Joris-Karl Huysmans non è solo l’autore di À rebours, manifesto del Decadentismo, e di Sac au dos, uno dei testi-chiave del Naturalismo. A più di un secolo dalla morte la sua fama, a dispetto di certe previsioni affrettate, non solo non diminuisce ma addirittura cresce, e mentre le sue opere più conosciute continuano ad essere ristampate, le altre vengono via via tradotte e proposte al grande pubblico.
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PUBLIO VIRGILIO MARONE E L’ENEIDE: LA TRADUZIONE DI ALESSANDRO FO
Intervista di Duccio Rossi
Alessandro Fo (Legnano, 8 febbraio 1955) è professore ordinario di Letteratura latina presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Ateneo senese. La sua ultima fatica editoriale, edita da Einaudi, è Publio Virgilio Marone, Eneide. Traduzione a cura di Alessandro Fo. Note di Filomena Giannotti (Nuova Universale Einaudi, 2012). Un lungo lavoro di traduzione poetica che ha visto la luce nell’ottobre dello scorso anno. Fo ha pubblicato anche edizioni tradotte e annotate di Rutilio Namaziano (Il ritorno, Einaudi, Torino 1992, 19942) e di Apuleio (Le metamorfosi, Frassinelli, Milano 2002; Einaudi, Torino 2010). Le sue principali raccolte di poesie sono Otto febbraio (Scheiwiller, Milano 1995), Giorni di scuola (Edimond, Città di Castello 2000), Piccole poesie per banconote (Pagliai Polistampa, Firenze 1° gennaio 2002), Corpuscolo (Einaudi, Torino 2004), Vecchi filmati (Manni, Lecce 2006). Per Einaudi ha curato anche l’antologia di Angelo Maria Ripellino Poesie. Dalle raccolte e dagli inediti (1990), con Antonio Pane e Claudio Vela e, in seguito, la ripubblicazione delle tre raccolte einaudiane di Ripellino, Notizie dal diluvio, Sinfonietta, Lo splendido violino verde (2007).
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Professor Alessandro Fo, da dove prende inizio un lavoro immane come quello che conduce ad una traduzione poetica dell’Eneide di Virgilio?
Naturalmente, in quanto cultore delle lettere latine, nutro per Virgilio un antico amore. Quando decisi di studiare lettere classiche e, alla Sapienza di Roma, mi accostai ai primi programmi d’esame, erano ancora i tempi in cui la ‘parte generale’ di una annualità comprendeva la traduzione di ben sei libri dell’Eneide (gli altri sei erano in agguato per la biennalizzazione). E lì, o imparavi il latino, o soccombevi sotto l’ardua impresa. Io mi aiutai con i ‘traduttori’ interlineari, e si può dire che sia stato in quella occasione che ho potuto consolidare la mia conoscenza della lingua. Ma non mi sarei mai sognato neanche oggi, pur con più di vent’anni d’insegnamento sulle spalle, di affrontare spontaneamente un compito come quello di una nuova traduzione del poema. Un giorno ho ricevuto via mail una proposta in tal senso dal responsabile della nuova «NUE» Einaudi, Mauro Bersani, che mi onorava già della sua stima per i miei precedenti lavori di traduttore e per i miei personali tentativi poetici. Il primo istinto è stato rifiutare un impegno che si presentava troppo gravoso. Poi, l’occasione di prestare la mia voce a uno dei più grandi poeti dell’Occidente mi è sembrata troppo straordinaria per lasciarsela scappare, anche se avrebbe comportato una grande fatica. Continua a leggere
“LA SAGGEZZA DELLA CONTEA”. NOBLE SMITH, GLI HOBBIT E LA VITA
Gli Hobbit sono ormai personaggi universalmente noti di J.R.R. Tolkien. Soprattutto adesso che sta arrivando nelle sale il primo atto della trilogia filmica di Peter Jackson ispirata al romanzo Lo Hobbit del Professore di Oxford.
Ma c’è anche un’altra opera, un saggio di grande bellezza e profondità, che riguarda l’argomento. L’autore, americano, è Noble Smith, scrittore e drammaturgo oltre che produttore cinematografico. Da poco uscito in Italia, il suo libro è La saggezza della Contea (ed. Sperling & Kupfer), dedicato alle lezioni di semplice filosofia della vita che ci vengono proprio dagli Hobbit. Noble mi ha gentilmente concesso un’intervista.
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Giovanni: Ciao, Noble, siamo felici di averti qui sul nostro blog! Per me è stato un lavoro piacevolissimo tradurre il tuo libro The Wisdom of the Shire (La saggezza della Contea) in italiano per Sperling & Kupfer, e specchiarmi nella tua esperienza del mondo fantastico di Tolkien. La mia prima domanda è: quando e perché hai deciso di scrivere questo saggio?
Noble: Ciao, Giovanni! È fantastico poter rilasciare un’intervista al traduttore italiano del mio libro! Sono elettrizzato all’idea che ci sia una versione italiana di The Wisdom of the Shire. Amo l’Italia, dove ho fatto uno dei miei viaggi più belli. Per rispondere in breve alla tua domanda, l’idea di scrivere un libro sugli Hobbit mi è venuta mentre guidavo verso casa sull’autostrada dopo un lungo colloquio presso i Microsoft Studios. Ero di cattivo umore, e mi facevo delle domande sul mio posto nel mondo. Avevo l’impressione che mi stessi vendendo, cercando di ottenere un lavoro con quell’impresa così grande e insensibile. E mi chiesi, “Che cosa ti ispira?” e “Come vuoi veramente passare il resto della tua vita?”. Le risposte mi colpirono come se fossi stato percosso in testa dal bastone di uno Stregone: “Tolkien mi rende felice; e, per quanto posso, voglio cercare di vivere come un Hobbit.” Andai a casa, scrissi la proposta e nel giro di sei settimane il mio agente l’aveva piazzata a New York e a Londra. E adesso stanno traducendo il libro in otto lingue. E tutto questo è successo in meno di un anno. Che strana è la vita! Continua a leggere
NORTHUMBRIAN SEQUENCE di KATHLEEN RAINE
Kathleen Raine da noi è conosciuta soprattutto per i suoi studi all’insegna del misticismo e del neoplatonismo, per i suoi scritti su W. Blake e W. B. Yeats, per la curatela delle opere di Shelley, Coleridge e T. Taylor, e per il suo impegno nella rivista Temenos, “dedicata alle arti dell’Immaginazione”.
Ma è stata anche una prolifica e più che notevole poetessa in proprio, anche se, a quanto mi risulta, in traduzione italiana finora c’era solo qualche poesia nelle versioni di R. Sanesi in Aria, edizione d’arte con litografia (Cernusco sul Naviglio, 1987) e di B. Garavelli in L’anno di poesia 1990-1991 della Jaca Book.
Così ho deciso di offrire al pubblico italofono un ulteriore saggio della poesia della Raine, il poemetto NORTHUMBRIAN SEQUENCE in questi giorni in uscita per “alla chiara fonte” di Lugano (www.allachiarafonte.com), e di cui presento agli amici di LPELS una breve anticipazione.
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Simone Gambacorta intervista Giovanni Agnoloni su “Sentieri di notte” (Galaad Edizioni)
Sentieri di notte, di Giovanni Agnoloni (Galaad Edizioni – Collana “Larix“, a cura di Davide Sapienza)
Quale energia è racchiusa nel Chakra del Castello di Cracovia? E chi è Luther, l’androide che una notte del settembre 2025 si sveglia sulle sponde del lago di Lucerna accanto al cadavere del suo creatore? Un’oscura minaccia si profila all’orizzonte di un’Europa messa sotto scacco dalla Macros, multinazionale informatica che da Berlino ha preso il potere privando il continente di internet e dell’energia, mentre a Cracovia un’enigmatica nube bianca avanza inglobando la città. La salvezza sta nel cuore di quella nebbia, attraversata da uno studioso irlandese di teologia in cerca del suo passato, e nel viaggio verso la Polonia di Luther e del programmatore cieco Christoph Krueger. Un romanzo figlio della poetica del Connettivismo e di una lunga ricerca spirituale che mira al ritorno alla Fonte, a una fusione con la radice dell’Essere. Un viaggio viscerale tra l’Ombra e la Luce.
Sentieri di notte è il primo romanzo della collana “Larix”, diretta da Davide Sapienza. Dopo Nel cuore della Groenlandia di Fridtjof Nansen (2012) e prima di un’antologia inedita di scritti di Barry Lopez curata da Davide Sapienza in uscita nel 2013, quest’opera contribuisce a tracciare la visione della Collana che è dedicata all’esplorazione in senso geografico, umano e letterario.
Distributori: Medialibri Diffusione srl e Libro Co. Italia srl
Booktrailer a cura dello scenografo Gabriele Calarco:
PICCOLO VIAGGIO NELLA POESIA GRECA CONTEMPORANEA: SOTÌRIS PASTÀKAS di Massimiliano Damaggio
Ho incontrato Pastàkas per la prima volta qualche mese fa, in un ristorante di Chalàndri. Di nome lo conoscevo già. Avevo letto alcune sue poesie. Quando passavo da una libreria mi dicevo: devo comprare un suo libro. Poi non l’ho mai fatto. Non sarà contento di saperlo. Non l’avevo mai fatto perché in quel preciso momento in cui pensavo: devo comprare un suo libro, succedeva sempre qualcosa: suonava il telefono, non trovavo posto per il parcheggio, ero in ritardo, c’era uno scontro in piazza. Quando gli ho proposto una traduzione di qualche sua poesia per “La poesia e lo spirito”, Pastàkas mi ha mandato tutti i suoi pezzi con la mail. Mi ha mandato anche l’ultimo suo libro, appena editato: Συσσίτιο, cioè Rancio. È un libro pieno di quella delicata maturità poetica che si esprime, anche, con una semplice ricetta di cucina, con un elenco di prezzi di cibi comperati al mercato. È il percorso parallelo e inscindibile fra cibo e vita (quotidiana): niente di più vero, semplice e filosofico allo stesso tempo. Continua a leggere
Massimiliano DAMAGGIO – POESIA COME PIETRA
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| Αθήνα, Μάιος 2011
άνθρωποι βγαίνουν απ’ τις τρύπες της νύχτας γεμάτοι δόντια τσιγάρα μικρές κραυγές στην μεγάλη νύχτα πολύ μεγάλη υπερβολικά μεγάλη ακολουθούν την διαδρομή προς την πλατεία την δακρυγόνα “ άκου, μου λένε, έχασα την δουλειά τώρα κοιμάμαι στους κάδους έχει καταπιεί η τράπεζα το ένα μου χέρι είμαι κουτσός δεν μπορώ πια να παρέχω χάδια ούτε κλοτσιές τι μπορεί απόψε, αύριο αυτή η αράδα, αυτό το στυλό, αυτό το [πράγμα εδώ που ονομάζετε ποίηση; δεν είναι ψάρια ή όρνιθες ή γλώσσα τώρα πια “ |
Atene, maggio 2011
uomini escono dai buchi della notte pieni di denti sigarette piccole grida nella notte grande molto grande eccessivamente grande seguono il cammino verso la piazza lacrimogena “ ascolta, mi dicono, ho perso il lavoro adesso dormo nei cassonetti la banca m’ha mangiato un braccio sono zoppo non posso più elargire carezze né calci cosa può stasera, domani questa riga, questa penna, questa [ roba qua che chiamate poesia? non è carne né pesce né lingua oramai” |
“Severino di Giovanni”, di Osvaldo Bayer
Introduzione di Marino Magliani
Ho conosciuto Alberto Prunetti lo scorso dicembre ad Haarlem. Di suo avevo letto Il fioraio di Perón, e i suoi pezzi su Carmilla, l’ormai famoso Argentinazo, e una traduzione, anch’essa da osvaldo Bayer su “Il Reportage”. Con la traduzione di Severino Di Giovanni (Agenzia X, 2011) diciamolo subito, l’editore ha regalato agli italiani la possibilità di leggere uno dei libri più odiati dalla dittatura argentina, quella della guerra sucia. Ma Severino racconta una storia di sangue e anarchia degli anni Venti, un tango-punk nero e ribelle, come lo definisce la quarta. Come ha fatto a farsi odiare tanto dai generali e dai marescialli? Qui ha giocato molto la forza narrativa di Osvaldo Bayer. Per questo estratto, di cui ringraziamo l’editore, ho scelto la parte romantica – distruttiva, folle e d’altri tempi, tenera e selvaggia, innocente e libera, eppure colpevole come lo è la vita di Severino Di Giovanni – dell’amore di Di Giovanni con l’allora quindicenne, America Josefina Scarfò.
“Soglia d’amore”, di Monica Pareschi
[Sono particolarmente lieta di pubblicare questo racconto di Monica Pareschi, una tra le più apprezzate e capaci traduttrici editoriali italiane. Se volete avere un'idea di massima delle autrici e degli autori che ha tradotto, vi invito a leggere la nota biografica alla fine del racconto. Monica Pareschi è una donna che lavora con le parole degli altri e che, una volta di più, dimostra attraverso le sue parole che grande scuola di scrittura sia la traduzione. Soglia d'amore è un racconto cui tengo molto, che amo molto, di un amore razionale e viscerale al contempo. L'immagine a sinistra è La fine del mondo, di Leonor Fini.G.C.]
di Monica Pareschi
Un brusio d’insetti. Forte. Come quando cerchi i canali col telecomando. Una tempesta d’insetti. Nero e materia stellare. Lampi. Esplosioni. Un po’ di rosso. Come quando si strizzano forte gli occhi premendoci sopra le palme delle mani. Ma il suo occhio è aperto adesso. Contempla quest’ultimo paesaggio galattico. L’occhio rimasto scruta nel buio. Un occhio cieco, un occhio buono. Sulla soglia.
Qualcuno, sulla soglia.
“Ciao… Ciao… Siamo noi…”
La chiave entra e gratta nel silenzio che la strangola, le voci recitano l’allegria. Cigolio di porta, bisogna darci l’olio, e poi la gragnuola dei tacchi sul marmo, lo scatto degli interruttori, la lama di luce che scivola sotto il battente e taglia un triangolo bianco sul pavimento. Sei al buio, si scandalizza la voce di quella che guida la truppa, che irrompe e poi spiega: La nonna è al buio. Braccia protese, pratica, un po’ ansante, si avvicina vivamente alla finestra e con grandi gesti capaci si appende alla cinghia della tapparella: un po’ ginnasta e un po’ infermiera. Continua a leggere
Monaco di Montaudon, Le poesie, a cura di Massimo Sannelli
poesia 12
A me non piace, lo capite questo?,
chi parla molto e serve chi è cattivo.
A me non piace uno che ama uccidere!
A me non piace un cavallo che tira!
A me non piace! Per l’amor di Dio!
Un giovane! Che porta troppo tempo
lo scudo bello vergine dai colpi.
E i cappellani! E i monaci barbuti!
E il becco aguzzo! Di chi parla male!
Io penso che una donna è una schifosa
se è povera e orgogliosa:
così è l’uomo che adora la sua sposa,
pure se ama la donna di Tolosa.
E a me non piace mai un cavaliere
che esce dal paese e poi si gonfia!
In casa sua non ha nessun valore,
e pesta solo il pepe nel mortaio,
si scalda al focolare.
E non mi piace, non mi piace mai,
un debole che porta la bandiera!
E un astore cattivo nella caccia!
E poca carne in una gran caldaia!
E non mi piace, per santo Martino,
chi mette troppa acqua in poco vino! Continua a leggere
Peter Greenaway, “Volare via dal mondo”
MASCHERA VOLANTE
45.
Odilon Redon
Demonio alato
Redon rappresenta un angelo nero, in esplorazione nel crepuscolo e recante una grande maschera i cui occhi lasciano trasparire il cielo. Questa figura volante ha una coda a ricciolo fissata a un corpo piuttosto in carne.
L’angelo nero sta sbrigando affari diabolici. La maschera è pesante e disagevole da trasportare, un peso morto che tira costantemente verso il
basso. Potrebbe essere lasciata cadere. In questo caso cadrebbe come una pietra nelle vie della città. Oppure quei filetti bianchi e lucenti che si vedono balenare sotto la figura indicano
che essa sta sorvolando un corso d’acqua che scorre presso la basilica che si scorge sull’altra riva? Può quest’immagine esserci utile per
future esperienze? Dobbiamo sapere come
trasportare un oggetto pesante nel nostro volo, come trasportare il nostro stesso bagaglio? A me sembra che questa apparizione volante nella luce serale sia utile. Anche a noi può capitare di sentire la brezza fredda della sera
e di chiederci come potremo navigare una volta che la luce del giorno ci abbia lasciati. In che relazioni siamo col terreno quando la luce va via? Incontreremo creature come questa nel
crepuscolo?
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Giovanni Agnoloni e i tanti modi di parlare di Tolkien
Intervista di Roberto Paura, per il blog Fabbricanti di Universi (v. qui)
- Giovanni Agnoloni è uno degli studiosi più attenti e originali dell’opera di Tolkien. Ai DelosDays ha presentato i suoi ultimi lavori. Partiamo da Tolkien e Bach. Dalla Terra di Mezzo all’energia dei fiori, Galaad Edizioni. Il rapporto tra J.R.R. Tolkien e Edward Bach, il medico che ha dato il proprio nome agli effetti terapeutici di alcuni fiori, può sembrare un po’ spiazzante, ma qual è invece il collegamento?
E’ un libro che sicuramente vuol essere anche una provocazione, questo va da sé; al di là di questo aspetto, il nesso che ho individuato tra queste due figure è un nesso di natura filosofica, psicologica e spirituale. Ci sono certo anche circostanze biografiche in comune: Bach è nato a Moseley nel 1886, mentre Tolkien ha vissuto lì un breve lasso di tempo, tra il 1900 e il 1901, e il motivo dell’avvicinamento alla città (Moseley era ai margini della Birmingham di allora, mentre la ben più ridente Sarehole, dove i Tolkien avevano vissuto dal 1895, arrivando dal Sudafrica, era un po’ fuori), fu che il bambino doveva iniziare a frequentare la King Edward’s School. Sono quindi cresciuti nella stessa campagna, assorbendo le stesse “vibrazioni energetiche” dell’ambiente, e poi nelle loro vite ci sono tante coincidenze significative. Ma il vero nesso si basa sul tema degli archetipi, sul tema delle emozioni umane e dei modelli di comportamento che tutti gli uomini condividono alla luce della psicologia junghiana, in quanto tutti compartecipi di un inconscio collettivo da cui sorgono le immagini, i miti, che fin dai tempi più antichi danno espressione alla nostra parte profonda. Continua a leggere
Voci della poesia romena contemporanea: Robert ŞERBAN
Per presentarmi un po’
vengo da un paese
in cui le croci
non fanno
mai
le ragnatele
agli
angoli Continua a leggere
Il destino della scrittura e la nascita di un mito letterario: “Gli Inklings”
Recensione di Giuseppe Panella
Humphrey Carpenter, Gli Inklings. C. S. Lewis, J. R. R. Tolkien, Charles Williams e i loro amici (trad. it. di M.E. Ruggerini) (Genova-Milano, Marietti 1820, 2011 – Collana “Tolkien e dintorni”)
C’erano una volta (tra gli anni Trenta e i Quaranta) gli Inklings, scrittori-professori-teologi e cultori della letteratura di genere: quasi tutti insegnavano al Magdalen College di Oxford, o a Oxford vivevano, come Charles Williams. Avrebbero scritto romanzi memorabili per i loro caratteri innovativi all’interno del genere da loro scelto non tanto per la qualità delle vicende raccontate quanto per l’innovazione profonda da essi apportate alla lingua inglese e al modello narrativo adottato. Tolkien diventerà famoso principalmente per Lo Hobbit del 1937, inizialmente concepito come un racconto per bambini, e soprattutto per il suo colossale seguito, Il Signore degli Anelli (1954-1955). Continua a leggere
Livelli linguistici
Articolo di Giovanni Agnoloni
dal blog di Easy Languages
Nel mio approccio al tradurre, che comprende lavori tecnici e lavori letterari, c’è una cosa che faccio sempre, e che accomuna le due attività: arrivare alla “verità” per successive approssimazioni. In altre parole, un lavoro di traduzione consiste in ogni caso nell’avvicinarsi progressivamente a un risultato, che sia – nella lingua obiettivo – l’immagine il più fedele possibile di quello che un certo testo era nella lingua d’origine. Determinate parole emergono subito nel loro significato, mentre altre richiedono un approfondimento, uno studio, per “rivelarsi”. In teoria, si potrebbe svolgerlo subito, fermandosi sui dettagli fin dalla prima stesura, ma questo correrebbe il rischio di far perdere il senso dell’insieme, o quella continuità musicale (ma, direi di più, energetica) che collega le varie parti di un discorso articolato. Personalmente, preferisco stendere il mio “rullo” del tradurre su tutto il testo a ondate successive, via via scandagliando e mettendo sempre più a fuoco i singoli termini. Continua a leggere
La professione delle parole
Articolo di Giovanni Agnoloni
Dal blog di Easy Languages
Easy Languages è un’agenzia di traduzioni che ha lanciato un interessate blog imperniato sulle traduzioni, letterarie e tecniche. Gli articoli vertono sui diversi aspetti del mondo e del mestiere del tradurre. Quello che leggete oggi qui è un mio contributo.
9. Appendice. Fabricii Elementatio Theologica.
Com’era costume al tempo delle prime compilazioni di indagine dottrinaria sugli attori nelle scholae cittadine, il frammento di cronaca sulla vita del borgo di San Pietro e sui cosiddetti Fabriciani è accompagnato da un foglio aggiunto, che pare di redazione anteriore alla trascrizione secentesca del manoscritto. Se ne dà qui la traduzione.
Et hic incipit Fabricii Elementatio Theologica. (con le note del censore)
Fabricius diceva che noi donne e uomini siamo figli di Dio in senso figurato, al modo in cui un autore crea i personaggi del suo romanzo, solo che nemmeno Dio sa perfettamente cosa faranno i suoi figli , così come un autore non sa perfettamente come si svilupperà l’intreccio, se qualche personaggio finirà per fare qualcosa di imprevisto, o la necessità della narrazione condurrà lo stesso autore in terra incognita.
Et hoc, se non è accompagnata da corrette spiegazioni, videtur heretica locutio.
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8. Sequente anno Domini fuit hyemps aspera et orribilis…
E benché molti ormai andassero a cercare Fabricius, quando la sua reputazione si diffuse nella Marca come le rondini in primavera (insieme, bisogna dire, alle maldicenze, che come le male erbe sono impossibili da estirpare), egli non chiedeva i natali a chi gli si avvicinava, né luogo di nascita, né mestiere, né stato. Dopo però alcune cattive esperienze, da lui scherzosamente definite “bidonate” (dal nome che al Nord della Francia danno al vaso che contiene il vino per una compagnia di dieci: e il vino pare sufficiente e non basta mai), pretendeva a chi volesse accompagnarsi a lui di raccontare prima una storia, non importa se di vicenda effettivamente vissuta, o fabbricata lì per lì. Tanto bastava a smascherare coloro che non erano puri di cuore, o nascondevano seconde intenzioni, fini inconfessabili, o volevano appropriarsi delle elemosine per i veri poveri, o soltanto riempirsi la pancia di pane e vino e andarsene via gonfi come galline all’ingrasso. Fabricius capiva il materiale delle storie, da dove esse venivano, e da dove veramente proveniva chi quelle storie portava in giro. Perché le storie possono essere fantasiose e irreali come sogni, ma non per questo essere meno autentiche; mentre anche le storie in apparenza realistiche possono nascere dalla frode e nascondere un raggiro. Soltanto chi sa che la vita è una storia può delle storie vedere le insidie. Ma chi racconta storie autentiche crea narrazioni, insegna agli uomini a pensare a se stessi senza indulgenza o compiacimento, come fanno i bambini. Insegna agli uomini a pensare se stessi. Ecco perché il novelliere, se sincero, è vicino all’arte di Dio, che detta il racconto che nessun uomo da solo sarà mai in grado di scrivere.
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7. Sequente anno Domini fuit hyemps aspera et orribilis…
A questo punto dell’infervorata orazione, due ospiti dello xenodochio si erano fatti vicini al gruppo dei Fabriciani, al cui centro convenientemente Fabricius stava, e si rivelarono fratelli dell’ordine dei Minori, giunti in civitatem Civetiensem il giorno prima senza mostrare apertamente in pubblico il loro stato.
«Sora nostra Morte corporale, da la quale nullu omo vivente po’ skappare! Laudata sia sora nostra Morte corporale, da la quale nullu omo vivente po’ skappare!» proruppero i due all’unisono, urlando e interrompendo il discorso col quale Fabricius inciviliva gli amici. Egli non si era accorto del loro arrivo, e con gli occhi interrogò i poetici spirituali (o spiritali della poetica), dei quali nessuno conosceva i nuovi venuti. Allora egli giunse insieme le punta delle dita della mano destra con un curioso movimento oscillatorio dall’alto in basso e dal basso in alto, e mormorò «Anvedi i fratoni! Ma che stanno a di’ questi? Chi so’? Che vonno?» (gli spirituali tutti dissero con una voce «Boh!»), e si rivolse ai Minori con queste parole: «A fra’! Morte corporale tu sorella!». Presso i Fabriciani infatti la morte era constatata e accettata, nella giusta misura delle cose ineluttabili, ma tenuta per sorella e benvenuta… no, non era proprio il caso. Continua a leggere
6. Sequente anno Domini fuit hyemps aspera et orribilis…
Certo è che non alla diligenza degli uomini, ma alla Provvidenza benefica di Dio si deve attribuire il gran beneficio di conservarci nell’integrità del nostro essere, e immuni dalle pestilenze e da altri flagelli. E invero taluni dei poetici dello spirito (o spiriti poetici) poco si adoperavano per dare segni certi di una sicura destinazione nella patria celeste. Parevano piuttosto presi al diletto e al divertimento più che alla penitenza, a raccontarsi storielle, a scoppi di risa, a passarsi tra loro qualche fiasca di quello buono, a trascorrere le giornate in confronti e tenzoni di versi e novelle. Tale attitudine appariva agli occhi della gente del borgo propria di una brigata gioconda, non di scuola poetica, e fece sì che i poeti spiritistici (o spiriti poetici) incontrassero subito l’appellativo di Fabriciani, come coloro che tenevano su e, da homines fabri, rinforzavano lo spirito di Fabricius. O così i Fabriciani pensavano di sé.
I Fabriciani non erano tenuti per homines litterati. Non erano cercati dal comune cittadino per comporre discorsi di feste e celebrazioni. Raramente ricevevano inviti nelle corti dei signori, presso i de Bragancio, nei castelli in Este, in Baxano, in Aslo, in Cornuta, presso i Conti, ad allietare mense, nascite e sposalizi: Continua a leggere






