito di tutti gli italiani, ma grazie all’impegno di circa 130.000 donne e uomini. Pochi, su una popolazione di 45 milioni di abitanti. Il 25 aprile ci ricorda perciò anche altro, il nostro lato oscuro di uomini, prima che di italiani, con la nostra incoerenza e leggerezza insanabili: nell’inneggiare prima al duce e alla guerra, in piazza Venezia, per poi  insultarne il  corpo appeso, in piazzale Loreto. L’Italia degli stadi, di Domenica in dei tg1, dei canali Mediaset, del me ne frego, del non voto, da una parte; e dall’altra, quella impoverita delle piazze e dei cortei, sobria e capace di rinunciare e, allo stesso tempo, consapevole delle ragioni e delle responsabilità. La storia è spesso mossa da ambiziosi e narcisisti, ma anche da donne e uomini fuori dal coro, incuranti delle conseguenze delle  loro parole ed azioni, pur di affermare principi di verità e giustizia, e di metterli in pratica. Il 25 aprile è l’esclusivo dono di questa seconda categoria di persone, cosi come lo è la Carta costituzionale.  Continua a leggere

Dal nostro inviato Pablo Quiproquo

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Si respira aria nuova oggi in Italia.
Numerose, anzi, numerosissime le leggi proposte, varate o in procinto d’essere varate dal nuovo governo. Leggi che molti osservatori internazionali non hanno esitato a definire addirittura “di portata epocale” e che sembrano segnare finalmente la strada della rinascita non solo economica (importante precisarlo) del paese.
Dimezzamento del numero dei parlamentari e allineamento dei relativi stipendi alla media di quelli nazionali. Riduzione a due mandati per qualunque carica pubblica. Abolizione del Lodo Alfano. Abrogazione di numerosi privilegi (che ricordiamolo non hanno confronti nel resto d’Europa) e nuova legge sulla trasparenza dei costi e dei conti pubblici. Legge contro l’omofobia. Legge sul conflitto d’interessi (eravamo l’unico paese occidentale a non averne una) e legge anticorruzione. Per quel che concerne il finanziamento pubblico ai partiti, si passerà dal sistema attuale a quello di contributi volontari deducibili dalle tasse. Si è intanto ricominciato a parlare di fondi da utilizzare per la ricerca, l’istruzione e la sanità.
Importanti passi avanti si stanno facendo nei confronti della lotta al sistema nepotistico che, non dimentichiamolo, è tutt’ora uno dei grandi mali che affligge l’Italia da (possiamo dirlo? Diciamolo…) dai tempi dell’unificazione.
Si preannuncia una nuova offensiva anche nella lotta alla criminalità organizzata, proprio quella criminalità che approfittando della crisi e dell’impasse della Continua a leggere

The show must go on. No, può anche cambiare.

da qui

È triste notare come oggi, la cultura, sia per lo più una cultura d’apparato. Leggi un giornale e sai già cosa dirà, segui un programma alla televisione e ascolti esattamente ciò che ti aspettavi. Il risultato è una nausea generalizzata, un senso di marcio e di stantio che spinge a cercare altrove cronache e commenti. Gli operatori culturali sono sguatteri di ditte che esigono una linea ben precisa; si ritrovano fra loro con i sorrisi e la complicità di chi sa di essere protetto, di chi è associato a un circolo dove sarà comunque difeso e sostenuto. La vendita dell’anima – perché di questo si tratta – lascia sempre dentro (dentro?) un che di amaro, che bisogna affrettarsi a cancellare con autoconferme miserabili. I gruppi economici decidono le cariche politiche, i ruoli chiave di ogni forma di potere; cantanti, comici, uomini e donne di spettacolo, sono i pagliacci pagati e riveriti di un circo deprimente, ma capace di dettare le mode del momento, di consacrare, senza tema di smentita, le star incontrastate e richieste nei templi autoincensatori dei talk show e dei festival di mezzo inverno. La menzogna collettiva è irrobustita da battage e lanci editoriali, a riprova che solo in allegato ai quotidiani è possibile e pensabile leggere libri e soprattutto venderli. Su questa poltiglia plana uno sguardo desolato che rimpiange le menti di un tempo, gli interpreti che sapevano ancora cosa fosse un’intelligenza libera e brillante. Svegliamoci: non è vero che lo spettacolo debba per forza continuare.

Ancora pesanti prezzi da pagare per invalidi e pensionati – di Mauro BALDRATI

DA TISCALI

Siamo in un periodo di alta fibrillazione politica. Soprattutto televisiva. Non è una novità, in Italia la politica è ormai quasi totalmente televisiva. Vediamo gli esponenti dei vari partiti in diversi programmi, anche nella stessa giornata, impegnati a ripetere le parole di sempre: “gli interessi del paese”, “gli italiani non sono stupidi”, “noi non siamo interessati alle poltrone ma…”. Lo stesso Beppe Grillo, che durante la campagna elettorale ha rifiutato ogni apparizione televisiva sotto forma di interviste, talk show ecc. ha avuto uno spazio enorme. E’ un dato interessante: la televisione continua a occuparsi di un fenomeno che ha tra le sue componenti proprio il rifiuto della stessa.

Lo spettatore che appartiene alla cosiddetta “gente comune” (un altro degli archetipi abusati dai tele-politici) assiste con una sorta di stupore, di smarrimento, di inquietudine, a questo rombo, come un’eco che si rifrange su pareti lontane, inaccessibili. I suoi problemi, le sue difficoltà, sembrano argomenti ignoti alla folla di parlamentari che discutono soprattutto di se stessi, delle loro alleanze, di quanto sono disposti a dare e a ricevere: si farà un accordo col Movimento Cinque Stelle. Sì, no, forse. Si farà un governo delle larghe intese, lo vuole Napolitano. Sì, no, forse. Si tornerà a votare molto presto. Sì, no, forse. La sinistra deve capire. La destra deve capire. Beppe Grillo deve capire. Monti ha fallito. Sì, no, forse. Continua a leggere

Stay gold

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Di tanto in tanto con la mia compagna rivediamo vecchi film. Spesso decidiamo di farlo seguendo un tema o uno stile. Funziona così: si propone un tema e poi si operano, ognuno per proprio conto, delle scelte. Di solito nessuno rivela all’altro il film che ha scelto fino al momento di farlo vedere. Ogni proiezione è una sorpresa. L’abbiamo fatto con James Bond, riattraversando tutte le pellicole della serie, dal mitico Sean Connery all’ultimo David Craig (“Skyfall” che consiglio a tutti), e in un passato ancora più remoto con la maggior parte dei capolavori di Alfred Hitchocok. Ultimamente il tema proposto è stato gang’s movie: film di bande giovanili, film sulle realtà metropolitane. Le scelte della mia compagna sono state “West side story”, “Gangs of New York” e “Rebel without a cause”. È stato un piacere rivedersi “West side story” a così tanti anni di distanza dall’ultima volta in cui mi era passato davanti agli occhi: i Jets contro gli Sharks, gli americani di pelle bianca contro gli immigrati portoricani, e, di mezzo, la storia d’amore tra Tony e Maria: colonna sonora del grande Leonard Bernstein: potevo forse desiderare di meglio?
Le mie proposte sono state “The Outsiders”, “Streets of fire” e “The Warriors”.
Al di là del ritmo e della perfetta ambientazione di “The Warriors” e dello schema fiabesco di “Street of fire”, il mio preferito (perlomeno tra quelli che ho scelto) resta “The Outsiders”: lo è per l’incantevole equilibrio che l’attraversa e per la poesia che lo sostiene, ma lo è anche e soprattutto per quell’impasto di violenza e vulnerabilità che avvolge ogni sequenza e che rende dolci anche le scene di rabbia più intensa.
Francis Ford Coppola girò “The Outsiders” (in italiano “I ragazzi della 56ª strada”) nel 1983, spinto dalla richiesta contenuta in una lettera inviatagli dalla bibliotecaria di una scuola media di Fresno, California. Jo Ellen Misakian, questo il nome della bibliotecaria, scrisse per conto degli studenti dell’istituto in cui lavorava chiedendo al grande regista italo-americano di realizzare un film dall’omonimo romanzo di  S.E. Hinton.
La Hinton aveva pubblicato “The Outsiders” nel 1967 (ad appena diciott’anni d’età) e con questa storia di bande giovanili in lotta Continua a leggere

Democrazia e nuovo Parlamento

Il percorso verso una democrazia reale –  il cui punto focale è il metodo, quel “metodo democratico” previsto dall’art. 49 della Costituzione, nel confronto di idee e di interessi  e nelle scelte finali – sarà lungo, ed è evidente la  fragilità, in varia misura, dei soggetti politici presenti ora in Parlamento per rappresentarci.  E’ altresì evidente, per le ragioni che sappiamo, che essi non potranno rispondere a tutte le attese di cambiamento. Non per questo, però, potranno disattenderle per quanto sarà loro possibile, riguardo almeno alle priorità indilazionabili. Continua a leggere

La colpa è dello scoglio

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Ci sono tanti mondi a confronto, oggi, per chi si affaccia a vedere il mondo che li contiene: ci sono i robot che vengono sviluppati in Giappone e dalla Boston Dynamics, e che ci dicono che il futuro è già qui, e tanto peggio per chi è rimasto troppo indietro; c’è Wall Street che raggiunge il suo record dal 2007; ci sono le nuove tecnologie applicate ai telefoni e ai computer; le lavagne elettroniche nelle scuole estere; gli investimenti per l’energia pulita in Germania, in Olanda, in Inghilterra, in Canada, in Nuova Zelanda; ci sono i diritti per le minoranze e la lotta alle discriminazioni che hanno impegnato le politiche di quasi tutti i paesi occidentali; ci sono il 50% delle spiagge private francesi che tornano ‘libere’, le città che si rinnovano, le democrazie dove il massimo di due legislature è realtà, il conflitto d’interessi legge, l’antitrust applicato, l’informazione libera e la parola data ‘sacra’.
Poi c’è l’Italia: c’è il 65% delle famiglie che non riesce ad arrivare a fine mese, ci sono le scuole indietro di quindici anni rispetto a quelle inglesi, le università non competitive, il teatrino della politica, i debiti che crescono e una crisi della quale non ho ancora sentito nessuno, dico nessuno, prendersi la responsabilità.
Ma non erano pieni i ristoranti? Non andavano avanti i party ad Arbore? Non crescevano i debiti mentre buona parte degli italiani si avviava a perdere lavoro, futuro e reputazione agli occhi del mondo e di se stessi?
Oggi, come al solito in Italia, tutti invitano a prendersi le proprie responsabilità, tutti amano il Paese che hanno lasciato sul lastrico e sono pronti a controllare il timone della barca che è finita contro la costa, compreso lui, il capitano che ne era al commando mentre la musica continuava a risuonare e le rocce si avvicinavano.
Perché se un colpevole c’è, in questa nave sul punto di scomparire sotto il livello dell’acqua mentre i soccorritori litigano e i passeggeri annegano, è dello scoglio, naturalmente: ma come, davvero non lo sapevate?

Eppur si muove. Il risveglio delle comunità

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Non disperiamo per i risultati elettorali, prima di vedere ciò che di concreto produrranno, nel tempo. C’è un cambiamento in atto dopo la stasi degli ultimi vent’anni che ha scombinato le carte di una destra aggressiva, corrotta e residuale, che pensava di imporre ancora i propri interessi personali, e quelle di chi, con vaghezza e ambiguità di  contenuti programmatici e sulle future alleanze di governo, pensava di fare un rinnovamento del Paese a scartamento ridotto, condizionato da Bruxelles. Gli esiti elettorali non sono stati incruenti nemmeno per chi il cambiamento lo voleva fortemente, soggetti politici che pur mettendo assieme sacrosanta indignazione e passione, dentro un programma coraggioso e netto, non potranno far sentire la loro voce nel nuovo Parlamento. Continua a leggere

Prepararsi a rinascere

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Si è concluso ieri il corso intensivo d’italiano organizzato come ogni anno dalla Dante Alighieri di Auckland. Cinquanta studenti, cinque insegnanti, cinque giorni di lezioni, pranzi, chiacchiere e visione di film.
Il tema di questo corso è stato l’immigrazione, fenomeno di cui solo negli ultimi decenni sembriamo esserci davvero ricordati, ma che ha caratterizzato la storia dell’umanità – e dell’Italia in particolare – dalle sue origini fino ai nostri giorni. In fin dei conti non esiste paese o città che non siano stati costruiti sull’accumulo delle scelte, delle fatiche, delle sofferenze e del coraggio degli uomini e delle donne che hanno deciso d’andarci a vivere.
Il primo dei film proiettati è stato Pane e cioccolata (1973) di Franco Brusati, con uno straordinario Nino Manfredi nella parte del protagonista. Pane e cioccolata ha risentito forse un po’ troppo dello scorrere degli anni, ma i suoi (pochi) difetti sono di gran lunga controbilanciati dai (numerosi) pregi: i difetti vanno ricercati nel ritmo, nel montaggio e nella lunghezza di certe scene che in alcuni casi (come ad esempio nell’episodio del pollaio) passano dal surreale al grottesco, per poi sconfinare malauguratamente nel didascalico. I pregi stanno invece nella capacità di raccontare una storia legata ad un argomento difficile (quello dell’emigrazione italiana in Svizzera negli anni sessanta) e di saperlo fare coi toni di una commedia Continua a leggere

Se fossi papa

Stemma papale Se fossi papa, girerei in clergyman e porrei la sede in una parrocchia della Garbatella, lasciando San Pietro e il Vaticano per cerimonie speciali e come città-stato dei poveri più poveri. Durante il giorno visiterei i più miseri, che così sarebbero meno sfortunati, meglio alimentati e meglio vestiti, perfino rasati e pettinati e, magari, ma non vorrei esagerare, profumati. Mi lascerei prendere dall’entusiasmo, recandomi nei campi rom e nelle carceri, negli ospedali più malmessi e nelle scuole scalcinate. Continua a leggere

Riflessione sulla scuola – di Bruno BARTOLETTI

In questi giorni in cui cercavo di sistemare il mio studio e di dare
un po’ di ordine alle tante cose che nel tempo si ammucchiano, mi sono
imbattuto in un bell’articolo a firma di Lorenzo Artusi, Weimar e il
cuore “inquieto” di Goethe, in Feria, rivista per un dialogo tra esodo
e avvento, n. 41, marzo 2012: «Oggi si tende a considerare le materie
umanistiche e artistiche alla stregua di conoscenze tecniche da
valutare sulla base di test, mentre le capacità critiche e inventive
che ne costituiscono il nucleo sono messe da parte … è facile capire
che, in questa “ottica”, l’arte e le lettere rientrano tra le cose che
non servono e, poiché non producono denaro, si considerano facilmente
eliminabili» (ivi p. 39).  Continua a leggere

Perché a pagare per i ritardi e i disservizi sono sempre e solo i pendolari? di Mauro Baldrati

DA TISCALI:

 

Non si è mai spenta l’eco delle proteste per lo stato pietoso in cui versano i trasporti ferroviari dei pendolari: treni malandati, vecchi, lenti, strapieni, che accumulano ritardi causando disagi e anche danni economici a chi deve raggiungere il posto di lavoro. La rabbia aumenta quando si è costretti a prendere atto che tutte le risorse vengono destinate alle linee ad alta velocità, con le frecce rosse, gialle, bianche con le carrozze semivuote, soprattutto quelle di prima classe. Si sfidano le proteste delle popolazioni locali, si inviano le forze dell’ordine in assetto di guerra per contrastare le manifestazioni contro la TAV, senza mai mettere in discussione l’impiego di denaro pubblico, senza mai rendere conto dei conflitti di interessi di chi entra in politica e ha alle spalle un’azienda, un business in qualche modo collegato con un’opera pubblica. Intanto le linee locali sono abbandonate a se stesse, non si investe per la manutenzione, si sopprimono addirittura i treni. E chi se ne frega dei poveri cristi che devono andare a lavorare. Continua a leggere

UNA TERSA VIA

Mentre i protagonisti caricaturali della politica annunciano di allearsi, di disallearsi e poi di nuovo di compattarsi e di scompattarsi, l’Italia reale, quella delle persone in carne e ossa, precipita nella miseria disperante mai adeguatamente espressa e raccontata dai media; e intanto che si assiste impotenti, ogni giorno, alla caduta degli orridi catafalchi di un teatrino fasullo, fatto di menzogne e ruberie, ci s’indigna, si protesta, si invadono le piazze chiedendo attenzione e risposte. Continua a leggere

Wildlife Photographer of the Year

Più di quarantamila immagini di vita naturale colte da decine di fotografi provenienti da quasi ogni paese del mondo dovrebbero già di per sé essere sufficienti a far comprendere la portata di un evento quale il Wildlife Photographer of the Year 2011.
Se poi da questi quarantamila scatti se ne distillano un centinaio, tutti rigorosamente liberi da interventi di ritocco in photoshop e scelti da una giuria internazionale per rappresentare il meglio di quanto l’occhio umano ha saputo cogliere nel e del mondo naturale nell’anno appena trascorso, quello che si ottiene è una sorprendente celebrazione della vita e un invito a recuperarne non solo il mistero e la maestosità, ma anche la bellezza, l’abbondanza e, in ultimo, la varietà.
Ciò che più impressiona di questa competizione giunta oramai alla sua quarantasettesima edizione è il talento e il senso della sfida, uniti all’amore per la natura e alla voglia di mettersi in gioco che hanno spinto fotografi amatoriali e Continua a leggere