“Sparire” di Fabio Viola

viola sparire

Il segreto è nel sottile gioco sul filo dell’assurdo: implacabile, scomodo, masochistico. Suspense e mistero – così lontani dal loro impiego furbo e dozzinale – portano a momenti di disagio e desiderio di fuga. Continuiamo tuttavia a leggere, voluttuosamente; costretti e ansiosi di uscire da certe situazioni evocate con tale precisione e tridimensionalità da diventare a tratti insostenibili. Restiamo perché è un mondo che non ci assomiglia e tuttavia riconosciamo, affrontandolo nelle nostre difficoltà oniriche, che qui diventano Letteratura. Dopo “Gli intervistatori”, convince in pieno anche la seconda prova di Fabio Viola, che pure qui riesce a toccare, senza alcun psicologismo, corde profonde dell’inconscio. Va in onda il malessere, l’incapacità di reagire, il senso di impotenza, e simultaneamente il suo opposto: l’iper-reattività senza controllo, l’istinto all’azione immediata che spesso ha più [buon]senso di una diversa strategia.
Maggiormente narrativo rispetto al primo, questo romanzo ci porta all’interno di una storia che inizia alla Brazil, dove il protagonista sembra esserlo suo malgrado: Ennio (un ragazzo italiano benestante e poco facente) parte per il Giappone alla ricerca della sua ex ragazza, Elisa. Continua a leggere

Gli impossibili Esercizi sulla Madre di L. R. Carrino

carrino esercizi

Esercizi sulla madre di Luigi Romolo Carrino, Perdisa Pop

Non è un libro semplice, questo, nel bene e nel male. Non è un libro della sera, o del treno: è un libro che va propriamente letto, anzi imparato a leggere, cosa che si fa dalla ventesima pagina fino all’ultima. La parola in alcuni passaggi è davvero preziosa, incidente, perturbante, auto compiuta. A volte troppo: la parola si gonfia e pretende tutto, anche di non essere capita; altezzosa, distante. E a volte ciò che si narra è iperbolico, sovradrammatico, implausibile, mi ha lasciato una sensazione di eccedenza, di volontà di effetto; anche se non penso che l’autore ne avesse il proposito. La sensazione che ho, invece, è che Carrino volesse provare a guardarsi dentro uno specchio mentre vomitava, piangeva, gridava, ma tutto piano, tutto solo mouse e tastiera, con persino qualche sorriso di bravura che ci sta tutto: la sua penna è compiuta e poetica, raffinata.
Ci vuole un anticoagulante, e tempi morbidi, per compiere il viaggio di questa lettura, che non è per tutti, e non è per qualsiasi giorno. “Esercizi sulla madre” è la storia di un bambino di 38 anni che abbandonato dalla madre una notte di 30 anni prima non ha mai smesso di escrescere intorno a quella fuga senza addio, di cui solo nella conclusione ribalta il finale. Continua a leggere

Quota 3220 metri s.l.m.

civetta 1Addizionare tutti i mesi che ho passato nel paese di montagna dell’Agordino dove ho casa da quando sono nata, e scoprire che la somma equivale a circa sette anni. Sui miei quarantotto. Sono moltissimi.
Sette anni: un settimo della mia vita. E ogni giorno vissuto lì – se le nuvole me lo hanno permesso – ho chiuso la giornata guardando il tramonto verso il Civetta, o “la” Civetta.
Ho sempre detto “il” Civetta, usando il maschile a sottintendere “monte”, anche se non è quello che ho fatto con altre montagne dal nome femminile: ho sempre detto la Marmolada, le Tofane o l’Auta, ad esempio. Ho capito solo ora che dire il Civetta era un modo per darle del lei. Continua a leggere

La pace con voi

pace bandieraC’è stato un momento della mia vita, più di 30 anni fa, in cui il mio mondo veniva giù come bastioni di un castello di sabbia. Mia madre moriva di cancro e la nostra casa andava a pezzi di abbandono, ognuno di noi cucito muto nell’impossibilità di gestire questo dolore e comunicarlo agli altri, condividerlo. Avevo appena ficcato il naso nell’adolescenza, e facevo quasi solo cose sbagliate, mentre cercavo di alzare uno sguardo di sfida ai mostri delle mie paure, intanto che l’angoscia scavava un millimetro di buco allo stomaco al giorno. Avevo bisogno di allontanarmi dal castello sul mare, di non assistere ai crolli.
Massimo era il nome di un uomo silenzioso e sottilmente ironico e garbato che mi ha presa per mano in quei due anni invivibili; senza darlo a vedere, come sa fare chi ha cuore davvero. Continua a leggere

Skyfall: Bond sulla linea d’ombra

skyfall locandinaC’era così tanto da scrivere su questo film che l’unico modo che ho avuto per farlo serenamente è stato partire con l’idea che sarebbe stato impossibile dire tutto. E nonostante le mie migliori intenzioni, questo post non è affatto breve, e non è neanche una recensione quanto più una critica, perciò più adatta a chi il film l’ha già visto. Mi appello alla clemenza della corte augurandomi di riuscire a farvi arrivare in fondo a bordo delle mie montagne russe di associazioni di idee, frantumi di suggestioni, lacerti di reminiscenze scolastiche, poesia, e qualche milione di metri di pellicole. E ora partiamo! :o)
Per quanto non si direbbe, a conoscermi, io sono una fan acritica dei Bond movies: ho visto quasi tutti i film, almeno tre volte, con punte di una dozzina di ripetizioni. Non li distinguo uno dall’altro, volutamente: per me Bond è un archetipo a prescindere dall’attore che lo interpreta, una sorta di noumeno platonico. È un agente segreto che esiste realmente, e che anche in questo istante è in missione da qualche parte; quale sia, lo scoprirò nel prossimo film. La premessa solo per far capire che quanto sto per dichiarare non ha nessun contenuto denigratorio o sminuente, per me. Lo dico: Skyfall è molto più di un Bond movie. Continua a leggere

“Il Cristo ricaricabile” di Guglielmo Pispisa

Un romanzo magnificamente ambizioso, che gestisce con coraggio materia a dir poco rovente a partire dal suo incipit: un uomo – narratore quasi onnisciente della storia – viene resuscitato da suo nipote, un ragazzetto come tanti, di poco più di vent’anni, surfista e introverso, che si sveglia un giorno con le stimmate, senza avere idea di perché, senza una fede in Dio o un afflato religioso, senza averne il desiderio o il physique du rôle psicologico o mentale. Intorno a loro, narratore e protagonista, una serie di personaggi (molti dei quali membri della stessa famiglia), a rendere questo romanzo più che “corale” quasi “sinfonico”: caratteri diversissimi tra loro esprimono pensieri, stili di vita, emozioni e sentimenti spesso antitetici e in conflitto ma che nell’insieme riescono a dare una spinta verticale alla storia, creando un movimento un po’ vertiginoso, come un Tondo Doni michelangiolesco.

La nuova prova di Pispisa dopo i suoi convincenti esordi con Einaudi e Mondadori (a firma dell’ensemble Kai Zen) mantiene i pregi narrativi che conosciamo nella delineazione perfetta e quasi materiale di ogni singolo personaggio, Continua a leggere

Madreferro, saga familiare minima di Laura Liberale

Ho letto molte cose carine e anche belle, ultimamente, oltre ad altre meno interessanti che non ho recensito, ma Madreferro va nella categoria “letteratura” più di ogni altra. Un romanzo a flusso in cui desideravo imbattermi da tempo, una prosa raffinata e pregna, necessaria, potente di lessico e frasi, senza mai affettazione. Letteratura, appunto. Che scava. E si fa leggere lentamente, quasi una pagina alla volta, come un ruminare di parole e soprattutto un colpire di aggettivi compiuti, compienti. Come bere finalmente senza essersi accorti di quanta sete si aveva, come un bel film dopo ore di televisione.

Non succedono grandi fatti in questa storia: una scrittrice torna nella sua cittadina di origine dopo qualche anno di assenza e ritrova un filo di congiunzione tra tutti i segni della sua infanzia che aveva subìto senza capire, dando finalmente nome e consapevolezza al trasudo violento e cattivo che respira da quei luoghi. La sopraffazione sull’innocenza, il sacrificio per la perpetuazione di un potere malvagio, una cospirazione marcia di paese, la caccia alle streghe, mai quelle cattive. E nel Perturbante con tinte di Fantastico questo brevissimo lavoro coglie appieno la sensazione dell’heimlich freudiano e il familiare respinge, strugge, pare ingiusto. Un’atmosfera opprimente dove il candore pare destinato a soccombere, e il bene può sopravvivere solo se si allontana da lì, dalla cancrena omertosa. E nella consapevolezza di questo, la protagonista ricostruisce il suo passato con coraggio, combaciando a se stessa, abbracciando la propria madre. Bella prova di una scrittrice vera, Laura Liberale.

Discount or Die: l’arte della gioia secondo Valeria Brignani

“Discount or Die” (a cura) di Valeria Brignani, Nottetempo

Due vite fa abitavo in una villetta dove il mio (ex) marito sembrava volersi esercitare alla gestione di un ristorante: un porto di mare con pranzi e cene talmente estesi da rendere quasi improcrastinabile, a un certo punto, la visita alla toilette. In quella del piano terra per lungo tempo campeggiava un libro dal titolo asciutto e invitante “Guida al consumo critico”. Credo che l’editore abbia con me un debito di riconoscenza: piazzato lì, non ha mai mancato di attrarre l’attenzione dei nostri ospiti, e so che molti l’hanno poi acquistato. Mi auguro che anche loro l’abbiano poi riposto lì: nella toilette.
Credo che il libro di Valeria Brignani – raccolta delle migliori recensioni di prodotti da discount scelte dal blog che porta lo stesso titolo del libro – meriti la stessa sorte, o forse addirittura una sorte migliore: perché rispetto all’esaustivo, soddisfacente, motivato e preciso manuale di guida al consumo, Discount or Die ha qualcosa in più. Continua a leggere

La pornoromantica ha commesso Romanticidio!

Io Carolina Cutolo l’ho vista una sera, una volta, prima di leggere il suo romanzo. Ero al suo bar e l’ho vista domare una gang di pischelli minorenni che avevano deciso di concedersi una serata brava proprio al suo locale, al quartiere Pigneto, a Roma.
Lei era una piccola Ariel agile e sinuosa, con i nervi scattanti da gatta di strada e palle fredde, ultrafredde; e li teneva lì buoni, i ragazzi, manico e frusta, nonostante avessero voglia di rogne, ubriachi un po’ sul serio e un po’ per finta, legnosi ma piagnoni, un po’ fascistelli, ganghettosi, pericolosetti. Ma lei neanche una piega: come un buttafuori cattivone col profilo di gesso, dominava il branco con fare tollerante ma scocciato, di chi è pronto (e lo sa far capire) a trasformarsi in un Giustiziere in tre secondi. Così l’ho vista, Carolina Cutolo, e dietro di lei mi sarei fatta piccina per nascondermi da quei teppistelli, lei maschio alfa senza esitazioni.
Così l’ho ritrovata, Carolina, nel suo Romanticidio. Un romanzo molto maschile e carino, che si legge quasi da solo, basta cominciarlo. Una prosa non particolarmente ricercata ma molto scorrevole, agile come lei, accattivante, a tratti furba, ma sempre con un pizzico di cuore. Cuor virile, certo, mica roba da signorine. Però alla fine spiazza, perché la Kattivona evolve e matura facendo una bella capriola, e pur senza rinunciare al suo cinismo decide di abbassare un po’ la guardia e prendersi quello che le spetta dalla vita e dall’amore. Sempre che… il finale è a sorpresa, un’altra capriola, ma quel che conta è la capacità allegra ma molto raffinata di creare una storia avvincente e simpatica, costruita su buoni ritmi narrativi. Continua a leggere

“A Neopoli nisciuno è neo” di L. R. Carrino

Napoli l’ho scoperta da poco, affettivamente; non avendola concettualmente mai visitata o saputa prima, in due brevi visite l’ho trovata tutta diversa e tutta uguale a quella che pensavo, e ci ho cucito dentro quel sentimento che ti strappa per forza, se hai occhi sentimentali sulla bellezza. Chissà che effetto mi avrebbe fatto questa lettura, altrimenti, questa galoppata di nomi, situazioni, quartieri strade, alti e basci, questa puzza e questo profumo, queste speranze tritate che spremute hanno più succo di quello che il concetto di “neomelodico” riesce a esprimere mai.

Premetto che non amo il genere, e non lo amerò mai, perché sulla musica ho gusti totalmente diversi, ma è stato interessante capire cose c’è/c’era dietro, quante contraddizioni, per chi le vede tali non conoscendone i meccanismi, e quanto fluido senso invece contenga il mondo che questa musica esprime, così ancorata alla sua realtà da essere folcloristica nel senso più profondo del termine, ché “popolare” è più ambiguo.

Questo testo, scritto da Carrino con l’aiuto di Ettore Petraroli, esce dalla sua ottima penna come una lunga narrazione di persone, più che di personaggi: ognuno di loro ha poco del divo, è legato al luogo dove canta come avesse delle radici, ogni quartiere le sue ugole, come una spartizione, e il tributo dell’umiltà, il tributo ai fans, tutti o quasi lo devono e vogliono pagare, anche se non dà ricchezza ma spesso chi canta lo fa a feste private, più che a concerti, e spesso guadagna poco, a volte niente, sull’ingaggio. Cantare sembra davvero più una questione di vocazione che di soldi, di prestigio, di fierezza, di affermazione, di legame con la terra e la propria vita/famiglia, obbedienti a un comando di sentimento.

Continua a leggere

“So tutto di te” di Fabio Tiracchia

So tutto di te

Io ti conosco.
Ti vedo ogni giorno, dalle mie finestre.
Vedo casa tua. Il soggiorno, lo studio, la cucina.
So chi sono i tuoi amici. Spio le vostre cene. Vi vedo bere, ridere, scherzare. Vi guardo dalle mie stanze buie e penso che vorrei essere con voi, uno di voi.
So tutto di te.
So dove lavori. Lo so perché ti ho seguito, un giorno. Sono rimasto in macchina, fuori dal tuo ufficio, ti ho visto andare a pranzo con i tuoi colleghi. Poi ti ho seguito di nuovo fino a casa. Ho parcheggiato poco lontano da te. Tu sei entrato nel tuo palazzo, io nel mio, proprio di fronte. Ci abbiamo messo lo stesso tempo ad arrivare, ognuno nel proprio appartamento. Poi tu hai acceso la luce. Io no. Io sono rimasto a guardarti al buio, come sempre.
O quasi.
Continua a leggere

“Il cameriere di Borges” di Fabio Bussotti

Devo premettere che nel corso degli anni dedicati al volontariato di lettura di inediti ho sviluppato un’allergia nei confronti di manoscritti il cui protagonista è un commissario di polizia (allergia doppia per quelli in cui il suddetto è alcolista e se la fa con una donna bellissima con tette enormi e occhi verdi, come di solito accade), e quindi ho cominciato questo romanzo con – come dire – alcuni pregiudizi. Presto svaniti, però, di fronte a una storia divertente e intelligente, con sfaccettature umane complesse e soprattutto una credibilissima rappresentazione dell’universo femminile. Non è poco, per me. Di solito i romanzieri, soprattutto se giallisti, dipingono donne improbabili, incoerenti, o troppo deboli o marziane, fumettistiche. Le due co-protagoniste di questo romanzo invece sono vere e interessanti.
Il plot è ricco, filmico, ambizioso perché coinvolge anche la repressione argentina, Borges, e persino Che Guevara, e pur presentando tutti i pregi (e anche qualche difetto) di una sceneggiatura, la scrittura tiene molto bene non solo nei dialoghi ma anche nelle parti narrative, dove le descrizioni dei luoghi e delle azioni è tridimensionale e di respiro. Anche grazie a questo (e non solo per la trama avvincente) la lettura procede spedita verso la conclusione che continua a “finire” per più capitoli, con le tessere – non solo dell’azione ma dell’affetto – che si ricompongono una ad una. Un libro molto carino, quindi, estivo ma non superficiale: piacevole con sostanza. Continua a leggere

“Diaz”: il Male, la Paura, l’Odio.

C’è bisogno di coraggio per vedere questo film, ma è necessario trovarlo.

Pensavo di sapere quasi tutto sul G8 di Genova del 2001, ma invece no: non abbastanza. Perché sapere non è vedere. Non sapevo o non contenevo tutto questo dolore, questo sangue, questo abuso, questa crudeltà, questa disumanità, questa carne che implora inutilmente pietà a quella follia aguzzina che sa come violentare senza arrivare a uccidere, per non essere incriminata; follia che è (dentro) il nostro Stato.

Più che mai: i colpevoli della Diaz e di Bolzaneto non solo non sono stati sospesi dal servizio ma sono stati per lo più promossi. E sono ancora tra noi, per strada, con una divisa addosso, con il tricolore cucito sulla giubba. Per difenderci.

Sì, questa recensione non è asettica ma di parte, perché il film lo merita, anzi: lo reclama, lo esige. Perché se esci dal cinema senza sentirti le ossa incrinate, i muscoli pesti, gli occhi gonfi, la mente confusa e intontita allora Vicari ha fallito. Ma non fallisce, perché in sala all’accensione delle luci c’è solo silenzio livido, musi di gesso e mani tremanti a cercare i giubbotti.

Ma il cinema non è solo contenuti e alla fine quel che conta veramente, come diceva Kieslowski, è dove metti la macchina da presa. Quindi diciamolo senza esitazioni: questa è una pellicola che ha davvero la bellezza di un grande film. Inquadrature e movimenti di macchina perfetti, necessari, inosservabili, asciutti, con un grande Gherardo Gossi alla fotografia; sceneggiatura senza sbavature, flashback e flashforward che tessono suspense, effetti visivi misurati e naturali, che danno quel senso di realtà quasi fisica e olfattiva che permette di calarsi nella situazione come in un documentario, con tutti i pregi di un documentario; un montaggio preciso e teso, sottolineato dalla musica asciutta e efficace di Theo Teardo.

In conclusione, pur rispettando alcuni passaggi della critica scritta da Agnoletto sul Manifesto, è ingeneroso soffermarsi sulle supposte omissioni di questa pellicola: che un film del genere sia stato prodotto in Italia (e senza i soldi di Rai e Mediaset) e spinto così tanto nelle sale è già un miracolo. Lasciamo che il dibattito prosegua altrove, l’importante è che sia ricominciato dopo anni troppo silenziosi, senza neanche una commissione di inchiesta. E soprattutto lasciamo che sia il pubblico a dire la sua, a cominciare dalla vittoria ex aequo del Premio del pubblico all’ultimo Festival di Berlino, dove il film era presentato fuori concorso.

“Justine c’est moi”: recensione del dvd Melancholia di Lars Von Trier

Si è già scritto molto a proposito di “Melancholia”, un film che ha in comune con l’altro capolavoro presentato a Cannes nel 2011, The Tree of Life di Terrence Malick, l’essere una pellicola senza scale di grigio: la si ama o la si odia. Due opere simili, per alcuni aspetti, che differiscono molto nell’esecuzione: nitido e cristallino Malick, sporco (ma non quanto un tempo) Von Trier, che pur non ostentando più il Dogma, continua a preferire macchina a mano/camera a spalla piuttosto che cavalletti, dolly, carrelli e quant’altro ostacoli un set. Ma di questo diremo meglio più avanti, concentrando ora il discorso sugli aspetti che emergono dalla visione del film in dvd, in lingua originale.

La storia è quella di Melancholia, un pianeta senza orbita gravitazionale (un “pianeta interstellare”, secondo la definizione astronomica), che entra in collisione con la Terra e la distrugge, come apprendiamo subito dal bellissimo e pittorico prologo-spoiler. I personaggi principali del film sono Justine (Kirsten Dunst – premiata come miglior attrice a Cannes) e sua sorella Claire (Charlotte Gainsbourg),  protagoniste l’una della prima parte della pellicola e l’altra della seconda. In realtà Justine rimane comunque la figura centrale del film e lo domina emotivamente fino alla fine: il suo personaggio è l’unico che compie una reale evoluzione all’interno della storia, gli altri si limitano a reagire a ciò che accade restando sostanzialmente uguali a se stessi.
Nel primo tempo assistiamo allo sfarzoso e patetico ricevimento di nozze di Justine e Michael, organizzato da Claire nella lussuosa magione in cui abita col marito John e il figlio Leo. Continua a leggere

“Cento micron”: madri a ogni costo

Forse è nel color crema – che spesso ricorre tra le pagine di questo splendido romanzo – che troviamo una chiave di lettura: il bianco non è puro, ma sporcato. La pulizia, se c’è, è solo facciata, una stuccatura che non regge lo scrutinio di un secondo sguardo. Meno onesta persino dello sporco muffito e polveroso dei locali dove la protagonista Eva, quasi quarantenne ricercatrice di un Dipartimento di Biologia dell’Università di Roma, lavora tentando caparbiamente di produrre risultati scientifici di rilevanza internazionale pur nell’abbandono tecnologico e architettonico in cui versa l’istituzione. Per contrasto, la sua amica vecchia Bibi, pariolina ricchissima e viziata, vive in un mondo quasi rarefatto per la sua distanza da quello reale. Un mondo tenue e color crema, in cui l’unico sudore è quello che si lascia sul tappetino di una palestra.
Ma non è una donna fortunata, Bibi: prima di riuscire a ottenere una gravidanza attraverso un impianto di embrioni suo marito muore in un incidente stradale, e lei, a seguito di una chemioterapia, è diventata sterile. Secondo la recente legge italiana sulla procreazione assistita gli embrioni pronti per una sua gravidanza non sono più impiantabili, ma lei decide di ottenerli dalla clinica presso cui dovrebbero essere custoditi a costo di pagare qualsiasi cifra, e commettere qualsiasi crimine. Ed Eva decide di aiutarla, nonostante tutto, imbarcandosi in un intrigo con dubbie e sospette diramazioni internazionali dove la puzza di pericolo aumenta con il crescere del profumo dei soldi. Continua a leggere

La Roma del crimine di Yari Selvetella

“Roma – L’impero del crimine”, di Yari Selvetella, Newton Compton Editori

Il segreto di questo autore risiede di certo in molti fattori, di cui l’appeal del tema è solo uno, e non il maggiore: certamente “Roma” e “crimine” sono due ingredienti importanti della sua ricetta, ma sarebbe una ricetta banale, servita e assaggiata talmente spesso da essere ormai insipida, da sola.
Ritengo invece che il successo di vendita dei libri di Selvetella abbia origine da altro. Prima di tutto dalla sua penna: una scrittura originale, una voce di personalità forte che si esprime su vari registri, dal giornalistico all’ironico, dallo storicistico all’elegiaco. E proprio su quest’ultimo vorrei soffermarmi: ci sono alcune pagine, soprattutto quelle dei capitoli in corsivo in cui l’autore entra più nell’espressione di un’opinione personale, un taglio critico, una visione dal suo sguardo, che sono davvero di grandissima letteratura. Così vicine per intensità e anima al migliore Pasolini, alla sua capacità letteraria mai scevra da una potenza espressiva che pare dettata in primo luogo dalla partecipazione umana, densa, alla materia raccontata.
In effetti Selvetella sta a Roma come Saviano è stato, in Gomorra, a Napoli. La stessa chiarezza di sguardo, la stessa conoscenza minuziosa della città, dei suoi pregi e difetti, la sua bellezza, a volte un po’ decadente, ma soprattutto la sua bruttezza. Roma qui c’è tutta, senza censure. Non c’è solo il centro o le periferie “fichette”, ma l’intero polpo urbano, con i suoi tentacoli grigi, abusivi, denaturalizzati, escresciuti, vomitati, brutti. Con il coraggio e la dignità di chi tenta di abitarci senza sentirsi una parafrasi di degrado sociale. In questo senso, Selvetella riesce in pieno a far sentire il lettore dentro la città, tutta la città, a farsi cruccio e sdegno del suo martirio, della vita condannata di chi ci abita, romani e non, italiani e non italiani. Lo sguardo di Yari abbraccia, e non fa sconti a nessuno: a ciascuno le proprie responsabilità. Continua a leggere

Maldimare

Di Arianna Orelli

Oggi, Domenica 20 Settembre 1999, ho 16 anni e sto lavando i piatti.

La casa è piena di un silenzio strano: i miei si stanno preparando per uscire, mia madre fin nel più piccolo dettaglio, mio padre, già pronto, aspetta come un orso in poltrona e mia sorella, nella nostra camera a pois, è persa in qualche inconsistente occupazione.
Io sento di odiare l’acqua fredda, l’argento metallico delle forchette e dello scolapiatti mi deprime come al solito, ma oggi ho un buon motivo per sollevarmi dal torpore pre-autunnale: fra poco arriva Aldo, è tutto organizzato.
Loro saranno fuori, mia sorella ci lascerà in pace e noi avremo qualche ora solo per noi, da trascorrere fra il rosa/fucsia dei baci prolungati e i fiori del divano.
Da parte mia fingo calma domestica e domenicale. Infatti ho le pantofole.
Questo piccolo particolare, utile più che altro a depistare i miei, mi procura uno stato di agitazione, come se sottraessi verità alle mie azioni, una specie di ladra, di clandestina in casa.
A parte le ciabatte, funzionali, ho scelto tutto con trepidazione: i miei jeans preferiti e la maglietta grigia con gli inserti azzurri, così mi risaltano gli occhi.
Trucco quasi niente, sempre per non destar sospetti.
Fra poco arriva Aldo, e loro non lo sanno.
Fra poco arriva Aldo e mia sorella, che è l’unica a sapere, mi guarda con disagio, poi scompare.
All’improvviso si materializzano i miei, tutti e due sulla porta, una sorta di foto lunga e stretta della coppia genitoriale, mi destano bruscamente dal sogno colorato dei baci e del divano.
“Noi andiamo, mi raccomando ai piatti”.
Infatti, quando arriva Aldo, sono ancora lì a lavare, facendo più in fretta che posso, mentre lui è seduto in salotto, da solo.
Finalmente riesco a raggiungerlo, in genere sono lenta a spolverare, sciacquare, insomma a ramazzare, ma stavolta ho messo il turbo e, tolto il grembiule, volo anch’io sul divano, farfalle nella pancia ed occhi a cuore, come ogni adolescente che si rispetti.
Lo contemplo a distanza ravvicinata: lo sguardo eschimese, i capelli scuri come una notte senza fine e il naso, leggermente schiacciato. In pratica un nativo americano, ma di Talenti, quartiere romano mai sentito prima di conoscere lui, per me un’altra galassia, e che distanza siderale aveva percorso, in motorino, per venirmi a trovare! Continua a leggere

Le mie ossa

di Giulia Fazzi

a P.V.

Un pomeriggio la signora che abitava al primo piano aveva alzato lo sguardo in alto, dal marciapiede sul lato opposto della strada, e si era accorta che i gerani e le margherite dell’appartamento della ragazza erano morti, rinsecchiti, i rami superstiti piegati all’ingiù. Che strano, aveva pensato, la mano sulla fronte a ripararsi dal sole. Era rimasta un po’ a guardare il balcone dell’ultimo piano e le piante morte. Strano perché la ragazza si prendeva sempre molta cura di quelle piante, l’aveva vista tante volte occupata a innaffiarle, togliere le foglie secche, pulire i sottovasi.
Mi aveva messo addosso una brutta sensazione, aveva detto la signora in quelle appassionate chiacchiere con gli altri abitanti del palazzo, quando già il corpo della povera ragazza era stato chiuso nella bara di metallo e portato via dalla polizia mortuaria, l’appartamento era stato sigillato, e si era finalmente fermato l’andirivieni di polizia e vigili.
Non avevano tolto gli occhi di dosso alla bara mentre passava da un piano all’altro, da un pianerottolo all’altro, loro, i vicini, gli occhi fissi sul coperchio lucido, mani strette sulle bocche, teste che dicevano no, non è possibile, qualcuno si era fatto il segno della croce, qualcun altro non aveva retto e aveva abbassato lo sguardo sul pavimento e aveva visto solo i piedi degli addetti infilati in copriscarpe bianchi. Continua a leggere

La fanciulla e il cavaliere

La casa della fanciulla sovrastava il bordo dell’oceano dalla cima di una scogliera alta e così scura da sembrare nera, la notte. Era una casa bianca con le imposte verniciate di azzurro; ogni sera la fanciulla sollevava dai davanzali i vasi di nasturzi e li poggiava a terra, e poi chiudeva le ante facendole ruotare sui cardini che gemevano di ruggine marina.
La mattina appena sveglia spalancava le imposte dall’interno con una spinta vigorosa, facendole battere contro il muro: un suono secco e sordo per il suo buongiorno alla dimora. Guardava fuori verso l’oceano scrutandone il colore dalla finestra della sua camera da letto, a indovinare pioggia o sole, poi passava alla cucina per la vista sul suo frutteto: aveva diciannove alberi di mele, sempre carichi di frutti grossi e pieni di succo dolcissimo. Era rimasta orfana tre anni prima, ed era andata a vivere da sola in quella casa che le aveva lasciato in eredità sua nonna.
Al villaggio conoscevano tutti la fanciulla e le sue mele, la sua casa solitaria bianca con le imposte azzurre poggiata sul prato arginato solo dal lato dalla scogliera. Venivano a trovarla. Prendevano la sua frutta. Alcuni lasciavano qualcosa in cambio, molti non lasciavano niente, a parte ringraziare con un sorriso. Bussavano alla porta e lei faceva entrare chiunque, offriva le sue mele, e tutti erano contenti.
Avrebbe voluto che qualcuno si fermasse, ogni tanto; che restasse con lei a poggiare i vasi di nasturzi e chiudesse le imposte dall’interno; che restasse per sempre. Offriva la sua frutta perché sapeva che finché la regalava sarebbero tornati. Di giorno la fanciulla aveva quasi sempre compagnia, ma al tramonto se ne andavano tutti; la notte era sempre sola.
Continua a leggere

Lezioni di vita, e anche di tango

Ogni volta che la nomino un amico di Reggio Calabria che mi è molto caro  mi dice “Messina non esiste”, con quel razzismo della campana che noi italiani ci trasciniamo dietro da medievali generazioni. Credo abbia ragione, però.
Anna Mallamo,  Manginobrioches, re(g)gina prestata a Messina, teorizzatrice e praticante del modello politico del Matriarcato Calabrese, nella sua vita precedente era un distico elegiaco. In questa, è un tango. Un tango scrivente.
Pura sensualità di parola, strazio e predominanza di femmina, non può che scrivere Anna Mallamo, solo logos brivido e sogno. Non importa sapere altro di Manginobrioches, lei è tutta qui nelle sue pagine, nel suo essere tango e argentina magnagreca, nelle sue milonghe messinesi che non ci sono, a destra di molte stelle.
Quindi ha ragione il mio amico reggino: Messina non esiste, e Anna Mallamo ne canta l’evanescenza, la polvere brumosa che si allunga nello Stretto che lei unifica piantando un tacco su Scilla e l’altro su Cariddi, sapiente e utile come mai un ponte. Continua a leggere