La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

  • Lpels è un blog collettivo di letteratura e società, democratico, aperto, progressista, sensibile a ogni istanza di rinnovamento culturale, sociale, economico e politico; come tale intende presentarsi all'esterno. La redazione si propone, in questo senso, di vigilare affinché i contenuti non presentino derive reazionarie e integraliste, il tutto nel massimo rispetto della persona e dell'alterità, in un'accoglienza della diversità che non degeneri mai in complicità, acquiescenza o qualunquismo. Con questi criteri, aspira a essere una presenza efficace nel panorama culturale italiano e possibilmente uno strumento di cambiamento e di trasformazione delle strutture di potere, spesso ingiuste e indegne dei valori umani in cui la persona si riconosce in ogni spazio e in ogni tempo, al di là di fedi, credenze e tessere politiche.

Archivio per la categoria ‘Roberto Plevano’

Parlare di politica?

Pubblicato da robertoplevano su aprile 29, 2012

di Roberto Plevano

La politica. La politica. Mah. Non so da quanti anni evito, sgattaiolando via come un furetto, qualsiasi discussione di e sulla politica. Più o meno dal periodo in cui non ho più visto nulla, nell’offerta politica del mio paese, almeno remotamente congruente con la mia sensibilità, i miei desideri, le mie idee, le mie aspirazioni, le speranze per me e per i miei figli.

Dovessi pensare a un partito, a un raggruppamento a cui affidare il voto, me ne viene in mente solo uno. Eccolo: il Partito della Costituzione Italiana, Costituzione che da sola è un impegnativo programma di governo a breve, medio, lungo periodo. Non c’è davvero bisogno di aggiungere altro. La Costituzione però è stata, senza tema di smentite, la legge più disattesa della storia dell’Italia repubblicana. E questo partito non si può votare, perché non c’è. Ci dovrebbe essere, ma non c’è. Qualcuno dovrebbe fondarlo.
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Theodoros Angelopoulos (Θόδωρος Αγγελόπουλος), regista e poeta, 1935-2012

Pubblicato da robertoplevano su gennaio 25, 2012




Theo Angelopoulos viene oggi ricordato come un regista cinematografico apprezzato e premiato. 1977: Orso d’oro a Berlino per I cacciatori, 1988: Leone d’Argento al Festival del cinema di Venezia per Paesaggio nella nebbia, 1998: Palma d’oro a Cannes per L’eternità e un giorno.

Angelopoulos è stato in realtà uno dei pochissimi autori la cui arte abbia travalicato i limiti stessi del linguaggio cinematografico. Il suo è stato un lavoro epico, lirico, in una parola tragico, che ha fatto rivivere il cuore stesso della civiltà greca, inizio dell’identità di questa turgida parte di mondo che chiamiamo occidentale. Il suo è stato uno sguardo lucido e spietato, mai cinico, carico di pietas per tutti gli esseri umani.

Tutti, davvero tutti i suoi quattordici film consegnano immagini potentissime. Noi spettatori (termine inadeguato) siamo catturati in un ritmo, in una scansione narrativa che riproduce il passaggio delle stagioni naturali e umane, e il tempo del dolore.

La sublime ironia del miliziano fascista che si spoglia di fronte all’attrice, rimane nudo dimenticandosi i calzini, e si vergogna allora del suo piccolo sesso. L’intollerabile intensità del piano sequenza fisso sul telone chiuso di un camion fermo sul ciglio della strada: sappiamo che un fatto orribile si sta consumando dietro il telone, ma da lì emerge una bimba seria che pare aver accettato l’oltraggio come un sanguinoso e inevitabile rito di passaggio, ed è questo il vero dramma. Bosnia, urla e spari nella nebbia, nei Balcani le persone scompaiono quando il paesaggio si offusca. Al posto di frontiera un bambino senza famiglia corre e si rifugia tra le braccia aperte di uno sconosciuto. Lo spettatore non si limita ad assistere, ma viene pro-vocato, deve completare le storie con la sua più personale immaginazione.

Ecco, forse il cinema, se è ottava arte, non può davvero aspirare a niente di meglio.

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La volpe e il vasaio

Pubblicato da robertoplevano su dicembre 4, 2011


Avvenne che un giorno il vasaio si apprestò a foggiare una nuova forma. Pose sulla ruota una massa di terra grassa, pesante di umidità, screziata del colore del sole e della luna, gli astri più prossimi. Mescolò in quella pasta alcune scaglie del corno dell’ariete, poche manciate di grano, e prese a premere, appiattire, maneggiare, girare, rigirare, livellare, appuntire e arrotondare. La materia così plasmata fu dapprima difficile da modellare e non riteneva le fattezze appena impresse dal vasaio, ma le mani continuarono il lavoro: con lo sputo per ammorbidire le parti secche, con il soffio per rinsecchire le parti troppo umide. La nuova forma venne finalmente a essere secondo le intenzioni del vasaio.
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Fernando Bandini, La ciupinara

Pubblicato da robertoplevano su ottobre 5, 2011

Una poesia in dialetto vicentino, una cantilena che sgomenta e confonde. Siamo assai lontani dalla tradizione poetica di temi lirico-naturalistici o da quelle di ordinate metafore. La talpa è la sonda che penetra nelle terre dei morti e delle cose del mondo di sotto, il suo scavare fruga e scompiglia i campi del lavoro e degli amori dei viventi, lei stessa una bizzarria cieca e folle della natura.

La ciupinara

Xe quando el cincibín dal cao celeste
va in volta par le siése
in serca de pomèle de l’otuno passà,

o ’l beca i buti
de l’albaro drío casa dove i fiori
∫a i se insogna de èssare sirese;

quando che liparéte
putèle se desmíssia
e piene de morbín le fa sitare
el basavéjo;
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Padiglione Italia. 54a Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia

Pubblicato da robertoplevano su giugno 8, 2011

di
Roberto Plevano




Il tema campeggia ripetuto nelle insegne al neon nelle grandi sale dell’Arsenale, L’Arte non è cosa nostra, motivo conduttore del Padiglione Italia all’Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia. È un doppio senso che non impressiona per sottigliezza.

Quest’anno l’allestimento del Padiglione italiano coincide con le celebrazioni del centocinquantenario dell’unità nazionale. Ghiotta occasione per un bilancio, un check-up, un rendiconto, una qualche riflessione sulle esperienze artistiche italiane del nuovo millennio. Con qualche ambizione e coraggio intellettuale, la curatela del padiglione nazionale potrebbe stimolare una proposta di sintesi, individuare delle linee di indirizzo, suggerire percorsi, avvicinare il futuro… in soldoni, definire un’estetica attuale tra individuo e società, tra pratica dell’arte e realtà. E contribuire così all’interpretazione dell’elusiva identità nazionale.

Bene, nulla di tutto questo si offre tra le sale e il giardino del Padiglione Italia.
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Vivalascuola. Arrivano i buoni

Pubblicato da vivalascuola su maggio 9, 2011

Docenti comunisti che inculcano agli studenti valori contrari a quelli delle famiglie, libri di Storia faziosi che denigrano il premier… Andiamo a vedere cosa succede in una regione dove governano i buoni: ad esempio il Veneto.

Come falsificare la Storia e distruggere un tessuto civile: il caso Veneto
di Roberto Plevano

Partiamo dai programmi di Storia: davvero le foibe non sono mai esistite?

I programmi di storia dell’ultimo anno delle scuole superiori comprendono i drammi e gli interrogativi del confine orientale nel Novecento: la tragedia delle foibe e dell’espatrio di tanti Giuliani, checché ne dica Mario Giordano (il Giornale del 28 febbraio 2011, lo stesso numero che offre ai suoi lettori il “testamento politico” di Mussolini). Leggi il seguito di questo post »

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9. Appendice. Fabricii Elementatio Theologica.

Pubblicato da robertoplevano su marzo 17, 2011

Com’era costume al tempo delle prime compilazioni di indagine dottrinaria sugli attori nelle scholae cittadine, il frammento di cronaca sulla vita del borgo di San Pietro e sui cosiddetti Fabriciani è accompagnato da un foglio aggiunto, che pare di redazione anteriore alla trascrizione secentesca del manoscritto. Se ne dà qui la traduzione.

Et hic incipit Fabricii Elementatio Theologica. (con le note del censore)

Fabricius diceva che noi donne e uomini siamo figli di Dio in senso figurato, al modo in cui un autore crea i personaggi del suo romanzo, solo che nemmeno Dio sa perfettamente cosa faranno i suoi figli , così come un autore non sa perfettamente come si svilupperà l’intreccio, se qualche personaggio finirà per fare qualcosa di imprevisto, o la necessità della narrazione condurrà lo stesso autore in terra incognita.
Et hoc, se non è accompagnata da corrette spiegazioni, videtur heretica locutio.
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8. Sequente anno Domini fuit hyemps aspera et orribilis…

Pubblicato da robertoplevano su marzo 15, 2011

E benché molti ormai andassero a cercare Fabricius, quando la sua reputazione si diffuse nella Marca come le rondini in primavera (insieme, bisogna dire, alle maldicenze, che come le male erbe sono impossibili da estirpare), egli non chiedeva i natali a chi gli si avvicinava, né luogo di nascita, né mestiere, né stato. Dopo però alcune cattive esperienze, da lui scherzosamente definite “bidonate” (dal nome che al Nord della Francia danno al vaso che contiene il vino per una compagnia di dieci: e il vino pare sufficiente e non basta mai), pretendeva a chi volesse accompagnarsi a lui di raccontare prima una storia, non importa se di vicenda effettivamente vissuta, o fabbricata lì per lì. Tanto bastava a smascherare coloro che non erano puri di cuore, o nascondevano seconde intenzioni, fini inconfessabili, o volevano appropriarsi delle elemosine per i veri poveri, o soltanto riempirsi la pancia di pane e vino e andarsene via gonfi come galline all’ingrasso. Fabricius capiva il materiale delle storie, da dove esse venivano, e da dove veramente proveniva chi quelle storie portava in giro. Perché le storie possono essere fantasiose e irreali come sogni, ma non per questo essere meno autentiche; mentre anche le storie in apparenza realistiche possono nascere dalla frode e nascondere un raggiro. Soltanto chi sa che la vita è una storia può delle storie vedere le insidie. Ma chi racconta storie autentiche crea narrazioni, insegna agli uomini a pensare a se stessi senza indulgenza o compiacimento, come fanno i bambini. Insegna agli uomini a pensare se stessi. Ecco perché il novelliere, se sincero, è vicino all’arte di Dio, che detta il racconto che nessun uomo da solo sarà mai in grado di scrivere.
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7. Sequente anno Domini fuit hyemps aspera et orribilis…

Pubblicato da robertoplevano su marzo 13, 2011

A questo punto dell’infervorata orazione, due ospiti dello xenodochio si erano fatti vicini al gruppo dei Fabriciani, al cui centro convenientemente Fabricius stava, e si rivelarono fratelli dell’ordine dei Minori, giunti in civitatem Civetiensem il giorno prima senza mostrare apertamente in pubblico il loro stato.

«Sora nostra Morte corporale, da la quale nullu omo vivente po’ skappare! Laudata sia sora nostra Morte corporale, da la quale nullu omo vivente po’ skappare!» proruppero i due all’unisono, urlando e interrompendo il discorso col quale Fabricius inciviliva gli amici. Egli non si era accorto del loro arrivo, e con gli occhi interrogò i poetici spirituali (o spiritali della poetica), dei quali nessuno conosceva i nuovi venuti. Allora egli giunse insieme le punta delle dita della mano destra con un curioso movimento oscillatorio dall’alto in basso e dal basso in alto, e mormorò «Anvedi i fratoni! Ma che stanno a di’ questi? Chi so’? Che vonno?» (gli spirituali tutti dissero con una voce «Boh!»), e si rivolse ai Minori con queste parole: «A fra’! Morte corporale tu sorella!». Presso i Fabriciani infatti la morte era constatata e accettata, nella giusta misura delle cose ineluttabili, ma tenuta per sorella e benvenuta… no, non era proprio il caso. Leggi il seguito di questo post »

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6. Sequente anno Domini fuit hyemps aspera et orribilis…

Pubblicato da robertoplevano su marzo 11, 2011

Certo è che non alla diligenza degli uomini, ma alla Provvidenza benefica di Dio si deve attribuire il gran beneficio di conservarci nell’integrità del nostro essere, e immuni dalle pestilenze e da altri flagelli. E invero taluni dei poetici dello spirito (o spiriti poetici) poco si adoperavano per dare segni certi di una sicura destinazione nella patria celeste. Parevano piuttosto presi al diletto e al divertimento più che alla penitenza, a raccontarsi storielle, a scoppi di risa, a passarsi tra loro qualche fiasca di quello buono, a trascorrere le giornate in confronti e tenzoni di versi e novelle. Tale attitudine appariva agli occhi della gente del borgo propria di una brigata gioconda, non di scuola poetica, e fece sì che i poeti spiritistici (o spiriti poetici) incontrassero subito l’appellativo di Fabriciani, come coloro che tenevano su e, da homines fabri, rinforzavano lo spirito di Fabricius. O così i Fabriciani pensavano di sé.

I Fabriciani non erano tenuti per homines litterati. Non erano cercati dal comune cittadino per comporre discorsi di feste e celebrazioni. Raramente ricevevano inviti nelle corti dei signori, presso i de Bragancio, nei castelli in Este, in Baxano, in Aslo, in Cornuta, presso i Conti, ad allietare mense, nascite e sposalizi: Leggi il seguito di questo post »

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5. Sequente anno Domini fuit hyemps aspera et orribilis…

Pubblicato da robertoplevano su marzo 9, 2011

Trascorsi alcuni giorni, il presbyter Fabricius diede mandato agli economi dello xenodochio di cercare un magister grammatice per istituire una scuola in San Pietro, perché, diceva, ai poveri non sia tolta l’occasione di migliorarsi. Gli economi cercarono a lungo e e fatica, perché già alcune scuole di grammatica e retorica erano aperte in Cattedrale e presso le case di alcuni maestri, e pareva che nessuno fosse interessato a prestare opera in cambio di un piatto caldo e ospitalità per la notte. Quando gli economi annunciarono accordi con tre artium periti per stabilire la scelta definitiva, Fabricius comunicò che la scelta era oramai stata da lui fatta, e il clericus Iosephus, già magister artium nello studium in Patavia, entrò nello xenodochio. Né costui si limitò a insegnare a coloro che mai prima di allora avevano preso in mano un calamo invece di una zappa, un bastone di corniolo, un martello.
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4. Sequente anno Domini fuit hyemps aspera et orribilis…

Pubblicato da robertoplevano su marzo 6, 2011

In seguito l’autorità di Fabricius venne riconosciuta senza investitura da tutta il popolo del borgo. Più volte veniva chiamato quando si trattava una causa, tanto di carattere civile come ecclesiastico, prima che i magistrati del Comune o il vescovo Manfredo fossero informati. Egli udiva pazientemente allegationes et querelae delle due parti, e terminate le esposizioni dei casi, chiedeva alla folla che assisteva, letterati e illetterati, uomini colti e ignoranti, quid iuris sit, che cosa fosse la cosa giusta. Tuttavia, la sua sentenza non era emanata in base al responso popolare, poiché Fabricius decideva comunque ciò che era per lui la cosa giusta interrogando sempre il suo cuore e la sua intelligenza, e alcuni osservavano che spesso, chiamato a sentenziare, egli poneva una mano dietro la schiena, incrociando in modo curioso l’indice e medio. Spiegava poi al popolo perché, nel caso, la sua sentenza differiva da quella espressa per acclamazione. Leggi il seguito di questo post »

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3. Sequente anno Domini fuit hyemps aspera et orribilis…

Pubblicato da robertoplevano su marzo 4, 2011

Ora appunto in quei giorni aveva il venerabile vescovo Manfredo inviato un giovane presbyter per l’ammonimento e la cura delle anime dei conversi di San Pietro. Presto si seppe allora che il nuovo presbyter usciva ogni giorno dallo hospitale e visitava ogni persona del popolo del borgo. Parlava con tutti, senza distinzione di stato, di mestiere, di chiesa, e da tutti era stato preso a benvolere, perché con tutti non usava lo zelo del convertire, né la curiosità del confessore, ma la piacevolezza dell’amico.

Si diceva che Fabricius (questo era il nome con cui tutti chiamavano il presbyter) in un giorno di penuria avesse raccolto tutto le biade delle decime e le avesse divise non già soltanto con i pellegrini assistiti nello xenodochio, ma tra i poveri e gli infermi del borgo. Questo fatto attirò una gran folla intorno allo xenodochio il giorno seguente, e tutti presero a gridare «Giustizia! Giustizia! Biade per tutti!» con molta forza, perché erano tutti ben nutriti e mancavano non di pane nelle case, ma di dignità e decoro nei loro cuori. E non mancarono tra essi praedones et diversi generis malefactores et culpabiles pauperes. Leggi il seguito di questo post »

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2. Sequente anno Domini fuit hyemps aspera et orribilis…

Pubblicato da robertoplevano su marzo 3, 2011

Sulla strada già da alcuni anni si era stabilita una congregazione di conversi, forse sotto la regola di San Agostino (ma di questo nessuno era certo), che faceva opere di penitenza e di misericordia verso i pellegrini che venivano a piedi da Levante o sbarcavano dal fiume provenienti da San Marco. Ai conversi era affidato lo xenodochio di San Pietro, che offriva un pane, una zuppa, un letto, una buona parola, a chi aveva bisogno di riposo e cure. La congregazione, confermata nei suoi obblighi dal privilegio del vescovo Manfredo, a cui tutti dovevano obbedienza e fedeltà, animava la vita della pieve, e tuttavia per molto tempo era rimasta senza una guida residente, un presbyter ad essa assegnato.
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1. Sequente anno Domini fuit hyemps aspera et orribilis…

Pubblicato da robertoplevano su febbraio 27, 2011

La cronaca anonima Sequente anno Domini

Si dà qui notizia del ritrovamento di una cronaca redatta verosimilmente attorno alla metà del XIII secolo, conservata, purtroppo non integralmente (mancano i primi fogli con l’incipit e la parte conclusiva), in una trascrizione secentesca, nel fondo cartaceo di un archivio privato, che si intende mantenere di difficile accesso. Le indagini iniziate per attestarne l’autenticità, necessario corredo di ogni ricognizione documentale, sono state interrotte a causa della pesantissima riduzione dei finanziamenti dovuti a ricerca e istruzione. Della cronaca, scritta in cattivo latino notarile e manco a dirlo anonima (a giudicare dal linguaggio, l’autore è probabilmente un chierico poco itinerante, di cultura medio-bassa, che ha visto giorni migliori), ho curato una prima traduzione. Trito stratagemma. Guarda te se uno deve buttar via il suo tempo in questo modo…

*** *** ***


Sequente anno Domini [lacuna] fuit hyemps aspera et orribilis, ita quod nivis et frigoris superfluitate insolita mortue sunt vinee, olive, ficus et alie multe arbores fructifere. Eodem anno, pestis secuta est avium, et precipue pullum, caprarum asinarum equorum et multarum utilium bestiarum…


Nel successivo anno del Signore… ci fu un inverno rigido e terribile. tanto che per gelo e straordinaria abbondanza di neve morirono viti, ulivi, fichi, e si schiantarono molti altri alberi da frutto. Nello stesso anno, scoppiò una pestilenza di uccelli, soprattutto di polli, e di molti altri animali sì necessari all’uomo: pecore, asine, cavalli.

Le acque intorno a Vinegia ghiacciarono, e tutta la laguna fu a tal punto indurita che barche e navigli si incastrarono, e chiunque poteva recarsi dalla terraferma fino in San Marco a piedi, o a cavallo, se era cavallo così veloce da fuggire la peste.
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I custodi del Talismano di Valter Binaghi. Altra recensione

Pubblicato da robertoplevano su gennaio 21, 2011

Scopro con piacere che il romanzo di Valter Binaghi, I custodi del talismano (in vendita anche qui), ha trovato finalmente casa editrice (Sottovoce edizioni, 2010).

Ho avuto la fortuna di leggerlo ancora inedito alcuni anni fa e ne ho scritto una scheda/recensione. Credo che sia un romanzo che merita attenzione e (perché no?) buona sorte, perché è un lavoro serio, ben fatto, appassionante da leggere, opera di un bravo artigiano di storie.

  ***

I custodi del talismano ha tema e impianto di romanzo storico, ma in esso la narrazione si eleva a consapevole meditazione sull’aura dell’oggetto simbolico, sul significato del conoscere e sulla difficile trasmissione della cultura (nel senso di sapienza) attraverso gli uomini e i tempi, e del suo intrecciarsi con la Storia. L’autore giostra con perizia attraverso i molti piani di lettura dell’opera, ed è capace di dispiegarli senza appesantire il testo, anzi arricchendo di senso un intreccio narrativo serrato, ben scritto, avvincente, divertente nel senso pieno della parola, a tratti entusiasmante.
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«Non c’è pace per gli empi», dice il mio Dio (Isaia 57:21)

Pubblicato da robertoplevano su luglio 19, 2010


Guido Reni, Susanna e i vecchioni (Auckland, City Art Gallery)

Arrivammo appena in tempo su in paese, stipando all’inverosimile due SUV e una Golf, quattordici tornanti in salita fatti a velocità di ciclista stanco, che se no gli ammortizzatori toccano il fondo corsa e le gomme grattano il parafango.

Arrivammo appena appena in tempo per quello che ci aspettava: la cena in piazza preparata per l’evento dall’Agenzia turistica, le premiazioni, i discorsi, e il clou, la presentazione del torneo triangolare a inaugurare il nuovo campo, e delle due squadre ospiti. «Ai massimi livelli europei!», avrebbe detto il sindaco al microfono, e giù applausi su di noi, schierati in piedi e in divisa sociale e le facce ebeti dietro bottiglie svuotate e avanzi di dessert, magari sotto i fari della TV locale. Leggi il seguito di questo post »

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This Wheel’s on Fire, Bob Dylan and the Band

Pubblicato da robertoplevano su giugno 16, 2010

È una vicenda piuttosto nota, ci sono articoli e interi libri sugli indispensabili nastri magnetici dallo scantinato, incisi alla meno peggio con due mixer stereo a valvole Altec, un set di microfoni da studio Neumann recuperati dopo una tournee di Peter, Paul and Mary, il trio vocale folk così di successo in quegli anni, e soprattutto il fidato registratore a bobine Uher usato nel tour del 1966.

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Un tipo da montagna

Pubblicato da robertoplevano su giugno 4, 2010

Ci avviammo lungo un sentiero che s’inoltrava nella pineta. Andavamo alla spiaggia nascosta, l’ultima con un accesso difficile, o non proprio alla portata di tutti (ma alla nostra sì…), e lì non avremmo trovato bambini, ombrelloni, borse e carrelli. Siamo gente essenziale: lasciata la macchina sulla strada in alto, con noi solo un leggero ricambio e un telo da stendere sui ciottoli. Accesso difficile e rischioso, ma non è un fastidio, è quasi un piacere. Nostra è la costa, e tutti gli anfratti e pareti (così supponiamo). Con il caldo e le giornate lunghe si va, ci si arrampica, si discende per gli scogli taglienti, a picco sul mare, ci spinge il desiderio di stare al sole come le lucertole, ferme finché c’è quiete, per l’intero pomeriggio. Certo, la gente arriva comunque, col gommone, colla barca… non sono mai tanti, era ancora presto per la stagione.

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Scaricamenti

Pubblicato da robertoplevano su febbraio 19, 2010


Ieri sera Settembrino (personaggio talmente immaginario… Leggi il seguito di questo post »

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