Archive for the 'Gajamente' Category
Posted by Gaja on May 7, 2008
[Questa poesia è contenuta nella raccolta Men/Uomini: Ritratti maschili nella poesia femminile contemporanea, edita da Le Lettere nel 2004 e curata da Giorgia Sensi e Andrea Sirotti. La sua autrice è una delle più grandi poetesse irlandesi dei nostri giorni, ovvero Nuala Nì Dhomnaill. Nudo era stata originariamente composta in gaelico con il titolo Gan Do Chuid Édaigh, ed è stata poi tradotta in inglese da Paul Muldoon. La ripropongo qui, nella versione italiana tradotta dai curatori della raccolta]
Nudo
Per andare subito al sodo
dirò che preferirei vederti nudo
la camicia di seta
e la cravatta
esclusiva, l’ombrello sotto il braccio
in caso di pioggia,
il completo di grisaglia
che fa tanto tendenza,
i mocassini sfiziosi Read the rest of this entry »
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Posted by Gaja on May 2, 2008
Anamaría Crowe Serrano è poetessa e scrittrice irlandese, di origini spagnole. In italiano ha pubblicato un libro di racconti tradotto da Riccardo Duranti per Leconte Editore, dal titolo Dall’altra parte. Di recente è uscita in Irlanda una raccolta di poesie, Femispheres, ancora inedita in Italia, ma già disponibile su IBS.
Ho scelto di tradurre Lei è perché, di quelle presenti nel corpus poetico di Crowe Serrano, mi è parsa assolutamente emblematica. È stata un’esperienza splendida lavorare gomito a gomito con l’autrice: mi capita di rado nel mio mestiere. Sono i momenti più belli e più ricchi per chi si accosta a un testo che pulsa dell’anima e del sangue, dei pensieri e dello spirito di chi lo ha scritto.
La seconda poesia, tradotta da Riccardo Duranti, si intitola Translation, ed era stata pubblicata in esclusiva nel mio vecchio sito, Triskell. La raccolta nella quale uscirà si intitola The Music of Meaning e sarà presentata a Londra il 1 giugno.
She is
(for Mark)
That woman on the park bench -
She is every season of your youth
your fears
your hopes
every anguished crease on your mid-life brow.
Deep in your throat she is all the names
you have forgotten
and names you will regret. Read the rest of this entry »
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Posted by Gaja on April 3, 2008
Quella che sto per scrivere è un’eresia. E questo mi fa sentire piccole lingue di fuoco solleticarmi le piante. A nessuno è mai venuto in mente che tipo di pelle dovevano avere gli eretici? Io l’ho sempre pensata luminosa, come la filigrana di una lampadina poco prima di bruciarsi. Comunque le ciance non fanno parte di questo scritto e quindi scendiamo in medias res.
“Nel mezzo del cammin di nostra vita” (Inf. I, 1).
Chi non ha riflettuto almeno una volta, anche addormentandosi come fa il protagonista della poesia di Gozzano Dante, su questo endecasillabo? Ho sempre pensato che queste sette parole fossero la nascita di tutta la letteratura. L’inizio della Commedia è come l’inizio della Bibbia, tiene dentro di sé tutto ciò che c’è stato prima, che c’è e che ci sarà. Read the rest of this entry »
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Posted by Gaja on March 27, 2008
La bambina in costumino rosa si sposta la frangia dagli occhi con un colpetto della mano sporca di sabbia. Strizza gli occhi perché ci è caduto dentro qualche granello. Ha una coda di cavallo tenuta da un fiocco blu, i capelli formano una virgola dietro e una nuvoletta impalpabile, attorno al viso, di ricciolini che sfuggono alla presa. Ha un secchiello e una paletta e dei sandaletti aeroplano. Sembra che giochi con due più grandi, un maschio e una femmina. I due corrono, ogni tanto una piccola spinta, uno schiaffetto leggero alla piccola. Ridacchiano, parlottano. Si allontanano. Sono abbronzati, neri di occhi e di capelli. La tormentano. Lei non vorrebbe. Guarda insistentemente verso due signore sulla panchina che parlano fitto fitto. Quella con gli occhiali le sorride continuando a chiacchierare, l’altra alza gli occhi sui due ragazzini, le fa un cenno come per dirle vieni, oppure gioca anche tu, corri. La piccola non sente il bisogno di andare dalle due donne, vorrebbe solo poter pastrocchiare con la sabbia e l’acqua in pace come vede fare a quei due uomini più in là che hanno una pentola gigante che gira gira e fa un rumore continuo. Poi prendono quello che hanno messo dentro il pentolone e lo stendono con delle pale per terra e lo lisciano lo lisciano mi piacerebbe lisciarlo anch’io. E’ settembre, sul lago c’è una barca a vela, il cielo è grigio (cosa vuol dire plumbèo, Teresa? Ah ah plùm-beo, piccola, plum-be-o). Voglio tornare a casa. A casa c’è la mamma, si sforza di pensare. Ma non le viene un sentimento più grande di così. Prova a provarlo come ha letto nei librini: una mamma oca, una mamma mucca e i loro cuccioli che vogliono stare sempre con le loro mamme. E un papà coi baffi e l’aria severa che però ride e non sgrida i suoi bambini. Ma la sua mamma è vecchia e il papà è un po’ calvo alto alto. Read the rest of this entry »
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Posted by Gaja on March 20, 2008
“Contro la grande superiorità di un altro non c’è mezzo di salvezza all’infuori dell’amore”
[Goethe]
Vinum non habent. Passa una voce volando lungo la seconda ripa dal livido colore della pietra. Dante non vede spiriti, ode solo voci che, trasvolando, invitano alla riflessione: I’ sono Oreste e ancora Amate da cui male aveste. Più avanti, seduti a ridosso della parete della montagna, vestiti di mantelli indistinguibili dalla roccia, sono gli invidiosi. Hanno gli occhi cuciti, non possono vedere (secondo l’etimologia di in-video), tengono sembianza di poveri mendicanti ciechi che si sostengono caritativamente gli uni gli altri. Il castigo è evidente: come in vita hanno guardato con occhio malevolo le fortune altrui, mentre non vedevano le proprie, e le hanno desiderate, ora sono costretti alla cecità, ad essere tutti uniformati nell’aspetto esteriore e a sostenersi a vicenda. Read the rest of this entry »
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Posted by Gaja on March 17, 2008
all’abbandono e alla verità. Sempre.
[«the meaning of all that I believed before escapes me,
in this world of none.
I miss you more.»
Afterglow, Genesis]
Parecchi mesi fa - ne sono già passati così tanti, e pensare che mi pare di essere nella redazione di LPELS da sempre - ho pubblicato su questo blog un articolo che suscitò una discussione ampia e stimolante. L’articolo parlava di Luciano Bianciardi e di Bruno Tasso. Bianciardi sosteneva che “tradurre è un mestiere micidiale”: io, nel mio pezzo, gli davo ragione.
Dai commenti - e da parecchi altri miei scritti - traspariva un’insofferenza verso l’artigianato traduttorio molto simile a un sentimento di odio-amore. Mi lamentavo dei ritmi serrati, della vita sociale ridotta a zero, della solitudine del mio lavoro, della sedentarietà, delle difficoltà, delle tariffe più basse d’Europa, dell’indifferenza degli addetti ai lavori nei confronti del nostro mestiere.
In questo frattempo molti dei miei punti fermi hanno mostrato delle crepe: mi sono guardata intorno e non ho visto più ciò che mi sarei aspettata di vedere. Ciò che avrei tanto desiderato vedere. Non so nemmeno io se mi sono sentita sola, o inutile, o respinta. O beffata dalla vita. O presa di mira dalle circostanze. Non lo so, e non me lo sono chiesto. «Non lo so» è diventato lo slogan della mia vita, da qualche tempo a questa parte.
Avevo finito da poco di scrivere il mio infinito (aggettivo che ricorre spesso nelle mie pubblicazioni) romanzo - di cui ho postato un estratto su LPELS -, e non sapevo a cosa aggrapparmi. Non avevo nemmeno un pensiero piacevole a soccorrermi, benché la certezza di aver portato a termine un’impresa - sì, lo è stata: è stato uno slalom tra i guai e gli impegni e i dolori - cui tenevo così tanto mi compensava della fatica. Read the rest of this entry »
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Posted by Gaja on March 8, 2008
[Non c'è nulla di mio, in questo post.
O forse sì. Forse c'è proprio tutto.
Per non dimenticare, mai, nessuna.
E per ringraziare dal profondo del cuore Roberto Saviano, che ha dato vita a uno dei libri più importanti degli ultimi decenni, e che mi ha permesso di ricordare Gelsomina. Uno scrittore con uno stile che trafigge, un uomo che ha saputo raccontare. Dote ormai rarissima.]
“Il cadavere sembrava uno di quelli trovati sotto la cenere del Vesuvio dopo che gli archeologi avevano versato il gesso nel vuoto lasciato dal corpo. Le persone intorno all’auto erano diventate decine e decine, ma tutte in silenzio. Sembrava non ci fosse nessuno. Neanche le narici azzardavano a respirare troppo forte. Da quando è scoppiata la guerra di camorra molti hanno smesso di porre limite alla propria sopportazione. E sono lì a vedere cos’altro accadrà. Ogni giorno apprendono cos’altro è possibile, cos’altro dovranno subire. Apprendono, portano a casa, e continuano a campare. Read the rest of this entry »
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Posted by Gaja on March 3, 2008
Non me ne sono resa conto ma sono già passati cinque anni da quando io e Alessio stiamo insieme. Se solo mi fermassi un secondo per pensare, se solo avessi la volontà di fare una cosa così semplice, potrei dire che con lui non mi è mai mancato nulla, almeno fino a quando tutto è cambiato.
Più o meno due mesi fa ho cominciato a giocare dentro questo mondo virtuale del quale non fanno altro che parlare tutti quanti. All’inizio, lo ammetto, non riuscivo a capire cosa ci fosse di così entusiasmante nello stare a guardare un monitor per ore, seduta su una sedia. Poi, per cocciutaggine e per curiosità, ho cominciato a conoscere un bel po’ di gente, ad apprezzare le albe sintetiche, a conoscere il mio nuovo corpo bellissimo con tutte le sue particolari esigenze. Ho pure trovato un lavoro e, devo dire, qui dentro è tutto più semplice della vita di tutti i giorni. Io che sono sempre stata schiva e intimorita dalle relazioni con le altre persone, spaventata dalla vita adulta che a trent’anni non sono ancora riuscita a comprendere, ora qui dentro mi sento di poter fare qualsiasi cosa, senza remore. Read the rest of this entry »
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Posted by Gaja on February 28, 2008
Le briciole, le lasci ai passeri,
ma la sera non scuoti fuori la tovaglia
che l’angelo della notte se ne muore.
Passeranno inverni interi
a fare gesti, questi, controvoglia
sperando che la pazienza sia amore.
Ci stupiremo, poi, che ogni cosa vada
diritta come un filo a piombo del muro,
sorridendo all’ansia di un futuro
scontato, ma c’è una sola strada
per quanto malconcia, questa
e per quanto sia disonesta è la sola
da fare, con il nodo in gola e la funesta
idea di sopravvivere a quella “cosa”
che qualcuno si ostina a chiamare vita.
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Posted by Gaja on February 21, 2008
[*Alessandro Romeo nasce a Venezia nel 1985. Sta per laurearsi in Lettere all'università di Venezia ma, soprattutto, è tra i fondatori di inutile.]
Tremavi asciugandoti i sontuosi
capelli e, nonostante il gelo,
ridevi. Mentre io, appeso sugli anelli,
ti presentavo le terzine addominali.
Ti alzasti, segreta. E mi dicesti
“Unno!” e con le forbici arrotate
tagliasti i tuoi capelli.
Due ciocche tra le mani mi mostravi
e belle, “Questa e quella ciocca”,
mi dicesti “siamo noi:
tu che mi discosti, io che t’amo”.
Discesi dagli anelli, ti risposi:
“Ciocche non siamo, ciocche non vogliamo”
[E. Montale, Conviventia, app. sparsi, Enna 14 Agosto 1974] Read the rest of this entry »
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Posted by Gaja on February 18, 2008
[Questo brano è tratto dal mio primo romanzo, Il cerchio, Edizioni Empiria, Roma 2003]
Si era abbassata i jeans e quello che aveva visto le aveva fatto gocciolare due lacrime che sembravano voler rimanere appese alle palpebre per sempre, a penzolare avanti e indietro. Succedeva sempre così. Piangeva ogni mese, ogni volta che il suo corpo produceva sangue.
Aveva tredici anni e la prima volta si sentì strappare ogni piccolo filo che teneva unito un muscolo all’altro. Non aveva capito lì per lì gli occhi lucidi di sua madre e un po’ si era spaventata. Fino a quel momento un pizzico d’invidia l’aveva solleticata quando si fermava a scrutare di sottecchi le sue amiche: le guardava come se fossero improvvisamente cresciute di dieci centimetri. Read the rest of this entry »
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Posted by Gaja on February 14, 2008
Jerry Uelsmann al Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri
L’uomo vive nella nostalgia, sospeso, quasi spezzato, tra ciò che lo circonda e ciò che ormai non è più. Si sa che con il tempo quello che è stato richiama a sé un’attenzione sempre maggiore, ma ci sono nostalgie che colpiscono anche al di fuori della propria esperienza e del proprio passato. Luoghi che non abbiamo mai visto, momenti che non abbiamo vissuto, incontri che non abbiamo fatto. Sono desideri ancestrali e sogni che si sono impressi nella nostra memoria con precisione, anche se privi di una precedente realtà concreta. Immagini effimere che ci appartengono come singoli o in quanto membri di una collettività. Figure archetipe oppure semplici sensazioni, come quella impossibile di aver un giorno volato. Frammenti della nostra immaginazione, da cui artisti visionari hanno saputo trarre le chiavi che aprono passaggi su altre realtà e altri mondi. Dove noi non siamo e non potremmo mai essere. E che proprio per questo ci incantano. Read the rest of this entry »
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Posted by Gaja on February 6, 2008
[Mi sono decisa a postare questo divertissement perché non si dica poi che scrivo sempre cose pesaaaaanti, tristi, cervellotiche (agh: qualcuno lo ha detto? Non voglio saperlo. Sì, è vero: da me me la canto e da me me la suono). Anyway: tutto quello che leggerete qui sotto è assolutamente vero. E mi è successo una settimana prima di alcune consegne importanti - la traduzione di tre romanzi che dovevo inviare di lì a sette giorni - e nel momento più convulso dell'editing di un libro che sarebbe stato pubblicato da vibrisselibri. Non so bene come io ne sia uscita viva, ma è certo che quel periodo ha segnato irrimediabilmente il mio equilibrio psichico, d'altra parte già compromesso, come chiunque mi conosca ben sa. Siate pietosi, cari lettori: sono solo una scribacchina.]
Cinquantacinque minuti di attesa al telefono la prima volta che ho tentato di parlare con il servizio assistenza della wind.
“Ma signora, è un semplicissimo disservizio”, mi ha detto l’operatrice. “In fondo sono solo due ore che non ha l’adsl”.
“SOLO due ore?” Mi si sono svelati i misteri dei raptus che portano all’omicidio. “Ma lei lo sa che io lavoro tutti i sabati e le domeniche, per non parlare dei giorni infrasettimanali, fino a mezzanotte?”
“…”
“Ma lei lo sa che io ho tre romanzi da consegnare entro il 31 gennaio? TRE, DICASI TRE, libri le cui traduzioni aspettano di essere completate?”
“…”
“Segnali il guasto all’assistenza tecnica, almeno…” (petulavo io)
“No. Ci deve richiamare, staccare tutte le spine, e telefonare dal cellulare. Altrimenti non possiamo fare i test sulla sua linea e non possiamo aprire la segnalazione di guasto”.
“ALTRI CINQUANTACINQUE MINUTI AL TELEFONO?”
“Se è fortunata saranno di meno”. Read the rest of this entry »
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Posted by Gaja on January 23, 2008
[Questo racconto è apparso nell'antologia natalizia di vibrisselibri, liberamente scaricabile dal sito della casa editrice]
Ma sai com’è, ultimamente mi piace fraintendere.
Mi chiedo ancora se ci sia un motivo valido per cui sono qui, ora. Non capisco la sua insistenza a voler restare sola. Sono a venticinque ore di volo da casa solo perché lei non ha voluto sentire le mie ragioni.
Quando sono arrivato a Rotorua la prima cosa che mi ha colpito è stato l’odore di zolfo che permeava tutto. Ogni millimetro quadrato, ogni immagine. Persino i cigni neri che ondeggiavano vicino alle sponde del grande lago.
Orribili, appena li ho visti ho rabbrividito. Forse perché mi sembravano l’immagine dell’inerzia: si lasciavano portare dal flusso dell’acqua senza opporre resistenza.
Naturalmente sarei potuto rimanere nei paraggi, quantomeno in Europa.
Guarda che me ne vado dall’altra parte del mondo!
Quello che fai non mi riguarda più, aveva risposto lei, stringendosi nelle spalle. Mi ha rivolto la schiena e ha continuato a scrivere al computer. Se solo avessi cancellato le e-mail ricevute nelle ultime due settimane, Alice non avrebbe scoperto nulla. Avrei avuto voglia di piantare un pugno in mezzo allo schermo del computer. In effetti, però, quella che avrei desiderato mandare in frantumi era la faccia imperturbabile di Alice.
Eppure lo sapeva che erano solo avventure senza importanza. Glielo avevo detto.
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Posted in Gajamente, Racconti | 10 Comments »
Posted by Gaja on January 3, 2008
[Questo racconto è stato pubblicato nell'antologia Allupa Allupa. Stupore e allarme di 25 scrittori e 25 artisti visivi, a cura di Silvana Maja e Nadia Tarantini, ed edita da DeriveApprodi]
Quando M. arriva a Roma ha trent’anni e continua ad accartocciarsi su una verità acuminata che le si infilza nello stomaco e nell’utero. Roma per lei è un po’ di tutto, tutto insieme e tutto all’improvviso. M. pensava di allattare al ventre della lupa le sue paure, lo squarcio che le ha aperto in due la vita a dieci anni, e che dopo vent’anni perde ancora sangue e visceri.
M. – la cara, scura M. – pensava di nutrire la bambina che per vent’anni era stata costretta a rimanere tale. A Torino, M. aveva vissuto la sua vita, gli anni più importanti, la scuola, la morte dei genitori, la solitudine di vivere con un fratello pilota d’aereo. Un fratello con spalle e testa squadrata, e mani lunghe come tentacoli che non volevano saperne di privarsi di M.: per vigliaccheria, per amore, per sesso.
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Posted by Gaja on December 11, 2007
[Questo racconto è stato pubblicato il 14-6-2006 su Nazione Indiana, e fa parte dell'antologia Tutti giù all'inferno: Anagnina che toglie i peccati del mondo, a cura di Monica Mazzitelli ed edita da Giulio Perrone]
Fuoco. S’infuoca. Si va a fuoco. Fuoco, acqua acqua fuocherello, acquazzone, incendio. Fuoco di paglia. Fuoco fatuo.
«Si va a fuoco». Dice la donna con le mani punteggiate da piccole chiazze marroni chiaro e l’orologio d’oro. E ciacola come a rincorrere le lancette dei secondi, come se il tempo non fosse mai abbastanza per chiarire i concetti. Li affastella, uno sull’altro, una pioggia torrenziale di affermazione del sé, la lingua come atto creativo di nonsense.
Il fuoco di fila delle sue parole.
La donna con le gambe nude fino alle cosce e le unghie smaltate di porpora risponde: «È un forno».
Lui è vecchio, di quella vecchiaia che ti divora da dentro, scarnifica le ossa e lascia solo il guscio, vuoto e raggrinzito dalla violenza del risucchio interno. Il suo esser vecchio non si può nemmeno barattare con la dolcezza, l’etereità della parola anziano. Ha una camicia di flanella a scacchi blu e verdi e delle donne non vede la faccia perché è curvo, la testa incassata tra le spalle, guarda in basso e si tira continuamente i polsini, finché i pollici non scompaiono sotto gli scacchi.
Alto è il sole a mezzogiorno, sarà cotto il bimbo al forno?
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Posted by Gaja on November 22, 2007
Sentire il freddo gelido di una frase insinuarsi sottopelle, penetrare nelle ossa. Guardarsi intorno e ritrovarsi nei boschi che punteggiano il passo della Cisa. Avvicinarsi alla finestra che si affaccia sul litorale di Sarzana, vedere il mare in lontananza e averne paura.
«[…] lo sguardo sul mare lucido e verdastro che nonostante la bella giornata sbava ancora, minaccioso, martoriando il litorale, un’onda dietro l’altra.
Merisi ha paura del mare, una sacra paura che va al di là del rispetto naturale che dice di avere. E ogni volta che si ferma a osservarlo, che sia calma piatta oppure tormenta, lo immagina che si ritira, che indietreggia su se stesso gonfiandosi nel cielo, che si arriccia in un’unica enorme verticale oscurando il sole, e l’onda gigantesca e inarrestabile che scende e travolge ogni cosa sulla terra ferma».
Non si fatica a provare sul proprio corpo le sensazioni suscitate dalle descrizioni di un paesaggio che diventa sorprendentemente co-protagonista e familiare.
Di Merisi non si conosce il nome. È un uomo stanco, lacerato, diviso in due. Un uomo al limite, come la terra di confine che fa da sfondo alla sua storia: la Lunigiana. Un uomo che deve scegliere tra il nulla, la fine, il vuoto e un nuovo amore. Forse spera che la vita scelga per lui. O forse si lascia scegliere.
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Posted by Gaja on November 20, 2007
Kate Clanchy è scozzese di Glasgow ma rifiuta l’etichetta di poetessa nazionalista. Non vuole che l’ambito della sua poesia rimanga circoscritto - o quantomeno strettamente legato - al luogo di origine. In effetti gli argomenti dei suoi versi sono i più disparati: il parto, le storie di ordinaria follia dei ragazzi che scompaiono senza tornare più a casa, l’amore, gli uomini, i traslochi, le case (quelle vecchie e quelle nuove), i viaggi. La vita quotidiana in ogni sua sfaccettatura. Kate Clanchy ha sempre dichiarato di essersi ispirata a Carol Ann Duffy - altra grandissima poetessa scozzese di lingua inglese, di cui consiglio caldamente La moglie del mondo (ne parlerò prossimamente) - Selima Hill, e Sharon Olds. Con la Duffy ha in comune una certa ironia, uno sguardo sulla vita tutto sommato benevolo seppure disincantato, un’amarezza composta ma lancinante. La Clanchy dice: «Carol Ann Duffy ha avuto un’influenza fondamentale su di me. Ammiro profondamente la sua poesia, sia le liriche più squisite che le storie così piene di energia e di forza vitale. Trovo la sua indipendenza, la sua generosità verso altre donne, e il suo convinto femminismo una grande ispirazione in questo mondo ancora così fortemente maschile».
Kate Clanchy ha pubblicato tre raccolte di poesie: la prima, Slattern, nel 1995; la seconda, Samarkand, nel 1999; la terza, Newborn, è del 2004.
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Posted by Gaja on November 15, 2007
Se mi chiedessero di cosa parla questo libro, la mia prima risposta sarebbe: è un romanzo sul dolore. Tullio Avoledo definisce Binaghi «un rabdomante del Male». Sono d’accordo: ogni pagina dei Tre giorni è intrisa del Male cui ormai ci siamo assuefatti, di quello che ci spacciano come (nor)Male, somministrandocelo ogni giorno – un sonnifero, una panacea, un biscottino alla massa di cagnolini ammaestrati - dal tubo catodico. Eppure. Il dolore è l’altra faccia del Male, ne è la conseguenza logica, ed è inarginabile. Il dolore provocato, o il dolore provato.
Frate Remigio, il religioso che aiuta Enrico Bonetti nelle sue indagini, da bambino è stato vittima, insieme al fratello, di violenza sessuale. Con Remigio, però, la sorte è stata “benevola”: lui è riuscito a fuggire mentre suo fratello è rimasto ucciso. Ora, Frate Remigio ha il dono di percepire le voci strazianti degli innocenti violati.
«Questa cosa da giovane mi ha portato alla disperazione. Ho cercato ogni forma di ebbrezza e di stordimento, fino alla nausea, ma quelle voci ritornavano sempre, sono arrivato alle soglie del suicidio, finché Dio mi ha tratto in salvo dall’uragano e mi ha dato rifugio nell’Arca della Chiesa».
L’impossibilità del Male di essere nominato emerge dalla fede nelle scienze positiviste.
«Da ragazzino dovetti subire un autentico calvario, tra psichiatri ed esorcisti, prima che la dura verità venisse ufficialmente sancita anche da un neurologo positivista».
Ed è questo sfuggire alle definizioni razionali il vero potere del Male.
Come diceva Baudelaire, il capolavoro di Satana è convincerci che non esiste.
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Posted by Gaja on November 14, 2007
Gaja Cenciarelli (da qui in poi G.C.): Innanzi tutto ti ringrazio per aver accettato di fare due chiacchiere con me. So che non ti esprimi volentieri, se non attraverso i commenti che lasci ad alcuni post oppure nelle tue ormai notissime “Liste”. In qualche modo, tuo malgrado (oppure lo hai voluto?), in rete sei diventato un personaggio. Devo ammettere che sono stata costretta a insistere parecchio per convincerti a rispondere a queste poche domande, ma la mia curiosità (come penso quella di gran parte delle persone che ti legge) mi ha aiutato a non desistere. Da un po’ di tempo hai aperto un blog: http://solmi.wordpress.com/ che si chiama “Liste: progetto accumulatorio di impulsi verbali“. Perché hai pensato che fosse necessario avere una vetrina tutta per te? Ma soprattutto: come hai cominciato a scrivere le tue “Liste”? Cosa ti ha spinto?
Ruggero Solmi (da qui in poi R.S.): mi ha spinto la ricerca. volevo trovare nuovi modi di esprimermi. dopo aver frequentato la poesia e il racconto. ho capito che l’accumulazione è la salvezza dell’espressione. la letteratura è stata da tempo battuta da cinema e televisione. la narrazione è visuale. la pittura si è lanciata nel concettuale. la musica nel rumore. la parola scritta nell’accumulazione.
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Posted in Gajamente, Interviste | 46 Comments »