Lpels è un blog collettivo di letteratura e società, democratico, aperto, progressista, sensibile a ogni istanza di rinnovamento culturale, sociale, economico e politico; come tale intende presentarsi all'esterno. La redazione si propone, in questo senso, di vigilare affinché i contenuti non presentino derive reazionarie e integraliste, il tutto nel massimo rispetto della persona e dell'alterità, in un'accoglienza della diversità che non degeneri mai in complicità, acquiescenza o qualunquismo. Con questi criteri, aspira a essere una presenza efficace nel panorama culturale italiano e possibilmente uno strumento di cambiamento e di trasformazione delle strutture di potere, spesso ingiuste e indegne dei valori umani in cui la persona si riconosce in ogni spazio e in ogni tempo, al di là di fedi, credenze e tessere politiche.
Con questo nuovo libro di Antonio Fiori la collana di poesia “La Ginestra” da me diretta insieme all’amico Nicola Tanda sembra confermare le sue fondamentali premesse (e promesse) iniziali, particolarmente quelle di una speciale attenzione ai valori culturali, morali e religiosi dell’uomo. Del resto, alla poesia resta ormai la funzione di fornire all’uomo la sua “dose quotidiana” (per dirla col bel titolo di un altro libro di Fiori) se non la cura dell’anima almeno come insostituibile ricostituente. Oggi che da più parti si vede nella poesia l’unica via di salvezza contro il marasma quotidiano o, per dirla con Zanzotto,”per attraversare quest’epoca rotta e maledetta”, la poesia di Antonio Fiori sembra giungere – e giunge – al momento giusto […] (Angelo MUNDULA – dalla quarta di copertina)
Il libro sarà presentato a Sassari il 18 maggio p.v, ore 18,30, presso la libreria Il Ribaltino, in Via Muroni 9
di Antonio Sparzani
Nel XIII secolo della nostra era, mentre la letteratura in Italia era al suo sorgere, con la scuola siciliana e gli altri poeti e trovatori ― Dante nasce nel 1265, nel lontano Afganistan, o nel contiguo Tagikistan, poco importa, allora era tutto Persia, dove le meraviglie della civiltà europea non erano ancora fortunatamente giunte a portare legge e ordine, nasceva e fioriva uno straordinario poeta, fondatore, tra l’altro della setta dei dervisci rotanti e mistico sufi, Jalāl ad-Dīn Muḥammad Rūmī, il nome ha alcune varianti, si veda ad esempio qui; spesso citato semplicemente come Rumi, soprannome la cui origine deriva dall’avere egli per un certo periodo soggiornato in una regione che era stata una volta parte dell’impero romano d’oriente.
Il volume: Paul K. Feyerabend, La conquista dell’abbondanza (Raffaello Cortina, Milano 2002), che tra parentesi considero tra le più istruttive e ricche letture di questi ultimi decenni, porta una prefazione scritta da Grazia Borrini Feyerabend, ultima moglie del filosofo scomparso nel 1994, prefazione molto bella e intensa, che si conclude citando questa poesia appunto di Rumi, tradotta in italiano dalla stessa Grazia Borrini; una traduzione inglese di Coleman Barks è in: The Essential Rumi, Harper, San Francisco, New York 1995. Mi è parsa così bella che ho voluto condividerla con voi tutti:
Marco Bini, classe 1984, è autore di Conoscenza del vento, edito da Ladolfi Editore. La silloge poetica ha vinto, nello scorso febbraio, la sezione ‘opera prima’ alla XXI edizione del Premio Letterario “Giuseppe Giusti”.
Il testo è autobiografico. Parte da un ritratto d’infanzia, quando giunge in regalo un atlante geografico, esperienza dalla quale Bini trae presto il senso “provvisorio” delle cose; procede con dei fotogrammi rubati alla sua giovinezza; si proietta infine, equipaggiato di incertezze, anche verso l’avvenire.
Troviamo delle buone riflessioni sul movimento e sul relativismo dello spazio e del tempo, il dinamismo di un veicolo su un’autostrada, ad esempio. Gli effetti della velocità hanno, tuttavia, anche un esito morale: a volte un macchinoso offuscamento, di sicuro un “pendolarismo esistenziale”: «caso mai compresso/ fiutassimo distinto l’odore di un altrove/ tra testa e destinazione, perché più nulla qui/ è rimasto che sia un qui./ Poi è lo stupore/ di scoprirsi inoffensivi.»
A pronunciare questi pensieri della post-modernità (e della sua non indolore consapevolezza) è un ‘Io’ che, come si può intravedere, cede il passo ad un ‘Noi’ collettivo. È, infatti, una sorta di inconscio collettivo – quello di coloro che sono nati negli anni Ottanta – ad affiorare dai versi di Marco Bini. Leggi il seguito di questo post »
Ho incontrato Pastàkas per la prima volta qualche mese fa, in un ristorante di Chalàndri. Di nome lo conoscevo già. Avevo letto alcune sue poesie. Quando passavo da una libreria mi dicevo: devo comprare un suo libro. Poi non l’ho mai fatto. Non sarà contento di saperlo. Non l’avevo mai fatto perché in quel preciso momento in cui pensavo: devo comprare un suo libro, succedeva sempre qualcosa: suonava il telefono, non trovavo posto per il parcheggio, ero in ritardo, c’era uno scontro in piazza. Quando gli ho proposto una traduzione di qualche sua poesia per “La poesia e lo spirito”, Pastàkas mi ha mandato tutti i suoi pezzi con la mail. Mi ha mandato anche l’ultimo suo libro, appena editato: Συσσίτιο, cioè Rancio. È un libro pieno di quella delicata maturità poetica che si esprime, anche, con una semplice ricetta di cucina, con un elenco di prezzi di cibi comperati al mercato. È il percorso parallelo e inscindibile fra cibo e vita (quotidiana): niente di più vero, semplice e filosofico allo stesso tempo. Leggi il seguito di questo post »
Poeta, psicologo e pianista, Tomas Tranströmer è l’ultimo Premio Nobel per la letteratura. L’Accademia di Svezia ha riconosciuto il merito al proprio compatriota perché «attraverso le sue immagini dense, limpide, offre un nuovo accesso alla realtà».
Tema centrale di tutta la sua poetica è senza dubbio il Silenzio. Dimensione fondativa e generativa, profonda meditazione agglutinatasi a partire da echi biblici (non è secondario ricordare la sua traduzione del Salterio) e passata attraverso molteplici influssi di cui solo i principali sono: i classici, i mistici medievali, i romantici, i simbolisti, i surrealisti, fino ad approdare alla lirica giapponese.
Il Silenzio è immagine ripetuta e sviscerata, ossessione pervasiva e creatrice, fuoco che ha la facoltà di mettere in relazione l’esteriore con l’interiore, motore che regola ogni movimento di partenza e di approdo della sua magnifica parabola artistica e umana. Da ormai 21 anni affronta un ictus che ne ha compromesso la motricità e la parola orale, consegnandolo ad uno strano caso in cui il pensiero espresso nelle sue pagine è consustanziale a quello che concretamente vive. Leggi il seguito di questo post »
CCA SUGNU, di Alfio Patti Prova d’Autore, 2012 – pag. 80 – euro 10
È in libreria “Cca sugnu” (Eccomi), edito da “Prova d’Autore”: il nuovo libro di versi di Alfio Patti (nella foto), artista poliedrico, soprannominato l’aedo dell’Etna. (Massimo Maugeri)
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Dalla prefazione del libro, firmata da Salvatore Di Marco
Attraversato per intero – e non soltanto cronologicamente – questo primo decennio del nostro nuovo secolo, e inoltrandoci pure nel primo lustro successivo tuttora in corso, mi pare che si possa tranquillamente osservare che, carte alla mano, Alfio Patti di San Gregorio di Catania, nel campo ubertoso della scrittura poetica in Sicilia della nostra stagione, non sia affatto né l’ultimo arrivato e neppure più quel volenteroso e promettente “apprendista” che conobbi a metà e passa dei novecenteschi anni Ottanta in Catania.
Egli è oggi un poeta maturo in primo luogo sotto il profilo umano, quindi su quello culturale, e infine, capace di sostenere fino a livelli liricamente più alti le proprie istanze di artista, il proprio dettato linguistico-espressivo nelle sue più congeniali ideazioni stilistiche. E tutto ciò costituisce, naturalmente, l’approdo d’un percorso lungo, complesso, durante il quale i punti ideali di riferimento sono stati il suo amore per la cultura siciliana, i suoi linguaggi e il suo patrimonio etno-antropologico, ma pure la sua attenzione agli sviluppi della poesia dialettale siciliana e della letteratura del Novecento italiano ed europeo.
L’idea attorno alla quale vado ragionando in queste mie sommarie pagine è che i versi di “Cca sugnu” (Eccomi), quest’ultima silloge di liriche in dialetto di Alfio Patti, in ogni suo sapiente profilo espressivo, in ogni richiamo della mente e del cuore, nel suo specifico modus poetandi e nella res del suo canto interiore, testimoniano parimenti di quel tragitto quasi trentennale al quale mi sono finora riferito. Nell’atto di poesia è il mistero della parola che si rinnova, ed essa si rivela come sempre nuova soltanto ai suoi più fedeli e sensibili cultori. Leggi il seguito di questo post »
A una prima lettura, sembra che l’intero far poesia di K sia drammatico, in quanto drammatica ne è l’origine: stupore, tutto si capovolge, il drammatico diventa grammatica che definisce un mondo costruito da un ego spropositato che trancia via ogni fede precedente, fiducia, senso reale del tempo o regola di viaggio» – così Cristina Annino scrive nell’incipit della sua prefazione a Effekappa, l’ultima raccolta di versi di Franz Krauspenhaar (Zona Editrice 2011).
F. Krauspenhaar, molto più noto come narratore, esordisce in poesia nel 2005 con l’ebook Champagne (poesie 1981-2005), per poi arrivare, attraverso percorsi e raccolte più o meno organiche e coerenti stilisticamente, a Franzwolf nel 2009 – potrei dire: la sua prima vera raccolta (qui trovate una mia recensione a Franzwolf)
Effekappa rappresenta dunque, nel suo percorso poetico, la prova del nove, un approdo maturo attraverso il quale tirare le somme della sua evoluzione. Leggi il seguito di questo post »
Ho letto con gioia le poesie di Gianfranco Morino, un uomo che dedica la sua vita ai malati delle baraccopoli di Nairobi, la capitale del Kenya.
Non sono un critico letterario, ma la lettura di questi poemi mi ha fatto capire meglio l’animus di questo uomo. In queste poesie scarne (com’è scarno Gianfranco!), ho sentito battere e pulsare il cuore ferito del continente nero.
In una delle prime poesie Salmo1 , scritta a Tigania nel 1989, quando Gianfranco era da poco arrivato in Africa, c’è tutta la tragedia di questo continente:una tragedia che lo ha toccato profondamente.Gli stessi sentimenti emergono nel poema:”Il bambino della foresta” ,scritto nello stesso anno sul lago Kivu. Leggi il seguito di questo post »
Come lava la scrittura di Luca Bonaguidi fissa un paesaggio emozionale e umorale nel tempo – il suo, anagrafico, interiore, e il nostro - in cui tutto muta vorticosamente, e tutto, istante dopo istante, è già passato. La scrittura, con la vita che ingloba e rattiene, è presto concrezione; la sua lettura, anzitempo, archeologia. Nell’“ostinata propensione” per dirla col prefatore “ a mantener viva la memoria.” Leggi il seguito di questo post »
Non conosco di persona Franz Krauspenhaar, ma mi sono emozionato, qualche anno fa, leggendo il suo romanzo Era mio padre, dove l’autore ricercava, dentro la sua scrittura, le radici di un amore profondo, pur nel passato scomodo del genitore.
Non lo conosco di persona Franz, dicevo, ma so, per via del web dove ogni tanto mi rifugio – rete che tutto imbriglia e tira su, che tutto pesca nei suoi mari ora calmi, ora burrascosi, e sempre più spesso così inquinati dall’invidia e dal rancore, da discussioni insulse –, che anch’esso è una personalità scomoda, capace di attirare a sé simpatie e antipatie, di essere persino frainteso, credo.
A me, a pelle, sta simpatico. Sarà quel suo nome che è già più di metà del mio cognome, sarà che alcuni amici, in tempi per me più felici, mi chiamavano proprio Franz. Sarà… quella sua aria da sborone nelle foto che lo ritraggono – che ho trovato sempre nella rete, fra cozze e perle –; ne ho incontrati tanti con quell’aria: prima mi stavano un po’ sulle palle, poi, conoscendoli meglio, siamo diventati sempre ottimi amici; perché dietro la maschera c’è sempre l’uomo, con le sue lacrime, le sue fragilità. È dietro le facce serie e per bene che spesso si cela il farabutto. Leggi il seguito di questo post »
La morte di Adrienne Rich, poeta, saggista e femminista americana, come quella di altre figure simbolo dell’intellighenzia radical (Paley, Sontag, Wittig) mancate nell’ultimo decennio, segna la fine di un’epoca; fine che arriva frammentata e in un vuoto che personalità meno affilate riempiono solo parzialmente, anche perché un certo carisma si afferma per l’integrità personale che solo il tempo rivela. Rich apparteneva alla generazione che negli anni Sessanta partecipò alla contestazione dello status quo, e lei madre quarantenne di tre figli rimise allora in gioco l’intera sua vita, sposò le cause del femminismo e dell’antirazzismo, si mobilitò contro la guerra in Vietnam e visse apertamente il suo legame d’amore con una donna, Michele Cliff. Leggi il seguito di questo post »
L’ultima raccolta poetica di Narda Fattori, edita da L’Arcolaio di Gianfranco Fabbri, Le parole agre, richiama forse intenzionalmente, nel titolo, il noto romanzo di Bianciardi; esprimendo in effetti, in misura marcata, una visione sconsolata della vita, anche se non in modo assoluto. Come osserva Ivano Mugnaini nella sua prefazione vi “domina, certo, l’asprezza delle immagini e delle situazioni. Al suo fianco però, tenace, quasi tenuta in vita controvoglia, come qualcosa che ci esprime e ci sostenta quasi nostro malgrado, c’è, a volte, ostinata, riconoscibile al di là di ogni crepuscolo, una forma di speranza, una luce che emerge dall’ombra.” Le parole, infatti, come è dato osservare già dai primi testi, esprimono anche dell’altro: “Io gioco con le parole e con le parole/canto e rido e faccio convito/ballo la loro musica sempre variata…” E non è poco: cosa sarebbe l’urgenza espressiva senza la gioia intima del dire, del gioco con le parole? La poesia, e l’arte in genere, non possono essere solo coercizione. “Parlare, ascoltare. Trovare racconti mai narrati, dirli con gioia. Scoprire l’altro nelle storie che racconta” scriveva Sergio Atzeni (Passavamo sulla terra leggeri). Il gioco è anche gratuità, dedizione totale di sé stessi. Ed ecco anche la speranza a cui accenna Mugnaini: “Ma io so che/la forza di una sola goccia/scava abissi crea stalagmiti//dentro quella goccia attendo/il diluvio che laverà via/il belletto degli istrioni/e finalmente contro il nuovo sole/solo innocenza e gratuità del fare.” Leggi il seguito di questo post »
La fine del mondo. Le ruote dei carri/si sono fermate,/alla sera le pipe di cotto/si sono spente/durante la veglia nei pagliai,/ i muri sono vecchi/le crepe scendono/come i fulmini./Il chiodo della meridiana è cascato. (Traduzione di Roberto Roversi) Leggi il seguito di questo post »
Ho conosciuto Franz Krauspenhaar all’epoca della stesura del suo romanzo “Era mio padre”. Ricordo che durante uno di quei primi incontri parlammo anche di poesia, ma non della mia, più che misconosciuta, né della sua che in quel periodo, dopo alcune raccolte pubblicate on –line, era in una fase di stand-by. Parlammo di Mark Strand, o meglio io parlai ( credo anche per darmi un tono) di Strand che in quei giorni era fra i miei poeti preferiti, e intorno a lui e alla sua poesia mi aggiravo, e ne narravo ogni volta che se ne presentava l’occasione, in una sorta d’incantamento. Con me, immancabile, avevo perciò uno dei suoi libri. Lo mostrai a Franz che iniziò a sfogliarlo soffermandosi sull’una e l’altra poesia, dapprincipio distrattamente, forse solo per cortesia, poi sempre con maggiore interesse fino ad astrarsi quasi completamente dimenticandosi, mi parve, per lunghissimi istanti anche della mia presenza. Leggi il seguito di questo post »
La parte monografica del prossimo numero nove di Poliscritture sarà dedicato a Franco Fortini. La redazione della rivista ha pubblicato una traccia di lavoro ed aperto un “cantiere” sul grande poeta e saggista, invitando alla collaborazione ed ad inviare materiali relativi alla sua notevole produzione intellettuale, critico-letteraria e poetica.
È da poco uscito, con Photocity Edizioni, il volume poetico di Fabrizio Centofanti dal titolo Nomen omen, del quale riportiamo qui l’introduzione del Prof. Giuseppe Panella.
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Giuseppe Panella
NOMINA SUNT CONSEQUENTIA RERUM. La poesia di Fabrizio Centofanti
«La frase Nomen omen (o al plurale nomina sunt omina) è una locuzione latina che, tradotta letteralmente, significa “il nome è un presagio”, “un nome un destino”, “il destino nel nome” e deriva dalla credenza dei Romani che nel nome della persona fosse indicato il suo destino»
(dalla voce di WIKIPEDIA)
1. Tutto l’amore del mondo
Dopo la saggistica accademica (un libro su Calvino ateo ma affascinato da una possibile trascendenza “negata”, un saggio sulla poesia di Rebora), dopo gli scritti narrativi (in particolare una raccolta di osservazioni, aforismi e riflessioni su umano e divino), dopo la scrittura narrativa, Fabrizio Centofanti adesso approda alla poesia.
Sono testi redatti nel corso degli anni, legati spesso all’attualità del presente (eventi che collegano la contemporaneità alle sue radici profonde), attraversati dal desiderio di rendere conto della condizione umana nel suo rapporto con il trascendente e il suo mistero.
La poesia di Centofanti è sobria, con un lessico schietto e preciso, fatto di osservazioni spesso minute ma sempre con un tempo largo di apertura al futuro in cui speranza e carità si mescolano, si integrano, si ritrovano nelle azioni degli uomini e della loro (spesso) incomprensibile condotta.
Questa speranza e questa fiducia in un sogno di redenzione possibile sono giustificate dal fatto che tutte le poesie di questo libro, il primo scritto da Fabrizio Centofanti sotto veste di poeta lirico, sono poesie d’amore. Amore sacro e amore profano nelle sue liriche si intrecciano in un unico slancio amoroso nei confronto del mondo – non solo Dio, non solo ciò che va oltre il mondo ma anche (e soprattutto) le sue creature e le sue espressioni nella vita. L’uomo poeta non rifiuta nulla della realtà che gli passa sotto gli occhi di pastore d’anime. Leggi il seguito di questo post »
Con questo ultimo libro, Le parole agre, pubblicato da L’arcolaio, Narda Fattori compie il suo percorso di ricerca, una ricerca che fa della parola la sua essenza, il suo pensiero dominante. Un percorso che parte da lontano, già dalle sue prime pubblicazioni, direi da sempre, se compito del poeta è quello di “dare il nome alle cose”, secondo un antico principio di Mario Luzi. In uno dei suoi primi libri, L’una e i falò, pubblicato da Il Vicolo nel 1998, già Narda Fattori sentiva urgere questo rapporto come essenziale del fare poesia (“chiamare le cose per nome / è dirti presente in un luogo”) in un procedimento che tende a scardinare, a prosciugare per mostrare il pensiero nella sua nudità; così in Cronache disadorne la parola si faceva essenziale, asciutta, scarna, rigorosa. Leggi il seguito di questo post »