RITRATTO DI POETESSA: CHANDRA LIVIA CANDIANI (di Alida Airaghi)

Ho conosciuto Chandra Livia Candiani in una giornata primaverile del 1986, quando si è presentata nel nostro appartamento zurighese in compagnia di Vivian Lamarque, dei suoi giovani editori reggiani Giorgio Messori e Beppe Sebaste, e di un suo amico. Erano venuti per festeggiare in terra elvetica il quarantesimo compleanno di Vivian, e noi li avevamo accolti con una merenda accompagnata da una tentatrice torta di panna e fragole. Chandra mi era parsa da subito un po’ intimidita: minuta, silenziosa, se non a disagio appena spaesata, quasi interrogativa nel guardarsi attorno e nel soppesare meditabonda e lontana da qualsiasi intenzione giudicatrice le nostre chiacchiere, le nostre prevaricanti esibizioni di loquacità. Le mie bambine, Daria e Silvia, avevano allora sette e un anno, e Vivian, presentando Chandra alla più grande, l’aveva così avvertita: “Vedi questa ragazza? E’ un folletto!” E in effetti, con la sua espressione di infantile stupore, i capelli corti, biondi e dritti sulla testa, il corpo agile e inquieto, Chandra ben si prestava a incarnare una vaporosa figurina boschiva. Continua a leggere

inedite

(dalla raccolta inedita “la furia refurtiva”)

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Castrum

Provvisto di torri, cammini di ronda e posterule,
l’abitato consiste d’una corte lastricata,
siccome baldacchino vi è coperto un vano,
con un piccolo altare per il sacrificio…

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Scritturale degli ori

Celletta del monaco
orfeo, ivi s’aggruma
melico il candore
del corpo lasso,
della parola offesa,
passione per tortora e sparviero -
o pertinenza alla catena buia.

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Minor Minoxes

Il frutto lasso della dama,
dedalo del mugghiare,
raspa col corno
un talamo di pietra.
Torto alla traccia, all’arte
del solstizio, scopre
nel pugno
la chiave rugginosa.

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Per verba

Sfrigolio della passione ustoria,
si scherma dallo specchio, copre
ogni acqua – è serpe di Laconia,
magistero del taglio nell’icona.

due (inediti)

avvertire

trasformate tutte le possibili
avvertenze in avvertimenti, trasferiti i segni
i sensi le direzioni ed i divieti, porsi
domande per non trovar risposta,
forse c’è carne e volto per risposte
degne – avvertire che gli aldilà son tanti
come le attese e le pietre, in primis qua
***

qui

la nota qui che elude a vista
l’ascolto, il punto dove
chiude l’eco il tramortito
altrove, ed oltre l’oltre
dell’altrove, qui,
nel raggio – nella reconquista
dell’occhio silenzioso – di un paesaggio

Chiara Baldini – Inediti

Dalla silloge inedita 30+1 in soffitta proponiamo una scelta di testi poetici di Chiara Baldini.

La scala

Con le movenze pie
e fame d’affetti materici
stancamente dismessi in un tetto
l’anima-Mosè
ascende già
dal passato remoto al Sinai legnoso
di polvere e penombra.
Intona un cigolio
pesando a ogni piede
marcato a fuoco: tavole incise
di comandamenti tarlati.
La terra promessa
in pochi passi.

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Voli ed altri voli nella valle*

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VOLI

1.
Sorvolavo l’incendio sugli ulivi,
cercavo l’acqua, il mare
dove un poco – non troppo – annegare -
tu, a quell’ora, che facevi? morivi?

II.
Oggi, volo di nuovo, in sogno,
di quell’alta aria ho bisogno:
mi increspa la barba una festa
di sparvieri – la roccia che resta.

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(mutamenti nell’uomo del movimento terra)

1.
Spera sempre in una minima
differenza tra il sopra ed il sotto
(gli inferi, ci dicevano, e il terzo giorno), dove
trova che i sassi sono teste levigate, simili
a patate fossili scordate da un repulisti dell’historia patria,
con uno scarto minimo, dal semialto dell’escavatrice
si limita a registrare l’austera contrarietà dell’arco alpino.

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(cinque frottole)


(frottola del cainita)

Se intravedo la luna ed il castello,

ricordo pure il luogo del coltello.

Lo gettai tra roccia e spino, senza cura:

dopo il sangue ed i gridi c’è premura

di cancellare ogni traccia di ferita

e girare un nuovo foglio della vita.

E’ un libro chiuso la casa nella piazza -

del mio nemico cancellai la razza:

ora, a chi passa innanzi, tutto tace

su quella sera da bestia rapace.

Più non ricordo per cosa alzai la mano

e la premetti con la lama da lontano

sul padre, sulla madre e sulla figlia,

purgando il borgo da quella famiglia.

Ora ritorno, con l’accento straniero,

e ritrovo il paese vuoto e nero:

se ne parlò, nel bar, di quel delitto,

ora è silenzio, anzi, il locale è sfitto. Continua a leggere

Enrico De Lea, Ruderi del Tauro

da acque reali

(acque reali)

I lavoranti oscurano il pensiero
al sole, tengono l’ombra in tasca
coi fazzoletti marci di sudore.
La strada nuova aprono i picconi,
alla valle normanna già dirupi
fioriscono terrazze, acque reali.
Muovono i carri verso la marina,
i bordonari si levano nell’alba.
Il folle zio Domenico è veggente,
urla gli incendi le miserie il secco. Continua a leggere