Devo premettere che nel corso degli anni dedicati al volontariato di lettura di inediti ho sviluppato un’allergia nei confronti di manoscritti il cui protagonista è un commissario di polizia (allergia doppia per quelli in cui il suddetto è alcolista e se la fa con una donna bellissima con tette enormi e occhi verdi, come di solito accade), e quindi ho cominciato questo romanzo con – come dire – alcuni pregiudizi. Presto svaniti, però, di fronte a una storia divertente e intelligente, con sfaccettature umane complesse e soprattutto una credibilissima rappresentazione dell’universo femminile. Non è poco, per me. Di solito i romanzieri, soprattutto se giallisti, dipingono donne improbabili, incoerenti, o troppo deboli o marziane, fumettistiche. Le due co-protagoniste di questo romanzo invece sono vere e interessanti.
Il plot è ricco, filmico, ambizioso perché coinvolge anche la repressione argentina, Borges, e persino Che Guevara, e pur presentando tutti i pregi (e anche qualche difetto) di una sceneggiatura, la scrittura tiene molto bene non solo nei dialoghi ma anche nelle parti narrative, dove le descrizioni dei luoghi e delle azioni è tridimensionale e di respiro. Anche grazie a questo (e non solo per la trama avvincente) la lettura procede spedita verso la conclusione che continua a “finire” per più capitoli, con le tessere – non solo dell’azione ma dell’affetto – che si ricompongono una ad una. Un libro molto carino, quindi, estivo ma non superficiale: piacevole con sostanza. Leggi il seguito di questo post »
Archivio per la categoria ‘Monica Mazzitelli’
“Il cameriere di Borges” di Fabio Bussotti
Pubblicato da monicamazzitelli su maggio 4, 2012
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“Diaz”: il Male, la Paura, l’Odio.
Pubblicato da monicamazzitelli su aprile 16, 2012
C’è bisogno di coraggio per vedere questo film, ma è necessario trovarlo.
Pensavo di sapere quasi tutto sul G8 di Genova del 2001, ma invece no: non abbastanza. Perché sapere non è vedere. Non sapevo o non contenevo tutto questo dolore, questo sangue, questo abuso, questa crudeltà, questa disumanità, questa carne che implora inutilmente pietà a quella follia aguzzina che sa come violentare senza arrivare a uccidere, per non essere incriminata; follia che è (dentro) il nostro Stato.
Più che mai: i colpevoli della Diaz e di Bolzaneto non solo non sono stati sospesi dal servizio ma sono stati per lo più promossi. E sono ancora tra noi, per strada, con una divisa addosso, con il tricolore cucito sulla giubba. Per difenderci.
Sì, questa recensione non è asettica ma di parte, perché il film lo merita, anzi: lo reclama, lo esige. Perché se esci dal cinema senza sentirti le ossa incrinate, i muscoli pesti, gli occhi gonfi, la mente confusa e intontita allora Vicari ha fallito. Ma non fallisce, perché in sala all’accensione delle luci c’è solo silenzio livido, musi di gesso e mani tremanti a cercare i giubbotti.
Ma il cinema non è solo contenuti e alla fine quel che conta veramente, come diceva Kieslowski, è dove metti la macchina da presa. Quindi diciamolo senza esitazioni: questa è una pellicola che ha davvero la bellezza di un grande film. Inquadrature e movimenti di macchina perfetti, necessari, inosservabili, asciutti, con un grande Gherardo Gossi alla fotografia; sceneggiatura senza sbavature, flashback e flashforward che tessono suspense, effetti visivi misurati e naturali, che danno quel senso di realtà quasi fisica e olfattiva che permette di calarsi nella situazione come in un documentario, con tutti i pregi di un documentario; un montaggio preciso e teso, sottolineato dalla musica asciutta e efficace di Theo Teardo.
In conclusione, pur rispettando alcuni passaggi della critica scritta da Agnoletto sul Manifesto, è ingeneroso soffermarsi sulle supposte omissioni di questa pellicola: che un film del genere sia stato prodotto in Italia (e senza i soldi di Rai e Mediaset) e spinto così tanto nelle sale è già un miracolo. Lasciamo che il dibattito prosegua altrove, l’importante è che sia ricominciato dopo anni troppo silenziosi, senza neanche una commissione di inchiesta. E soprattutto lasciamo che sia il pubblico a dire la sua, a cominciare dalla vittoria ex aequo del Premio del pubblico all’ultimo Festival di Berlino, dove il film era presentato fuori concorso.
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“Justine c’est moi”: recensione del dvd Melancholia di Lars Von Trier
Pubblicato da monicamazzitelli su febbraio 22, 2012
Si è già scritto molto a proposito di “Melancholia”, un film che ha in comune con l’altro capolavoro presentato a Cannes nel 2011, The Tree of Life di Terrence Malick, l’essere una pellicola senza scale di grigio: la si ama o la si odia. Due opere simili, per alcuni aspetti, che differiscono molto nell’esecuzione: nitido e cristallino Malick, sporco (ma non quanto un tempo) Von Trier, che pur non ostentando più il Dogma, continua a preferire macchina a mano/camera a spalla piuttosto che cavalletti, dolly, carrelli e quant’altro ostacoli un set. Ma di questo diremo meglio più avanti, concentrando ora il discorso sugli aspetti che emergono dalla visione del film in dvd, in lingua originale.
La storia è quella di Melancholia, un pianeta senza orbita gravitazionale (un “pianeta interstellare”, secondo la definizione astronomica), che entra in collisione con la Terra e la distrugge, come apprendiamo subito dal bellissimo e pittorico prologo-spoiler. I personaggi principali del film sono Justine (Kirsten Dunst – premiata come miglior attrice a Cannes) e sua sorella Claire (Charlotte Gainsbourg), protagoniste l’una della prima parte della pellicola e l’altra della seconda. In realtà Justine rimane comunque la figura centrale del film e lo domina emotivamente fino alla fine: il suo personaggio è l’unico che compie una reale evoluzione all’interno della storia, gli altri si limitano a reagire a ciò che accade restando sostanzialmente uguali a se stessi.
Nel primo tempo assistiamo allo sfarzoso e patetico ricevimento di nozze di Justine e Michael, organizzato da Claire nella lussuosa magione in cui abita col marito John e il figlio Leo. Leggi il seguito di questo post »
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“Cento micron”: madri a ogni costo
Pubblicato da monicamazzitelli su gennaio 24, 2012
Forse è nel color crema – che spesso ricorre tra le pagine di questo splendido romanzo – che troviamo una chiave di lettura: il bianco non è puro, ma sporcato. La pulizia, se c’è, è solo facciata, una stuccatura che non regge lo scrutinio di un secondo sguardo. Meno onesta persino dello sporco muffito e polveroso dei locali dove la protagonista Eva, quasi quarantenne ricercatrice di un Dipartimento di Biologia dell’Università di Roma, lavora tentando caparbiamente di produrre risultati scientifici di rilevanza internazionale pur nell’abbandono tecnologico e architettonico in cui versa l’istituzione. Per contrasto, la sua amica vecchia Bibi, pariolina ricchissima e viziata, vive in un mondo quasi rarefatto per la sua distanza da quello reale. Un mondo tenue e color crema, in cui l’unico sudore è quello che si lascia sul tappetino di una palestra.
Ma non è una donna fortunata, Bibi: prima di riuscire a ottenere una gravidanza attraverso un impianto di embrioni suo marito muore in un incidente stradale, e lei, a seguito di una chemioterapia, è diventata sterile. Secondo la recente legge italiana sulla procreazione assistita gli embrioni pronti per una sua gravidanza non sono più impiantabili, ma lei decide di ottenerli dalla clinica presso cui dovrebbero essere custoditi a costo di pagare qualsiasi cifra, e commettere qualsiasi crimine. Ed Eva decide di aiutarla, nonostante tutto, imbarcandosi in un intrigo con dubbie e sospette diramazioni internazionali dove la puzza di pericolo aumenta con il crescere del profumo dei soldi. Leggi il seguito di questo post »
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La Roma del crimine di Yari Selvetella
Pubblicato da monicamazzitelli su gennaio 17, 2012
“Roma – L’impero del crimine”, di Yari Selvetella, Newton Compton Editori
Il segreto di questo autore risiede di certo in molti fattori, di cui l’appeal del tema è solo uno, e non il maggiore: certamente “Roma” e “crimine” sono due ingredienti importanti della sua ricetta, ma sarebbe una ricetta banale, servita e assaggiata talmente spesso da essere ormai insipida, da sola.
Ritengo invece che il successo di vendita dei libri di Selvetella abbia origine da altro. Prima di tutto dalla sua penna: una scrittura originale, una voce di personalità forte che si esprime su vari registri, dal giornalistico all’ironico, dallo storicistico all’elegiaco. E proprio su quest’ultimo vorrei soffermarmi: ci sono alcune pagine, soprattutto quelle dei capitoli in corsivo in cui l’autore entra più nell’espressione di un’opinione personale, un taglio critico, una visione dal suo sguardo, che sono davvero di grandissima letteratura. Così vicine per intensità e anima al migliore Pasolini, alla sua capacità letteraria mai scevra da una potenza espressiva che pare dettata in primo luogo dalla partecipazione umana, densa, alla materia raccontata.
In effetti Selvetella sta a Roma come Saviano è stato, in Gomorra, a Napoli. La stessa chiarezza di sguardo, la stessa conoscenza minuziosa della città, dei suoi pregi e difetti, la sua bellezza, a volte un po’ decadente, ma soprattutto la sua bruttezza. Roma qui c’è tutta, senza censure. Non c’è solo il centro o le periferie “fichette”, ma l’intero polpo urbano, con i suoi tentacoli grigi, abusivi, denaturalizzati, escresciuti, vomitati, brutti. Con il coraggio e la dignità di chi tenta di abitarci senza sentirsi una parafrasi di degrado sociale. In questo senso, Selvetella riesce in pieno a far sentire il lettore dentro la città, tutta la città, a farsi cruccio e sdegno del suo martirio, della vita condannata di chi ci abita, romani e non, italiani e non italiani. Lo sguardo di Yari abbraccia, e non fa sconti a nessuno: a ciascuno le proprie responsabilità. Leggi il seguito di questo post »
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Maldimare
Pubblicato da monicamazzitelli su novembre 25, 2011
Oggi, Domenica 20 Settembre 1999, ho 16 anni e sto lavando i piatti.
La casa è piena di un silenzio strano: i miei si stanno preparando per uscire, mia madre fin nel più piccolo dettaglio, mio padre, già pronto, aspetta come un orso in poltrona e mia sorella, nella nostra camera a pois, è persa in qualche inconsistente occupazione.
Io sento di odiare l’acqua fredda, l’argento metallico delle forchette e dello scolapiatti mi deprime come al solito, ma oggi ho un buon motivo per sollevarmi dal torpore pre-autunnale: fra poco arriva Aldo, è tutto organizzato.
Loro saranno fuori, mia sorella ci lascerà in pace e noi avremo qualche ora solo per noi, da trascorrere fra il rosa/fucsia dei baci prolungati e i fiori del divano.
Da parte mia fingo calma domestica e domenicale. Infatti ho le pantofole.
Questo piccolo particolare, utile più che altro a depistare i miei, mi procura uno stato di agitazione, come se sottraessi verità alle mie azioni, una specie di ladra, di clandestina in casa.
A parte le ciabatte, funzionali, ho scelto tutto con trepidazione: i miei jeans preferiti e la maglietta grigia con gli inserti azzurri, così mi risaltano gli occhi.
Trucco quasi niente, sempre per non destar sospetti.
Fra poco arriva Aldo, e loro non lo sanno.
Fra poco arriva Aldo e mia sorella, che è l’unica a sapere, mi guarda con disagio, poi scompare.
All’improvviso si materializzano i miei, tutti e due sulla porta, una sorta di foto lunga e stretta della coppia genitoriale, mi destano bruscamente dal sogno colorato dei baci e del divano.
“Noi andiamo, mi raccomando ai piatti”.
Infatti, quando arriva Aldo, sono ancora lì a lavare, facendo più in fretta che posso, mentre lui è seduto in salotto, da solo.
Finalmente riesco a raggiungerlo, in genere sono lenta a spolverare, sciacquare, insomma a ramazzare, ma stavolta ho messo il turbo e, tolto il grembiule, volo anch’io sul divano, farfalle nella pancia ed occhi a cuore, come ogni adolescente che si rispetti.
Lo contemplo a distanza ravvicinata: lo sguardo eschimese, i capelli scuri come una notte senza fine e il naso, leggermente schiacciato. In pratica un nativo americano, ma di Talenti, quartiere romano mai sentito prima di conoscere lui, per me un’altra galassia, e che distanza siderale aveva percorso, in motorino, per venirmi a trovare! Leggi il seguito di questo post »
Pubblicato in: Monica Mazzitelli, Racconti | Contrassegnato da tag: Arianna Orelli | 4 Commenti »
Le mie ossa
Pubblicato da monicamazzitelli su novembre 8, 2011
a P.V.
Un pomeriggio la signora che abitava al primo piano aveva alzato lo sguardo in alto, dal marciapiede sul lato opposto della strada, e si era accorta che i gerani e le margherite dell’appartamento della ragazza erano morti, rinsecchiti, i rami superstiti piegati all’ingiù. Che strano, aveva pensato, la mano sulla fronte a ripararsi dal sole. Era rimasta un po’ a guardare il balcone dell’ultimo piano e le piante morte. Strano perché la ragazza si prendeva sempre molta cura di quelle piante, l’aveva vista tante volte occupata a innaffiarle, togliere le foglie secche, pulire i sottovasi.
Mi aveva messo addosso una brutta sensazione, aveva detto la signora in quelle appassionate chiacchiere con gli altri abitanti del palazzo, quando già il corpo della povera ragazza era stato chiuso nella bara di metallo e portato via dalla polizia mortuaria, l’appartamento era stato sigillato, e si era finalmente fermato l’andirivieni di polizia e vigili.
Non avevano tolto gli occhi di dosso alla bara mentre passava da un piano all’altro, da un pianerottolo all’altro, loro, i vicini, gli occhi fissi sul coperchio lucido, mani strette sulle bocche, teste che dicevano no, non è possibile, qualcuno si era fatto il segno della croce, qualcun altro non aveva retto e aveva abbassato lo sguardo sul pavimento e aveva visto solo i piedi degli addetti infilati in copriscarpe bianchi. Leggi il seguito di questo post »
Pubblicato in: Monica Mazzitelli, Racconti | Contrassegnato da tag: Giulia Fazzi | 4 Commenti »
La fanciulla e il cavaliere
Pubblicato da monicamazzitelli su settembre 24, 2011
La casa della fanciulla sovrastava il bordo dell’oceano dalla cima di una scogliera alta e così scura da sembrare nera, la notte. Era una casa bianca con le imposte verniciate di azzurro; ogni sera la fanciulla sollevava dai davanzali i vasi di nasturzi e li poggiava a terra, e poi chiudeva le ante facendole ruotare sui cardini che gemevano di ruggine marina.
La mattina appena sveglia spalancava le imposte dall’interno con una spinta vigorosa, facendole battere contro il muro: un suono secco e sordo per il suo buongiorno alla dimora. Guardava fuori verso l’oceano scrutandone il colore dalla finestra della sua camera da letto, a indovinare pioggia o sole, poi passava alla cucina per la vista sul suo frutteto: aveva diciannove alberi di mele, sempre carichi di frutti grossi e pieni di succo dolcissimo. Era rimasta orfana tre anni prima, ed era andata a vivere da sola in quella casa che le aveva lasciato in eredità sua nonna.
Al villaggio conoscevano tutti la fanciulla e le sue mele, la sua casa solitaria bianca con le imposte azzurre poggiata sul prato arginato solo dal lato dalla scogliera. Venivano a trovarla. Prendevano la sua frutta. Alcuni lasciavano qualcosa in cambio, molti non lasciavano niente, a parte ringraziare con un sorriso. Bussavano alla porta e lei faceva entrare chiunque, offriva le sue mele, e tutti erano contenti.
Avrebbe voluto che qualcuno si fermasse, ogni tanto; che restasse con lei a poggiare i vasi di nasturzi e chiudesse le imposte dall’interno; che restasse per sempre. Offriva la sua frutta perché sapeva che finché la regalava sarebbero tornati. Di giorno la fanciulla aveva quasi sempre compagnia, ma al tramonto se ne andavano tutti; la notte era sempre sola.
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Lezioni di vita, e anche di tango
Pubblicato da monicamazzitelli su settembre 3, 2011
Ogni volta che la nomino un amico di Reggio Calabria che mi è molto caro mi dice “Messina non esiste”, con quel razzismo della campana che noi italiani ci trasciniamo dietro da medievali generazioni. Credo abbia ragione, però.
Anna Mallamo, Manginobrioches, re(g)gina prestata a Messina, teorizzatrice e praticante del modello politico del Matriarcato Calabrese, nella sua vita precedente era un distico elegiaco. In questa, è un tango. Un tango scrivente.
Pura sensualità di parola, strazio e predominanza di femmina, non può che scrivere Anna Mallamo, solo logos brivido e sogno. Non importa sapere altro di Manginobrioches, lei è tutta qui nelle sue pagine, nel suo essere tango e argentina magnagreca, nelle sue milonghe messinesi che non ci sono, a destra di molte stelle.
Quindi ha ragione il mio amico reggino: Messina non esiste, e Anna Mallamo ne canta l’evanescenza, la polvere brumosa che si allunga nello Stretto che lei unifica piantando un tacco su Scilla e l’altro su Cariddi, sapiente e utile come mai un ponte. Leggi il seguito di questo post »
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Le parole per dire l’inenarrabile: “Elisabeth” di Paolo Sortino
Pubblicato da monicamazzitelli su luglio 21, 2011
Nel suo saggio Das Unheimliche [Il perturbante, 1919] Freud teorizza che “Il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare.”. Il titolo di questo saggio letteralmente significa “Il non-familiare”, laddove heimlich deriva dalla radice della parola tedesca “casa” (heim), che però come avverbio significa “di nascosto”, “in segreto”. Stessa cosa nello svedese, dove si va oltre: i due aggettivi derivati dalla stessa radice (hem) sono hemlig, che significa appunto “segreto”, e hemsk che vuol dire “orrendo/terribile”, ed è usato per esprimere il massimo grado dell’insopportabilità di qualcosa. Nell’inconscia percezione linguistica germanica, a quanto pare, nel familiare si annida l’occulto, l’inconfessabile, il mostruoso.
Così in questo romanzo – teoricamente impossibile da leggere – che prende spunto da una storia vera che abbiamo letto in cronaca e che abbiamo cercato collettivamente di rimuovere, il più in fretta possibile: la storia di Elisabeth Fritzl, giovane austriaca segregata dal padre in un bunker segreto sotto casa per 24 anni, durante i quali è stata violentata, torturata, malmenata e vessata sotto ogni aspetto, dando alla luce ben 7 figli prodotti incestuosamente. Un parossismo di orrifica indicibilità che Paolo Sortino – neanche trent’anni ma un talento vero nelle mani – è riuscito a maneggiare in maniera quasi inesplicabile ovvero utilizzando le stesse tecniche che l’uomo usa dalla sua genesi cioè raccontandolo, creandone una fabula/favola, un mito tragico. Questo romanzo sarebbe illeggibile se non fosse una storia vera, sarebbe intollerabile. Ma lo è, e l’unico modo per sopportarlo, per subirne la catarsi, è leggerlo per intero, arrivare alla fine. Leggi il seguito di questo post »
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“Si sta facendo notte” di Emilia Zazza
Pubblicato da monicamazzitelli su giugno 27, 2011
Un romanzo breve ma densissimo: la prima prova di Emilia Zazza non è affatto timida ma assertiva, e tocca temi grandi e forti, che fanno pensare. C’è un quartiere di Roma, che i romani riconosceranno essere il Pigneto, zona ex proletaria che ora vira verso il radical chic, perdendo la sua anima popolare (“Un parco a tema. Questo ne faranno”). C’è l’anima popolare che si perde da sola nel conflitto con i migranti, gli “ex-noi” che forse vogliamo dimenticare di essere stati; c’è il conflitto e la distanza delle generazioni, i buoni e i buonisti, i “giovani” che intuiscono quale sarebbe la direzione giusta, ma non sempre riescono a prenderla, storditi dall’iperstimolazione di modelli mediatici; c’è l’amicizia tra loro, la forza che tende l’arco di quegli incontri, quella che tutto riscatta, alla fine, con la Maggica a fare da cemento e collante. Pino, Mustafà e il Moretto sono ragazzi veri, che se giri per le strade del Pigneto incontri a ogni angolo. C’è il desiderio di andare via da lì, come se il quartiere portasse dentro una condanna: “Chi restava sapeva che tra male e bene non c’era differenza, non in quei posti. Tra il male e il bene c’era solo il caso.”. Il quartiere di Don Camillo e di Peppone dove i ragazzi scelgono lo scoutismo o il centro sociale.
La storia si dipana in immagini che, soprattutto all’inizio, di capoverso in capoverso alternano il presente al passato, cucendo insieme trame, famiglie, anime: capoversi corali come storie ascoltate per strada, quasi rubate con le orecchie, e riferite fedelmente in un parlato realissimo, che Emilia Zazza ci fa ascoltare come l’avesse stenografato, con rispetto e con l’umiltà di chi in quelle strade non ci è cresciuto, ma le ha capite, le ha sentite nel profondo. E la sua presenza si adombra in un personaggio, Flaminia, presentata con le sue giuste contraddizioni.
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“Sangue del suo sangue”, il nuovo romanzo di Gaja Cenciarelli
Pubblicato da monicamazzitelli su giugno 4, 2011
Quando qualcuno non ti insegna ad amare il tuo corpo perché non lo cura, non lo accudisce, lo tratterai male. Ma se qualcuno il tuo corpo lo abusa, quello che fai è cercare di eliminarlo, fare finta che non esista. Che non abbia bisogni, che non possa provare piacere, che non viva. A volte è impossibile risvegliarlo, anche se grida. Puoi farlo se dentro di te è rimasta una scintilla di desiderio e illusione, illusione che potrà essere ancora amato. Se c’è una scintilla di vita che rifiuta di abbattersi. “Sangue del suo sangue” è la storia di Margherita Scarabosio, una donna che riesce a conservare una fiammella in sé, una luce molto piccola che la guida nel suo ribellarsi, che con grande lentezza la sostiene e le fa ritrovare il suo corpo, da sola. Senza l’amore di un uomo, ma attraverso l’amore che è riuscita a conservare per se stessa. Mentre intanto il suo fratello carnefice la cerca per abusarla ancora, l’uomo che l’ha ingannata la riempie di odio, e tutti gli altri di indifferenza, cercando di usarla, ancora. In primo luogo come testimonial per una campagna pubblicitaria di Bruno Chialastri, un imprenditore-padrone candidato della destra (“una specie di Berlusconi in miniatura”) che la utilizza come immagine per la sua promozione elettorale: Margherita è la figlia di un generale ammazzato in un agguato delle BR. E tutta la campagna si fonda sull’anticomunismo. Margherita sembra piegarsi al volere di tutti, resiliente e persino stolida, mentre dentro di sé conquista il suo corpo, il centro della sua vita e di se stessa, millimetro dopo millimetro.
Gaja Cenciarelli ha un talento espressivo per la crudeltà che ha pochi pari nel panorama della letteratura italiana attuale; la sa declinare in tutti i suoi aspetti: vista dal carnefice, quelli della cattiveria efferata pura e semplice, e quella dalla vittima. E quasi sempre la crudeltà è un atto di odio perpetrato sulla donna e sul suo corpo, un tentativo di annientamento della sua essenza, della sua bellezza. Un calpestio per non dover più ascoltare, sentirsi in colpa, sentirsi deboli, e impotenti. Leggi il seguito di questo post »
Pubblicato in: gaja cenciarelli, Monica Mazzitelli, Recensioni | Contrassegnato da tag: edizioni nottetempo, gaja cenciarelli, sangue del suo sangue | 8 Commenti »
“The tree of life”: la quinta mitologica fatica del divino Terrence Malick, Palma d’Oro a Cannes 2011
Pubblicato da monicamazzitelli su maggio 23, 2011
Una summa summarum della poetica e della filosofia malickiana questo ultimo struggente lungometraggio The tree of life dove il regista texano – il più schivo della storia del cinema – ha ripreso le storie, i simboli, le situazioni e il credo narrato nei suoi quattro film precedenti per tirarne fuori un densissimo capolavoro di arte cinematografica. Un film che si ricongiunge alla suggestione del suo primo lavoro La rabbia giovane, interpretato da un intenso carnale Martin Sheen con un’eterea quasi-bambina Sissy Spacek, suggestione che forse in questo film si chiarifica fornendo un senso molto più edipico a quella storia girata nel ’73. 
Una famiglia middle class pare all’inizio incarnare la più tipica rassicurante immagine pubblicitaria possibile: un padre affettuoso interpretato da un perfetto Brad Pitt in versione kennediana è sposato e ha tre figli con la giovanissima Jessica Chastain, rossa e lentigginosa come Sissy Spacek, madre-fatina, perfetto angelo del focolare. Nelle loro vite assolate irrompe la tragedia della morte del secondogenito, e a partire da lì, a ritroso, scopriamo i retroscena della famiglia, dove la figura del padre si rivela essere quella di un tiranno insicuro che sfida i figli cercando di piegarli all’ubbidienza, Leggi il seguito di questo post »
Pubblicato in: Cinema, Letture, Monica Mazzitelli | Contrassegnato da tag: terrence malick, the tree of life | 12 Commenti »
ACQUA STORTA: l’amore gay nelle maglie della camorra.
Pubblicato da monicamazzitelli su maggio 19, 2011
Ero dispiaciuta di non aver letto il romanzo “Acqua storta”, pubblicato da Meridiano Zero nel 2008, prima di vederne la riduzione teatrale. Con il mio rigore calvinista, di solito non mi concedo deroghe su questo punto: quando un film o una pièce sono tratte da un libro, lo leggo prima; ma stavolta non c’era tempo. Qui però avrei fatto malissimo, perché se avessi già conosciuto la storia non avrei potuto apprezzare altrettanto bene la riuscita di questo adattamento, la bellezza di un lavoro che ha la sua potenza anche in questo accennare, far capire, attraverso istantanee narrative e musicali potenti, una storia dolorosa e vera, umanissima, e quindi tragica. Avrei perso qualcosa quindi: le letture profonde e sentite dell’autore del romanzo, Luigi Romolo Carrino, adattate per la scena con la musicista Federica Principi, sono stati momenti forti dove il romanziere ha esibito una stoffa recitativa notevole, nonostante fosse il suo esordio come attore. “Non farò mai più niente di simile” ci ha detto sorridendo dopo lo spettacolo, ma chissà perché non ci ha convinti fino in fondo.
Il ruolo più importante sul palco spetta comunque alla cantante-attrice Emanuela Borozan, che ha interpretato con grande sentimento le splendide musiche di Federica Principi, con lei sul palco al pianoforte insieme al polistrumentista Roberto Mazzoli. Un trio di alto livello, con brani che riuscivano a coinvolgere dal primo ascolto, e con in più tre omaggi alla canzone napoletana più celebre di Bovio, Modugno e Daniele. L’interpretazione di Emanuela Borozan è stata decisamente felice perché è riuscita a calibrare l’emotività sui vari spunti narrativi sia della prosa che della musica, con vette di intensità su alcuni passaggi più struggenti dove la sua voce si è tinta di un graffio quasi rauco. La storia del resto, è molto forte di per sé: al figlio di un camorrista il padre ordina di sposare una donna per distendere i rapporti con un boss rivale, e lui si non può sottrarsi al volere paterno. Ma questo ragazzo, Giovanni, è in realtà gay e pur accettando di sposarsi è innamorato di un uomo, Salvatore. Questo amore è sottolineato con struggente bellezza nel video iniziale della pièce, girato dal regista Fabiomassimo Lozzi, dove immagini romantiche di questo sentimento si alternano a quelle più dure del mondo camorristico. La tragedia è quindi nell’amore non corrisposto di questa donna, Mariasole, che soffre la mancanza, l’impossibilità del suo sentimento, espressa dalla voce potente di Emanuela Borozan.
Pubblicato in: Monica Mazzitelli, Teatro | 5 Commenti »
Frantumi
Pubblicato da monicamazzitelli su maggio 10, 2011
Frantumi caduti non raccolti
persi i nomi, bocche chiuse,
Kaputt.
Lascio liberi i tuoi ganci nel bagno,
l’accappatoio piegato la camicia stirata il latte per il tuo caffè.
Tutto è pronto in questo vuoto pulito di mani
staccate smarrite
i miei ricci inutili
la pelle di zibellino in amore
i fianchi che ci hanno contenuti per lasciarci liberi.
I miei urli latrati vergognosi sotto la doccia
cuore accasciato frantumi quelli di cui sopra
non raccolti smarriti nel tuo smarrimento.
La tua paura che grida più forte della mia, e di me e di te.
Yoko senza John
crudelmente.
I miei occhi gonfi frammentati in viola la mia faccia che non vedi.
Vedi?
Vieni?
Tutto è pronto nel mio frigo
il giorno che non ha voluto essere il nostro anniversario
l’aria piena delle tue erre mosce.
Testo e foto di Monica Mazzitelli
Pubblicato in: Monica Mazzitelli, Poesia | 2 Commenti »
La tavola da surf
Pubblicato da monicamazzitelli su aprile 20, 2011
È pronto, il bambino,
a fare surfing sulle onde della vita,
con incursioni curiose
in un mare di rischi
che non si sa spiegare,
mentre la tavola gialla plana orgogliosa
tra le incaute certezze che la fanno vibrare.
C’è quel destino imberbe ad aspettarlo,
quella schiuma del mare
che gli fruga tra le pieghe del coraggio
e ne rifrange le speranze,
mentre lo sguardo del padre lo rincorre sincero,
battezzandogli la nuca di consigli e richiami.
Sa già rinominare la vita,
quel bambino,
sa darne un senso ai singulti
ed ai fragori
tessendone le trame
con un occhio leggero,
traducendone le impronte
per un linguaggio nuovo,
un film diverso
dove nuotando si cade,
ma ci si può aggrappare
mentre la tavola gialla
se ne rimane lì,
serena
ad aspettare.
Di Simonetta Conti
[Foto di Monica Mazzitelli]
Pubblicato in: Letture, Monica Mazzitelli, Poesia | Contrassegnato da tag: Simonetta Conti | 3 Commenti »
Piazza Raudusculana
Pubblicato da monicamazzitelli su marzo 19, 2011
La madre lo aveva aiutato a preparare due valige. Una grande, e una più piccola. Nella grande c’erano anche i dizionari di italiano e latino. Macigni neri. E poi tutto l’occorrente di vestiario e cartoleria per un autunno, un inverno e una primavera in collegio, a Perugia.
Era lontanissima Perugia dalla provincia di Reggio Calabria, nel 1934. Era come andare talmente lontani che anche le facce della gente non erano più quelle. Visi e capelli strani, idioma diverso.
Un treno da prendere, a Rosarno. E bisogna cambiare, prima a Roma e poi a Orte. Ma a Roma lo viene a prendere suo fratello Vincenzo perché suo padre gli ha scritto: gli ha mandato un cartolina postale, stamattina. Che si trovi domani a Stazione Termini alle nove a prendere suo fratello Totò che viene col treno notturno, e mi raccomando puntuale.
Enzo è a Roma che studia, al liceo. Dorme in una stanza ammobiliata, in una piazza che ha un nome difficile: il ragazzino se l’è appuntato su un foglio di carta e l’ha messo dentro il portafogli insieme alle poche lire che gli ha dato il padre. Piazza Raudusculana, numero 11. Undici come i suoi anni, non se lo può dimenticare. Il nome della piazza sì però, è difficile da mandare a mente, per questo l’ha voluto scrivere. Ma è solo una precauzione perché suo fratello Vincenzo sarà lì a aspettarlo domani mattina, alla testata del treno. Perché suo padre gli ha mandato la cartolina. Peccato non abbia telegrafato, dice sua madre. Ma il marito risponde con una smorfia seccata. Leggi il seguito di questo post »
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Lotto marzo 2011
Pubblicato da monicamazzitelli su marzo 8, 2011
Ho molte cose da dire, sulle donne che si vendono.
Non posso farne un trattato, non ne ho le competenze socio-antropologiche, e neanche psicologiche, e non ne farò pretesa. Dirò cose lette e ascoltate, tra le più importanti quelle che mi disse una volta Guido Chiesa, che è un uomo che ama le donne e conosce il senso della loro integrità. Le mie competenze credo siano soprattutto emotive, intuitive. Con quel modo di “sapere” le cose in modo quasi inconsapevole, nascosto, che abbiamo noi donne. Lo chiamano intuito femminile, forse è anche deduzione, associazioni tra fatti. Leggi il seguito di questo post »
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Istantanee sbagliate
Pubblicato da monicamazzitelli su febbraio 15, 2011
Questo gioco che faccio ogni tanto: penso che vorrei vedere una Polaroid di me, scattata qualche anno dopo. Una foto del futuro presa magari di corsa, sfocata, con le figure piccole ma riconoscibili, che mi sveli chi sarò diventata, con chi starò, in che luogo.
Così ogni tanto ci inciampo in queste immagini, in quelle illusorie, beffarde. Come quella del mio ultimo compleanno ad agosto, a Stoccolma: la bimba dai capelli rossi in braccio, tenuta come figlia, amata come figlia. L’avessi vista sedici anni fa quell’immagine, poco dopo il mio matrimonio, ne sarei stata felice. Mi sarei detta che bella donna che sei diventata, con il tuo marito svedese. Siete a Stoccolma, chissà se ci abitate o se siete lì solo in vacanza, ma questa è di certo la tua bambina, così uguale a lui; a te non assomiglia, ma non importa: guarda quanto è carina, guarda con che felicità la tieni in braccio, come una Madonna col bambino. E invece tuo marito è un ex, e questa figlia non è la vostra, ma la felicità di qualcun’altra; anche se la tieni in braccio e con amore, anche se lei ti vuole bene. Leggi il seguito di questo post »
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Recensione a “La seduzione rudimentale” di Emilia Dagmar
Pubblicato da monicamazzitelli su febbraio 2, 2011
“La seduzione rudimentale” di Emilia Dagmar, SenzaPatria Editore, € 5.00
Qualcuno mi ha riferito che uno scrittore italiano che stimo molto disse che sarebbe stato un bene sodomizzare Melissa P. con “Lolita” di Nabokov. È una storia che gira da un po’, e non so se l’abbia detto o meno, ma se l’ha fatto sarà stata solo una boutade tra amici: è una persona da sentimenti solitamente eleganti. Non sono riuscita a finire “Lolita” (e neanche “100 colpi di spazzola”, per la verità), ma ho il sospetto che se questo scrittore avesse letto “La seduzione rudimentale” di Emilia Dagmar, al suo esordio letterario con Senza Patria Editore, forse gliel’avrebbe consigliato (magari senza una cura sodomita) Leggi il seguito di questo post »
Pubblicato in: Monica Mazzitelli, Recensioni | Contrassegnato da tag: emilia dagmar, lolita, melissa p., nabokov, senza patria editore | 7 Commenti »




















