Archivio per la categoria ‘Recensioni’
Pubblicato da giuseppepanella su maggio 22, 2012
Parlare in un’altra lingua, vivere in un altro corpo. Anna Vincitorio, Il limo di Eva, Cagliari, La Riflessione – Davide Zedda Editore, 2010
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di Giuseppe Panella*
Giuseppe, il protagonista assoluto, del testo narrativo di Anna Vincitorio vive in un corpo che non sente essere il suo. Vorrebbe essere Lucia, avere la possibilità di sentirsi una donna, fare la sua vita, non essere costretta a un nome e a una condizione che non sente propria. Soprattutto vorrebbe parlare con la lingua di una donna. Gilles Deleuze e Felix Guattari hanno mostrato, in un loro celebre libro su Kafka, che il grande scrittore praghese ha composto i suoi capolavori linguistici in una lingua che non era quella parlata dalla maggioranza dei suoi compatrioti boemi ma apparteneva ad una “letteratura minore”, il tedesco utilizzato dalla comunità ebraica della capitale della Cecoslovacchia. Anche Lucia-Giuseppe parla in un’altra lingua – vorrebbe che fosse liscia e delicata come quella di una donna, è costretta ad avere le forme spezzate e sporgenti della loquela maschile. Vorrebbe avere un corpo di donna ma è limitata dall’anatomia di un maschio e dalle sue attribuzioni sessuali secondarie e deve fare ricorso all’elettrocoagulazione per poter evitare la barba e altre pelosità tipiche di un uomo maturo. Nonostante questo, il suo fisico è delicato e dolcissimo (così viene definito nel libro) e attira l’attenzione degli amanti del “terzo genere”.
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Pubblicato da giuseppepanella su maggio 16, 2012
Ricordi e passioni d’antan. Franz Krauspenhaar, La passione del calcio, Bologna, PerdisaPop, 2011
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di Giuseppe Panella*
La passione del calcio non è un romanzo e neppure un testo esclusivamente autobiografico (nonostante il sottotitolo del libro lo dichiari tassativamente). E come potrebbe? Le confessioni e le descrizioni delle proprie passioni non sono mai reali ma sempre sognate, rivissute, rivisitate. Si tratta, in realtà, di una lunga ricostruzione, a tratti assai lucida e perfino con intensità fotografica, a tratti quasi coperta dal buio della mancanza di ricordi e di punti di riferimento, di un periodo di storia nazionale convissuta con tanti altri appassionati di calcio e rimasta forse realmente consapevole per pochi. Non c’è solo il pallone, infatti, in questa breve confessione-saggio di Franz Krauspenhaar: in essa trascorrono brevemente, per flash e per esplorazioni oniriche, momenti molto significativi del passato ormai non più tanto prossimo dell’Italia che è stata.
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Pubblicato da lapoesiaelospirito su maggio 12, 2012

di Guido Michelone
Il 13 giugno prossimo sono trentatré anni dalla scomparsa di Demetrio Stratos, tra i maggior vocalist del XX secolo: se, nella musica leggera del Novecento, la ‘voce’ per antonomasia resta quella Frank Sinatra, l’altra ‘voce’, sperimentale, alternativa, unica appartiene di certo Demetrio Stratos. Il singolare personaggio (22 aprile1945 – 13 giugno 1979) all’anagrafe fa Efstràtios Dimitrìu, ma nome e cognome vengono poi capovolti, perché più facili da memorizza nel pubblico nostrano. Leggi il seguito di questo post »
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Pubblicato da giuseppepanella su maggio 9, 2012
Pensando su per le scale. William Marino, 140 passi, Firenze, Mauro Pagliai Editore, 2011
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di Giuseppe Panella*
«Oggi l’ascensore non funziona. Sono tanti i gradini da salire prima di raggiungere il mio piano. Inizio a contarli e, mentre salgo, numerarli mi tiene compagnia. E’ come se fosse un gioco, una distrazione.
Sette, otto, nove.
Mentre conto, scorrono nella mia mente tanti pensieri. Sono ricordi, sensazioni, che si accavallano velocemente. Sono tracce sparse nella memoria, che devono essere riordinate. A volte riesco a fermarne uno. A volte no. A volte mi confondo. Credo che la mia vita sia così, un insieme di frammenti» (p. 5).
L’incipit di questo breve romanzo di William Marino riporta subito tutto il peso della narrazione al centro della mente del suo protagonista (anonimo) che sale su per le scale del palazzo dove abita nel momento in cui sta ritornando a casa dopo aver fatto la spesa. Le vicende della sua vita, le esperienze angosciose della sua esistenza, la sofferta acquisizione del suo essere “diverso”, omosessuale, le vicende private dei suoi amori, della sua analisi, della sua relazione con l’amato Ernesto gli attraversano la mente come tanti flashes di un film mai girato (e forse impossibile da realizzare). Tutta la storia di un’esistenza angosciosa e ormai disperata viene ricapitolata mentre il suo protagonista sale per le rampe di scale che portano a casa sua: 140 gradini che valgono una vita.
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Pubblicato da lapoesiaelospirito su maggio 7, 2012

di Guido Michelone
Colette – al secolo Sidonie Gabriele Colette (1873-1954) – valutata post mortem tra le grandi scrittrici novecentesche, in vita risulta instancabile animatrice della vita parigina a cavallo tra due epoche culturali decisive, a modellare l’immagine di una città, di una nazione, persino di un modus vivendi poi internazionalizzato: sono, nel cosiddetto primo Novecento, da un lato la Belle Époque, dall’altro le avanguardie storiche, di cui la Ville Lumière, soprattutto negli anni di vita di Colette, artisticamente compresi fra l’altro tra impressionismo e art brut, resta ineguagliabile capitale cosmopolita. Leggi il seguito di questo post »
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Pubblicato da fabrizio centofanti su maggio 5, 2012

di Guido Michelone
A metà degli anni Ottanta in una località collinare del Piacentino, un giovane seminarista s’impicca al cancello dell’istituto dove studia: è uno degli undici figli di una ricca famiglia di imprenditori locali, persone devote e religiosissime, ma dietro le quali si nascondono forse questioni di adulterio o libertinaggio. Ma, sul luogo della tragedia, pochi giorni dopo, arriva una sorta di profetessa (ex fricchettona) per chiedere conferma del miracolo sulla giovane figlia al prete (il teologo Don Alberto) che l’avrebbe resuscitata dopo un brutto incidente. Leggi il seguito di questo post »
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Pubblicato da giuseppepanella su maggio 4, 2012
Romanzo di formazione. Angelo Australi, L’usignolo di provincia, Firenze, Mauro Pagliai Editore, 2010
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di Giuseppe Panella*
L’usignolo di provincia è palesemente un romanzo di formazione cioè un Bildungsroman (come scrivono di solito i critici letterari che desiderano fare una più bella figura). Il titolo, oltretutto, riecheggia L’usignolo della Chiesa Cattolica di Pier Paolo Pasolini che è anch’esso un racconto di formazione in poesia e che culmina con la presa di coscienza delle contraddizioni esistenti nella società da parte dell’autore (La scoperta di Marx). Eppure tra la nutritissima schiera dei romanzi in cui viene raccontata la crescita e la maturazione di un personaggio che passa attraverso numerose e spesso terribili prove (ad esempio, la guerra partigiana come in Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino o la ridiscesa del fiume Congo da parte di Marlow alla ricerca di Kurz per “porre fine al suo comando” in Cuore di tenebra di Joseph Conrad – e questi due romanzi non vengono messi in rapporto a caso!) e questo breve testo narrativo di Angelo Australi c’è una differenza specifica che non esito a definire interessante. Spartaco è un ragazzino vivace e intelligente (e non potrebbe essere diversamente dato il suo nome di battesimo legato alla scomparsa repentina e improvvida del suo giovane zio).
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Pubblicato da monicamazzitelli su maggio 4, 2012

Devo premettere che nel corso degli anni dedicati al volontariato di lettura di inediti ho sviluppato un’allergia nei confronti di manoscritti il cui protagonista è un commissario di polizia (allergia doppia per quelli in cui il suddetto è alcolista e se la fa con una donna bellissima con tette enormi e occhi verdi, come di solito accade), e quindi ho cominciato questo romanzo con – come dire – alcuni pregiudizi. Presto svaniti, però, di fronte a una storia divertente e intelligente, con sfaccettature umane complesse e soprattutto una credibilissima rappresentazione dell’universo femminile. Non è poco, per me. Di solito i romanzieri, soprattutto se giallisti, dipingono donne improbabili, incoerenti, o troppo deboli o marziane, fumettistiche. Le due co-protagoniste di questo romanzo invece sono vere e interessanti.
Il plot è ricco, filmico, ambizioso perché coinvolge anche la repressione argentina, Borges, e persino Che Guevara, e pur presentando tutti i pregi (e anche qualche difetto) di una sceneggiatura, la scrittura tiene molto bene non solo nei dialoghi ma anche nelle parti narrative, dove le descrizioni dei luoghi e delle azioni è tridimensionale e di respiro. Anche grazie a questo (e non solo per la trama avvincente) la lettura procede spedita verso la conclusione che continua a “finire” per più capitoli, con le tessere – non solo dell’azione ma dell’affetto – che si ricompongono una ad una. Un libro molto carino, quindi, estivo ma non superficiale: piacevole con sostanza. Leggi il seguito di questo post »
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Pubblicato da giovanniag su maggio 2, 2012
di Saverio Bafaro
da Postpopuli.it
Marco Bini, classe 1984, è autore di Conoscenza del vento, edito da Ladolfi Editore. La silloge poetica ha vinto, nello scorso febbraio, la sezione ‘opera prima’ alla XXI edizione del Premio Letterario “Giuseppe Giusti”.
Il testo è autobiografico. Parte da un ritratto d’infanzia, quando giunge in regalo un atlante geografico, esperienza dalla quale Bini trae presto il senso “provvisorio” delle cose; procede con dei fotogrammi rubati alla sua giovinezza; si proietta infine, equipaggiato di incertezze, anche verso l’avvenire.
Troviamo delle buone riflessioni sul movimento e sul relativismo dello spazio e del tempo, il dinamismo di un veicolo su un’autostrada, ad esempio. Gli effetti della velocità hanno, tuttavia, anche un esito morale: a volte un macchinoso offuscamento, di sicuro un “pendolarismo esistenziale”: «caso mai compresso/ fiutassimo distinto l’odore di un altrove/ tra testa e destinazione, perché più nulla qui/ è rimasto che sia un qui./ Poi è lo stupore/ di scoprirsi inoffensivi.»
A pronunciare questi pensieri della post-modernità (e della sua non indolore consapevolezza) è un ‘Io’ che, come si può intravedere, cede il passo ad un ‘Noi’ collettivo. È, infatti, una sorta di inconscio collettivo – quello di coloro che sono nati negli anni Ottanta – ad affiorare dai versi di Marco Bini. Leggi il seguito di questo post »
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Pubblicato da giuseppepanella su aprile 30, 2012
L’amore ai tempi della Resistenza. Bert d’Arragon, La Libellula. Una storia di persone nella Resistenza, Pistoia, Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea nella Provincia di Pistoia, 2009
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di Giuseppe Panella*
Habent sua fata libelli – l’amore e la vita trionfano anche nel corso delle peggiori lotte fratricide e vanno molto al di là della morte. E’ quello che, in fondo, accade in questo romanzo dolceamaro e teneramente stretto nella morsa sempre esistente e sempre lancinante tra storia e cronaca, tra angoscia del ricordo e speranza nel futuro. E’ possibile mettere al primo posto l’amore quando regna la morte, quando il dolore e la sofferenza regnano incontrastati in un periodo storico in cui dei sentimenti dei molti non importava affatto ai pochi che, imponendo la loro tirannica volontà di potenza, li trasformano in armi di distruzione del sentire umano? Certamente sì – se si deve dare ragione a Bert d’Arragon e il suo romanzo di “persone” situato all’interno della dimensione storica, politica e morale di quel grande processo di trasformazione della società italiana che fu la Resistenza contro i tedeschi e i loro alleati fascisti. L’amore di cui si parla nel lungo romanzo di d’Arragon, tuttavia, è un amore diverso tra “diversi”, una passione omosessuale che non solo risulta condizionato dai pregiudizi e dalle convinzioni virilistiche dell’epoca mussoliana ma risulta difficile da accettare anche dalle coscienze di chi lo vive. Uno dei protagonisti del romanzo, infatti, Pietro Zorzelli, approderà alla fine a una relazione eterosessuale, al matrimonio e a una paternità tanto difficile quanto incompiuta nel suo compimento (del figlio e della sua vita non saprà praticamente nulla e il figlio non conoscerà altrettanto nulla del proprio padre tanto che finirà per odiarlo); l’altro, Giovanni Balzoni, musicista affermatosi poi come pianista a livello internazionale, passerà ad altri amori anche se non rinnegherà il suo primo legame affettivo e rimarrà deluso dagli altri. Il loro amore, tuttavia, durante il fascismo, costituisce di per sé un crimine contro la razza e la nazione:
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Pubblicato da giuseppepanella su aprile 23, 2012
Elegie per la vita che passa. Carlo Carabba, Canti dell’abbandono, Milano, Mondadori, 2011
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di Giuseppe Panella*
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“Un giorno sarò morto e intanto vivo” – con questa lucida e terribile affermazione si chiude l’esile ma significativo e pregnante mannello di poesie contenuto in Canti dell’abbandono, opera seconda di Carlo Carabba. Il volumetto è strutturalmente costituito da poche poesie che risultano, tuttavia, tutte dense di prospettive liriche da approfondire, tutte confortate dalla volontà di sondare il mistero della vita e delle sue premesse, tutte fondate su una dimensione pensosa e, nello stesso tempo, coraggiosamente protesa allo sforzo di comprendere e di salvare ciò che resta dopo quello che il poeta definisce il possibile trauma dell’”abbandono”.
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Pubblicato da francesco sasso su aprile 18, 2012
Ippolito Nievo nella magnifica Palermo. Una questione geografica della storia. Paolo Ruffilli, L’isola e il sogno
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di Giovanni Inzerillo
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Dopo vent’anni dalla prima biografia pubblicata per i tipi della Camunia col sottotitolo Orfeo tra gli Argonauti e in occasione dei centocinquant’anni dell’Unità d’Italia, Paolo Ruffilli, sempre più affascinato dalla prosa, torna a scrivere su Ippolito Nievo, la cui controversa figura di eroe della storia e di letterato continua ad affascinare e far discutere. Ruffilli, che già nel 1991 aveva quindi tracciato una breve ma ricca biografia dell’eroe garibaldino morto nemmeno trentenne, corredata inoltre da un’appendice critica dei lavori letterari di Nievo, dai più ai meno noti (a parte le celebri Confessioni, si ricordano pure Antiafrodisiaco per l’amor platonico, Angelo di bontà, Il conte pecoraio – solo per citare alcuni romanzi), torna a insistere su un personaggio e su un periodo storico a lui caro come testimoniano, dello stesso autore, le curatele alle Confessioni e a un’antologia di scrittori garibaldini.
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Pubblicato da giovanniag su aprile 16, 2012
Recensione e intervista di Giovanni Agnoloni
Da Postpopuli.it
Un racconto lungo, Due mondi di Francesco Verso, nuova pubblicazione di Kipple Officina Libraria, disponibile anche in lingua inglese (con il titolo di Two Worlds). Un felice tentativo di coniugare fantasy e fantascienza, per affrontare un tema – la crisi ecologica del pianeta – assolutamente attuale.
Una crisi climatica globale ha determinato l’innalzamento del livello dei mari, e le profonde trasformazioni del mondo si sono estese anche al genere umano, evolutosi in due distinte specie: Acquamanti e Aeromanti. I primi vivono sotto la superficie dei mari, i secondi sulle alte vette. Uno di loro, una giovane Aeromante, si spinge più in là di tutti i suoi simili, volando sull’oceano per compiere una missione fondamentale per il destino del mondo: raggiungere la Torre dei Semi, luogo remoto dove sono conservate delle sementi che devono servire a salvare la vita vegetale del pianeta. Ma crolla, stremata, fino a essere raccolta e soccorsa dagli Acquamanti, a cui chiederà aiuto per raggiungere il suo scopo.
Lo stile di Francesco Verso è semplice, come nelle fiabe più asciutte ed essenziali, in cui il significato emerge diretto, senza fronzoli. Accurato nelle spiegazioni delle dinamiche planetarie e suggestivo nella caratterizzazione degli ambienti, lo scrittore già Premio Urania per il romanzo E-DOLL ci offre qui un esempio di come la future fiction vada decisamente oltre le barriere di genere, in nome di una valorizzazione dei temi e delle ambientazioni. Leggi il seguito di questo post »
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Pubblicato da giuseppepanella su aprile 13, 2012
La Sicilia, il mio sangue. Salvo Toscano, Sangue del mio sangue, Palermo, Dario Flaccovio, 2009
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di Giuseppe Panella*
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Sangue del mio sangue, terzo episodio della saga dei fratelli Corsaro (dopo Ultimo appello del 2005 e L’enigma Barabba del 2006), coniuga polemica e rabbia nei confronti dei guasti commessi dalla casta politica di una Sicilia mafiosa e corrotta con una serie di variazioni sul tema dei rapporti tra fratelli nemici e l’”un contro l’altro armati” (ma che, alla fine, comunque, si riconcilieranno e torneranno felicemente a frequentarsi). I due fratelli Corsaro non potrebbero essere più diversi l’uno dall’altro. Roberto, avvocato rigoroso e innamorato della moglie che gli darà un secondo figlio nel corso della vicenda ma fortemente ipocondriaco e tendente a ricadere in abitudini noiose e poco stimolanti e Fabrizio, giornalista appassionato e incostante, con un folto carnet di conquiste femminili al suo attivo, sono in rotta e si frequentano il meno possibile (lo zio fa il suo dovere andando a trovare la nipotina Rebecca ma niente di più). In passato, i due fratelli erano stati assai più vicini di come sarebbe accaduto in seguito e avevano condiviso per molti anni la passione per gli stessi eroi e per gli stessi oggetti di culto (sarà, infatti, un film miticamente trash, Lo chiamavano Trinità di Enzo Barboni- E. B. Clucher con la coppia ormai leggendaria Terence Hill – Bud Spencer, a produrre l’effetto del necessario happy end che condurrà alla riconciliazione fraterna). Poi Nicasio Prestipino, capo dell’ufficio tecnico di Castelferro (ridente quanto immaginario paese sulle Madonie) viene assassinato. E qui comincia tutto:
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Pubblicato da Giovanni Nuscis su aprile 7, 2012

Come lava la scrittura di Luca Bonaguidi fissa un paesaggio emozionale e umorale nel tempo – il suo, anagrafico, interiore, e il nostro - in cui tutto muta vorticosamente, e tutto, istante dopo istante, è già passato. La scrittura, con la vita che ingloba e rattiene, è presto concrezione; la sua lettura, anzitempo, archeologia. Nell’“ostinata propensione” per dirla col prefatore “ a mantener viva la memoria.” Leggi il seguito di questo post »
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Pubblicato da mmagliani su aprile 4, 2012
Recensione di Marino Magliani

La copertina di questo libro è una chiave di lettura; non importa se in realtà è una copertina alla quale manca proprio la chiave. Anzi, è molto importante che la chiave non sia al suo posto. Perché nel romanzo di Fabio Bussotti (Il cameriere di Borges, Perdisa pop, 2012) le cose si vedono così, come dal buco di una serratura. Si vedono di rapina. Non siamo a teatro, malgrado l’autore sia un gran nome del palco. Ma stiamo passando per una strada e una scena all’interno di una casa (minima; un vecchio che si prepara il caffellatte) cattura la nostra attenzione e ci blocca. Allora guardiamo attraverso i vetri, con quel senso di colpevolezza e di complicità. Oppure quella che guardiamo è una scena nient’affatto minima, è piuttosto un pezzo di storia, e noi siamo lì, tanti anni fa, in una foresta andina e umida, assieme a un uomo che ascolta il rantolo di un altro uomo che è diventato un’icona del nostro tempo. Leggi il seguito di questo post »
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Pubblicato da giuseppepanella su aprile 4, 2012
Cantico della solitudine. Francesco Bargellini, Dresda, con una premessa di Fabio Flego, Viareggio (Lucca), Pezzini Editore, 2011
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di Giuseppe Panella*
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Sono il vuoto, la solitudine, l’abbandono le Muse che presiedono alle operazioni di scrittura del quinto volumetto di versi del giovane poeta di Pistoia. Anche se la disperazione sembrerebbe avvolgere la sua lirica di una sorta di funereo manto, il sentimento che la salva è, alla fine, un’ironia di grana fine che lo porta a privilegiare i momenti di riflessione amara e desolata ma sostanziale sulla sua vita e sul mondo che lo circonda. La stessa Solitudine presa come punto di partenza esistenziale viene, alla fine, personificata e trasformata in un personaggio in cerca d’autore:
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Pubblicato da lapoesiaelospirito su aprile 3, 2012

La bibliografia su Fabrizio De André (1940-1999) inizia ad arricchirsi in maniera quasi abnorme, dal punto di vista quantivativo, solo dopo la morte del grande cantautore ligure: da allora a oggi (e passano esattamente tredici anni) i volumi sull’arte del folksinger di scuola genovese si specializzano anche nel descrivere o analizzare momenti particolarissimi, riguardanti soprattutto gli aspetti della vita pubblica e privata e quelli legati al contenuto delle canzoni. In mezzo a tante belle biografie e a ottimi esempi di disamine critiche sulle ascendenze letterarie, religiose, ideologiche del geniale Faber, mancava un libro come questo, opera congiunta di un dottorando in musicologia e di una ricercatrice in studi italianistici. I due si sono per così dire suddivisi le parti: al primo l’esegesi dei testi lirici, alla seconda la lettura al pentagramma delle note che accompagnano brani memorabili (centotrenta in tutto quelli ufficiali, ossia pubblicati su disco in vita con approvazione dell’Autore). Il libro però è solo una sintesi, ovvero un buon manuale di come dovrebbe essere trattata l’opera omnia di un cantautore: e non a caso inaugura assieme ai volumi su Bob Dylan e Paolo Conte la sottocollana “La canzone d’autore fra musica e poesia” diretta da Stefano La Via nell’ambito dei celebri Quality Paperbacks dell’editore romano. Insomma Fabrizio De André. Cantastorie fra parole e musica mostra come va fatto un libro con pretese anche didattiche per la conoscenza e lo studio di un fenomeno, quello dei cantautori, dove il linguaggio verbale-poetico e quello sonoro-musicale non vanno mai disgiunti. Leggi il seguito di questo post »
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Pubblicato da giorgiomorale su aprile 3, 2012

Pietas per l’Occidente
di Giovanna Mozzillo
L’Occidente e parole di Marina Torossi Tevini: una raccolta di racconti scanditi da continui interrogativi, interrogativi a cui l’autrice si impegna a dare risposta attraverso un inesausto spasmodico sforzo di indagine e riflessione. Uno sforzo in cui ella riesce a coinvolgere a pieno il lettore, dal quale è come se si facesse scortare passo dopo passo attraverso il processo conoscitivo e lungo l’avventuroso percorso che dovrebbe condurci a decifrare il mistero della condizione umana. Leggi il seguito di questo post »
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Pubblicato da giuseppepanella su marzo 30, 2012
Almeja che visse due volte. Marino Magliani, La spiaggia dei cani romantici, Milano, Instar Libri, 2010
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di Giuseppe Panella*
«Life is as tedious as a twice-told tale, / Vexing the dull ear of a drowsy man»
(William Shakespeare, The Life and Death of King John)
La spiaggia dei cani romantici è, in prima istanza, un omaggio alla poesia di Roberto Bolaño (Los perros romanticos è una raccolta di poesie del 2000 dello scrittore cileno ancora inedita in Italia). Ma della scrittura di Bolaño, così volutamente complessa e così piena di echi letterariamente esibiti e voluti (giusta la lezione compositiva di Jorge Luis Borges), il romanzo di Marino Magliani non ha molto. Va detto, però, che la scrittura volutamente serrata e discorsiva dello scrittore di Imperia nasconde una strategia di narrazioni e di intrecci di echi letterari molto più fitta e molto più culturalmente mossa di quanto sia confessabile a una prima lettura. La storia stessa di Almeja, ad esempio, rivela un intreccio di riferimenti che va al di là del puro e semplice aneddoto. La storia di Wakefield, protagonista di uno dei più noti e più bei racconti di Nathaniel Hawthorne ed eroe eponimo del testo contenuto nei Twice-Told Tales del 1837-1842, ricorda molto quello che capiterà al giovane Luis Enrique Dronero detto Almeja (cioè vongola) per la sua mancanza di collo e che lui vorrà coscientemente che gli accada, per delusione circa il suo destino (la donna che lo aveva seguito da Lincoln in Argentina fino a Bastieto in provincia di Imperia lo abbandonerà per andare a vivere con il cugino Ferruccio che li aveva ospitati nella sua casa) e per volontà di disincantamento nei confronti delle proprie possibilità di vivere nel mondo. Come racconta con precisione Borges in Altre inquisizioni (una raccolta di racconti che sia Bolaño che Magliani conoscono assai bene):
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