Caterina DAVINIO, “Il sofà sui binari”. Recensione di Narda Fattori.

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Caterina Davinio, Il sofà sui binari, Altrescritture, puntoacapo editrice.

                                    L’UNO E IL SUO DOPPIO

 Il romanzo è una scrittura lunga e sfaccettata; può essere di puro passatempo evasivo o, al contrario,  di riflessione filosofica; non serve a nulla qui elencare le forme in cui il genere si è espresso, credo che basti tornare a riprendere “i fondamentali”: un protagonista, altri personaggi, degli eventi, uno sviluppo temporale anche quando il tempo viene giocato fra analessi e prolessi, una situazione iniziale e una finale che può essere molto simile a quella iniziale: la serie degli eventi non è stata sufficiente a modificare una situazione insabbiata (si veda “Il deserto dei Tartari” di Buzzati). Non diversamente dalle opere umane di ingegno e creatività, molto si è studiato il romanzo, ma la consapevolezza culturale, la padronanza di strumenti conoscitivi, poco ci serve nell’analisi di questo “Sofà sui binari”, di Caterina Davinio, che, attraverso questa scrittura, si è cimentata con una riflessione impegnativa sull’identità e sull’unicità del singolo, sulla sua possibilità di smarrirsi e di ritrovarsi. Continua a leggere

Gaetano CIPOLLA – Learn Sicilian / Mparamu lu sicilianu. Recensione di Marco Scalabrino

CIPOLLA - LEARN SICILIAN - copertina

Malgrado, dall’Unità d’Italia e dalla affermazione del Toscano quale lingua dei sudditi del Regno, i linguisti a più riprese ne abbiano annunziato l’imminente sparizione, il Siciliano ha provato di essere resistente e, quantunque la sua influenza si sia ristretta alle sfere familiare e amicale, esso è tuttora parlato e capito dalla grande maggioranza degli Isolani.

L’organizzazione culturale statunitense Arba Sicula, nel corso degli ultimi 33 anni, ha dedicato ogni sua energia alla promozione della lingua e della cultura siciliane nel mondo.

Gaetano Cipolla è l’anima di Arba Sicula. Continua a leggere

“VOLEVAMO ESSERE STATUE”, DI PASQUALE VITAGLIANO

di Giovanni Agnoloni

vitaglianoHo avuto il piacere di intervistare Pasquale Vitagliano, autore di Volevamo essere statue, romanzo edito da Eumeswil per la collana “Voices”, diretta da Francesco Forlani. Si tratta di un’opera intrisa di memoria del Novecento e di tanta parte di quel “privato” che ne è fibra imprescindibile. Un bell’affresco di un’intera epoca, che partendo dallo spunto del bicentenario (nel 1989) della Rivoluzione Francese tratteggia le storie di un ragazzo e una ragazza pugliesi e di un loro nuovo amico bosniaco: sull’onda dell’entusiasmo e di una promessa da mantenere dopo vent’anni. Un quadro storico e umano che scorre in un flusso di pensieri in cui risulta difficile distinguere la dimensione personale da quella collettiva.

- Il tuo può essere considerato un romanzo storico, con precisi riferimenti alle vicende della seconda metà del Novecento. L’idea ti è nata da una passione personale, da ricordi o da cosa?

È stata una difficile prova letteraria. Ho scritto un romanzo perché avevo delle storie da raccontare e credo che queste possano aiutarci a comprendere, attraverso vite private, come è finito il Novecento. Se non avessi avuto queste vite per le mani, non mi sarei inoltrato nella scrittura di un romanzo. Vorrei continuare a scrivere buoni versi. Continua a leggere

“SELEZIONE NATURALE”: GIOVANI SCRITTORI E CONCORSI LETTERARI

di Giovanni Agnoloni

copertina-selezione-naturaleSelezione Naturale è una raccolta di racconti a cura di Gabriele Merlini da poco uscita per la casa editrice Effequ. Si tratta di un’interessante proposta antologica, con contributi di autori giovani della scena fiorentina e del resto della Toscana, quali lo stesso Merlini, Vanni Santoni, Gregorio Magini, Alessandro Raveggi, senza dimenticare il poeta Marco Simonelli – qui presente in veste narrativa, come anche l’artista visuale Francesco D’Isa –, il critico e traduttore Valerio Nardoni e Collettivo Mensa, che è un gruppo di tre autori lucani che hanno anche dato vita a un’omonima rivista.

Filo conduttore dei racconti, i concorsi letterari, con le loro illusioni e i loro inganni, e le vite che si srotolano loro attorno, fotografando in un’istantanea spesso malinconica, ma a volte dai tratti comici e paradossali, le vite di scrittori che cercano di entrare nel difficile mondo delle Lettere.

La lettura, vivace e divertente, è infatti intrisa di un senso di amarezza latente, che serve quasi da monito per chi cerca di ritagliarsi degli spazi attraverso iniziative che, purtroppo, spesso si rivelano più aleatorie che altro.

Ho avuto il piacere di intervistare il curatore Gabriele Merlini. Continua a leggere

“IN TERRITORIO NEMICO”: LA SCRITTURA INDUSTRIALE COLLETTIVA A FIRENZE

di Giovanni Agnoloni

“Vanni Santoni, Gregorio Magini e la Scrittura Industriale Collettiva”

da Postpopuli.it

Vanni SantoniIn territorio nemico, un romanzo sulla Resistenza edito da Minimum Fax con ben 115 autori, riuniti in un’équipe di “Scrittura Industriale Collettiva” (“SIC”). Il progetto è stato ideato e coordinato da Vanni Santoni (Gli interessi in comune, Feltrinelli; Se fossi fuoco, arderei Firenze; Laterza, Tutti i ragni, :duepunti) e Gregorio Magini (La famiglia di pietra, Round Robin).

La storia è quella di tre giovani che, a partire dell’8 settembre 1943, l’assurda situazione di un’Italia lacerata dall’armistizio costringe a restare lontani tra loro, nonostante i legami che li uniscono. Si tratta di Aldo e Adele, giovani sposi, e del fratello di lei Matteo.

La diserzione, la lotta partigiana, la via della clandestinità diventano sentieri nascosti per uscire dalla selva dell’orrore e della disperazione, mentre la morsa del regime non cessa di spaventare. Continua a leggere

PUBLIO VIRGILIO MARONE E L’ENEIDE: LA TRADUZIONE DI ALESSANDRO FO

Intervista di Duccio Rossi

da Postpopuli.it

Alessandro Fo (Legnano, 8 febbraio 1955) è professore ordinario di Letteratura latina presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Ateneo senese. La sua ultima fatica editoriale, edita da Einaudi, è Publio Virgilio Marone, Eneide. Traduzione a cura di Alessandro Fo. Note di Filomena Giannotti (Nuova Universale Einaudi, 2012). Un lungo lavoro di traduzione poetica che ha visto la luce nell’ottobre dello scorso anno. Fo ha pubblicato anche edizioni tradotte e annotate di Rutilio Namaziano (Il ritorno, Einaudi, Torino 1992, 19942) e di Apuleio (Le metamorfosi, Frassinelli, Milano 2002; Einaudi, Torino 2010). Le sue principali raccolte di poesie sono Otto febbraio (Scheiwiller, Milano 1995), Giorni di scuola (Edimond, Città di Castello 2000), Piccole poesie per banconote (Pagliai Polistampa, Firenze 1° gennaio 2002), Corpuscolo (Einaudi, Torino 2004), Vecchi filmati (Manni, Lecce 2006). Per Einaudi ha curato anche l’antologia di Angelo Maria Ripellino Poesie. Dalle raccolte e dagli inediti (1990), con Antonio Pane e Claudio Vela e, in seguito, la ripubblicazione delle tre raccolte einaudiane di Ripellino, Notizie dal diluvio, Sinfonietta, Lo splendido violino verde (2007).

Professor Alessandro Fo, da dove prende inizio un lavoro immane come quello che conduce ad una traduzione poetica dell’Eneide di Virgilio?

Naturalmente, in quanto cultore delle lettere latine, nutro per Virgilio un antico amore. Quando decisi di studiare lettere classiche e, alla Sapienza di Roma, mi accostai ai primi programmi d’esame, erano ancora i tempi in cui la ‘parte generale’ di una annualità comprendeva la traduzione di ben sei libri dell’Eneide (gli altri sei erano in agguato per la biennalizzazione). E lì, o imparavi il latino, o soccombevi sotto l’ardua impresa. Io mi aiutai con i ‘traduttori’ interlineari, e si può dire che sia stato in quella occasione che ho potuto consolidare la mia conoscenza della lingua. Ma non mi sarei mai sognato neanche oggi, pur con più di vent’anni d’insegnamento sulle spalle, di affrontare spontaneamente un compito come quello di una nuova traduzione del poema. Un giorno ho ricevuto via mail una proposta in tal senso dal responsabile della nuova «NUE» Einaudi, Mauro Bersani, che mi onorava già della sua stima per i miei precedenti lavori di traduttore e per i miei personali tentativi poetici. Il primo istinto è stato rifiutare un impegno che si presentava troppo gravoso. Poi, l’occasione di prestare la mia voce a uno dei più grandi poeti dell’Occidente mi è sembrata troppo straordinaria per lasciarsela scappare, anche se avrebbe comportato una grande fatica. Continua a leggere

“ALCUNE PAROLE PER ALICE”, DI MICHELE TONIOLO

Intervista di Giovanni Agnoloni

Alcune parole per Alice, di Michele Toniolo (Galaad Edizioni; collana “Lilliput”) è un libro apparentemente minuscolo (solo per le dimensioni), ma in realtà di una qualità letteraria e di una densità emotiva assolute. Racconta, dal punto di vista un narratore esterno, la straziante vicenda di una madre che perde il figlio per una grave malattia.

Ho avuto il piacere di intervistare l’autore – che è anche un editore (Amos Edizioni) -, che ci illustra tutti gli aspetti della sua opera.

Toniolo

- Una storia segnata dal dolore. Un diario intimo, con una ritrosia da parte della protagonista, che lascia che sia un’altra persona a dare voce al suo strazio. Ma il dolore si può raccontare?

La scrittura è fondazione. Scrivere è cercare ciò che ancora non siamo e non conosciamo. Ci si deve spogliare, però, per andare incontro a ciò che si cerca, per accoglierlo bisogna avvicinarsi a mani nude. La spogliazione è necessaria perché ci dobbiamo disfare delle nostre parole, delle nostre strutture, non dobbiamo metterle davanti ai nostri passi, ma neppure dietro: bisogna lasciare tutto a casa. Solo nella nudità può esistere, mi sembra, la scrittura letteraria. Solo in questo modo si può incontrare ciò per cui ci si è mossi, lo si può ascoltare in modo aperto e pieno, se ne accolgono le parole che, in questa fase, non sono ancora nostre. Poi, queste parole, devono essere combattute, lottate: è questo che esse chiedono. Devono essere trasformate, quasi ricacciate indietro, anche se le teniamo strette. Dobbiamo ritrovare non le nostre parole ormai morte ma il nostro fondamento spirituale, e lottare con la verità che abbiamo incontrato, trasformare le sue parole in qualcosa che non è più la verità ma non la contraddice, in qualcosa che non è ciò che noi eravamo ma ciò che stiamo diventando, che dobbiamo diventare, ciò che siamo ormai, grazie alla scrittura. La vita è metamorfosi, dono. Solo così, per me, è possibile scrivere con intensità e rispetto.

C’è un paradosso, però, nel linguaggio: ci è stato donato per capire qualcosa – dolore, morte, ma anche gioia, felicità – che, con le parole, non è possibile comprendere pienamente. In questo paradosso, in questa soglia di impossibilità, sta la scrittura letteraria. Continua a leggere

CAFFÈ O LIBRERIA? TUTTE E DUE LE COSE, AL CAFFÈ LETTERARIO DEL GALLO

di Giovanni Agnoloni

da Postpopuli.it

Caffè o libreria? O magari ristorante? Perché scegliere tra cose che possono stare insieme? È questa la morale vincente del Caffè Letterario del Gallo, a Scandicci (Firenze) interessantissimo locale il cui proprietario Giovanni Iacopi, che lo gestisce insieme alla compagna Mimma Fabris, ho avuto il piacere di intervistare, parlando delle iniziative del locale, della sua funzione sociale e della sua storia.

- Com’è nato il Caffè Letterario del Gallo?

Siamo qui, come Ristorante all’Insegna del Gallo, dal 1996, e per quindici anni abbiamo lavorato come ristoratori. Un anno e mezzo fa, quando sono andato in pensione, abbiamo venduto il locale, ma purtroppo il successivo proprietario non è riuscito a portare avanti l’attività, per cui l’abbiamo ripreso. In quel momento di crisi, poiché volevamo fare qualcosa di diverso, abbiamo avuto l’idea di aprire al piano superiore una stanza dove svolgere un’attività un po’ diversa, con tavoli, angolo libreria e spazio per presentazioni di libri. Una cosa non nuova in sé, ma sicuramente sì a Scandicci.

- La rassegna iniziata con il canale 7 GOLD, per promuovere libri e artisti musicali, in che cosa consiste?

Si tratta di un programma che ha già seguito la nostra inaugurazione e la mostra di pittura del Prof. Robert Shackelford, direttore della Harding University a Scandicci. Le iniziative sono varie, e nonostante le difficoltà organizzative stiamo andando avanti, e nel corso di marzo avremo varie presentazioni di libri ed eventi musicali. Continua a leggere

IL CENTENARIO DI LACERBA: IL FUTURISMO RACCONTATO DA CORRADO MARSAN

di Giovanni Agnoloni

da Postpopuli.it

Il 2013 è l’anno del centenario di Lacerba, la storica rivista del movimento futurista, ma non solo. Ho avuto il piacere di parlare e di imparare moltissimo sull’argomento dallo storico dell’arte Corrado Marsan, uno dei massimi esperti in Italia in materia di Futurismo, che il prossimo 22 marzo, alle ore 17, terrà sulla pedana esterna del caffè fiorentino delle “Giubbe Rosse”, storico ritrovo dei futuristi, una conferenza sul tema “Filippo Tommaso Marinetti alle Giubbe Rosse”.

Le righe che seguono sono frutto della mia conversazione col Prof. Marsan, che mi ha anche permesso di pubblicare un articolo sul numero di domenica 10 marzo del “Corriere Nazionale”.

Da sinistra: Palazzeschi, Carrà, Papini, Boccioni, Marinetti (da giubberosse.it)

Le Giubbe Rosse hanno proprio in quest’anno (1913) il proprio sancta sanctorum, perché con la data del 1° gennaio – anche se di fatto arriva nelle librerie qualche giorno dopo – nasce il primo numero di Lacerba, dopo una lunga incubazione alla quale assiste, come “contenitore”, il caffè delle Giubbe Rosse. Se torniamo al fatidico 30 giugno 1911, vediamo come all’esterno del locale si verifica il primo famoso parapiglia tra Soffici e Boccioni. Boccioni, dopo il duro attacco su La Voce - la grande rivista di Prezzolini – nel maggio precedente, sanguigno com’è va a casa di Marinetti a Milano e convoca anche Carrà per farla “pagare” ai fiorentini vociani. In effetti, Soffici, con un linguaggio molto offensivo e molto greve, e soprattutto un po’ superficiale, aveva attaccato duramente la prima mostra di arte libera ospitata nell’aprile-maggio 1911 nel Padiglione Ricordi a Milano. I milanesi vengono allora giù a Firenze, auspice Aldo Giurlani, più noto come Aldo Palazzeschi, che fa da “avanguardia” e dice “Io so dove trovarli” – lui abitava in via Calimala al numero 2 – e si presta a far loro strada e a indicare quando arriveranno gli altri. Arrivano alle Giubbe Rosse, e Palazzeschi indica Soffici a Boccioni. Continua a leggere

KENNETH WHITE NELLA LUCE DEL NORD

di Roberto Lamantea

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Kenneth White

La luce migliore per leggere I cigni selvatici di Kenneth White (nella foto), il diario del viaggio in Giappone dello scrittore e poeta scozzese appena pubblicato dalla mestrina Amos Edizioni (176 pagine, numero 3 della collana “Highway 61”) è annotata a pagina 150 del libro. White viaggia in Giappone, alla ricerca dei cigni selvatici, portando nello zaino la fotocopia dell’edizione in-folio del Settecento, conservata alla biblioteca della Sorbonne a Parigi, dell’Histoire Naturelle des Oiseaux. Perché un libro del XVIII secolo, si chiede, invece di un veloce manuale di ornitologia di oggi? “Nel lontano XVIII secolo esisteva, prima di ogni specializzazione, quella disciplina generale chiamata ‘filosofia naturale’ in cui la poesia, la scienza e la filosofia sono riunite, e dove l’accento si pone su un’indagine totale, cosí come sulla ricerca di una comprensione globale, di una cosciente esperienza globale”.

 A fine lettura restano negli occhi – e sulle narici, e sul palato, White narra anche le pause in un bar, un ristorante, una notte in una locanda o un albergo con un ritmo che ridà, oltre al movimento del viandante, anche sapori e aromi – cieli e mari di vento, l’increspata schiuma bianca sulle onde azzurre degli acquarelli giapponesi, il volo e le voci degli uccelli (gabbiani, corvi, aironi, sino ai cigni, raggiunti verso la fine, come la meta di Achab in Melville, qui citato), la pioggia, i mattoni delle case. I cigni selvatici accenna solo a Tokyo: la metropoli-formicaio fosforescente e assordante è solo un punto di sbarco dall’Europa per andare altrove. White cerca il Nord, il paesaggio, il silenzio. Nel suo zaino un libro blu di haiku. Ovunque le tracce di Bashō, poeta zen del Seicento, la sua metrica (5-7-5), i componimenti che affiorano, come foglie rosse, sul taccuino del viandante a illudersi di fermare un momento nel flusso della vita.

   Il libro – rivela subito White – e il viaggio in Giappone “sarebbe anche stato un altro pellegrinaggio geopoetico [...] e un viaggio-haiku sulla scia di Bashō, un documentario sognante di strade e isole, un tuffo veloce ed ellittico nel Vuoto – in definitiva un libro nipponico piccolo e stravagante pieno di immagini e di pensieri a zig-zag, scritto in uno ‘stile bianco e svolazzante’, come dicono i pittori”. Continua a leggere

SONIA CAPOROSSI E ANTONELLA PIERANGELI: “CRITICA IMPURA”, BLOG E LIBRO

Intervista di Giovanni Agnoloni

Sonia Caporossi e Antonella Pierangeli, fondatrici del blog Critica Impura, hanno trasformato parte dei contenuti della loro esperienza di Rete in un e-book edito da Web Press EdizioniUn anno di Critica Impura (gennaio 2011-gennaio 2012). In questa intervista illustrano contenuti e risonanze del loro lavoro.

Critica Impura

Il vostro blog è un’esperienza di critica e conoscenza. Adesso che è diventato un libro, vede esplicarsi appieno la sua vocazione, che è quella dell’apertura, della contaminazione e dell’uscire dagli schemi. La vocazione, appunto, dell’”impurità”. Da che cosa nasce tutto questo?

Antonella Pierangeli: Critica Impura nasce essenzialmente come rivolta di critica e di conoscenza, oltre che come vera e propria vocazione a quella che ormai è diventata la nostra caratura estetica, l’impurezza. Nelle nostre intenzioni di “rivoltosi”, ricordiamo ciò che Maurice Blanchot nel giugno del ’36 dichiarò su Acèfale: “È tempo di abbandonare il mondo dei civili e la sua luce. È troppo tardi per fare il ragionevole e l’istruito, poiché ciò ha condotto a una vita senza attrattive […]. È necessario rifiutare la noia e vivere solamente di ciò che affascina”. Il nostro desiderio di rivolta contro “il ragionevole e l’istruito” ci ha indotto con urgenza a sviluppare un discorso critico intorno alla scrittura che, con il passare del tempo, ha richiesto una sempre maggiore attenzione al significato di questa meravigliosa avventura della mente e al senso del suo agire attraverso la parola. Scrivere è certamente una tremenda responsabilità e, ne siamo convinte, la letteratura ci trattiene in quel moto che è di illusione e di appartenenza e obbedisce alla necessità di distruggere per rinnovare. La parola, che della letteratura costituisce la granatura, è disagio, guerra, distruzione, rinnovamento. La critica impura è dunque, in primo luogo, estrema attenzione, sensibilità aguzza, monologo ossessivo con il testo, luogo d’elezione dove il farsi letterario è corpo di parola, dove la scrittura non enuncia ma crea e rigenera, il nascosto, perturbante antipensiero che si annida tra gli interstizi della pagina, in quelle pieghe di senso e fonemi, i cui rilievi sono a loro volta pieni di corridoi, porte, camere, luoghi senza luogo, soglie che attirano. I nostri testi sono infatti attraversati da tensioni cariche di sovrasignificati che interrompono ogni possibile continuità discorsiva e orientano la nostra esperienza verso una circumnavigazione permanente del “globale” inteso come realtà effettuale del circostante. In secondo luogo, tutto ciò che avviene su Critica Impura sembra trovarsi in un’altra dimensione rispetto alla norma dei lit-blog che circolano in rete, quasi in un “fuori” che la stessa scrittura si incarica di accentuare attraverso il dispiegamento di un arsenale di scelte tematiche, e quindi stilistiche, talmente eterogeneo e vorticante da rendere manifesto il conflitto imperante tra realtà e linguaggio, certificando ininterrottamente la dimensione costituente della parola. Continua a leggere

EDMUND BURKE: SUBLIME E OMBRA. INTERVISTA A GIUSEPPE PANELLA

di Giovanni Agnoloni

da Postpopuli.it

“Edmund Burke: Sublime e Ombra”, mi verrebbe da intitolare questa intervista al Prof. Giuseppe Panella, critico letterario e docente presso la Scuola Normale di Pisa, autore di una trilogia di saggi sul Sublime, concetto cruciale nell’evoluzione della modernità e della percezione che l’uomo ha di se stesso, al suo interno. I tre libri, tutti editi da Clinamen, sono Il Sublime e la prosa. Nove proposte di analisi letteraria (2005), Storia del Sublime. Dallo Pseudo-Longino alle poetiche della modernità (2012) e Prove di Sublime e altri esperimenti. Letteratura e cinema in prospettiva estetica (2013). La chiacchierata di oggi ci porta al cuore di una questione molto più vicina alla nostra anima e alle nostre paure di quanto non si possa di primo acchito pensare.

- Il Sublime è un concetto metamorfico, che nel tempo ha assunto significati diversi. È per questo che hai deciso di dedicargli una trilogia di saggi?

Certamente. Studiare il Sublime permette di attraversare in maniera trasversale e articolata gran parte della cultura occidentale (filosofica, religiosa, psicologica e soprattutto letteraria) e, di conseguenza, verificare il modo in cui questo concetto che nasce dalla dimensione retorica dell’oratoria e del bello stile approda prima alla letteratura (soprattutto alla poesia e poi al romanzo) e infine alla psicologia del profondo (nel concetto freudiano di Unheimlich, il Perturbante, in primo luogo)… Continua a leggere

“DOMANDA AL VENTO CHE PASSA”, DI PAOLO GIARDELLI

Tratto da
Paolo Giardelli, Domanda al vento che passa: Malocchio e guaritori tradizionali, Pentàgora, Savona-Milano 2012: pp. 118-123.

domanda al vento

L’UOMO DI GLORI

A Glori [piccola frazione di mezza costa della Valle Argentina, (1)] si ricorda la guarigione da parte di nonna Teresa di una donna, mancata una decina di anni fa, sofferente di crisi depressive. Pare che una domenica Teresa, la guaritrice, si sia presentata a casa di questa persona per curarla, dicendole di andare a comprare una pentola nuova di terra.
Ha fatto uccidere il coniglio più grasso che avevano, ha prelevato il fegato ancora caldo del coniglio e lo ha buttato nella pentola di terra, che era stata messa sul fuoco. Il fegato ovviamente si è messo a scoppiettare a contatto con la pentola calda e lei ha sentenziato che erano le bàggiue, le streghe, che se ne andavano dal corpo dell’ammalata. Ha detto però che il resto del rito doveva compierlo a casa sua, a Glori, si è fatta incartare il coniglio e se lo è portato via. Cosa sia successo dopo non è dato sapere … Continua a leggere

“ERBA DI NEVE”, DI MICHELE PELLEGRINI

di Giovanni Agnoloni

da Postpopuli.it

Erba di neve, di Michele Pellegrini (Galaad Edizioni) è un romanzo che spiazza e tocca dentro. Inizia con un botanico italiano, Luca Radici, in vacanza tra la Croazia e la Bosnia e in cerca di grandi e antichi alberi, e così ci introduce a un universo di percezioni e vibrazioni narrative quiete, sia pur venate di mistero naturalistico. Conversazioni con i locali, bevute ed esplorazioni del territorio arricchiscono ulteriormente questa parte del libro. Fino a un incontro con una donna bosniaca, Darja, che gli racconta una sua esperienza del 1991 sulle Alpi Marittime, non lontano dal confine francese, quando era stata impegnata in una serie di escursioni che l’avevano portata a conoscere Dado, il custode di un rifugio, del quale, ricambiata, si era innamorata.

A questo punto la storia vive un salto quantico, perché quel passato, così intriso di passione e ricordi, apre scenari insondabili, conditi dal mistero dell’Erba di Neve, una prodigiosa piantina di alta montagna che Dado cercava da anni. Darja, però, doveva tornare a casa sua, minacciata dalla guerra civile agli inizi, e custodire un magico albero, fonte di protezione per il suo villaggio. Così si erano separati, convinti, in qualche modo, che il legame tra loro non si sarebbe interrotto. Continua a leggere

“LA MASCHERA DI PAZUZU”. INTERVISTA A VITO INTRONA

di Giovanni Agnoloni

In prossima uscita con EditoriunitigdsLa maschera di Pazuzu è un romanzo weird di Vito Introna, autore che col suo lavoro dimostra come l’orizzonte del fantastico (in senso lato) sia effettivamente molto più legato alla realtà di quanto si tenda a pensare. Ho avuto il piacere di intervistarlo.

La maschera di Pazuzu

- La maschera di Pazuzu è un romanzo weird impregnato di italianità. Come hai coniugato questi aspetti?

Ho tentato una sperimentazione non facile, mescolando la mia fede comunista ad antichi miti sumeri e caldei. Ne è venuto fuori un romanzo lungo e complesso, trasudante ironia grazie alla chiara strafottenza dell’antipaticissimo protagonista.

- In che misura lo “straniamento” generato dal weird può aiutare a conoscere meglio il mondo e ad affrontare i problemi dell’attualità?

Dipende dal concetto che si ha di weird. Trattandosi di una letteratura poco nota e dai confini labili, tutto è rimesso alla penna dell’autore. Weird non è disimpegno dalla realtà, ma essenzialmente uno sberleffo al mondo reale e contemporaneamente una mano tesa alla “soft sci-fi”. In quest’ottica il weird può rivelarsi lettura formativa e d’impegno. In caso contrario si ricade nel più comune urban fantasy. Continua a leggere

“IL TEMPO È IMMOBILE” DI HEINZ CZECHOWSKI, A CURA DI PAOLA DEL ZOPPO

Segue qui un’intervista di Anna Maria Curci a Paola Del Zoppo, curatrice del volume di poesie scelte di Heinz Czechowski Il tempo è immobile (Del Vecchio Editore).

IL TEMPO è IMMOBILE

Anna Maria Curci: Leggere il titolo della tua versione di Schafe und Sterne di Czechowski, che hai resto con “Pecore e pianeti” e andare immediatamente con il pensiero al primo verso di Tombe precoci di Klopstock nella traduzione di Carducci è stata una cosa sola. Ci troviamo, in entrambi i casi, di una resa dell’originale feconda, efficace e, allo stesso tempo, incurante delle classificazioni dei corpi celesti. Se in Carducci la resa di “silberner Mond”, letteralmente “luna d’argento”, con “astro d’argento”, è funzionale al mantenimento del genere maschile, che ritorna più avanti nei versi di Klopstock, mi sembra che qui, Paola, tu abbia voluto mantenere l’allitterazione, che nel titolo originale propone la ‘s’ e nella tua resa fa della lettera ‘p’ il suono prevalente del verso. Si riaffaccia l’antico e mai sopito contrasto tra “belles infidèles” e fedeltà rigorosa nella traduzione. Da qui discende il mio quesito: quale criterio prevale sulle tue scelte? Si può parlare, nel caso delle tue scelte, di reale prevalenza di uno dei criteri o non, piuttosto, di alternanza di criteri, adottati in maniera di volta in volta funzionale a testo-fonte e testo di arrivo, in un andirivieni continuo, sfida e azzardo? Continua a leggere

“Frutta fresca per verdure marce”, di Paolo Merenda

Recensione di Marco Candida

Frutta fresca per verdure marce
Di Paolo Merenda
(Edizioni Il foglio)

Frutta

Il poliziottesco scritto da Paolo Merenda dal titolo Frutta fresca per verdure marce invita a chiedersi forse un po’ capziosamente: “In questo romanzo c’è più più frutta fresca o verdura marcia?” oppure “Il titolo allude a uno scambio tra autore e lettore? E’ il lettore il portatore avariato di verdura marcia?”. A parte questo piccolo divertissement, le centoventuno pagine scritte dall’autore alessandrino sembrano certo presentare i connotati giusti per meritarsi l’aggettivo, spesso abusato, “fresco”. Quelle di Merenda sono pagine “fresche” perché rinverdiscono, servendosi della rivoltella della parodia, il genere del poliziesco all’italiana, riuscendo in un compito difficile; e sono brillanti perché utilizzano una forma originale: centoventidue pagine divise in quattro parti ciascuna spezzettata in dodici capitoli ognun dei quali lunghi una pagina e mezza, massimo due pagine e mezzo. Ogni autore, se si guarda bene ha la sua intelligenza, e l’intelligenza di Paolo Merenda è stata quella di capire che per raccontare una storia che si regge in gran parte su stereotipi di genere la forma breve è la più efficace: essendo già noto al lettore gran parte di ciò che viene raccontato non sono necessarie molte pagine per rendere i personaggi vivi, le storie vere. Bastano poche linee, quelle essenziali, è tutto come per magia si anima e funziona. Non è questione di tecnica o di capacità: è qualcosa di molto più ineffabile, si chiama intelligenza, sensibilità. E Paolo Merenda ha il dono di possederla. Continua a leggere

LUTZ SEILER, “LA DOMENICA PENSAVO A DIO”

Lutz Seiler – Da La domenica pensavo a Dio, Roma, Del Vecchio Editore, 2012

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Il volume, a cura di Paola Del Zoppo, presenta una scelta dell’intera produzione poetica di Seiler, dalla prima raccolta berührt/ geführt (toccato/ portato) alla più recente im felderlatein (nel latino dei campi). Di seguito, due poesie tratte dalla raccolta e un brano del saggio di P. Del Zoppo Odore di poesia, che esplora tematiche e ricorrenze della poesia di Seiler. Continua a leggere

LA MEMORIA DI AUSCHWITZ: “LA NEVE NELL’ARMADIO”, DI ENRICO MOTTINELLI

di Giovanni Agnoloni

da Postpopuli.it

Il giorno di Auschwitz, il giorno della memoria. Quest’anno l’ho affrontato in un’intervista con Enrico Mottinelli, autore de La neve nell’armadio (ed. Giuntina), un libro che scava nel significato profondo della terribile esperienza storica di Oświęcim. L’opera, nella parte conclusiva, presenta anche una conversazione con una sopravvissuta a questo e ad altri campi di sterminio, la scrittrice ungherese Edith Bruck.

(da lasestina.unimi.it)

- Ogni anno si celebra il giorno della memoria, focalizzato sull’olocausto, e legato in modo particolare ad Auschwitz. Alla luce del quadro di orrori globali che la storia anche recente presenta, avrebbe senso pensare di fare di questa ricorrenza un giorno dedicato al ricordo e alla condanna di tutti gli stermini?

Il Giorno della Memoria è stato collocato il 27 gennaio perché in quella data l’Armata Rossa liberò il campo di Auschwitz, peraltro già abbandonato dai tedeschi poco prima. Quella data è diventata il simbolo della fine di quella vicenda, sebbene gli ultimi campi siano stati raggiunti anche mesi dopo.

La questione che poni mette in evidenza un tema molto ampio, ovvero l’unicità di Auschwitz (inteso non come un singolo campo, ma come simbolo dello sterminio). Auschwitz è diverso dai tanti stermini che la storia dell’uomo ha conosciuto prima e dopo? Credo di sì. Lo è da un punto di vista direi “filosofico”, come scrive George Steiner. Auschwitz è stato qualcosa di più e di diverso da uno sterminio di essere umani per mano di altri esseri umani. Volendo sintetizzare, direi che ad Auschwitz l’uomo ha tolto il velo del senso che aveva costruito fino a quel momento, e sfruttando tutto il meglio delle cose che sa fare (scienza, tecnologia, organizzazione, diritto ecc.) ha messo in scena una catastrofe immane. Ad Auschwitz l’uomo ha distrutto il senso e si è affidato al non senso. Fare memoria di quell’evento significa tenere presente che, qui e ora, ognuno di noi deve sapere che convive con questo baratro di caos, che si porta dentro da quando ad Auschwitz si è reso possibile e manifesto. Continua a leggere

LA “CASA DELL’AUTORE” DI MANUELA LA FERLA

di Giovanni Agnoloni

da Postpopuli.it

La Casa dell’autore di Manuela La Ferla, nota editor e curatrice di testi letterari, è una nuova esperienza in campo editoriale, che si prepara a dare un contributo vitale alla crescita di scrittori che affinano il proprio talento. Manuela ci ha gentilmente concesso quest’intervista, che illustra tutti i più importanti aspetti della sua iniziativa professionale e letteraria, con sede a Firenze.

- Com’è nata l’idea di questo progetto innovativo in campo editoriale?

Manuela La Ferla

La Casa dell’autore nasce da un’esigenza: il bisogno reale degli autori di avere a fianco un Editor dedicato. A volte si pensa che gli scrittori che hanno già una loro – anche autorevole – casa editrice di riferimento, non abbiano questo problema. Ma così non è, gli autori sono sempre più soli, tranne eccezioni. Non è solo un problema di competenza o bravura o altro, spesso è (anche) un problema di tempi oggettivi.
Un editor interno lavora su più tavoli in contemporanea, come è giusto che sia, ma spesso proprio il lavoro sul testo, che dovrebbe stare al centro dell’attenzione, finisce per diventare un dato marginale, che viene delegato alla redazione o a consulenti esterni. La mia idea allora è quella di lavorare con l’autore prima di arrivare in casa editrice, oppure per conto della stessa su testi già in programmazione.
Attenzione, perché esistono decine di service editoriali e ottimi editor free-lance.
La Casa dell’Autore offre invece un lavoro diverso, che parte dalla maieutica ma ha come conditio sine qua non lo spessore e valore del progetto (se ci riferiamo alla saggistica), e la voce dell’autore (se parliamo di narrativa). Non escludo di motivare io stessa degli autori, nel caso della saggistica, a scrivere su un argomento che mi sembra possa poi essere spendibile editorialmente. Continua a leggere