La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

Archive for the 'Racconti' Category


Forestieri

Posted by Giovanni Nuscis on May 12, 2008


Molto tempo fa un turista prese alloggio in un paesino della costa, a poche centinaia di metri da una spiaggia straordinariamente bella, con sabbia finissima e acqua turchese. Pagava in anticipo, il turista, giorno per giorno, avendo preferito non mettere limiti alla sua permanenza. Ogni mattina si recava in spiaggia indossando abiti leggeri e colorati, tra i sorrisi dei paesani che vestivano tutti, più o meno, con le stesse cose scure. Read the rest of this entry »

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L’ora del caldo

Posted by giorgiomorale on May 11, 2008

di Giorgio Morale

Dormito otto ore di fila. Paolo si sveglia con la gola secca: muto, sporco, catarroso. I suoi compagni di scompartimento dormono, muti anche loro.

Paolo quasi rimpiange quei treni degli emigranti dove si mescolavano risa e pianti, odori di cacio e di sudore, la radio ad alto volume e le spiegazioni a non finire, le cortesie e i litigi, i canti e il vino, che gli scossoni facevano schizzare sui vestiti.

Paolo ricorda: un’estate, un viaggio sempre guardando dal finestrino, il vento in faccia, l’aria tutta gelsomini, la luna che seguiva il treno. Lui parlava coi suoi amici e i ferrovieri parlavano con tutti. Read the rest of this entry »

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La mattina dopo

Posted by Emanuele Kraushaar on April 30, 2008

di Emanuele Kraushaar

scorpione.jpg

È stata la mattina dopo aver visto quel documentario del National Geographic sulle lotte omicide tra gli scorpioni che, dopo molto tempo, sono andato più sereno al lavoro.
“Nessuno dei miei colleghi” ho pensato, infilando il viale che porta alla clinica “ha quei terribili pungiglioni velenosi”.

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Mr R Mr A

Posted by fabrizio centofanti on April 26, 2008

di Blackjack

Avete presente due extracomunitari? Sì, proprio quelli che, vestiti in modo strano, con quell’accento strano, con quel loro incedere molto poco occidentale, schiviamo quando camminiamo per strada pensando che viaggino sempre con una pistola o un coltello in tasca pronti a rapinare noi, poveri occidentali civilizzati. Read the rest of this entry »

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ESSERE ONESTI PREMIA

Posted by ramona on April 25, 2008

Io sono una persona onesta. Il mio nome è Donato Posapiano, mi trovo nell’età di mezzo, in pratica ho quasi cinquant’anni, e non amo il pericolo. Vivo nei limiti imposti dalle regole, senza alcun sacrificio. Non mi reputo neanche particolarmente curioso delle faccende altrui. Mi faccio i fatti miei, insomma. Il mio lavoro me lo consente: sono un artigiano e lavoro in proprio, non ho operai né datori di lavoro. Modello la cartapesta nel mio piccolo laboratorio, in prevalenza faccio Santi e Madonne. Me ne sto da solo tutto il giorno e non c’è famiglia che mi attenda a casa. Sto bene così.
Una domenica mattina trovo, su una panchina della piazzetta del mio paese, una valigetta portadocumenti.
Mi guarda insistentemente. Read the rest of this entry »

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Chierichetti

Posted by paolocacciolati on April 21, 2008


Le ampolle, la faccenda delle ampolle era un casino, c’era sempre il rischio di confondere quella dell’acqua con quella del vino, poi c’era il rischio di lasciarle cadere, difatti ogni tanto sull’altare si rappresentava lo spettacolo della rottura delle ampolle, spesso ad opera di Gigi detto la perla nera, quello che faceva le smorfie, quello che il parroco gli tirava le orecchie tuonando, tu sei la nostra perla, sì, ma nera! e veniva retrocesso al ruolo di angelo, visto che tra chierichetti si assegnavano anche i ruoli, io però mi ricordo solo del ruolo dell’angelo, che poi era già ambito il ruolo dell’angelo, Read the rest of this entry »

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Le due Americhe

Posted by enrico de lea on April 19, 2008

   Non ricordo più da quanto tempo non mi stendevo all’ombra del sorbo, da dieci anni, forse, o molto di più, il salto oscuro, la timpa, l’accenno di prossimo dirupo, di quasi un’altra vita o di nessuna reale vita passata. Mio nonno Pietro, trovatello entrato alla ruota della Beata Eustochia di Messina e da lì uscito per avviarsi nella figliolanza vasta di Santo Parisi, che lo destinò a guardare le bestie sotto il Vernà, decise che qui a Filione dovesse crescere l’albero della famiglia, della casa dei Sorbara. Così, piantò il sorbo, la “sorbara”, che crebbe rapidamente fin dal suo primo viaggio in Argentina, forte di una insospettata vena d’acqua che da San Cosimo veniva giù fino a Scopelliti, traversando il terreno scosceso, reso ostinatamente piano a forza di muri a secco.

Ci ho dormito sotto stamani, nella prima alba, protetto dalle sue fronde minute ma fitte, e al risveglio ho inteso guardare voracemente lontano, dalla collina di Cucco e Filione, come mio padre a sette anni, come il padre che non sono.

Le due Americhe apparivano a mio padre bambino nei due picchi pizzuti del Capo di Sant’Alessio, che l’alba dello Jonio muta in un gigantesco, eterno sasso d’oro o d’argento (a seconda delle stagioni e delle condizioni del tempo), di cui, vanto degli eruditi locali, avevano scritto geografi di fama, da Tolomeo fino all’anarchico Reclus, come tanti avviluppato nella moda del tour per una Sicilia creduta una viva reliquia greca, sempre fuori dal tempo, dalla storia, dalla reale vicenda degli uomini e dei luoghi.

Donna Carmela Rocco, “sposata Sorbara”, asciutta madre dolorosa, alla solita, insistita domanda del bambino sulle contrade che vedevano vivere il padre lontano, segnava col dito fisso e sbrigativo, nei due spuntoni rocciosi del Capo a mare, “la Merica grande e quella piccola”, nel primo Novecento le due più frequenti colonie dell’esilio delle braccia della gente di Casalvecchio. La sterminata pampa argentina, popolata da vaccari lesti di mano e di coltello (dove Pietro aveva rinunciato a tornare dopo un primo terribile soggiorno nei dintorni del Tucuman) e, al confronto, le delimitate città degli Stati Uniti e del Canada, dove taluno, messo ai margini dalla mite congrega dei paesani, aveva trovato facile impiego nella Mano Nera, come manovale della minaccia o come vettore di colli scottanti e indicibili: là mio nonno aveva trovato un lavoro di manovale nelle erigende linee ferrate ad Oswego, sull’Ontario, godendo della compagnia d’altri paesani.

Era là, intendeva persuadere il figlio la donna, in un attimo forse godendo di quella illusione, nel dolore asciutto della distanza, col dito puntato dalla cima di Cucco, da Filione, verso il Capo, che il mare lambiva come in una cartolina illustrata, era là suo padre, “nella Merica piccola”, la vera America, delle città e della ricchezza, e sarebbe certamente tornato appena possibile, non importava se ricco e prospero, ma col vestito buono da galantomo e l’incedere da padrone del proprio, non più da mitateri, da mezzadro, oppure da uomo di fede e di speranza, lui che, giunto dal brefotrofio vicino al Monte di Pietà, non era più l’eterno orfano “con solo la Madonna per madre”, com’era solito ripeterci da infante quasi centenario.

Viveva, mio padre bambino, Luciano Attilio Sorbara, nell’insidioso sogno di un sogno, nel ricorrente incubo di un incubo, dentro un’assenza divenuta un’altra orfanezza senza i segni del lutto, da cui tentava di salvarsi, come avrebbe fatto in futuro da ragazzo cresciuto a dismisura, abile nuotatore nello Stretto, per avventura sorpreso dal crampo improvviso nella rema inavvertita ed inesorabile.

Ma da qui, ragionava a voce alta il bambino, andare dal padre, vederlo, parlarci, passeggiare attaccato alla sua mano, da questo luogo di collina tra Filione e Pizzo Cucco, oltre il vallone e la fiumara, Pestarrivo, Rina, Fiumara d’Agrò, passando menzi menzi, in mezzo alle campagne, scansando veloce ogni viottolo sentiero mulattiera, così raggiungere la “Merica piccola” sarebbe stato un gioco facile facile, una camminata da ragazzo scaltro, dalle gambe lunghe e forti, un’avventura appena fuori di casa.

***

Questo brano fa parte di una narrazione più ampia che dovrebbe intitolarsi “L’acqua della sarmura”.

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Scimmie Insane e Ingorde dai Visi Pallidi

Posted by emanuelegiordano on April 17, 2008

Bongiur mesamì. No, non dubitate! Non è un errore. Si pronunzia bongiù mesamì e correttamente così si scrive. Almeno crediamolo. Non crederete mica all’esattezza dell’alfabeto e dei suoi caratteri? O ancora alle corrispondenze di amorosi sensi tra le lettere a stampo e i bla bla bla sputati dalla bocca? Figuriamoci poi se dovessimo ragionare sulle quasi certezze dell’Uomo: altro ambiguo, vago e impreciso animale divino di natura sospetta, quasi umana. E anche gli uomini hanno i loro caratteri, incisi sulla carne, bianca, nera, gialla o rossa non importa. E parlano, parlano parlano con la lingua penzoloni, desiderosi di comprendersi l’uno con l’altro.
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Nabokov a Varenna

Posted by sgolisch on April 13, 2008

Il lago oggi veste blu-grigio.
C’è foschia e solo di tanto in tanto qualche raggio di luce irrompe dal fitto manto di nuvole. L’enorme glicine nella Villa Cipressi è in piena fioritura. Sullo sfondo delle vecchie mura si distingue il suo antico viola elegantemente. Il blu-grigio del lago e il viola del glicine sono una melanconica immagine di bellezza : quella perfezione in pericolo che ognuno porta in sé come una certezza, spesso perduta, ma in attimi come questo,  miracolosamente ritrovata.
Mi accompagna in questa passeggiata domenicale Vladimir Nabokov. Attraverso i suoi racconti, recentemente pubblicati da Adelphi, mi parla della bellezza perduta, ritrovata e di nuovo perduta.
Seduta davanti al vecchio glicine - il mio pellegrinaggio di ogni mese di aprile - leggo uno dei suoi più veri e tristi racconti : Nuvola, lago, castello, scritto nel 1937. Read the rest of this entry »

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Un gatto bianco pulitissimo

Posted by Emanuele Kraushaar on April 10, 2008

di Emanuele Kraushaar

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“È una questione di principio” ripeteva sempre.
E sempre la moglie annuiva con lo sguardo o con la testa.
Era spettinata la moglie e poco curata nei vestiti. Teneva in braccio il suo gatto bianco, che era sempre pulitissimo.

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Il gigante, di Cinzia Pierangelini

Posted by lapoesiaelospirito on April 7, 2008

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- Vatti a coricare un poco, ci sto io qua.
- Non ti scanti?
- No, di che?
- Va bene, solo un pochino… mi appoggio dieci minuti in salotto, ma se ti spaventi chiamami subito. Non dovrei allontanarmi, lo so… ma tutta la confusione di oggi e … mi scoppia la testa.
- Ti dissi che non mi scantu di Salvuccio… - mormorò Emma.
- Salvuccio…- sussurrò di nuovo quando sua sorella, accostata la porta, la lasciò finalmente sola con lui, nella penombra della camera da letto. Lo guardò…
Ricordava ancora l’impressione che aveva avuto vedendolo per la prima volta: - Matri… e questo ‘Salvuccio’ si chiama? – aveva esclamato, facendo ridere tutti. L’ampia porta dell’ingresso nobile, spalancata in attesa dell’ospite, era occupata da una specie di titano che, in controluce, pareva una montagna. Era l’uomo più grande che Emma avesse mai visto e lei era quasi una bambina ed estremamente gracile per di più.

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Un flash della Via Francigena

Posted by lambertibocconi on April 6, 2008

E così siamo arrivate a Galleno.
Alle sette e mezza di mattina c’era già afa, eravamo partite da Altopascio, dopo un paio di caffè che avevano inaugurato - bottiglia di champagne su una nave per il Far West – una lunga lunga strada nazionale rettilinea, dapprima chiamata Via Roma, e poi, via via nella campagna, senza più nome. In mezzo a un purgatorio in realtà alquanto bello di strada pura, a un certo punto era apparso un bazar. Francesca dovette a questo miraggio la salvezza della vita sua, perché trovò da prendersi un cappellino, a sostituire quello perduto, col sole che fiocinava all’alba delle otto e mezza. La signora del bazar poi aveva voluto a tutti i costi portarci nel retro della bottega, dove ci aveva fatto un caffè con la moka. Read the rest of this entry »

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Personaggi precari - due

Posted by Emanuele Kraushaar on April 5, 2008

di Vanni Santoni

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Sofia

Quando deve partire, Sofia fa la valigia il giorno prima, e giá due-tre ore prima del treno o del taxi, é ferma paralizzata sul divano, giá pronta, col cappotto chiuso e il profumo che sale e le scatena il mal di testa.


Edoardo

Edoardo smadonna ad alta voce e sussurra tra sé:
- Come sto bene da solo!
Poi fa un respiro profondo, bestemmia di nuovo e ringhia:
- Non é vero, non é vero, non é vero.

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Ascolta, è già notte fonda… # 5

Posted by fmarotta on April 3, 2008

Jorge Luis Borges - I Teologi
(Tratto da L’Aleph, in Tutte le opere, Vol. I, Milano, Mondadori, I Meridiani, 1984, pp. 795-803, traduzione di Francesco Tentori Montalto)

Devastato il giardino, profanati i calici e gli altari, gli unni entrarono a cavallo nella biblioteca nel monastero e lacerarono i libri incomprensibili, li oltraggiarono e li dettero alle fiamme, temendo forse che le pagine accogliessero bestemmie contro il loro dio, che era una scimitarra di ferro. Bruciarono palinsesti e codici, ma nel cuore del rogo, tra la cenere, rimase quasi intatto il libro dodicesimo della Civitas Dei, dove si narra che Platone insegnò in Atene che, alla fine dei secoli, tutte le cose riacquisteranno il loro stato anteriore ed egli, in Atene, davanti allo stesso uditorio, insegnerà nuovamente tale dottrina. Read the rest of this entry »

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Era d’estate, Di Pasquale Giannino

Posted by fabrizio centofanti on March 27, 2008

Le stelle brillano in cielo, una leggera brezza lambisce le fronde degli ulivi. Sono rimasto solo in casa, sulla terrazza che domina il giardino, immerso in un silenzio appena violato dal canto dei grilli. Amo l’estate. Mi ricorda la chiusura della scuola, quando ero libero, finalmente, di scorrazzare a piedi nudi in mezzo ai campi, e salire là sul poggio ad ammirare quel florilegio di colori. Poi c’erano i giorni di festa, le bancarelle, la banda, i giochi in piazza, i cantanti… Non odiavo la scuola, andavo anche bene. Ma detestavo le regole, i libri di testo, gli orari… Read the rest of this entry »

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Il muro dei grandi, di Lucia Tosi

Posted by Gaja on March 27, 2008

mary-cassatt-children-playing-on-the-beach-5432.jpgLa bambina in costumino rosa si sposta la frangia dagli occhi con un colpetto della mano sporca di sabbia. Strizza gli occhi perché ci è caduto dentro qualche granello. Ha una coda di cavallo tenuta da un fiocco blu, i capelli formano una virgola dietro e una nuvoletta impalpabile, attorno al viso, di ricciolini che sfuggono alla presa. Ha un secchiello e una paletta e dei sandaletti aeroplano. Sembra che giochi con due più grandi, un maschio e una femmina. I due corrono, ogni tanto una piccola spinta, uno schiaffetto leggero alla piccola. Ridacchiano, parlottano. Si allontanano. Sono abbronzati, neri di occhi e di capelli. La tormentano. Lei non vorrebbe. Guarda insistentemente verso due signore sulla panchina che parlano fitto fitto. Quella con gli occhiali le sorride continuando a chiacchierare, l’altra alza gli occhi sui due ragazzini, le fa un cenno come per dirle vieni, oppure gioca anche tu, corri. La piccola non sente il bisogno di andare dalle due donne, vorrebbe solo poter pastrocchiare con la sabbia e l’acqua in pace come vede fare a quei due uomini più in là che hanno una pentola gigante che gira gira e fa un rumore continuo. Poi prendono quello che hanno messo dentro il pentolone e lo stendono con delle pale per terra e lo lisciano lo lisciano mi piacerebbe lisciarlo anch’io. E’ settembre, sul lago c’è una barca a vela, il cielo è grigio (cosa vuol dire plumbèo, Teresa? Ah ah plùm-beo, piccola, plum-be-o). Voglio tornare a casa. A casa c’è la mamma, si sforza di pensare. Ma non le viene un sentimento più grande di così. Prova a provarlo come ha letto nei librini: una mamma oca, una mamma mucca e i loro cuccioli che vogliono stare sempre con le loro mamme. E un papà coi baffi e l’aria severa che però ride e non sgrida i suoi bambini. Ma la sua mamma è vecchia e il papà è un po’ calvo alto alto. Read the rest of this entry »

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Cinque minuti

Posted by fabrizio centofanti on March 22, 2008

di Sabrina Campolongo

Cinque minuti.
Cinque minuti persi, realizzò Davide, sostenendosi con una mano contro lo stipite della porta del bar. Sospeso a fissare il cronografo al suo polso, quasi che chiamando a testimonianza il suo fiato corto e le gambe stanche potesse convincerlo a rettificare la sua posizione. Read the rest of this entry »

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I semi delle fave, di Simona Lo Iacono

Posted by massimomaugeri on March 18, 2008

Simona Lo Iacono, è nata a Siracusa il 17-7-1970.
Laureata in giurisprudenza, ha sempre alternato allo studio del diritto la pratica della scrittura e della poesia.
Durante il periodo universitario ha curato un’assidua collaborazione con giornali letterari del catanese e del siracusano specializzati in letteratura. Ha poi intrapreso la carriera in magistratura. Da 11 anni è giudice presso il tribunale di Siracusa e attualmente dirige la sezione distaccata di Avola.
Ha vinto vari concorsi letterari di poesia e ha pubblicato racconti e poesie in antologie. Ultimamente un suo racconto, “I semi delle fave”, ha vinto il primo premio edito dal convegno “Scrivere Donna 2006” ed è stato pubblicato da Romeo Editore nella collana “Scripta manent”. Read the rest of this entry »

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Un amore che ti si appiccica addosso

Posted by Gaja on March 17, 2008

all’abbandono e alla verità. Sempre.

[«the meaning of all that I believed before escapes me,
in this world of none.
I miss you more

Afterglow, Genesis]

escher.jpgParecchi mesi fa - ne sono già passati così tanti, e pensare che mi pare di essere nella redazione di LPELS da sempre - ho pubblicato su questo blog un articolo che suscitò una discussione ampia e stimolante. L’articolo parlava di Luciano Bianciardi e di Bruno Tasso. Bianciardi sosteneva che “tradurre è un mestiere micidiale”: io, nel mio pezzo, gli davo ragione.
Dai commenti - e da parecchi altri miei scritti - traspariva un’insofferenza verso l’artigianato traduttorio molto simile a un sentimento di odio-amore. Mi lamentavo dei ritmi serrati, della vita sociale ridotta a zero, della solitudine del mio lavoro, della sedentarietà, delle difficoltà, delle tariffe più basse d’Europa, dell’indifferenza degli addetti ai lavori nei confronti del nostro mestiere.

In questo frattempo molti dei miei punti fermi hanno mostrato delle crepe: mi sono guardata intorno e non ho visto più ciò che mi sarei aspettata di vedere. Ciò che avrei tanto desiderato vedere. Non so nemmeno io se mi sono sentita sola, o inutile, o respinta. O beffata dalla vita. O presa di mira dalle circostanze. Non lo so, e non me lo sono chiesto. «Non lo so» è diventato lo slogan della mia vita, da qualche tempo a questa parte.
Avevo finito da poco di scrivere il mio infinito (aggettivo che ricorre spesso nelle mie pubblicazioni) romanzo - di cui ho postato un estratto su LPELS -, e non sapevo a cosa aggrapparmi. Non avevo nemmeno un pensiero piacevole a soccorrermi, benché la certezza di aver portato a termine un’impresa - sì, lo è stata: è stato uno slalom tra i guai e gli impegni e i dolori - cui tenevo così tanto mi compensava della fatica. Read the rest of this entry »

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Rondini

Posted by rosellapostorino on March 15, 2008

Le rondini stavano appiccicate alla finestra. Piccole rondini, minuscole sagome nere con la coda a forbice. Le avevano ritagliate tutti insieme e, una a testa, le avevano incollate sui vetri. Ventisette rondini sparse per le finestre. Una primavera affollata.
Con tutte quelle rondini diventava difficile vedere a colpo d’occhio quello che accadeva fuori, ma il bambino stava lì, i gomiti appoggiati sul banco e il colletto merlettato che spuntava sul grembiule blu, a guardare. Difficile dire a che cosa pensasse, e se gli piacesse quello stormo di rondini catturato dallo spazio della finestra, come se fossero in procinto di entrare nella stanza e svolazzare tra le teste dei bambini. Read the rest of this entry »

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