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	<title>La poesia e lo spirito</title>
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	<description>Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?</description>
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		<title>La poesia e lo spirito</title>
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		<title>A Pirra</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Jul 2009 14:01:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>robertoplevano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Traduzione]]></category>
		<category><![CDATA[Odi]]></category>
		<category><![CDATA[poesia erotica]]></category>
		<category><![CDATA[Quinto Orazio Flacco]]></category>

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		<description><![CDATA[di Quinto Orazio Flacco
Tra le più conosciute delle Odi di Orazio, quella dedicata a Pirra (Lib. I, 5). Pirra me la immagino un po&#8217; come Charlize Theron. Pirra è una delle creature che hanno fatto sognare, e terrorizzato, schiere di impacciati liceali, una donna sensuale, voluttuosa, non una fatalona. È capace di trasporti infantili e [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lapoesiaelospirito.wordpress.com&blog=621013&post=20859&subd=lapoesiaelospirito&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>di <strong>Quinto Orazio Flacco</strong></p>
<p><em>Tra le più conosciute delle Odi di Orazio, quella dedicata a Pirra (Lib. I, 5). Pirra me la immagino un po&#8217; come Charlize Theron. Pirra è una delle creature che hanno fatto sognare, e terrorizzato, schiere di impacciati liceali, una donna sensuale, voluttuosa, non una fatalona. È capace di trasporti infantili e capricciosisimi e micidiali rifiuti. Questo tocca corde anche extra-testuali, se vogliamo… il tema della donna infedele… ouch! un&#8217;esperienza difficilmente evitabile, se si vive almeno un po&#8217; (la cosa vale anche in senso figurato). Orazio canta gesti di un erotismo fulminante: il riannodare della chioma (evidentemente dopo essere stata sciolta), l&#8217;unica azione compiuta da Pirra, forse solo immaginata, vale mille immagini.<br />
La forza di questa lirica sta per me nel trattamento dei temi relativi agli elementi. Terra, acqua, aria: gli elementi sono infidi: il corpo della donna è figurativamente l&#8217;omphalos dell&#8217;orbe. Il potere della donna è quello della natura: la grotta, la tempesta di mare, venti neri e arie traditrici. Ogni verso abbonda di  dispositivi retorici. Colpisce l&#8217;espressione<strong> aspera nigris aequora ventis</strong>, quattro parole per descrivere in ogni senso senso la bufera, col forte valore metonimico di <strong>nigris </strong>e l&#8217;indeterminatezza di <strong>aspera</strong> riferita alla distesa d&#8217;acque. Me ne ricordo ogni volta che metto piede su qualcosa di galleggiante. E ogni volta che leggo <a href="http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/01/31/mark-strand/">cose del genere</a>.<br />
L&#8217;ultima stanza allude alla consueta offerta votiva dei marinai antichi scampati al naufragio.</em></p>
<p><strong>Ad Pyrrham</strong></p>
<p>Quis multa gracilis te puer in rosa<br />
perfusus liquidis urget odoribus<br />
<span id="more-20859"></span>grato, Pyrrha, sub antro?<br />
cui flavam religas comam</p>
<p>simplex munditiis? heu quotiens fidem<br />
mutatosque deos flebit et aspera<br />
nigris aequora ventis<br />
emirabitur insolens</p>
<p>qui nunc te fruitur credulus aurea,<br />
qui semper vacuam, semper amabilem<br />
sperat, nescius aurae<br />
fallacis. miseri, quibus</p>
<p>intemptata nites. me tabula sacer<br />
votiva paries indicat uvida<br />
suspendisse potenti<br />
vestimenta maris deo.</p>
<p><em>(traduzione andante e pedestre, manco ci provo a versificare)</em></p>
<p><strong>A Pirra</strong></p>
<p>Chi è il giovane che ti avvince tenero<br />
in un letto di rose, profumato di liquide fragranze,<br />
nell&#8217;ombra, Pirra, di una fresca caverna?<br />
Per chi riannodi i capelli biondi,</p>
<p>sobria misura della tua eleganza? Ah, quante volte<br />
la fedeltà tradita piangerà, e le sorti traditrici, e<br />
si meraviglierà inesperto<br />
della tempesta di neri venti sul mare</p>
<p>chi ora ingenuo gode di te, bellezza dorata,<br />
chi ti sogna sempre devota, sempre amabile,<br />
non avvezzo alle arie<br />
malfide. Sventurati quelli</p>
<p>ai quali come acque mai solcate risplendi. Quanto a me, il muro consacrato<br />
con l&#8217;immagine votiva mostra che<br />
ho offerto le mie vesti di naufrago<br />
al dio signore del mare.</p>
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	</item>
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		<title>Discorsi su un dio perduto</title>
		<link>http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/07/12/discorsi-su-un-dio-perduto/</link>
		<comments>http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/07/12/discorsi-su-un-dio-perduto/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 12 Jul 2009 10:00:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lapoesiaelospirito</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[di Ivano Porpora
Ho trovato, e l&#8217;autrice mi perdoni, il libro di Rosella Postorino un libro religioso.
Mi perdoni di questo per diversi motivi.
In primis, perché non corrono buoni tempi per la religione, né per i libri religiosi.
In secundis, perché il titolo vale come sorta di affrancamento dalla religione (L&#8217;estate in cui perdemmo dio è un titolo [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lapoesiaelospirito.wordpress.com&blog=621013&post=20881&subd=lapoesiaelospirito&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>di <strong>Ivano Porpora</strong></p>
<p>Ho trovato, e l&#8217;autrice mi perdoni, il libro di Rosella Postorino un libro religioso.<br />
Mi perdoni di questo per diversi motivi.<br />
In primis, perché non corrono buoni tempi per la religione, né per i libri religiosi.<br />
In secundis, perché il titolo vale come sorta di affrancamento dalla religione (L&#8217;estate in cui perdemmo dio è un titolo che non dà alcuna indicazione né speranza sulle possibilità che dio, o Dio, sia stato ritrovato, o ci abbia ritrovati).<br />
Mi trovo quindi a dover motivare quanto scrivo, e a cercare di annodare in un discorso complesso fili sparsi di pensieri che mi girano in testa da qualche giorno. Da quando, cioè, ho terminato una insolitamente lunga lettura, dovuta più all&#8217;affollarsi di pensieri che la lettura stessa ha provocato che ad una reale difficoltà.<br />
Dicevamo. Beati i poveri, dice il Vangelo. E chi sono i poveri?<span id="more-20881"></span><br />
Caterina è povera, e lo è Margherita. Sono povere – più Caterina che Margherita – perché sono i deboli dei deboli, personaggi deboli in un mondo di deboli. Semioticamente parlando, assegnamo un più ad ogni cenno di debolezza di questi personaggi.<br />
Sono femmine. Un più.<br />
Sono bambine – più Caterina che Margherita: Caterina è più bambina che Margherita perché ha la debolezza tipica del fratello maggiore, di chi ha l&#8217;incombenza di coprire dalle brutture del mondo il personaggio supposto debole, senza capirle ma intuendole appieno. Un altro più.<br />
Sono meridionali, e sono meridionali al nord. Un nuovo più (un più che chiederebbe un lunghissimo pezzo sulla bestialità della canzone dell&#8217;eurodeputato Salvini. Ma lasciamo queste considerazioni ad altre sedi). Rosella ha scritto la voce Terrone nel Dizionario affettivo della lingua italiana, e questa debolezza la connota bene, indicandola come debolezza da cui ci si vuole affrancare come i giudici neri degli States, più severi di quelli bianchi nei confronti di poveri di colore (compagni di razza ma non di censo: ed è al censo, che ambivano). Un più.<br />
E sono vicine al mondo della malavita, ma dalla parte sbagliata: non da chi il destino se lo scrive e se lo subisce, e se volano proiettili sanno che un paio di quelli son per loro, né da chi (vengono alla mente le immagini del suonatore di fisarmonica rumeno di qualche settimana fa) cammina per la strada e inciampa in uno sparo criminale. No. Caterina sta dalla parte di chi il destino non se l&#8217;è scelto ma è impigliato in una rete di destini altrui, rete di destini in cui, per motivi trasversali, si può inciampare e cadere. Ed ecco che la bambina mafiosa camorrista un po&#8217; si sente e un po&#8217; no, e non lo vuole essere, e il suo perdere Dio è più un perderlo per mani inavvertitamente aperte mentre lo si stringeva, o si cercava d&#8217;afferrarlo, che per reali volontà, reali indirizzi di vita.<br />
È un libro religioso perché, secondo il Vangelo, il lieto annunzio viene per lei.<br />
Eppure Caterina questo annunzio lieto non lo cerca né lo vuole. Cerca una quotidianità, uno spiraglio di normalità, cerca ciò che chi ha sofferto conosce bene: una candelina sulla torta che ricordi che di te ci si è ricordati, un regalo di compleanno che non sia standardizzato o doppio o adatto a quel che si era un anno prima, non ora. E allora quel Come una bestemmia (titolo della prima parte), passatemelo, diventa una bestemmia religiosa, piena di senso, piena del senso di autoinutilità di chi vede la gente attorno spostarsi come il tennista che pensa che la pallina cada fuori e alza le mani, e se cade dentro pazienza, e pazienza che la pallina sei tu e che in quel cadere dentro o fuori ci metti la vita. Quella bestemmia è la bestemmia dei grandi bestemmiatori, di chi in Dio vede un interlocutore e ha ormai solo quel modo per chiamarlo; non quella povera dei ragazzotti che ne fanno un&#8217;interlocuzione banale e vile, né di chi si fa formica gigante in un mondo di formiche.<br />
Un altro appunto è sul titolo della terza parte. Non sottovalutare le conseguenze dell&#8217;amore è, lo sappiamo, l&#8217;appunto che il sempiterno Titta di Girolamo si appunta nel quasi omonimo film di Paolo Sorrentino. Se lo appunta in un momento quasi casuale del film, un momento che non ti aspetti, quando nel bar (vado a memoria) vede la cameriera uscire, o cambiarsi, o che. Resta quell&#8217;appunto, che lo spettatore continua a macinare in testa – e macerare – per capire cosa c&#8217;entri in quel luogo, lì, il titolo del film.<br />
Eppure quali sono le conseguenze dell&#8217;amore?<br />
Non lo so, ma so che le conseguenze dell&#8217;amore sono pericolose. Ecco perché Titta di Girolamo (che mi ha ricordato in quel film lo strepitoso Michael Douglas di The game) si segna quell&#8217;appunto: perché si muove bene dove c&#8217;è il male, e invece si dibatte nel bene.<br />
In questo confronto tra il male e il bene, confronto che Caterina non può che affrontare con amici che altri non vedono, moltiplicando le sue magiche Emy, i suoi maghi Johnny, esplorando cavità temporali che Rosella riesce a rivedere e ripassare con un senso non solo del dettaglio ma anche della sintesi tipica di quell&#8217;età (e mi chiedo come abbia fatto), Caterina non ne può uscire che perdente.<br />
È questa la sua salvezza, come la salvezza di Anna Frank (citata nell&#8217;opera e nelle sue recensioni): restare in una foto sorridente e in un documento che resti a futura memoria, che fronteggi l&#8217;ineffabile forza.<br />
Un ultimo poscritto riguarda lo stile. Lo stile del libro, la scelta della punteggiatura, la scelta delle parole, persino il tentativo, peraltro riuscito, di divincolarsi (o meglio, di saltare come il buon Cosimo Piovasco di Rondò) in lingue, gerghi e dialetti diversi mi hanno dato l&#8217;idea di una maturità da parte di Rosella che, ammetto, non credevo. Non credevo non per Rosella, che so brava, ma per la difficoltà della prova: perché scrivere senza cadere in quello che potremmo chiamare l&#8217;incricco linguistico, ossia nell&#8217;errore gergale (un dialetto dove dovrebbe esserci un italiano, un giovanilismo dove non ci sta, ad esempio) è cosa tutt&#8217;altro che facilmente gestibile e che ha visto cadere recentemente autori che pur mi piacevano. È cosa, lasciatemi dire, da timonieri esperti in mezzo ad una tempesta, che sappiano ad occhio dove siano gli scogli e che con forti colpi riescono a tenere la via.<br />
Una sola sfida per l&#8217;autrice mi è venuta in mente, leggendo: se fossi il suo editor (e non lo sono) le consiglierei nella prossima prova di lasciare liberi i cavalli della scrittura.<br />
Darà l&#8217;impressione di un minore controllo, ma alla sua/quasi nostra età non è necessariamente un male.</p>
<p>Rossella Postorino, <em><strong>L&#8217;estate che perdemmo Dio</strong></em>, Einaudi, 2009</p>
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		<title>Tal qual</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Jul 2009 06:00:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fausto Raso</dc:creator>
				<category><![CDATA[Consulenza linguistica]]></category>

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		<description><![CDATA[Forse è il caso di ribadire &#8211; ancora una volta &#8211; che “tale”, come “quale”, non si apostrofa mai: si tronca. Un cortese blogghista ci ha fatto notare, in proposito, un “tale” apostrofato contenuto nella  “Grammatica pratica dell’italiano dalla A alla Z” disponibile in rete. Il madornale strafalcione si può vedere al punto 9 [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lapoesiaelospirito.wordpress.com&blog=621013&post=20698&subd=lapoesiaelospirito&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Forse è il caso di ribadire &#8211; ancora una volta &#8211; che “tale”, come “quale”, non si apostrofa mai: si tronca. Un cortese blogghista ci ha fatto notare, in proposito, un “tale” apostrofato contenuto nella  “Grammatica pratica dell’italiano dalla A alla Z” disponibile in rete. Il madornale strafalcione si può vedere al punto 9 cliccando su <a href="http://books.google.it/books?id=BCRXQfia26wC&amp;pg=PA32&amp;lpg=PA32&amp;dq=massimo+bocchiola+tale&amp;source=bl&amp;ots=8dRF8CQL7G&amp;sig=Cx2Wy5Bt4XBhHgFvYOIh-LqqS8A&amp;hl=it&amp;ei=9AhSSqn4MZqcnQO8pOz0DA&amp;sa=X&amp;oi=book_result&amp;ct=result&amp;resnum=4">questo collegamento:</a></p>
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			<media:title type="html">Fausto Raso</media:title>
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	</item>
		<item>
		<title>L’enciclica “Caritas in veritate”. Alcune brevi considerazioni.</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Jul 2009 14:00:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Nuscis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letture]]></category>
		<category><![CDATA[Pensiero]]></category>
		<category><![CDATA[Benedetto XVI]]></category>
		<category><![CDATA[Caritas in veritate]]></category>

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		<description><![CDATA[E’ stata pubblicata il 7 luglio l’enciclica di Benedetto XVI “Caritas in veritate”. L’enciclica è il documento più importante emesso da un papa, in quanto indica il pensiero ufficiale della Chiesa su determinati  temi costituendo, perciò, un riferimento per i vescovi e i fedeli e non solo. Il documento, incentrato “Sullo sviluppo umano integrale nella [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lapoesiaelospirito.wordpress.com&blog=621013&post=20825&subd=lapoesiaelospirito&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><em>E’ stata pubblicata il 7 luglio l’enciclica di Benedetto XVI “Caritas in veritate”. L’<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Enciclica">enciclica</a> è il documento più importante emesso da un papa, in quanto indica il pensiero ufficiale della Chiesa su determinati  temi costituendo, perciò, un riferimento per i vescovi e i fedeli e non solo. Il documento, incentrato “Sullo sviluppo umano integrale nella carità e nella verità”, di cui si propongono alcuni stralci, andrebbe letto <a href="http://notizie.tiscali.it/articoli/pdf/caritas.pdf">integralmente</a> e con attenzione; vi si coglie uno sguardo profondo e acuto sul mondo e sul nostro tempo, sull’uomo e la sua “vocazione” secondo l’insegnamento di Cristo; uno sguardo ampissimo, anche, sugli aspetti e i fenomeni che condizionano fortemente la nostra esistenza: la tecnologia, la politica, l’economia, l’ambiente, la genetica etc.; un documento granitico e coerente, equilibrato ma fermo nelle diagnosi e nella cura delle molte patologie; senza fare sconti a nessuno – politicamente parlando, né alle destre né alle sinistre nostrane e straniere; un pensiero, insomma, “forte e chiaro”, che radica nel vangelo, nel pensiero millenario e nella tradizione della Chiesa (da San Paolo a Sant’Agostino) richiamando precedenti encicliche e documenti. Personalmente non mi sento di condividerlo appieno, specie in alcuni passaggi (1) , ma ritengo che meriti grande ascolto e rispetto, specie in tempi d&#8217;assenza di idee e di progetti altrettanto autorevoli. <span id="more-20825"></span><br />
Nell’introduzione si dice che “La Chiesa non ha soluzioni tecniche da offrire e non pretende «minimamente d’intromettersi nella politica degli Stati ». “Ha pero` una missione di verita` da compiere, in ogni tempo ed evenienza, per una societa` a misura dell’uomo, della sua dignita`, della sua vocazione.” Io sono invece dell’avviso, per i punti che mi accingo a evidenziare, che la Chiesa dovrebbe “intromettersi” eccome nella politica degli Stati, non meno dei molti singoli “di buona volontà”, laici o religiosi che siano, considerata la grave situazione di deprivazione in cui versa una buona parte dell&#8217;umanità, i pericoli che incombono su di essa e la planetaria condivisione di alcuni valori in gioco; soprattutto, però, considerata l’ignavia o la collusione di tanta politica con gli interessi di ristrette oligarchie, e l’inefficace azione dei movimenti di opposizione. </em><em>Ultimata la lettura del documento, ho pensato che vi fosse dentro &#8221;qualcosa di sinistra&#8221; più di quanta ve ne sia nella prassi politica di certa nostra sinistra. Ognuno, comunque, si farà una propria idea leggendo il documento. (GN)</em></p>
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<p>“Dall’ideologia tecnocratica, particolarmente radicata oggi, Paolo VI aveva gia` messo in guardia, consapevole del grande pericolo di affidare l’intero processo dello sviluppo alla sola tecnica, perche´ in tal modo rimarrebbe senza orientamento. La tecnica, presa in se stessa, e`ambivalente. Se da un lato, oggi, vi e` chi propende ad affidarle interamente detto processo di sviluppo, dall’altro si assiste all’insorgenza di ideologie che negano in toto l’utilita` stessa dello sviluppo, ritenuto radicalmente antiumano e portatore solo di degradazione. Cosı`, si finisce per condannare non solo il modo distorto e ingiusto con cui gli uomini talvolta orientano il progresso, ma le stesse scoperte scientifiche, che, se ben usate, costituiscono invece un’opportunita` di crescita per tutti.”</p>
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<p>“Nei Paesi ricchi nuove categorie sociali si impoveriscono e nascono nuove poverta`. In aree piu` povere alcuni gruppi godono di una sorta di supersviluppo dissipatore e consumistico che contrasta in modo inaccettabile con perduranti situazioni di miseria disumanizzante. Continua « lo scandalo di disuguaglianze clamorose ». La corruzione e l’illegalita` sono purtroppo presenti sia nel comportamento di soggetti economici e politici dei Paesi ricchi, vecchi e nuovi, sia negli stessi Paesi poveri. A non rispettare i diritti umani dei lavoratori sono a volte grandi imprese transnazionali e anche gruppi di produzione locale. Gli aiuti internazionali sono stati spesso distolti dalle loro finalita`, per irresponsabilita` che si annidano sia nella catena dei soggetti donatori sia in quella dei fruitori. Anche nell’ambito delle cause immateriali o culturali dello sviluppo e del sottosviluppo possiamo trovare la medesima articolazione di responsabilita`. Ci sono forme eccessive di protezione della conoscenza da parte dei Paesi ricchi, mediante un utilizzo troppo rigido del diritto di proprieta` intellettuale, specialmente nel campo sanitario. Nello stesso tempo, in alcuni Paesi poveri persistono modelli culturali e norme sociali di comportamento che rallentano il processo di sviluppo.”</p>
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<p>“Nella nostra epoca, lo Stato si trova nella situazione di dover far fronte alle limitazioni che alla sua sovranita` frappone il nuovo contesto economico-commerciale e finanziario internazionale, contraddistinto anche da una crescente mobilita` dei capitali finanziari e dei mezzi di produzione materiali ed immateriali. Questo nuovo contesto ha modificato il potere politico degli Stati. Oggi, facendo anche tesoro della lezione che ci viene dalla crisi economica in atto che vede i pubblici poteri dello Stato impegnati direttamente a correggere errori e disfunzioni, sembra piu` realistica una rinnovata valutazione del loro ruolo e del loro potere, che vanno saggiamente riconsiderati e rivalutati in modo che siano in grado, anche attraverso nuove modalita` di esercizio, di far fronte alle sfide del mondo odierno. Con un meglio calibrato ruolo dei pubblici poteri, e` prevedibile che si rafforzino quelle nuove forme di partecipazione alla politica nazionale e internazionale che si realizzano attraverso l’azione delle Organizzazioni operanti nella societa` civile; in tale direzione e` auspicabile che crescano un’attenzione e una partecipazione piu` sentite alla res publica da parte dei cittadini. Il mercato diventato globale ha stimolato anzitutto, da parte di Paesi ricchi, la ricerca di aree dove de localizzare le produzioni di basso costo al fine di ridurre i prezzi di molti beni, accrescere il potere di acquisto e accelerare pertanto il tasso di sviluppo centrato su maggiori consumi per il proprio mercato interno. Conseguentemente, il mercato ha stimolato forme nuove di competizione tra Stati allo scopo di attirare centri produttivi di imprese straniere, mediante vari strumenti, tra cui un fisco favorevole e la deregolamentazione del mondo del lavoro. Questi processi hanno comportato la riduzione delle reti di sicurezza sociale in cambio della ricerca di maggiori vantaggi competitivi nel mercato globale, con grave pericolo per i diritti dei lavoratori, per i diritti fondamentali dell’uomo e per la solidarieta` attuata nelle tradizionali forme dello Stato sociale. I sistemi di sicurezza sociale possono perdere la capacita` di assolvere al loro compito, sia nei Paesi emergenti, sia in quelli di antico sviluppo, oltre che nei Paesi poveri. Qui le politiche di bilancio, con i tagli alla spesa sociale, spesso anche promossi dalle Istituzioni finanziarie internazionali, possono lasciare i cittadini impotenti di fronte a rischi vecchi e nuovi; tale impotenza e` accresciuta dalla mancanza di protezione efficace da parte delle associazioni dei lavoratori. L’insieme dei cambiamenti sociali ed economici fa sı` che le organizzazioni sindacali sperimentino maggiori difficolta` a svolgere il loro compito di rappresentanza degli interessi dei lavoratori, anche per il fatto che i Governi, per ragioni di utilita` economica, limitano spesso le liberta` sindacali o la capacita` negoziale dei sindacati stessi. Le reti di solidarieta` tradizionali trovano cosı` crescenti ostacoli da superare. L’invito della dottrina sociale della Chiesa, cominciando dalla Rerum novarum, a dar vita ad associazioni di lavoratori per la difesa dei propri diritti va pertanto onorato oggi ancor piu` di ieri, dando innanzitutto una risposta pronta e lungimirante all’urgenza di instaurare nuove sinergie a livello internazionale, oltre che locale.<br />
La mobilita` lavorativa, associata alla deregolamentazione generalizzata, e` stata un fenomeno importante, non privo di aspetti positivi perche´ capace di stimolare la produzione di nuova ricchezza e lo scambio tra culture diverse. Tuttavia, quando l’incertezza circa le condizioni di lavoro, in conseguenza dei processi di mobilita` e di deregolamentazione, diviene endemica, si creano forme di instabilita` psicologica, di difficolta` a costruire propri percorsi coerenti nell’esistenza, compreso anche quello verso il matrimonio. Conseguenza di cio` e` il formarsi di situazioni di degrado umano, oltre che di spreco sociale. Rispetto a quanto accadeva nella societa` industriale del passato, oggi la disoccupazione provoca aspetti nuovi di irrilevanza economica e l’attuale crisi puo` solo peggiorare tale situazione. L’estromissione dal lavoro per lungo tempo, oppure la dipendenza prolungata dall’assistenza pubblica o privata, minano la liberta` e la creativita` della persona e i suoi rapporti familiari e sociali con forti sofferenze sul piano psicologico e spirituale. Desidererei ricordare a tutti, soprattutto ai governanti impegnati a dare un profilo rinnovato agli assetti economici e sociali del mondo, che il primo capitale da salvaguardare e valorizzare e` l’uomo, la persona, nella sua integrita`: ‘‘L’uomo infatti e` l’autore, il centro e il fine di tutta la vita economico-sociale’’.</p>
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<p>“Eliminare la fame nel mondo e` divenuta, nell’era della globalizzazione, anche un traguardo da perseguire per salvaguardare la pace e la stabilita` del pianeta. La fame non dipende tanto da scarsita` materiale, quanto piuttosto da scarsita` di risorse sociali, la piu` importante delle quali e` di natura istituzionale. Manca, cioe`, un assetto di istituzioni economiche in grado sia di garantire un accesso al cibo e all’acqua regolare e adeguato dal punto di vista nutrizionale, sia di fronteggiare le necessita` connesse con i bisogni primari e con le emergenze di vere e proprie crisi alimentari, provocate da cause naturali o dall’irresponsabilita` politica nazionale e internazionale. Il problema dell’insicurezza alimentare va affrontato in una prospettiva di lungo periodo, eliminando le cause strutturali che lo provocano e promuovendo lo sviluppo agricolo dei Paesi piu` poveri mediante investimenti in infrastrutture rurali, in sistemi di irrigazione, in trasporti, in organizzazione dei mercati, in formazione e diffusione di tecniche agricole appropriate, capaci cioe` di utilizzare al meglio le risorse umane, naturali e socio-economiche maggiormente accessibili a livello locale, in modo da garantire una loro sostenibilita` anche nel lungo periodo. Tutto cio` va realizzato coinvolgendo le comunita` locali nelle scelte e nelle decisioni relative all’uso della terra coltivabile. In tale prospettiva, potrebbe risultare utile considerare le nuove frontiere che vengono aperte da un corretto impiego delle tecniche di produzione agricola tradizionali e di quelle innovative, supposto che esse siano state dopo adeguata verifica riconosciute opportune, rispettose dell’ambiente e attente alle popolazioni piu` svantaggiate. Al tempo stesso, non dovrebbe venir trascurata la questione di un’equa riforma agraria nei Paesi in via di sviluppo. Il diritto all’alimentazione, cosı` come quello all’acqua, rivestono un ruolo importante per il conseguimento di altri diritti, ad iniziare, innanzitutto, dal diritto primario alla vita. E` necessario, pertanto, che maturi una coscienza solidale che consideri l’alimentazione e l’accesso all’acqua come diritti universali di tutti gli esseri umani, senza distinzioni ne´ discriminazioni. E` importante inoltre evidenziare come la via solidaristica allo sviluppo dei Paesi poveri possa costituire un progetto di soluzione della crisi globale in atto, come uomini politici e responsabili di Istituzioni internazionali hanno negli ultimi tempi intuito. Sostenendo mediante piani di finanziamento ispirati a solidarieta` i Paesi economicamente poveri, perché provvedano essi stessi a soddisfare le domande di beni di consumo e di sviluppo dei propri cittadini, non solo si puo` produrre vera crescita economica, ma si puo` anche concorrere a sostenere le capacita` produttive dei Paesi ricchi che rischiano di esser compromesse dalla crisi.”</p>
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<p>“Nell’epoca della globalizzazione l’economia risente di modelli competitivi legati a culture tra loro molto diverse. I comportamenti economico-imprenditoriali che ne derivano trovano prevalentemente un punto d’incontro nel rispetto della giustizia commutativa. La vita economica ha senz’altro bisogno del contratto, per regolare i rapporti di scambio tra valori equivalenti. Ma ha altresı` bisogno di leggi giuste e di forme di ridistribuzione guidate dalla politica, e inoltre di opere che rechino impresso lo spirito del dono. L’economia globalizzata sembra privilegiare la prima logica, quella dello scambio contrattuale, ma direttamente o indirettamente dimostra di aver bisogno anche delle altre due, la logica politica e la logica del dono senza contropartita.<br />
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<p>“Nell’epoca della globalizzazione, l’attivita` economica non puo` prescindere dalla gratuita`, che dissemina e alimenta la solidarieta` e la responsabilita` per la giustizia e il bene comune nei suoi vari soggetti e attori. Si tratta, in definitiva, di una forma concreta e profonda di democrazia economica. La solidarieta` e` anzitutto sentirsi tutti responsabili di tutti, quindi non puo` essere delegata solo allo Stato. Mentre ieri si poteva ritenere che prima bisognasse perseguire la giustizia e che la gratuita` intervenisse dopo come un complemento, oggi bisogna dire che senza la gratuita` non si riesce a realizzare nemmeno la giustizia. Serve, pertanto, un mercato nel quale possano liberamente operare, in condizioni di pari opportunita`, imprese che perseguono fini istituzionali diversi. Accanto all’impresa privata orientata al profitto, e ai vari tipi di impresa pubblica, devono potersi radicare ed esprimere quelle organizzazioni produttive che perseguono fini mutualistici e sociali. E` dal loro reciproco confronto sul mercato che ci si puo` attendere una sorta di ibridazione dei comportamenti d’impresa e dunque un’attenzione sensibile alla civilizzazione dell’economia. Carita` nella verita`, in questo caso, significa che bisogna dare forma e organizzazione a quelle iniziative economiche che, pur senza negare il profitto, intendono andare oltre la logica dello scambio degli equivalenti e del profitto fine a se stesso.”</p>
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<p>“Le attuali dinamiche economiche internazionali, caratterizzate da gravi distorsioni e disfunzioni, richiedono profondi cambiamenti anche nel modo di intendere l’impresa. Vecchie modalita` della vita imprenditoriale vengono meno, ma altre promettenti si profilano all’orizzonte. Uno dei rischi maggiori e` senz’altro che l’impresa risponda quasi esclusivamente a chi in essa investe e finisca cosı` per ridurre la sua valenza sociale. Sempre meno le imprese, grazie alla crescita di dimensione ed al bisogno di sempre maggiori capitali, fanno capo a un imprenditore stabile che si senta responsabile a lungo termine, e non solo a breve, della vita e dei risultati della sua impresa, e sempre meno dipendono da un unico territorio. Inoltre la cosiddetta delocalizzazione dell’attivita` produttiva puo` attenuare nell’imprenditore il senso di responsabilita` nei confronti di portatori di interessi, quali i lavoratori, i fornitori, i consumatori, l’ambiente naturale e la piu` ampia societa` circostante, a vantaggio degli azionisti, che non sono legati a uno spazio specifico e godono quindi di una straordinaria mobilita`. Il mercato internazionale dei capitali, infatti, offre oggi una grande liberta` di azione. E` pero` anche vero che si sta dilatando la consapevolezza circa la necessita` di una piu` ampia ‘‘responsabilita` sociale’’ dell’impresa. Anche se le impostazioni etiche che guidano oggi il dibattito sulla responsabilita` sociale dell’impresa non sono tutte accettabili secondo la prospettiva della dottrina sociale della Chiesa, e` un fatto che si va sempre piu` diffondendo il convincimento in base al quale la gestione dell’impresa non puo` tenere conto degli interessi dei soli proprietari della stessa, ma deve anche farsi carico di tutte le altre categorie di soggetti che contribuiscono alla vita dell’impresa: i lavoratori, i clienti, i fornitori dei vari fattori di produzione, la comunita` di riferimento. Negli ultimi anni si e` notata la crescita di una classe cosmopolita di manager, che spesso rispondono solo alle indicazioni degli azionisti di riferimento costituiti in genere da fondi anonimi che stabiliscono di fatto i loro compensi. Anche oggi tuttavia vi sono molti manager che con analisi lungimirante si rendono sempre piu` conto dei profondi legami che la loro impresa ha con il territorio, o con i territori, in cui opera. Paolo VI invitava a valutare seriamente il danno che il trasferimento all’estero di capitali a esclusivo vantaggio personale puo` produrre alla propria Nazione. Giovanni Paolo II avvertiva che investire ha sempre un significato morale, oltre che economico. Tutto questo – va ribadito – e` valido anche oggi, nonostante che il mercato dei capitali sia stato fortemente liberalizzato e le moderne mentalita` tecnologiche possano indurre a pensare che investire sia solo un fatto tecnico e non anche umano ed etico. Non c’e` motivo per negare che un certo capitale possa fare del bene, se investito all’estero piuttosto che in patria. Devono pero` essere fatti salvi i vincoli di giustizia, tenendo anche conto di come quel capitale si e` formato e dei danni alle persone che comportera` il suo mancato impiego nei luoghi in cui esso e` stato generato. Bisogna evitare che il motivo per l’impiego delle risorse finanziarie sia speculativo e ceda alla tentazione di ricercare solo profitto di breve termine, e non anche la sostenibilita` dell’impresa a lungo termine, il suo puntuale servizio all’economia reale e l’attenzione alla promozione, in modo adeguato ed opportuno, di iniziative economiche anche nei Paesi bisognosi di sviluppo. Non c’e` nemmeno motivo di negare che la delocalizzazione, quando comporta investimenti e formazione, possa fare del bene alle popolazioni del Paese che la ospita. Il lavoro e la conoscenza tecnica sono un bisogno universale. Non e` pero` lecito delocalizzare solo per godere di particolari condizioni di favore, o peggio per sfruttamento, senza apportare alla societa` locale un vero contributo per la nascita di un robusto sistema produttivo e sociale, fattore imprescindibile di sviluppo stabile.”</p>
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<p>“Anche l’‘‘autorita` politica’’ ha un significato plurivalente, che non puo` essere dimenticato, mentre si procede alla realizzazione di un nuovo ordine economico-produttivo, socialmente responsabile e a misura d’uomo. Come si intende coltivare un’imprenditorialita` differenziata sul piano mondiale, cosı` si deve promuovere un’autorita`politica distribuita e attivantesi su piu` piani. L’economia integrata dei giorni nostri non elimina il ruolo degli Stati, piuttosto ne impegna i Governi ad una piu` forte collaborazione reciproca. Ragioni di saggezza e di prudenza suggeriscono di non proclamare troppo affrettatamente la fine dello Stato. In relazione alla soluzione della crisi attuale, il suo ruolo sembra destinato a crescere, riacquistando molte delle sue competenze. Ci sono poi delle Nazioni in cui la costruzione o ricostruzione dello Stato continua ad essere un elemento chiave del loro sviluppo. L’aiuto internazionale proprio all’interno di un progetto solidaristico mirato alla soluzione degli attuali problemi economici dovrebbe piuttosto sostenere il consolidamento di sistemi costituzionali, giuridici, amministrativi nei Paesi che non godono ancora pienamente di questi beni. Accanto agli aiuti economici, devono esserci quelli volti a rafforzare le garanzie proprie dello Stato di diritto, un sistema di ordine pubblico e di carcerazione efficiente nel rispetto dei diritti umani, istituzioni veramente democratiche. Non e` necessario che lo Stato abbia dappertutto le medesime caratteristiche: il sostegno ai sistemi costituzionali deboli affinche´ si rafforzino puo` benissimo accompagnarsi con lo sviluppo di altri soggetti politici, di natura culturale, sociale, territoriale o religiosa, accanto allo Stato. L’articolazione dell’autorita` politica a livello locale, nazionale e internazionale e`, tra l’altro, una delle vie maestre per arrivare ad essere in grado di orientare la globalizzazione economica. E` anche il modo per evitare che essa mini di fatto i fondamenti della democrazia.</p>
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<p>Si assiste oggi a una pesante contraddizione. Mentre, per un verso, si rivendicano presunti diritti, di carattere arbitrario e voluttuario, con la pretesa di vederli riconosciuti e promossi dalle strutture pubbliche, per l’altro verso, vi sono diritti elementari e fondamentali disconosciuti e violati nei confronti di tanta parte dell’umanita`. Si e` spesso notata una relazione tra la rivendicazione del diritto al superfluo o addirittura alla trasgressione e al vizio, nelle societa` opulente, e la mancanza di cibo, di acqua potabile, di istruzione di base o di cure sanitarie elementari in certe regioni del mondo del sottosviluppo e anche nelle periferie di grandi metropoli. La relazione sta nel fatto che i diritti individuali, svincolati da un quadro di doveri che conferisca loro un senso compiuto, impazziscono e alimentano una spirale di richieste praticamente illimitata e priva di criteri. L’esasperazione dei diritti sfocia nella dimenticanza dei doveri. I doveri delimitano i diritti perche´ rimandano al quadro antropologico ed etico entro la cui verita` anche questi ultimi si inseriscono e cosı` non diventano arbitrio. Per questo motivo i doveri rafforzano i diritti e propongono la loro difesa e promozione come un impegno da assumere a servizio del bene. Se, invece, i diritti dell’uomo trovano il proprio fondamento solo nelle deliberazioni di un’assemblea di cittadini, essi possono essere cambiati in ogni momento<br />
e, quindi, il dovere di rispettarli e perseguirli si allenta nella coscienza comune. I Governi e gli Organismi internazionali possono allora dimenticare l’oggettivita` e l’« indisponibilita` » dei diritti. Quando cio` avviene, il vero sviluppo dei popoli e` messo in pericolo. Comportamenti simili compromettono l’autorevolezza degli Organismi internazionali, soprattutto agli occhi dei Paesi maggiormente bisognosi di sviluppo. Questi, infatti, richiedono che la comunita` internazionale assuma come un dovere l’aiutarli a essere « artefici del loro destino », ossia ad assumersi a loro volta dei doveri. La condivisione dei doveri reciproci mobilita assai piu` della sola rivendicazione di diritti.”</p>
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<p>“La cooperazione internazionale ha bisogno di persone che condividano il processo di sviluppo economico e umano, mediante la solidarieta` della presenza, dell’accompagnamento,<br />
della formazione e del rispetto. Da questo punto di vista, gli stessi Organismi internazionali dovrebbero interrogarsi sulla reale efficacia dei loro apparati burocratici e amministrativi, spesso troppo costosi. Capita talvolta che chi e` destinatario degli aiuti diventi funzionale a chi lo aiuta e che i poveri servano a mantenere in vita dispendiose organizzazioni burocratiche che riservano per la propria conservazione percentuali troppo elevate di quelle risorse che invece dovrebbero essere destinate allo sviluppo. In questa prospettiva, sarebbe auspicabile che tutti gli Organismi internazionali e le Organizzazioni non governative si impegnassero ad una piena trasparenza, informando i donatori e l’opinione pubblica circa la percentuale dei fondi ricevuti destinata ai programmi di cooperazione, circa il vero contenuto di tali programmi, e infine circa la composizione delle spese dell’istituzione stessa.”</p>
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<p>“Le questioni legate alla cura e alla salvaguardia dell’ambiente devono oggi tenere in debita considerazione le problematiche energetiche. L’accaparramento delle risorse energetiche non rinnovabili da parte di alcuni Stati, gruppi di potere e imprese costituisce, infatti, un grave impedimento per lo sviluppo dei Paesi poveri. Questi non hanno i mezzi economici ne´ per accedere alle esistenti fonti energetiche non rinnovabili ne´ per finanziare la ricerca di fonti nuove e alternative. L’incetta delle risorse naturali, che in molti casi si trovano proprio nei Paesi poveri, genera sfruttamento e frequenti conflitti tra le Nazioni e al loro interno. Tali conflitti si combattono spesso proprio sul suolo di quei Paesi, con pesanti bilanci in termini di morte, distruzione e ulteriore degrado. La comunita` internazionale ha il compito imprescindibile di trovare le strade istituzionali per disciplinare lo sfruttamento delle risorse non rinnovabili, con la partecipazione anche dei Paesi poveri, in modo da pianificare insieme il futuro. Anche su questo fronte vi e` l’urgente necessita` morale di una rinnovata solidarieta`, specialmente nei rapporti tra i Paesi in via di sviluppo e i Paesi altamente industrializzati. Le societa` tecnologicamente avanzate possono e devono diminuire il proprio fabbisogno energetico sia perche´ le attivita` manifatturiere evolvono, sia perche´ tra i loro cittadini si diffonde una sensibilita` ecologica maggiore. Si deve inoltre aggiungere che oggi e` realizzabile un miglioramento dell’efficienza energetica ed e` al tempo stesso possibile far avanzare la ricerca di energie alternative. E` pero` anche necessaria una ridistribuzione planetaria delle risorse energetiche, in modo che anche i Paesi che ne sono privi possano accedervi. Il loro destino non puo` essere lasciato nelle mani del primo arrivato o alla logica del piu` forte. Si tratta di problemi rilevanti che, per essere affrontati in modo adeguato, richiedono da parte di tutti la responsabile presa di coscienza delle conseguenze che si riverseranno sulle nuove generazioni, soprattutto sui moltissimi giovani presenti nei popoli poveri, i quali « reclamano la parte attiva che loro spetta nella costruzione d’un mondo migliore.”</p>
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<p>E` auspicabile che la comunita` internazionale e i singoli governi sappiano contrastare in maniera efficace le modalita` d’utilizzo dell’ambiente che risultino ad esso dannose. E` altresı` doveroso che vengano intrapresi, da parte delle autorita` competenti, tutti gli sforzi necessari affinche´ i costi economici e sociali derivanti dall’uso delle risorse ambientali comuni siano riconosciuti in maniera trasparente e siano pienamente supportati da coloro che ne usufruiscono e non da altre popolazioni o dalle generazioni future: la protezione dell’ambiente, delle risorse e del clima richiede che tutti i responsabili internazionali agiscano congiuntamente e dimostrino prontezza ad operare in buona fede, nel rispetto della legge e della solidarieta` nei confronti delle regioni piu` deboli del pianeta.121 Uno dei maggiori compiti dell’economia e` proprio il piu` efficiente uso delle risorse, non l’abuso, tenendo sempre presente che la nozione di efficienza non e` assiologicamente neutrale. -Le modalita` con cui l’uomo tratta l’ambiente influiscono sulle modalita` con cui tratta se stesso e, viceversa. Cio` richiama la societa` odierna a rivedere seriamente il suo stile di vita che, in molte parti del mondo, e` incline all’edonismo e al consumismo, restando indifferente ai danni che ne derivano. E` necessario un effettivo cambiamento di mentalita` che ci induca ad adottare nuovi stili di vita, ‘‘nei quali la ricerca del vero, del bello e del buono e la comunione con gli altri uomini per una crescita comune siano gli elementi che determinano le scelte dei consumi, dei risparmi e degli investimenti’’. Ogni lesione della solidarieta` e dell’amicizia civica provoca danni ambientali, cosı` come il degrado ambientale, a sua volta, provoca insoddisfazione nelle relazioni sociali. La natura, specialmente nella nostra epoca, e` talmente integrata nelle dinamiche sociali e culturali da non costituire quasi piu` una variabile indipendente. La desertificazione e l’impoverimento produttivo di alcune aree agricole sono anche frutto dell’impoverimento delle popolazioni che le abitano e della loro arretratezza. Incentivando lo sviluppo economico e culturale di quelle popolazioni, si tutela anche la natura. Inoltre, quante<br />
risorse naturali sono devastate dalle guerre! La pace dei popoli e tra i popoli permetterebbe anche una maggiore salvaguardia della natura. L’accaparramento delle risorse, specialmente dell’acqua, puo` provocare gravi conflitti tra le popolazioni coinvolte. Un pacifico accordo sull’uso delle risorse puo` salvaguardare la natura e, contemporaneamente, il benessere delle societa` interessate.”</p>
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<p>-Manifestazione particolare della carita` e criterio guida per la collaborazione fraterna di credenti e non credenti e` senz’altro il principio di sussidiarieta`,137 espressione dell’inalienabile liberta` umana. La sussidiarieta` e` prima di tutto un aiuto alla persona, attraverso l’autonomia dei corpi intermedi. Tale aiuto viene offerto quando la persona e i soggetti sociali non riescono a fare da se´ e implica sempre finalita` emancipatrici, perche´ favorisce la liberta` e la partecipazione in quanto assunzione di responsabilita`. La sussidiarieta` rispetta la dignita` della persona, nella quale vede un soggetto sempre capace di dare qualcosa agli altri. Riconoscendo nella reciprocita` l’intima costituzione dell’essere umano, la sussidiarieta` e` l’antidoto piu` efficace contro ogni forma di assistenzialismo paternalista. Essa puo` dar conto sia della molteplice articolazione dei piani e quindi della pluralita` dei soggetti, sia di un loro coordinamento. Si tratta quindi di un principio particolarmente adatto a governare la globalizzazione e a orientarla verso un vero sviluppo umano. Per non dar vita a un pericoloso potere universale di tipo monocratico, il governo della globalizzazione deve essere di tipo sussidiario, articolato su piu` livelli e su piani diversi, che collaborino reciprocamente. La globalizzazione ha certo bisogno di autorita`, in quanto pone il problema di un bene comune globale da perseguire; tale autorita`, pero`, dovra` essere organizzata in modo sussidiario e poliarchico, sia per non ledere la liberta` sia per risultare concretamente efficace.<br />
-Un altro aspetto meritevole di attenzione, trattando dello sviluppo umano integrale, e` il fenomeno delle migrazioni. E` fenomeno che impressiona per la quantita` di persone coinvolte, per le problematiche sociali, economiche, politiche, culturali e religiose che solleva, per le sfide drammatiche che pone alle comunita` nazionali e a quella internazionale. Possiamo dire che siamo di fronte a un fenomeno sociale di natura epocale, che richiede una forte e lungimirante politica di cooperazione internazionale per essere adeguatamente affrontato. Tale politica va sviluppata a partire da una stretta collaborazione tra i Paesi da cui partono i migranti e i Paesi in cui arrivano; va accompagnata da adeguate normative internazionali in grado di armonizzare i diversi assetti legislativi, nella prospettiva di salvaguardare le esigenze e i diritti delle persone e delle famiglie emigrate e, al tempo stesso, quelli delle societa` di approdo degli stessi emigrati. Nessun Paese da solo puo` ritenersi in grado di far fronte ai problemi migratori del nostro tempo. Tutti siamo testimoni del carico di sofferenza, di disagio e di aspirazioni che accompagna i flussi migratori. Il fenomeno, com’e` noto, e` di gestione complessa; resta tuttavia accertato che i lavoratori stranieri, nonostante le difficolta` connesse con la loro integrazione, recano un contributo significativo allo sviluppo economico del Paese ospite con il loro lavoro, oltre che a quello del Paese d’origine grazie alle<br />
rimesse finanziarie. Ovviamente, tali lavoratori non possono essere considerati come una merce o una mera forza lavoro. Non devono, quindi, essere trattati come qualsiasi altro fattore di produzione. Ogni migrante e` una persona umana che, in quanto tale, possiede diritti fondamentali inalienabili che vanno rispettati da tutti e in ogni situazione.”</p>
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<p>“E` bene che le persone si rendano conto che acquistare e` sempre un atto morale, oltre che economico. C’e` dunque una precisa responsabilita` sociale del consumatore, che si accompagna alla responsabilita` sociale dell’impresa. I consumatori vanno continuamente educati al ruolo che quotidianamente esercitano e che essi possono svolgere nel rispetto dei principi morali, senza sminuire la razionalita` economica intrinseca all’atto dell’acquistare. Anche nel campo degli acquisti, proprio in momenti come quelli che si stanno sperimentando dove il potere di acquisto potra` ridursi e si dovra` consumare con maggior sobrieta`, e` necessario percorrere altre strade, come per esempio forme di cooperazione all’acquisto, quali le cooperative di consumo, attive a partire dall’Ottocento anche grazie all’iniziativa dei cattolici. E` utile inoltre favorire forme nuove di commercializzazione di prodotti provenienti da aree depresse del pianeta per garantire una retribuzione decente ai produttori, a condizione che si tratti veramente di un mercato trasparente, che i produttori non ricevano solo maggiori margini di guadagno, ma anche maggiore formazione, professionalita` e tecnologia, e infine che non s’associno a simili esperienze di economia per lo sviluppo visioni ideologiche di parte. Un piu` incisivo ruolo dei consumatori, quando non vengano manipolati essi stessi da associazioni non veramente rappresentative, e` auspicabile come fattore di democrazia economica.”</p>
<p>*</p>
<p>“Al pari di quanto richiesto da una corretta gestione della globalizzazione e dello sviluppo, il senso e la finalizzazione dei media vanno ricercati nel fondamento antropologico. Cio` vuol dire che essi possono divenire occasione di umanizzazione non solo quando, grazie allo sviluppo tecnologico, offrono maggiori possibilita` di comunicazione e di informazione, ma soprattutto quando sono organizzati e orientati alla luce di un’immagine della persona e del bene comune che ne rispecchi le valenze universali. I mezzi di comunicazione sociale non favoriscono la liberta` ne´ globalizzano lo sviluppo e la democrazia per tutti, semplicemente perche´ moltiplicano le possibilita` di interconnessione e di circolazione delle idee. Per raggiungere simili obiettivi bisogna che essi siano centrati sulla promozione della dignita` delle persone e dei popoli, siano espressamente animati dalla carita` e siano posti al servizio della verita`, del bene e della fraternita` naturale e soprannaturale. Infatti, nell’umanita` la liberta` e` intrinsecamente collegata con questi valori superiori. I media possono costituire un valido aiuto per far crescere la comunione della famiglia umana e l’ethos delle societa`, quando diventano strumenti di promozione dell’universale partecipazione nella comune ricerca di cio` che e` giusto.”</p>
<p>*<br />
<strong>Note</strong></p>
<p>(1) “Se non si rispetta il diritto alla vita e alla morte naturale, se si rende artificiale il concepimento, la gestazione e la nascita dell’uomo, se si sacrificano embrioni umani alla ricerca, la coscienza comune finisce per perdere il concetto di ecologia umana e, con esso, quello di ecologia ambientale.”<br />
“La fecondazione in vitro, la ricerca sugli embrioni, la possibilita` della clonazione e dell’ibridazione umana nascono e sono promosse nell’attuale cultura del disincanto totale, che crede di aver svelato ogni mistero, perche´ si e` ormai arrivati alla radice della vita. Qui l’assolutismo della tecnica trova la sua massima espressione. In tale tipo di cultura la coscienza e` solo chiamata a prendere atto di una mera possibilita` tecnica. Non si possono tuttavia minimizzare gli scenari inquietanti per il futuro dell’uomo e i nuovi potenti strumenti che la « cultura della morte » ha a disposizione. Alla diffusa, tragica, piaga dell’aborto si potrebbe aggiungere in futuro, ma e` gia` surrettiziamente in nuce, una sistematica pianificazione eugenetica delle nascite. Sul versante opposto, va facendosi strada una mens eutanasica, manifestazione non meno abusiva di dominio sulla vita, che in certe condizioni viene considerata non piu` degna di essere vissuta. Dietro questi scenari stanno posizioni culturali negatrici della dignita` umana. Queste pratiche, a loro volta, sono destinate ad alimentare una concezione materiale e meccanicistica della vita umana.</p>
<p>*</p>
<p>NB. Non sono state riportate negli stralci le note contenute nel testo, consultabili nel <a href="http://notizie.tiscali.it/articoli/pdf/caritas.pdf">documento integrale</a>.</p>
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	</item>
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		<title>MONTEVERDE di Gianfranco Franchi</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Jul 2009 10:00:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimomaugeri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[castelvecchi]]></category>
		<category><![CDATA[gianfranco franchi]]></category>
		<category><![CDATA[lankelot]]></category>
		<category><![CDATA[monteverde]]></category>

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		<description><![CDATA[Qual è la condizione dei giovani intellettuali, oggi, in Italia? Quale, il ruolo? Troviamo risposte nella nuova opera narrativa di Gianfranco Franchi: “Monteverde” (Castelvecchi, 2009, € 16, p. 310).
Franchi, già autore di “Disorder”, “Pagano” e “L’inadempienza” per le edizioni “Il Foglio” – è un  intellettuale romano classe ‘78, nato a Trieste, creatore e gestore [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lapoesiaelospirito.wordpress.com&blog=621013&post=20624&subd=lapoesiaelospirito&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="alignnone" src="http://giotto.ibs.it/cop/copj13.asp?f=9788876152917" alt="" width="200" height="294" />Qual è la condizione dei giovani intellettuali, oggi, in Italia? Quale, il ruolo? Troviamo risposte nella nuova opera narrativa di Gianfranco Franchi: “Monteverde” (Castelvecchi, 2009, € 16, p. 310).<br />
Franchi, già autore di “Disorder”, “Pagano” e “L’inadempienza” per le edizioni “Il Foglio” – è un  intellettuale romano classe ‘78, nato a Trieste, creatore e gestore del sito letterario <em><a href="www.lankelot.eu" target="_blank">Lankelot</a> </em>(www.lankelot.eu), nonché consulente editoriale di varie case editrici.<br />
Il protagonista del libro, Guido Orsini &#8211; alter ego dell’autore – è un giovane laureato che vive nel quartiere romano di Monteverde, ama la letteratura e deve fare i conti con una società in cui stenta a integrarsi; in cui non si riconosce. Vorrebbe vivere di libri, Guido. Campare di letteratura. Ma non si può. <span id="more-20624"></span>Ed eccolo, allora, alla ricerca di un lavoro. Fa l’arbitro, il giornalista-magazziniere, l’inseritore notturno, il tirocinante, l’addetto allo sportello. Lavori che non coincidono con la sua vera essenza, la sua vera natura (che si evince già dall’incipit del libro): “Sono una foglia che pesa ottanta chili. Sogno refoli di vento. Sono una batteria che si sta ricaricando. Voglio ricaricare in pace, senza sbalzi di corrente. Sono un navigatore senza programma, non so orientarmi con le stelle. Sono lo stipite stanco di una vecchia porta. Sono un contratto firmato in bianco, sono una lettera senza mittente. Sono una tela d’acqua su una cornice di carta, un telecomando che non spegne niente; se mi punto sul cielo m’accendo, funziono. Sono un orologio che batte secondi sulle tempie della sua cassa. Sono un pallone bucato. Sono una sigaretta che non si spegne, fuma soltanto. Sono queste mani che dovresti mutilare”.<br />
C’è lirismo amaro nella scrittura di Franchi, c’è la nostalgia per gli aspetti migliori di un passato socioletterario che pare scomparso, c’è la proiezione verso il nuovo (e forse, proprio la tecnologia, l’esistenza di Internet, sanciscono la differenza vera tra il giovane intellettuale di oggi e quello del passato), c’è la ricerca disperata di sé. C’è la voglia di non arrendersi. E c’è – tra le altre cose – un gran talento narrativo che traspare dalle pagine e che, comunque, ci dà speranza sul futuro della nostra letteratura.<br />
<strong> <a href="http://letteratitudine.blog.kataweb.it/" target="_blank">Massimo Maugeri</a></strong><br />
<em> </em></p>
<p><em>dalla pagina Cultura del quotidiano &#8220;La Sicilia&#8221; del 14/6/2009</em></p>
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			<media:title type="html">Massimo Maugeri</media:title>
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		<title>Protetti  e non</title>
		<link>http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/07/11/protetti-e-non/</link>
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		<pubDate>Sat, 11 Jul 2009 06:00:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sgolisch</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pensiero]]></category>

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		<description><![CDATA[
Piccola anima smarrita e soave,
compagna e ospite del corpo,
ora t’appresti e scendere in luoghi
incolori, ardui, spogli,
ove non avrai più gli svaghi consueti.
 
Sono stata alla Villa Adriana a Tivoli, colta da sensazioni sublimi davanti al sogno di bellezza, fattosi pietra nelle tozze mani degli schiavi.
Il celebre canopo, pensato e costruito con l’unico scopo di fare [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lapoesiaelospirito.wordpress.com&blog=621013&post=20576&subd=lapoesiaelospirito&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="alignnone size-medium wp-image-20690" title="villa_adriana_canopos" src="http://lapoesiaelospirito.files.wordpress.com/2009/07/villa_adriana_canopos1.jpg?w=300&#038;h=210" alt="villa_adriana_canopos" width="300" height="210" /></p>
<p><em>Piccola anima smarrita e soave,</em></p>
<p><em>compagna e ospite del corpo,</em></p>
<p><em>ora t’appresti e scendere in luoghi</em></p>
<p><em>incolori, ardui, spogli,</em></p>
<p><em>ove non avrai più gli svaghi consueti.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Sono stata alla <em>Villa Adriana</em> a Tivoli, colta da sensazioni sublimi davanti al sogno di bellezza, fattosi pietra nelle tozze mani degli schiavi.</p>
<p>Il celebre canopo, pensato e costruito con l’unico scopo di fare godere dei riflessi di luce danzanti sulla superficie dell’acqua. Cammino tra uliveti e rovine, protetta dagli enormi ombrelli sempreverdi dei pini mediterranei.</p>
<p>Esagerazioni, inquietudini, solitudini, brevi pacificazioni &#8211; tutte mie e non mie. Secoli e uomini sono passati con passo pesante o <em>auf Taubenfüßen</em> e pian piano le piante e gli alberi si sono ripresi ciò che appartiene a loro da sempre. Tutta la grandiosità della reggia dell’imperatore del mondo è ricaduta nel silenzio, animato solo dall’eterno canto delle cicale &#8211; lontano, incomprensibile, stordente e seducente.<span id="more-20576"></span></p>
<p>Beata la finitudine delle opere umane.</p>
<p>Le <em>Domande di un operario pensante</em> di Brecht.</p>
<p>E il verdetto di Adorno, espresso con chiarezza e fervore nella <em>Dialettica dell’illuminismo: Nessuna testimonianza culturale che al contempo non sia anche testimonianza di barbarie. </em></p>
<p>Si.</p>
<p>No.</p>
<p>Non ci voglio pensare adesso, in questo momento, appoggiata per terra a un vecchio pino che come un grande signore mi accoglie senza porre domande.</p>
<p>Chiudo gli occhi e senza alcuno sforzo cado nel canto delle cicale.</p>
<p>Il desiderio di dormire &#8211;  e al risveglio godere i riflessi di luce danzanti  sull’acqua e poi chiudere di nuovo gli occhi.</p>
<p>Fare trascorre il tempo senza chiedergli nulla. Senza volerlo né riempire, né fermare.</p>
<p>Eppure, inutile negarlo, non faccio ancora parte dell’eternità,  e perciò bisogna pensare al ritorno, cioè tornare in paese e cercare un pullman per la stazione di Tivoli.</p>
<p>Trovo la fermata e insieme ad un anziano attendo pazientemente l’incerto arrivo del mezzo pubblico.</p>
<p>Mentre aspettiamo in silenzio sotto il caldo sole del pomeriggio, passa una sua conoscente:</p>
<p>-        Vuoi venire a Tivoli, Giovanna?</p>
<p>-         No, ho un funerale.</p>
<p>-         Chi è?</p>
<p>-         Una mia amica.</p>
<p>-         Quanti anni aveva?</p>
<p>-         82.</p>
<p>-         Cosa vuoi fare? E’ la vita.</p>
<p>La vecchia se ne va, sorridente, assai contenta a quanto pare che l’inevitabile sorte degli esseri umani non è toccata ancora a lei. Finalmente arriva il pullman che alla guida del giovani autista si trasforma in men che non si dica in una macchina da corsa. Gesticolando e bestemmiando animatamente al cellulare, ci porta sicuri alla stazione, dove mi aspetta già il treno per Roma – e quindi la lettura del libro della Yourcenar che spiega il suo interesse per la figura storica dell’imperatore Adriano con una  annotazione, letta nel 1927  per caso in una lettera di Flaubert : <em>Quando non c‘erano più gli dei e Cristo non era ancora nato, si era creato, tra Cicerone e Marcus Aurelius, un  momento storico unico in cui l’uomo esisteva in piena solitudine. </em></p>
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		<item>
		<title>L&#8217;America</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Jul 2009 18:00:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sgolisch</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[
di Johanna Combi 
Rosso.
Pizzo rosso.
Un’inutile reggiseno di pizzo rosso.
7 : 30  cioccolato sul fuoco, fonde. Reggiseno di pizzo rosso, tanga trasparente con orsetti sorridenti.
7 : 40  cioccolato fuso equamente diviso sull’impotente corpo.
7 : 45  ansiosa solitudine, fragole generosamente distribuite sull’ampia massa.
7 : 55  ultimi preparativi: scarsi capelli, tinti di rosso, vengono cinti da coroncina rosa.
Sempre [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lapoesiaelospirito.wordpress.com&blog=621013&post=20516&subd=lapoesiaelospirito&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:left;"><img class="alignnone size-full wp-image-20524" title="america" src="http://lapoesiaelospirito.files.wordpress.com/2009/07/america1.jpg?w=250&#038;h=386" alt="america" width="250" height="386" /></p>
<p style="text-align:left;">di <strong>Johanna Combi </strong></p>
<p>Rosso.</p>
<p>Pizzo rosso.</p>
<p>Un’inutile reggiseno di pizzo rosso.</p>
<p>7 : 30  cioccolato sul fuoco, fonde. Reggiseno di pizzo rosso, tanga trasparente con orsetti sorridenti.</p>
<p>7 : 40  cioccolato fuso equamente diviso sull’impotente corpo.</p>
<p>7 : 45  ansiosa solitudine, fragole generosamente distribuite sull’ampia massa.</p>
<p>7 : 55  ultimi preparativi: scarsi capelli, tinti di rosso, vengono cinti da coroncina rosa.</p>
<p>Sempre più impaziente l’abbondante corpo si aggira per l’alloggio, lasciando evidenti  tracce del suo passaggio, panna montata viene distribuita su petto e linguine.<span id="more-20516"></span></p>
<p>Focosamente atteso, l’ospite si lascia aspettare.</p>
<p>Rumore di unghie mangiucchiate, di inquieti sospiri.</p>
<p>Fine della travagliata attesa.</p>
<p>Fulvio, uomo medio: sposato, divorziato, risposato, 2 figli, dipendente aziendale.</p>
<p>L’ampia massa viene subito circumnavigata da sguardi frementi.</p>
<p>Ultimi ritocchi.</p>
<p>Il gioco ha inizio.</p>
<p>La musica di Barry White svolazza per l’aria mentre, panna e cioccolato vengono fatti diventare  gli unici indumenti dell’invitato.</p>
<p>I corpi vengono delicatamente in contatto, prima passionali, poi, permalosi, si ritraggono.</p>
<p>Panna, fragole, cellulite, carne, mutano in un unico corpo.</p>
<p>Un Sorriso dilaga su un vecchio volto morso troppe volte dalla volgare voglia di sognare.</p>
<p>Poche parole: mi sento Colombo, perché  ti ho scoperta così tardi, mia America?</p>
<p>Una breve dormita, un’altra visita, due masse ingenue si riaccolgono calorosamente.</p>
<p>E ancora, ancora, ancora, uniti per tutta l’eternità.</p>
<p>Colombo e la sua America, vivono uniti nel loro ricordo.</p>
<p>Tutto è finito.</p>
<p>Il corpo si alza, viene visto dallo specchio: corpo informe, rugoso, marrone per il cioccolato fuso, la coroncina rosa si innalza sbilenca dal cranio, il trucco disfatto, mascara colante.</p>
<p><strong> </strong></p>
  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/lapoesiaelospirito.wordpress.com/20516/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/lapoesiaelospirito.wordpress.com/20516/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/lapoesiaelospirito.wordpress.com/20516/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/lapoesiaelospirito.wordpress.com/20516/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/lapoesiaelospirito.wordpress.com/20516/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/lapoesiaelospirito.wordpress.com/20516/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/lapoesiaelospirito.wordpress.com/20516/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/lapoesiaelospirito.wordpress.com/20516/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/lapoesiaelospirito.wordpress.com/20516/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/lapoesiaelospirito.wordpress.com/20516/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lapoesiaelospirito.wordpress.com&blog=621013&post=20516&subd=lapoesiaelospirito&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>Atropo</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Jul 2009 14:00:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fabrizio centofanti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diari]]></category>
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		<description><![CDATA[
Mi chiedono tutti come sto e mi guardano di sbieco, come se dovessi cadere da un momento all&#8217;altro. Tutta la stanchezza vinta, in quel momento, mi torna addosso come un boomerang, le energie svaniscono, nella testa si forma un vuoto che spaventa. Siamo appesi a un filo, si dice. E qualcuno aggiungeva che una donna [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lapoesiaelospirito.wordpress.com&blog=621013&post=20846&subd=lapoesiaelospirito&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="alignnone size-medium wp-image-20848" title="LE MOIRE" src="http://lapoesiaelospirito.files.wordpress.com/2009/07/le-moire.jpg?w=300&#038;h=209" alt="LE MOIRE" width="300" height="209" /></p>
<p>Mi chiedono tutti come sto e mi guardano di sbieco, come se dovessi cadere da un momento all&#8217;altro. Tutta la stanchezza vinta, in quel momento, mi torna addosso come un <em>boomerang</em>, le energie svaniscono, nella testa si forma un vuoto che spaventa. Siamo appesi a un filo, si dice. E qualcuno aggiungeva che una donna è predisposta per tagliarlo, con aria indifferente. E&#8217; importante partire da qui, da una scena in bilico tra due mondi almeno in apparenza separati. L&#8217;illusione è che le lucide cesoie siano riluttanti a interrompere un&#8217;azione, un sentimento, un ideale: tutto dev&#8217;essere a fronte del gesto inesorabile di Atropo, la parca che recide il filo. Ma si intravede un&#8217;altra prospettiva: sono io che stabilisco di restare, perché la mano che lacera l&#8217;ordito potrebbe essere la mia, spinta dalla pena di chi ha perso tutto, di chi si sta solo davanti al gigante, con la pietra e la fionda. Sono io che decido di resistere, di fissare negli occhi la donna senza cuore, di far vacillare, anche solo un istante, la sua millenaria sicurezza.</p>
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			<media:title type="html">fabrizio centofanti</media:title>
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		<title>Una lunga storia quasi d&#8217;amore</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Jul 2009 10:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gaja Cenciarelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letture]]></category>

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		<description><![CDATA[di Monica Mazzitelli
Molte le ragioni per cui oggi racconto questa storia.
Ragioni ricostruttive di me, dei miei ultimi 19 anni di vita, in giorni in cui mi sono consegnata a un uomo portandogli in dono una brucola. Due giorni tanto per smontare qualche pezzo, tornata a casa in una scatola come un puzzle di cui ci [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lapoesiaelospirito.wordpress.com&blog=621013&post=20669&subd=lapoesiaelospirito&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="alignleft size-medium wp-image-20725" title="Stockholm" src="http://lapoesiaelospirito.files.wordpress.com/2009/07/stockholm.jpg?w=252&#038;h=179" alt="Stockholm" width="252" height="179" />di <strong>Monica Mazzitelli</strong></p>
<p>Molte le ragioni per cui oggi racconto questa storia.<br />
Ragioni ricostruttive di me, dei miei ultimi 19 anni di vita, in giorni in cui mi sono consegnata a un uomo portandogli in dono una brucola. Due giorni tanto per smontare qualche pezzo, tornata a casa in una scatola come un puzzle di cui ci si stufa.  Dopo anni di relazioni stabili mi riaffaccio al mondo come al finestrino di un treno tirato giù d’estate, e prendo in faccia il vento nero pauroso di una galleria. Indifesa. Starò più attenta, spero. Spero che torni, con la brucola. Lo aspetto.</p>
<p>Ma non è di lui che devo raccontare. Devo raccontare una vecchia storia che alcune mie amiche mi hanno chiesto di scrivere, dopo che gliel’ho narrata a voce. Una storia cominciata il 14 settembre del 1990, giorno più giorno meno.</p>
<p>Vivevo a Stoccolma da qualche mese con il mio compagno svedese, quello che poi è diventato il mio primo marito. Vivevamo in un piccolo appartamento per studenti uguale a un depliant dell’Ikea, eravamo felici. Il sesso a dire il vero non aveva mai funzionato granché, ma non ci facevo caso perché era un amore a cui volevo mettere la A maiuscola. Volevo Mr. Right. E lui aveva spalle larghe da tennista e piedi solidi, un ingegnere di telefonia mobile con cui potevi fare progetti di vita già vedendoti dentro a una Volvo familiare – che ha poi in effetti anche avuto, anni dopo. Dopo di me. Un uomo solido, niente grilli per la testa. Pensavo fosse Amore e invece a quei tempi cercavo solo un Tavor. <span id="more-20669"></span></p>
<p>Ma il 14 settembre questo ancora non lo sapevo. Ero un proiettile nel suo mondo, mi adattavo per vincere, come sempre. Mi adattavo e alla fine quindi perdevo, tutto; soprattutto l’amore.<br />
Il 14 settembre una mia amica, Yvonne, mi invita a cena a casa sua. Lo svedese è a Ivrea a lavorare per Omnitel, sono sola a casa, sono anche un po’ pigra ma lei mi dice che ci sarà sua sorella, con due amici americani, e quell’altra sua amica, Anna, che vuole presentarmi da un sacco di tempo. Tutto sommato, vado.</p>
<p>Entro nel suo appartamento, sulla destra la cucina. C’è un ragazzo appoggiato contro lo sportello largo del frigo; ha una mano nella tasca dei suoi pantaloni beige, e sopra indossa una camicia a piccoli quadretti come andavano sul finire degli anni ottanta. Con l’altra tiene un calice di vino. Ci stringiamo la mano. Si chiama Sami. Ha una bella voce, ma non ci faccio molto caso.<br />
Ceniamo. L’amica di Yvonne, Anna, è competitiva e egocentrica, bestie che avevo già abbastanza sgominato, nel 1990, ma che svegliate dai suoi latrati riabbaiano assetate di sangue. Divento insopportabile. Più sguaiata degli ospiti americani, più invadente di una caricatura di italiana, rido troppo forte e faccio battute taglienti fottendomene di quanto lacerino, fendenti sciabolate a casaccio, tanto per cercare di strappare dagli artigli di Anna la corona di reginetta della serata. Ce la contendiamo cattive e manesche, fingendo di starci totalmente simpatiche, finché la serata finisce. Già mentre scendo gli ultimi gradini di casa di Yvonne mi sale sul viso un senso di incontenibile vergogna: ma come cazzo mi sono comportata? Ma come mi è venuto in mente di fare quel lurido teatro imbecille che non avrei dovuto fare neanche a 15 anni, figuriamoci a 26? Yvonne non mi vorrà vedere mai più. Pazienza per gli altri, per quella stronzetta di Anna, ma Yvonne non mi chiamerà più.</p>
<p>Invece mi chiama, il giorno dopo… mi dice che quel ragazzo americano, Sami, le ha chiesto se per caso poteva avere il mio numero, per chiamarmi. Il mio numero? Non mi capacito, penso ancora alla figura di merda che ho fatto, che devo per forza avere fatto quella prima sera che ci siamo conosciuti. Però le dico certo sì, incredula. Come ho fatto a piacergli con quel nonostante cubitale? La sera dopo squilla il telefono, rispondo, una voce si prende una pausa e poi dice “Hi!”. Rispondo in italiano, dico “Ciao!” e lui “Don’t hang up on me, please!” pensa che ‘ciao’ sia solo per accomiatarsi, come è percepito in inglese, e quindi crede che gli stia attaccando il telefono in faccia. Gli spiego ridendo, e poi un diluvio di parole, per qualche ora.</p>
<p>Sami è americano ma ci è arrivato da bambino in Florida. Sua madre è danese, suo padre iraniano. Li ho visti finalmente in foto due mesi fa i suoi genitori, dopo essermeli immaginati a vuoto per anni. Lui è un elegante signore con un’inspiegabile somiglianza al mio: potrebbero essere cugini; la madre è una splendida scandinava castana, di quelle che dimostrano sempre 15 anni di meno. Il padre è andato via ai tempi di Reza Pahlavi, era a studiare in Germania, dove si sono conosciuti. Hanno vissuto un po’ in giro per l’Europa prima di andare negli Stati Uniti. Anche in Italia. Per sei mesi. In una città del nord. A Monza, per la precisione. Proprio lì, fra tutti gli 8.101 comuni d’Italia che c’erano a disposizione.</p>
<p>Sami e io parliamo a manetta. Lui è nella casa di campagna di Yvonne, io a casa mia a Stoccolma. La visiterò molti anni dopo quella villetta, sarà come il giro turistico di un reliquiario: questo è il letto dove dormiva Sami (ci dormirò anche io), e questo è il telefono da cui mi chiamò per quella prima telefonata, quel telefono verdino uguale a milioni che la sua mano di cui non ricordo l’aspetto ha stretto mentre rideva con me. Questa è la sala da pranzo dove hanno mangiato. Chissà se c’è rimasto un suo pelo incastrato tra due assi di legno del pavimento. Se bevo da tutti i bicchieri della casa avrò bevuto sicuramente anche dal suo. Per non dare nell’occhio mi limito a prenderli in mano uno ad uno, un momento in cui Yvonne è fuori in giardino.</p>
<p>Ma siamo ancora nel 1990, al telefono, e dopo tante ore di chiacchiere arriva la voce calda, bellissima di Sami a dirmi ciò che sapevamo entrambi “I would like to see you again”. Avrei potuto rispondere subito “certo” ma invece aspetto, una pausa che so lo farà innervosire un po’, ma che assaporo come il più libidinoso dei cioccolati. Gli faccio sentire lo sbuffo di un sorriso, mi arriva il suo. Solo allora gli dico “I’d love that, too”.</p>
<p>Ci rivediamo due giorni dopo. Vado a prenderlo a casa di Yvonne con in testa un cappellino delizioso che mi da un look da cinema, e lui è colpito. Andiamo da me, prendiamo delle pizze orrende e ce le mangiamo, in fretta. Poi ci sediamo sul divano della camera, a chiacchierare. Ci sfioriamo la pelle, mentre parliamo. Il letto è lì a due falcate, ci si potrebbe quasi tuffare dal divano. Ma non ci tuffiamo. Ci stiamo dicendo cose belle. Mi piace che quando è imbarazzato con uno scatto laterale della testa si scosta la frangia dagli occhi. Ha una splendida lunga chioma castana Sami. Ce l’ha anche oggi, l’ho vista in foto; manco un filo bianco. Capelli che è bello tenere tra le mani. Lo riaccompagno a casa, poi. E da lì lui vorrebbe riaccompagnare me: potremmo fare avanti e indietro tutta la notte, una notte ancora misteriosamente tiepida per un settembre stoccolmita. Ma so che devo tagliare, chiudere in un abbraccio goffo e frettoloso una serata, una nottata che va recisa così, con un colpo secco. Ci parliamo ancora al telefono, poi lui parte, va dai suoi nonni in Danimarca. Mi chiama ancora da lì, non sa se cucire o scucire le sue parole. Io sono sorridente ma non do appigli. Convivo, con un uomo. Non sono una che si fa la scopata, men che meno per le corna: o amore o bianco candeggina. È un po’ deluso Sami, scalpita. Qualche giorno dopo torna nel Connecticut, si deve trasferire a San Francisco per lavoro. È un radiologo interventista, va a specializzarsi come chirurgo endoscopico. Come in un film, noleggia un trailer e si mette guidare coast to coast, attraverso campagne, deserti, rocce. E nel frattempo mi scrive delle lettere dove accarezza uno per uno ogni dettaglio di noi, il mio buffo cappellino, quello che gli ho detto sulla sua pelle, il mio seno, il letto (“an impossible leap away”), le parole che ci siamo detti, e tutta la strada che percorre: il Painted Desert, i colori delle Montagne Rocciose, la striscia dell’asfalto, e il momento del motel, quando sono sempre il suo ultimo pensiero prima di addormentarsi.</p>
<p>Non gli ho chiesto un numero di telefono, non so dove contattarlo. Sono sciocca. Le emozioni che ho vissuto con lui mi arrivano in differita, incredule. Le leggo nelle sue lettere, mi si depositano nella pancia, ingoiate con un singhiozzo. Cerco di trovare il suo numero ma non sono sicura su come si scriva il suo cognome. Dopo serate passate a parlare col servizio informazioni internazionali rinuncio e chiedo a Yvonne se puoi darmi un suo contatto tramite la sorella. Ci vuole un mese, c’è solo la posta di carta, ma finalmente ho il numero dei genitori: chiamo. Parlo col padre, mi da il numero di Sami, parliamo una volta poi basta. Ritiro indietro la testa come una tartaruga, torno nel guscio Ikea con il mio Tavor.</p>
<p>Poi è novembre, un anno dopo, a un orario troppo presto la mattina. Squilla il telefono nella mia casa nuova, il mio numero non è cambiato. Sollevo io la cornetta. “Hi Monica, this is Sami”. Senso di vertigine, e imbarazzo. Il mio compagno discretamente mi lascia sola e va a farsi una doccia, mentre io cerco di avere una conversazione con lui. Ha una voce dolorosa, intensa, incerta. Più scura del solito. Quale ‘solito’? Quel minuscolo solito che abbiamo avuto, che sembra quasi assurdo dire, reclamare per noi. Ci siamo visti due volte e basta. Per ricordarmi il suo viso devo vedere una foto che mi ha messo in una lettera. Pian piano la faccia della foto diventa la sua vera faccia, mentre io ho dimenticato quella che ho visto dal vivo.</p>
<p>Ma ora è al telefono con questa voce dolente, capisco il perché: mi sta dicendo che ha preso un biglietto per Copenhagen, per Natale. Andrà dai suoi nonni, ci starà dieci giorni. Mi aspetterà lì, per dieci giorni. Tocca a me scegliere se andare. Posso andare, per favore? Ha comprato il biglietto, vado? Mi aspetterà, ecco l’indirizzo e il numero di telefono, se voglio andare.<br />
Non lo trovo strano. Niente è strano, anche un anno dopo, anche il biglietto, il Natale, i nonni, la telefonata e il mio uomo sotto la doccia a cui dico con tono casuale che era quel ragazzo americano, amico di Yvonne.. viene in Danimarca, dice se ho voglia di andarlo a trovare, fargli un saluto. Non fa una piega il mio uomo. È svedese. Pensa che se ho voglia di andare, perché no? È la risposta giusta. Mi tormento un po’ le unghie, e alla fine gli scrivo a Sami. Gli scrivo che non posso andare, che mi sembrerebbe sbagliato nei confronti del mio compagno, ma che lui è davvero speciale per me, che lo ringrazio, che mi ha dato cose importanti. Ma spedisco la lettera troppo tardi, e quattro giorni dopo il servizio postale svedese me la fa ritrovare nella cassetta: destinatario assente. Altre unghie, ma è andata così. Che fare?</p>
<p>Ci trasferiamo in Italia. È il 1992. Ogni tanto rileggo le lettere di Sami, le tengo un po’ nascoste. Contenta di essere tornata a vivere a Roma, ma la noia di coppia inizia a prendere il sopravvento. Quindi decidiamo di sposarci, io e Tavor. Mi ingozzo di preparativi, festa nuziale e coordinamento degli ospiti che arrivano da tutto il mondo, ogni cosa un piccolo gioco: la bomboniera, la scarpa verde, poi bianca, poi il menu, poi il bus a noleggio.. sei mesi solo a organizzare un evento come fosse un congresso internazionale, e lo sgomento la mattina di capire che sono io che mi sposo. Che non è un evento, ma Il Mio Matrimonio.</p>
<p>Ma soprattutto, quando scappiamo dalla festa prima che finisca, con l’aereo per Parigi e poi Los Angeles che ci aspetta, tutta quella tensione di non aver capito nulla, non aver capito a chi toccava. L’attacco di colite nel metrò di Parigi, andando in hotel dall’aeroporto: chiusa nel bagno di servizio dei custodi che hanno visto la mia faccia verde e si sono impietositi. L’intestino come un groviglio di serpi intorcinate e l’imbarazzo della prima notte in cui devo essere la donna più felice della terra ma soprattutto la più romantica, e invece mi è calata una cappa di depressione che solo un sorriso troppo smagliante incolla sotto il gargarozzo. Il viaggio di nozze è pieno di litigi e di finto entusiasmo.<br />
Andiamo anche a San Francisco, due-tre giorni. Faccio finta di non pensare che Sami stia lì, sono in viaggio di nozze accidenti a me. Mi dico che magari si è trasferito. Di certo non gli potevo telefonare. Mani vuote.</p>
<p>Quasi due anni dopo sono con mio marito a casa, un sabato sera. Ho preparato una cena sfiziosa e noleggiato un film che mi pare carino: “Prima dell’alba”, con Julie Delpy e Ethan Hawke. Guardiamo il film e penso che finalmente ho passato una bella serata con mio marito, era un po’ che non succedeva. La mattina dopo ho ancora la cassetta, la posso tenere fino a lunedì. Mio marito dorme ancora, quasi quasi me la riguardo, sì. La stessa magia di quell’amore improbabile, rubato al caso, tra un americano e una francese, che in una notte viennese dicono tutto, vivono tutto, e solo all’ultimo si confessano che vogliono rivedersi ancora, cercare la magia impossibile. Guardo ancora una volta il film. Lo restituisco, e una settimana dopo lo noleggio ancora. Presto presto, lo riesco a vedere altre due volte prima che mio marito torni a casa. Il cuore mi si spalanca. Cerco di ricreare la magia. Altra cena sfiziosa, altro film, carino, ma non c’è più quell’atmosfera. Sento che mi manca qualcosa.</p>
<p>Sono sull’autobus qualche giorno dopo, torno a casa dal lavoro. Sono a via Nizza, sto per incrociare viale Regina Margherita. Sami! Mi grida la testa. Sami! E il cervello si abbraccia quel nome come un fratello creduto morto. Cento metri dopo l’incrocio ho già deciso: lo chiamo. Vado a casa e lo chiamo. Telefono a suo padre, in Florida, gli dico buongiorno si ricorda di me? Avevo chiamato qualche anno fa. Sì certo, la ragazza italiana, l’amica di Sami, certo. Mi darebbe il numero? Sì ma lo sento recalcitrante. Qualcosa non torna. Gli dico se pensa che ci sarà un problema se chiamo. Dice no, ma forse, sì, insomma, forse è meglio che io sappia che Sami ha una ragazza, che vivono insieme. Che stupido ostacolo, una ragazza. Che problema può essere per due come noi? Due che in due sere hanno fatto e disfatto sogni e destino senza arrivare da nessuna parte? Aerei presi e persi, deserti dipinti, ultimi pensieri prima di addormentarsi.</p>
<p>Lo chiamo, mi risponde la sua ragazza; non ha paura di me, me lo passa tranquilla. Ci parliamo a lungo, come ci fossimo sentiti la sera prima. Lo chiamo ancora, stavolta lei non c’è. Mi dice “Monica sono rimasto solo per due anni dopo aver conosciuto te” fa una pausa “perché non abbiamo colto quell’occasione?”. Mi verrebbe da scusarmi per la mia leggerezza. Di colpo, invece che sentirmi la donna nel giusto che ha tenuto alla sua fedeltà mi sento una cieca che non ha capito cos’era meglio per lei, che ha tradito qualcosa di più importante di un futuro marito. Infedeltà a se stessa e al suo desiderio di questo uomo a cui piace cantare canzoni di Elvis Presley mentre è in macchina, a cui piace infrangere qualche regola ogni tanto, per ricordarsi quanto desidera e quanto è vivo. Un uomo che si nutre anche delle sue emozioni e sa scrivere lettere bellissime. Un’anima così più simile alla mia di quella dell’uomo che ho sposato. Lo svedese mi racconta delle macchine di cui ha letto su Quattroruote e di quanto potremmo chiedere di mutuo mentre io lo ascolto gentile e partecipe invece che urlare di noia e di odio.</p>
<p>Sami e io ci telefoniamo qualche altra volta, gli mando un paio di lettere per convincerlo ad amarmi ma resta dov’è. L’ultima volta che lo chiamo c’è la sua donna a casa, finisce per essere una conversazione a tre, parliamo degli Etruschi. È una telefonata surreale che genera la necessità del mio distacco. Ma è distacco anche da mio marito: troppo amore per Sami per avere spazio per lui, questo almeno l’ho capito. Qualcosa si è rotto quella sera guardando il film, la nostalgia di tutto quello che mancava ha picconato la mia foto di mogliettina dell’ingegnere e non riesco più a recitare.</p>
<p>Decido di partire per gli Stati Uniti, da sola. Non so a fare che cosa. Vado a New York da mio cugino e poi a Boston da amici. Il treno passa per il Connecticut sia all’andata che al ritorno e io che ascolto tutto il tempo una cassetta di canzoni dedicate a Sami, tra cui quelle registrate in presa diretta dal film “Prima dell’alba”, non faccio che piangere, e sperare in un miracolo. Non so quale. Che Sami mi cerchi? Che mi chiami al cellulare che non ho, a New York, per dirmi che ha sentito la mia presenza da San Francisco e verrà a trovarmi? Un viaggio assurdo che ho vissuto in trance, aspettando qualcosa che non poteva succedere. Ma con la convinzione che poteva accadere un miracolo, che ci saremmo potuti incontrare per caso in un aeroporto. Mi guardo in giro al JFK, come dovessi avvistarlo. Non c’è nessuno. Anche ogni volta che ho transitato per l’aeroporto di Copenhagen l’ho cercato tra la folla, i suoi meravigliosi capelli castani che volevo toccare. Ma il rumore dei miei passi sul parquet color noce di Kastrup ha sempre fatto solo un’eco vuota. Me l’ha detto anni dopo che anche lui mi ha cercato negli aeroporti, nella speranza insensata che avrebbe visto i miei capelli ricci ondeggiarmi sulla schiena.</p>
<p>Chiuso il mio primo matrimonio conosco subito Stefano. Mi innamoro, presto andiamo a vivere insieme a Acilia, nel 2000 compriamo una bella villa col giardino, su cui mi siedo come mi fossi trasferita a El Dorado. A natale, il primo natale in quella casa, decido di mandare una cartolina di auguri a Sami. Gli voglio dare il mio nuovo indirizzo, il telefono e anche la mia mail. È una cartolina di auguri disegnata da un bambino iraniano, è rossa. La mando all’indirizzo dei suoi genitori, in Florida, gli dico che con lo svedese è finita ma ora sono felice con un altro uomo, che stavolta è quello giusto.</p>
<p>El Dorado è grande, una casa che chiede di essere popolata. Proviamo ma non riusciamo. L’assenza di figli ci inasprisce, Stefano poco a poco inizia a cambiare e a chiudersi, io mi allontano. Di nuovo noia e grida trattenute, distacco.<br />
Conosco una persona, una persona speciale. Una persona che mi mette in contatto con me stessa, che mi spinge a trovare le mie risorse, a esprimere tutto quello che ho dentro, a esploderlo. Mi innamoro, come mai prima. Mi innamoro di me, in effetti; per questo è così forte. Quest’uomo strano, così infantile e problematico, quasi digiuno di amore, che vive di lavoro, mi punta contro lo specchio della Nuda Veritas di Gustav Klimt e sono senza scudo, mi piego come un Narciso sulla riva e gli chiedo di amarmi. Ma non ce la fa. Non è pronto. L’emozione più grande che prova per me è il terrore. Provo a tenere duro, cerco di blandirlo, rassicurarlo, convincerlo, finché una sera gli mando una mail un po’ dura, cercando di metterlo con le spalle al muro. Ma lui si gira, di scatto, e mi dice di non contattarlo mai più, che basta così, che non mi vuole. Entro in un frigorifero. Penso che sia meglio morire che sopravvivere a questo, sicuramente. Che se lui non c’è, non posso esserci neanche io. Narciso dalla sponda dello stagno ci si vuole calare dentro cosparso di fiori come l’Ofelia preraffaelita, con la bocca dischiusa da un dolore troppo grande.</p>
<p>Ma proprio quella notte di incubo, la notte più buia della mia vita, più buia della morte di mia madre, una mail mi fa saltare come un elettroshock. È una mail di Sami, mai più sentito da anni. Sami quella notte mi scrive, come sapesse, per dirmi che c’è, sapere se ci sono. Mi scrive la prima notte che passa senza quella che è ormai diventata sua moglie, nonché madre dei suoi figli. La prima volta che è solo, pensa a me. E cerca la mia vecchia cartolina di natale rossa col disegno del bimbo iraniano, trascrive il mio indirizzo su una mail e la lancia dall’altra parte dell’oceano dove finisce tra le mie braccia morte di dolore. Suggo ogni parola, mi aiuta più del Lexotan che mi ha dato l’omeopata, talmente preoccupato per come sto da affidarmi anche all’allopatia. Per sette giorni in cui Sami è solo a casa ci scriviamo ogni sera. Non gli dico di quello che sto passando, non sa nulla, neanche oggi, di come mi ha salvato la pelle quelle notti; voglio che resti un’isola perfetta, una striscia di polverina bianca che mi tiene i pezzi di quei giorni allucinati. Ci scriviamo invece di noi, ci confessiamo ogni cosa. Quello che abbiamo provato, quanto è stato forte, tutto quello che è seguito, quello che abbiamo messo da parte.</p>
<p>Ci sentiamo ancora, più avanti, continuano le coincidenze. Io che gli scrivo in un momento duro, lui che lo fa con me. Arrivo a essere preoccupata una mattina che mi sveglio pensandolo dopo tanto che non ci salutiamo, sarà successo qualcosa? Ma stavolta è tutto a posto, mi dice. Solo dopo mi confesserà che era in crisi, in quei giorni, ma non riusciva a parlarne con nessuno, neanche con me.<br />
Nel frattempo la persona che mi ha quasi fatto impazzire ha finalmente messo da parte il terrore ed è tornato da me, per essere il mio uomo. L’uomo migliore che ho mai avuto. Finché io, incalzata dall’età, punto i piedi per avere un figlio con lui: lo voglio avere, a ogni costo. Lui non se la sente, discutiamo, ci allontaniamo. Alla fine, ci lasciamo. Un altro uomo, con cui vorrei finalmente dei figli, è il mio ultimo treno: scopro solo qualche mese fa che stavo incarnando l’eroina di una farsa: in realtà, ero sterile da anni. L’avessi saputo prima, tutto sarebbe stato diverso. Ma è arrivato il tempo degli addii per me. Addio all’uomo-ultimo-treno e alle ultime, ultimissime illusioni di poter diventare madre.</p>
<p>È novembre 2008 e sono all’isola di Pasqua. Una coccia di noce a forma di boomerang dimenticata in mezzo a un oceano sterminato. Prati verdi, poche case, statue moai, mistero e solitudine, e intorno solo esclusivamente acqua, acqua, acqua. E onde altissime e verdi o nere, schiaffoni di natura che mi chiedono il conto. Una notte vado a letto ma dormo pochissimo. Prendo l’agenda Moleskine e inizio a scrivere una lettera, a Sami. Gli dico che sono single per la prima volta da 22 anni. Gli dico che l’Isola di Pasqua mi ha spalancato l’anima e che ho deciso che non voglio morire senza averlo mai rivisto. Almeno una volta. Una volta sola per tutti i sogni che ho fatto, il desiderio che ho allevato senza perderlo mai. Gli dico che posso vederlo solo finché non sono in coppia, perché se lo sono, non è il caso.<br />
Trascrivo la lettera su una mail che gli spedisco da un internet point; mi risponde subito, con lo stesso desiderio.</p>
<p>Siamo poetici e titubanti, improvvisamente la concretezza di una possibilità reale ci riempie di una dolcezza quasi imbarazzata e infantile. Le possibilità sono poche, come sempre: lui ha la sua famiglia e c’è un oceano di mezzo. Ma sappiamo essere determinati. E torna di nuovo la magia delle coincidenze: rifletto un po’ su luoghi e date e gli propongo di vedersi a San Diego la prima o seconda settimana di marzo. La risposta è incredibile: è la sua unica possibilità, ha un congresso a San Diego il 6-7 marzo. Siamo due enormi sorrisi, non abbiamo più neanche una faccia.</p>
<p>Rifletto, ancora. Penso a questo incontro, a cosa può portare. Possiamo vederci solo come amici, passare una bella serata insieme, una pacca sulla spalla e un abbraccio, e poi via. Mhm.. oppure possiamo finire a letto insieme, certo. Facile ipotizzarlo. Ma poi? Mi conosco, non sono una che sa andare a letto con un uomo e basta. Soprattutto non con quest’uomo. Come gestire il poi? Quell’ultimo sms che lui mi manderebbe prima di imbarcarsi in aeroporto, prima di tornare da moglie e figli, conclusivo e grato, affettuoso ma definitivo. E io? Oppure la più selvaggia fantasia: io e Sami ci innamoriamo, decidiamo che non possiamo vivere uno senza l’altro. Quanto dolore genereremmo. Quanto male faremmo ai suoi figli, a sua moglie, una donna che ama da tanti anni, la più importante della sua vita. È giusto questo? Davvero no. Glielo scrivo.</p>
<p>È molto deluso. Ho ragione su tutto, mi dice, ma è chiaramente scontento di questo incontro mancato. Solo dopo vedrò il disegno di questo strano destino: quando gli ho scritto non potevo sospettarlo, ma il 16 febbraio ho subito un intervento pesante: via l’utero e via un ovaio. Il dottore che mi ha operata ha fatto un intervento microchirurgico che avrebbe potuto farmi anche Sami, è una delle sue specialità. Non sarei mai potuta essere a San Diego il 7 marzo, ci metto 5 settimane a recuperare la parte fisica di questa operazione; chissà quanto ancora ci vorrà a recuperare quella morale. Sami mi chiama, parliamo qualche ora al telefono, mi parla anche in modo tecnico dell’intervento che ho subito, mi tranquillizza, mi avvolge di certezze e mi trasmette un senso di inevitabile accettazione del mio danno che mi fa bene. Risentire la sua voce dopo tanti anni è bellissimo. È la stessa. Puntuale quindi il suo successivo commento via mail “riconoscerei la tua voce tra milioni, è il ricordo più forte che ho di te”.</p>
<p>Comincia tutto a cambiare da qui. Cominciano le mail quasi quotidiane, il parlare di tante cose, una alla volta, parlare di vita che non sia solo noi ma tutto il resto, dei problemi che abbiamo. Diventiamo amici, aggiungiamo tenerezza e confidenza a questa straordinaria attrazione, la riempiamo di contenuti come due compagni di scuola che carichino il baule della macchina prima di un week-end di campeggio libero. Tutto era già lì, a nostra disposizione e mai vissuto, scegliamo di poggiare i piedi a terra e vivercelo, cancellare quella distanza che una passione così a lungo contenuta aveva creato tra noi. Cose grandi e cose piccole, entra tutto in questo bagagliaio. Si perde l’inviolabilità del sacro dell’amore impossibile, ma aggiungiamo umanità. Affetto, solidarietà, vicinanza, contenuti, sincerità profonda, fiducia, complicità. Non siamo più siderali ma che bello essere così vicini nella vita dell’altro.</p>
<p>Torna la voglia di incontrarsi, almeno una volta. Gli scrivo che ho cambiato idea. Che penso che ci meritiamo di vederci, che ce lo siamo guadagnato, dopo tutto. Gli chiedo scusa per la mia immoralità: dovrei tenermi alla larga da un uomo sposato con figli, ma per lui, per noi, per questa volta, questa eccezione. Non aspettava altro, sta bruciando. Nuovo appuntamento, a Washington. A giugno. Facciamo piani pieni di tenerezza, ci raccontiamo quello che sogniamo succeda, lui che scende dalla macchina, i miei tacchi che affondano nella ghiaia di un vialetto. Mi dice “Prendiamo la famosa suite del Watergate Hotel!” e io cerco su internet: l’albergo è in ristrutturazione, sarà chiuso fino a ottobre.<br />
Già lo so che con Sami una cosa del genere non può essere un caso: è un presagio. Infatti dopo un paio di giorni di silenzio mi scrive che ha forti dubbi morali. Che forse questa cosa non è giusta per niente, che le eccezioni non esistono, che è tutto così pianificato, così cinico. È il mio turno di restare delusa ma gli scrivo che mi piace di più per questo, che è un uomo migliore ai miei occhi.</p>
<p>Disillusione però. Per un cerchio che non vuole chiudersi mai.<br />
Poi un mese fa una mail: “lo sai che vogliamo venire a Roma? I bambini vogliono visitare Pompei”. Non sa bene come dire, come chiedere. Si immagina che io gli dica che se non viene da solo non mi interessa vederlo. È il mio turno di stupirlo, gli scrivo che sarei felicissima di conoscere la sua famiglia, oltre che rivedere lui. Che mi interessa come persona, tutto quello che lo riguarda. Non saremo mai una coppia, gli dico,  ma voglio essere parte della sua vita per sempre. Mi risponde che mi è grato di essere esattamente quella che sono, sempre e in ogni circostanza.</p>
<p>Quindi ci vedremo il 13 luglio. Io, lui, sua moglie e i suoi tre bambini. Ci mangeremo un gelato. La data come al solito non è mai neutra e casuale: il 13 luglio sarebbero stati 21 anni di anniversario con lo svedese, se non l’avessi perso per strada. Ed è anche il quarantaquattresimo non-compleanno di una mia amica morta suicida dodici anni fa. Anniversario di cose perdute e incompiute per qualcosa che invece – in qualsiasi modo sia – concluderò. Vedersi di nuovo, guardarsi negli occhi, toccarsi, è già chiudere questo vecchio cerchio.<br />
E c’è l’ipotesi di vedersi da soli, a cena, due giorni dopo, il quindiciluglioduemilanove.<br />
Il 15 è una bella data. È una data che non è di nessuno, libera per essere ricordata o dimenticata. Una serata per noi, forse, vediamo. Sarà tutto un di più, un regalo.</p>
<p>E poi tornerà a essere nulla, inconsistenza di un fantasma.<br />
Non è lui che aspetto.<br />
Aspetto quello con la brucola, sperando che torni per costruire.</p>
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		<title>Forse, di Andrea Sartori</title>
		<link>http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/07/10/forse-di-andrea-sartori/</link>
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		<pubDate>Fri, 10 Jul 2009 06:00:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea1sartori</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[«Forse sto costeggiando la follia», pensa Alberto quasi ogni giorno, illudendosi di trovare la sicurezza di non esservi precipitato. Ma come fa ad esserne sicuro se proprio lui è l’inquilino della sua mente? Chi può dirgli qualcosa di certo in merito alle sue condizioni, chi può dargli un parere informato circa le pareti della sua casa più privata, il suo cervello? Chi di coloro che stanno là fuori può dirgli la verità? Una figura autorevole di cui avere fiducia? Una persona amata? L’unica cosa che sa è che si sente solo, contagiato da un veleno. Deve fare affidamento a null’altro che alle sue forze. Lui, che fin da quando è entrato nell’età della ragione si è percepito essenzialmente come un malato, per essere qualcuno di diverso ha a disposizione solo se stesso. Non si conosce altrimenti, e nessuno può conoscerlo meglio di lui. No, nessuno ha il diritto di intervenire. Compirebbe una violenza. Solo Alberto conosce Alberto. <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lapoesiaelospirito.wordpress.com&blog=621013&post=19822&subd=lapoesiaelospirito&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>«Forse sto costeggiando la follia», pensa Alberto quasi ogni giorno, illudendosi di trovare la sicurezza di non esservi precipitato. Ma come fa ad esserne sicuro se proprio lui è l’inquilino della sua mente? Chi può dirgli qualcosa di certo in merito alle sue condizioni, chi può dargli un parere informato circa le pareti della sua casa più privata, il suo cervello? Chi di coloro che stanno là fuori può dirgli la verità? Una figura autorevole di cui avere fiducia? Una persona amata? L’unica cosa che sa è che si sente solo, contagiato da un veleno. Deve fare affidamento a null’altro che alle sue forze. Lui, che fin da quando è entrato nell’età della ragione si è percepito essenzialmente come un malato, per essere qualcuno di diverso ha a disposizione solo se stesso. Non si conosce altrimenti, e nessuno può conoscerlo meglio di lui. No, nessuno ha il diritto di intervenire. Compirebbe una violenza. Solo Alberto conosce Alberto. <span id="more-19822"></span>Per questo, comunicare, secondo lui, significa perdere se stessi, venire derisi, rivelarsi incapaci di stare al mondo. Ecco che cosa penserebbero di Alberto. Egli non ha in sé la minima forza per sopportare l’opinione altrui, per entrare in relazione con qualcuno. È ingabbiato nella roccaforte della sua anima, incastrato nel suo stesso pensiero, a contatto con forme, luoghi, volti, tempi del tutto nuovi, e perciò estranei ed inquietanti. Il punto inesteso che è divenuto e che gli sembra di essere sempre stato, l’atomo concettuale su cui ha intessuto una vita di variazioni, si sposta continuamente, oscilla in tutte le direzioni, ed egli non può fare a meno di rincorrersi, cercando di afferrare un lembo di se stesso, per dire, finalmente, «io sono questo, io sono qui, sono io, ora», ma ogni certezza raggiunta trapassa in un tempo già accaduto, in un universo immenso e sconosciuto, troppo complicato, ambiguo, per essere trattenuto. Ad un occhio esterno egli appare chiuso in se stesso e prossimo all’autismo. Ma questa, in realtà, è l’osservazione più banale che si possa fare in un tale frangente. Alberto è piuttosto completamente aperto al mondo, non per inglobarlo in sé, ma per cadervi senza rimedio, a scapito della sua identità più radicata.<br />
La sua pelle è una superficie sensibilissima che lo traspone negli oggetti percepiti e sulla quale si materializzano le ragnatele lanose di un passato che la sera, quando costeggia gli alberi del viale per tornare all’alloggio in cui abita, si strappa dal volto, alla ricerca di un sé ripulito, giovane, rinato. Ma dentro il suo corpo annusa l’odore deciso del cadavere. A volte gli pare di non esistere più, di essere ridotto ad un fascio scoperto di sensazioni senza centro, in balia di tutto e di tutti, incapace di difendersi, di articolare parole sensate, spinto all’identificazione con le cose, e le persone, in cui s’imbatte. Incarnazione di una strana forma di scetticismo che mischia dubbio sgomentante e assoluta certezza.<br />
Di conseguenza il suo linguaggio è mutato. Da qualche tempo si esibisce in esercizi di glossolalia fini a se stessi, non più volti, come accadeva nei mesi passati, a stupire gli amici nei momenti di euforia causati dall’alcool. Allora egli imitava in chiave parodistica il modo di parlare dei vecchi veneziani che, a loro volta ubriachi  – la sera come al mattino – vociavano nelle calli. Adesso la ragione del suo comportamento è più profonda e sofferta. Riproduce, in uno scorcio di delirio, la voce gridata, le parole sfarinate, il gorgoglio del linguaggio, la notte della conservazione, che si situano al di qua della distinzione di ragione e follia, senso e non senso, normale e patologico, rappresentazione e oggetto. Il verso animale e l’afflato sfinterico della parola rappresentano la materia di una recita senza attore, e lo piombano in un vuoto di coordinate divaricate, tali da alterare la collocazione degli oggetti e delle persone. Di questo è testimonianza coatta il suo parlare regredito alla lallazione, che lo rende simile a un ebete, a una bestia o a un bambino. È questa, pensa, una diminuzione di sé in qualche modo necessaria, un annichilimento coincidente con la rimessa in gioco del possibile, se un possibile v’è ancora.<br />
Gli passa per la mente, all’approssimarsi dell’inverno, che gli sia concessa la resurrezione, oppure che stia già vivendo da resuscitato o, ancora, che sia un’anima invisibile ritornata sulla terra. Non sa dire con veridicità chi sia, e quest’impossibilità è per lui l’originario grido dell’animale morente in procinto di passare nell’umano, il punto cieco, il fondamento senza fondo, l’onniavvolgente totale contraddittorietà del mondo, dell’essere e dell&#8217;uomo, la soglia inferiore dell’umano. Pagando con la moneta della sofferenza personale, di un indicibile disorientamento, è divenuto per sé un animale ma anche un dio. Non v’è più differenza tra il gas intestinale e una parola di saluto o di commiato, tra una bestemmia ed una preghiera. Calde zaffate e refoli di merda lo assalgono quando, per le calli di Venezia, passa vicino ad una finestra aperta e coglie lo scarico del cesso propagarsi nell’aria fredda del tramonto, in modo analogo all’acido sbuffare dei mostri nella casa degli orrori di un Luna Park.<br />
La sua ricerca filosofica, originariamente rivolta alla dialettica iperuranica delle idee, poi alla fenomenologia dell’autocoscienza, infine alla rielaborazione dei vicoli ciechi del pensiero critico, è da ultimo sfociata nel tubo di scarico dell’ignobile. D’altra parte, al fondo di tutte le sue convinzioni razionali, non v’è mai stata una vera e propria logica, ma solo una <em>Stimmung</em>, un umore legato a un’atmosfera, e quindi non si può dire che sia mai stato un  vero e proprio filosofo. Neppure in quello che crede il suo punto di morte.<br />
Accade così che una sera, nel tentativo inspiegabile di saltare su di una barca ormeggiata, scivoli nel Rio dei Tre Ponti, a difendere un realismo ormai grottesco  tramutatosi, forse per chi lo osserva da vicino, ma non per lui, in immaginazione della realtà, in fantasia sfrenata e senza vincoli, autonoma dai suoi stessi pensieri, votata alla distruzione.<br />
«Forse sto costeggiando la follia», pensa Alberto (&#8230;). </p>
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		<title>Diversa Sintonia &#8211; Un&#8217;altra esperienza connettivista</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Jul 2009 14:00:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giovanniag</dc:creator>
				<category><![CDATA[Annunci]]></category>
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		<description><![CDATA[Testo di Giovanni Agnoloni

AA.VV., Diversa sintonia – Fantastic-Zen Stories &#38; Histories , ed. Diversa Sintonia, euro 13,00
Una nuova iniziativa editoriale, quella delle Edizioni Diversa Sintonia di Marco Milani, scrittore e creatore del sito www.domist.net (Progetto Letterario Internazionale), nonché co-fondatore del movimento connettivista (insieme a Giovanni De Matteo e Sandro Battisti), che già intervistammo un anno [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lapoesiaelospirito.wordpress.com&blog=621013&post=20729&subd=lapoesiaelospirito&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:left;">Testo di Giovanni Agnoloni<br />
<img class="size-full wp-image-20806 aligncenter" title="Diversa Sintonia" src="http://lapoesiaelospirito.files.wordpress.com/2009/07/diversa-sintonia.jpg?w=154&#038;h=236" alt="Diversa Sintonia" width="154" height="236" /><br />
<strong>AA.VV.,<em> </em></strong><strong><em>Diversa sintonia – Fantastic-Zen Stories &amp; Histories</em></strong><strong><em> </em>, ed. Diversa Sintonia, euro 13,00</strong></p>
<p>Una nuova iniziativa editoriale, quella delle <strong><a href="http://www.edizionidiversasintonia.it/">Edizioni Diversa Sintonia</a></strong> di <strong>Marco Milani</strong>, scrittore e creatore del sito <a href="http://www.domist.net/">www.domist.net</a> (<strong>Progetto Letterario Internazionale</strong>), nonché co-fondatore del <strong>movimento connettivista</strong> (insieme a <strong>Giovanni De Matteo</strong> e <strong>Sandro Battisti</strong>), che già intervistammo un anno fa (v. <a href="http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/10/02/connettivismo-3-intervista-a-marco-milani/">qui</a>), quando EDS era agli albori. Oggi inizia a muovere i primi passi concreti nel mondo editoriale: ricordo che attualmente ha un proprio stand a Roma, al <a href="http://www.villacelimontanajazz.com">Villa Celimontana Jazz Festival</a>, dov’è presente anche <strong>Francesco Verso</strong>, un altro esponente di punta del movimento connettivista (v. <a href="http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/06/17/antidoti-umani-di-francesco-verso/">qui </a>il recente articolo sul suo romanzo <em><strong>Antidoti umani</strong></em>, corredato di video relativi alla presentazione fatta a Firenze).<span id="more-20729"></span></p>
<p>Due iniziative letterarie di EDS meritano di essere messe in evidenza: si tratta due antologie di racconti, una appena uscita e l’altra in arrivo, curate rispettivamente da Marco Milani e da Sandro Battisti – il creatore di <strong>NeXT </strong>(v. <a href="http://www.next-station.org/">qui</a>), la rivista connettivista. Sulla seconda torneremo prossimamente, e prendete questo cenno come un’anticipazione: dico solo che sarà una raccolta di racconti naturalmente connettivisti. La prima, invece, è formata da racconti fantastici di ispirazione in senso lato zen, o comunque filosofico-meditativa, e nasce da un concorso indetto l’anno scorso proprio da EDS. Il titolo è <strong><em><a href="http://www.edizionidiversasintonia.it/page003.htm">Diversa sintonia – Fantastic-Zen Stories &amp; Histories</a></em></strong>.</p>
<p>L’antologia, realizzata in sinergia con <strong><a href="http://www.kaleydoslibri.it/">Kaleydos Libri</a></strong>, la libreria online creata e gestita da <strong>Alessandro Vitali</strong>, è divisa in tre parti: racconti <em>Fantastic Zen</em>, racconti <em>Connectiv Zen</em> e racconti <em>Simply Zen</em>. Insomma, stante che il filo conduttore è lo <em>zen</em>, da intendersi un approccio alla vita fondato sulla consapevolezza e sulla rimozione degli eccessivi ingombri del pensiero razionale, le sfumature sono di tipo fantastico in senso lato, fantascientifico-connettivo e ‘sapienziale’.</p>
<p>Ricordo i contributi alla raccolta. Il vincitore del concorso EDS, <strong>Maurizio Landini</strong>, col racconto <strong><em>La vite imperdibile</em></strong>, sulle memorie di un uomo-soldato, soggetto a riparazioni che lo rendono non più ‘abile’, ma non per questo incapace di ricordare le sensazioni umane e di desiderare il ritorno al contatto con la vita normale e all’amore – s’intuisce l’ispirazione del grande maestro Philip Dick, unito a uno spirito romantico-nostalgico che è figlio di una visione letteraria tipicamente italiana. Il secondo classificato, <strong>Matteo Mancini</strong>, con <em><strong>Orrore, a largo di Retirnia</strong></em>, con l’incontro tra un giornalista e un vecchio pescatore toscano, testimone di strani e orrorifici fenomeni, figli dell’immaginario lovecraftiano. Poi, col racconto arrivato terzo, <em><strong>Breve viaggio della bambina samurai</strong></em> di <strong>Stefano Pradel</strong>, ci spostiamo in un orizzonte di valori e di percezioni tipicamente orientale, con un sogno premonitore dello <em>shogun</em> che ha per protagonista una bambina che dovrà salvare le sorti dell’impero del Sol Levante. E sul tema orientale torna anche un altro contributo, uno dei più belli, per quanto mi riguarda, cioè, <em><strong>Era tardi</strong></em>, di <strong>Alex Tonelli</strong>, che racconta l’attesa del ritorno dell’amata da parte di un uomo giapponese, vittima di una società massificante e che nega lo spazio e la libertà: una serie di visioni angoscianti raccontata con un minimalismo delicatissimo, che ricorda la migliore Banana Yoshimoto. Ancora sul filone orientaleggiante – ma spostato verso il mondo arabo – <strong><em>Il giardino di Zamalek</em></strong>, di <strong>Paola Carrozzo</strong>, una riflessione sulla libertà di scelta rispetto ai condizionamenti della mentalità comune. Più figlio di un’impostazione pulp-thrilleristica, con decisi e ben dosati accenti ironici, <em><strong>Crononauta</strong></em> di <strong>Paco Sidney Silvestri</strong>, mentre l’immaginario robotico (od olografico) ispira <em><strong>I draghi del Non-S</strong></em> di <strong>Magda Lovera</strong> e <strong><em>In un balenio di luce di Irix</em></strong> di <strong>Ranieri Meloni</strong>. <strong><em>Ultimo Parsec</em></strong> di <strong>Domenico Mastrapasqua</strong> ci porta in una dimensione affine ai viaggi iperspaziali di azimoviana memoria, con una gara tra veicoli iperveloci del futuro, a spasso per il cosmo, mentre <em><strong>Senco</strong></em> di <strong>Paolo Ferrante</strong> evoca un futuro dove l’uomo semplice, figlio della campagna, viene trasferito nella metropoli annichilente del futuro, figlio e vittima (ma ribelle) di una “matrix” che prova a iniettare pensieri e sensazioni nella mente delle persone, a fini commerciali. Un mio breve racconto, <em><strong>Qualcosa, qualcuno</strong></em>, fa incontrare nella periferia fiorentina un uomo solo con una donna che gli rivelerà delle cose sul suo mondo interiore, mentre il tema psicologico ritorna con <em><strong>Stuzzichini</strong></em>, di <strong>Rosa Leccese</strong>, e profili onirici emergono dal visionario ed ermetico<em><strong> Caffè</strong></em> di <strong>Talos Katrikalas</strong>.</p>
<p>Per concludere, ricordo <em><strong>Leggende</strong></em>, di <strong>Stefano Ratti</strong>, ispirato ai racconti popolari imperniati su mostri che popolano i luoghi naturali. Credo che questo componimento suggerisca il tema di fondo, che filtra attraverso tutti i contributi all’antologia, anche quelli proiettati nel futuro più lontano: le tradizioni, la memoria, la nostalgia e il tempo, dimensione eternamente ritornante e, come Einstein ci insegna, combinato con lo spazio in una sostanza curva, alla quale non è possibile sfuggire, ma in cui è comunque insita la radice – e con essa il segreto – della nostra libertà.</p>
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			<media:title type="html">Diversa Sintonia</media:title>
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	</item>
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		<title>QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.2: La nostalgia del deserto e l’avventura della parola. “Arsure ed erranze” di Giulio Bruni</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Jul 2009 10:00:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giuseppepanella</dc:creator>
				<category><![CDATA[Critica letteraria]]></category>
		<category><![CDATA[Giulio Bruni]]></category>

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		<description><![CDATA[Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lapoesiaelospirito.wordpress.com&blog=621013&post=20363&subd=lapoesiaelospirito&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:left;"><em><a href="http://retroguardia2.files.wordpress.com/2009/06/arsura-ed-erranze.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2088" title="arsura ed erranze" src="http://retroguardia2.files.wordpress.com/2009/06/arsura-ed-erranze.jpg?w=186&#038;h=272" alt="arsura ed erranze" width="186" height="272" /></a>Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (</em>Quel che resta del giorno<em>) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… </em><strong>(G.P.)</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align:left;">di <strong><a href="http://retroguardia2.wordpress.com/category/panella-giuseppe/">Giuseppe Panella</a></strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>La nostalgia del deserto e l’avventura della parola. Giulio Bruni, <em>Arsure ed erranze</em>, Napoli, Lettere Italiane &#8211; Guida, 2003</strong></p>
<p style="text-align:left;">
<p style="text-align:left;">L’”attraversamento del deserto” è uno dei miti fondativi della cultura poetica (e non solo) del Novecento: memori di Lawrence d’Arabia e della sua cavalcata verso Aqaba, generazioni di turisti più o meno illustri (da Gide a Michel Leiris) hanno identificato il territorio desertificato dell’Africa settentrionale o dell’Asia Minore con un luogo dell’anima che significava tanto il loro personale disagio quanto il loro sogno di un mondo migliore, rinnovato, rigenerato.</p>
<p style="text-align:left;"><span id="more-20363"></span></p>
<p style="text-align:left;">“Il deserto è pulito” sussurra Lawrence d’Arabia (Peter O’Toole) alla fine dello straordinario film di David Lean del 1962 dedicato alle gesta dell’ultimo vero e grande condottiero moderno.</p>
<p style="text-align:left;">“Il deserto è pulito” sembra voler significare l’impresa poetica di Giulio Bruni, giovane poeta napoletano trapiantato a Firenze (è nato nel 1976), che si è trasformata nei versi del suo primo libro che, non a caso, si intitola <em>Arsure ed erranze.</em></p>
<p style="text-align:left;">L’esilio e il regno, la fuga e il rimpianto sono da sempre la cifra della scrittura lirica dei poeti, ma l’originalità del percorso di Bruni è legata al suo voler essere erranza linguistica e non solo prospettiva concettuale, periplo di scrittura e momento di presa di coscienza della desertificazione morale del presente.</p>
<p style="text-align:left;">Di fronte ai luoghi comuni della poesia come pura espressione di sentimenti e di emozioni non levigati dalla capacità di esprimerli, l’esperienza del limite proposta da Bruni attinge il suo punto azimutale nella fuga dalla deriva metropolitana nella direzione in-sensata e perfetta dell’assoluto senza confine conosciuto, del luogo senza tempo diffuso soltanto nello spazio senza confini e punti cardinali, della possibiliità di libertà e di avventura che solo la sabbia infinita del deserto sembra assicurare.</p>
<p style="text-align:left;">Il deserto è metafora, profonda e superficiale insieme, della libertà del poeta: profonda perché scende nell’intimo della scelta fatta e vissuta fino in fondo e senza pietà, superficiale perché resta legata allo scivolamento progressivo della soggettività su se stessa.</p>
<p style="text-align:left;">Le poesie di Bruni vivono simbolicamente di questa sua volontà di libertà senza passato e senza futuro, di vita possibile e inesplorata, di sogno ossessivo e dolcissimo: “<strong>Dune</strong>. A me questo seno di terra / impastato con baci e saliva / in pieni stampi / rotondi. Artigiano che sviene / sulla propria materia, / guidato da oscura volontà, / l’attimo in cui dire / “resta così / parlerai delle mie angosce / delle mie voglie” (Giulio Bruni, <em>Arsure e erranze</em>, Napoli, Lettere Italiane – Guida, 2002, p. 54).</p>
<p style="text-align:left;">In questo modo, il deserto che vive e che parla si fa rappresentazione guidata del poeta, suo <em>alter ego</em> magnifico e angosciante, sua dimensione privilegiata di ricerca.</p>
<p style="text-align:left;">La scrittura poetica si trasforma, in questo modo, in un percorso di vita e di trasumanamento: attraverso il deserto, dopo aver conosciuto le insidie e gli allettamenti della vita delle Metropoli, dopo aver cercato di conciliare se stesso con lo sguardo allucinatorio dell’Altro (e degli altri con-dannati a vivere sulla scena metropolitana), il poeta si trasforma in nomade Tuareg e si muove tra le dune e le sabbie meglio di chi si trascina nel deserto di vetro e cemento della quotidianità urbana.</p>
<p style="text-align:left;">In questo percorso di sofferta e lucida osservazione del presente che si rovescia in suo rifiuto accorato e straziante, Bruni coglie la prospettiva futura della (sua) poesia:</p>
<p style="text-align:left;">“<strong>Rari Nantes</strong>. Se mai avete atteso / i flutti ringhiosi / a distanza di braccio, / non conoscete / il ruggito profondo, l’orrenda paura. / Se la corrente / spumosa / non vi ha trascinato / dove ogni speranza / si perde, / soffro per voi / “granelli di polvere, / incertezza nel vento” (p. 15).</p>
<p style="text-align:left;">La distanza di sicurezza dall’angoscia e dalla sofferenza non salva dalla loro morsa: solo chi ha affrontato a pie’ fermo l’inutile lotta contro il dolore, sa che è proprio nel confronto con quell’abisso che fa distogliere il proprio sguardo da sé il luogo centrale e atteso dell’esperienza della scrittura che permette al poeta la propria forma personale di conoscenza per errore. L’”orrenda paura” dello sprofondamento è compensata dall’orgoglio di avervi resistito e lottato contro: la forza della poesia è tutta confitta qui, nel cerchio angoscioso e sublime della lotta con l’Altro da sé per ricondurlo entro il proprio perimetro esistenziale. E come scrive bene Bruni in un’altra sua ottima prova poetica: “<strong>Sopravvivenza</strong>. Siamo venuti dal nulla / padri i vasti deserti / le madri fresche notti. / Arrivare, / gran fatica! / e le mani ferita infetta. / Nessuno di noi si piega / guardando l’orizzonte / dove è incerto limite, / ignoto, / sconcerto. / Sempre esiliati / in desolata sponda / dove miseria regna, / schivati a stento / da una morte cieca. // Cosa può la minaccia? “ (p. 31). La posta in gioco di ogni pratica poetica che voglia porsi alla frontiera tra esprimere soltanto e significare realmente è la sua stessa sopravvivenza come Poesia.</p>
<p style="text-align:left;">
<p style="text-align:center;"> </p>
<p style="text-align:left;"> </p>
<p style="text-align:left;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong> </strong></p>
  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/lapoesiaelospirito.wordpress.com/20363/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/lapoesiaelospirito.wordpress.com/20363/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/lapoesiaelospirito.wordpress.com/20363/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/lapoesiaelospirito.wordpress.com/20363/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/lapoesiaelospirito.wordpress.com/20363/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/lapoesiaelospirito.wordpress.com/20363/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/lapoesiaelospirito.wordpress.com/20363/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/lapoesiaelospirito.wordpress.com/20363/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/lapoesiaelospirito.wordpress.com/20363/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/lapoesiaelospirito.wordpress.com/20363/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lapoesiaelospirito.wordpress.com&blog=621013&post=20363&subd=lapoesiaelospirito&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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			<media:title type="html">arsura ed erranze</media:title>
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	</item>
		<item>
		<title>Fabio Franzin: Premio Pascoli 2009</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Jul 2009 06:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rmorresi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Critica letteraria]]></category>
		<category><![CDATA[Letture]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Franzin]]></category>
		<category><![CDATA[Manuel Cohen]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia dialettale]]></category>
		<category><![CDATA[Premio Pascoli]]></category>

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		<description><![CDATA[


Dirìti? ai operai? ma
quando mai? che l’é
za tant riussìr a no’
farse pestàr i cài, no’
farse, de nòvo, tratàr

da s.ciavi. ‘Dèss, po’,
che i tenpi i ‘é tornàdhi
a èsser scuri: contràti
precarî e tanti pòre cani
da òni part del mondo

disposti a lavoràr anca
‘a nòt in canbio de dó
sporchi schèi; ‘dèss che
l’é da tègnerseo stret
co’ i denti, ‘l posto,

stando [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lapoesiaelospirito.wordpress.com&blog=621013&post=20564&subd=lapoesiaelospirito&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="font-style:normal;" align="left"><img class="alignnone size-full wp-image-20747" title="beuys_felt_cross" src="http://lapoesiaelospirito.files.wordpress.com/2009/07/beuys_felt_cross1.jpg?w=368&#038;h=492" alt="beuys_felt_cross" width="368" height="492" /></p>
<p style="font-style:normal;" align="left">
<p style="font-style:normal;" align="left">
<p style="font-style:normal;" align="left">Dirìti? ai operai? ma</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">quando mai? che l’é</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">za tant riussìr a no’</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">farse pestàr i cài, no’</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">farse, de nòvo, tratàr</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">
<p style="margin-left:2.22cm;font-style:normal;" align="left">da s.ciavi. ‘Dèss, po’,</p>
<p style="margin-left:2.22cm;font-style:normal;" align="left">che i tenpi i ‘é tornàdhi</p>
<p style="margin-left:2.22cm;font-style:normal;" align="left">a èsser scuri: contràti</p>
<p style="margin-left:2.22cm;font-style:normal;" align="left">precarî e tanti pòre cani</p>
<p style="margin-left:2.22cm;font-style:normal;" align="left">da òni part del mondo<span id="more-20564"></span></p>
<p style="font-style:normal;" align="left">
<p style="font-style:normal;" align="left">disposti a lavoràr anca</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">‘a nòt in canbio de dó</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">sporchi schèi; ‘dèss che</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">l’é da tègnerseo stret</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">co’ i denti, ‘l posto,</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">
<p style="margin-left:2.22cm;font-style:normal;" align="left">stando in caìbrio fra</p>
<p style="margin-left:2.22cm;font-style:normal;" align="left">afàno e ricàto, straca</p>
<p style="margin-left:2.22cm;font-style:normal;" align="left">e bisogno; co’na vòjia</p>
<p style="margin-left:2.22cm;font-style:normal;" align="left">che monta, ae volte, de</p>
<p style="margin-left:2.22cm;font-style:normal;" align="left">mandarli tuti a’ffan’cueo</p>
<p style="margin-left:2.22cm;font-style:normal;" align="left">
<p style="font-style:normal;" align="left">i paróni, lori che i se sinte</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">paróni anca dea tó vita,</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">che i te conta ‘l minùt</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">in cèsso. Dirìti? ai operai?</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">fesso chi che ghe crede.</p>
<p style="font-style:normal;" align="left"> </p>
<p style="font-style:normal;" align="left">
<p style="font-style:normal;" align="left">
<p style="font-style:normal;" align="left">Diritti? agli operai? ma / quando mai? che è / già tanto riuscire a non / farsi pestare i piedi, non / farsi, di nuovo, trattare // da schiavi. Ora, poi, / che i tempi sono tornati / bui: contratti / precarî e tanti poveri cristi / di ogni angolo del mondo // disposti a lavorare anche / di notte in cambio di due / sporchi euro; ora che / è da tenerselo stretto / con i denti, il posto, // tentando un equilibrio fra / schifo e ricatto, stanchezza / e bisogno; con una voglia / che monta, a volte, di / mandarli tutti a farsi fottere // i padroni, loro che si sentono / padroni anche della tua vita, / che ti contano i minuti / al bagno. Diritti? agli operai? / fesso chi si fosse illuso.</p>
<p>*</p>
<p style="font-style:normal;" lang="fr-FR" align="left">Chii granèi de Segadhura</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">che se spande tee piastrèe</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">del bagno co’ Renato ‘l se</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">cava via i calzhéti, òni</p>
<p style="font-style:normal;" lang="fr-FR" align="left">sera, la ‘é sorèa de quea</p>
<p style="font-style:normal;" lang="fr-FR" align="left">
<p style="text-indent:2.22cm;font-style:normal;" align="left">che ‘a sgrafa ‘e só man,</p>
<p style="text-indent:2.22cm;font-style:normal;" align="left">che le fa vègner cussìta</p>
<p style="text-indent:2.22cm;font-style:normal;" align="left">ruspìghe. Lu li rincura,</p>
<p style="text-indent:2.22cm;font-style:normal;" align="left">co’l deo pìcoeo parché</p>
<p style="text-indent:2.22cm;font-style:normal;" align="left">só fémena sinò ‘a zhiga</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">
<p style="font-style:normal;" align="left">po’ lo pesca, chel mucét,</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">lo buta drento ‘a vasca,</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">el mòea l’aqua. E ‘sto sèst</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">ghe ricorda ‘l mar, e l’istà</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">de tanti àni fa: ‘a sera che</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">
<p style="text-indent:2.22cm;font-style:normal;" align="left">lu e Luisa i se ‘à conossù;</p>
<p style="text-indent:2.22cm;font-style:normal;" align="left">‘a luna, lassù, e lori dó</p>
<p style="text-indent:2.22cm;font-style:normal;" align="left">ciapàdhi par man drio ‘a</p>
<p style="text-indent:2.22cm;font-style:normal;" align="left">spiàja, ‘na corsa fin drento</p>
<p style="text-indent:2.22cm;font-style:normal;" align="left">l’amór, contro a un baso;</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">
<p style="font-style:normal;" align="left">cavàrse ‘e scarpe a casa,</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">dopo, sabia che casca fòra</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">che ‘a se perde drio l’aqua.</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">Calcòssa de bon, ‘lora, lo’à</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">anca ‘l conpensato! el pensa.</p>
<p style="font-style:normal;" align="left"> </p>
<p style="font-style:normal;" align="left">
<p style="font-style:normal;" align="left">
<p style="font-style:normal;" align="left">Quei granelli di Segatura / che si spargono fra le piastrelle / del bagno quando Renato si / toglie i calzini, ogni / sera, sono simili a quelli // che gli graffiano le mani, / che gliele rendono così / ruvide. Lui li raccoglie, / col dorso del mignolo, / sennò sua moglie urla // poi lo pesca, quel mucchietto, / lo getta nella vasca / e apre il rubinetto. E questo gesto / gli riporta alla memoria il mare e un’estate / di tanti anni or sono: la sera che // lui e Luisa si sono conosciuti; / la luna, lassù, e loro due / mano nella mano lungo la / spiaggia, una corsa sin dentro / l’amore, contro un bacio; // togliersi le scarpe, poi, / a casa, quel rivolo di sabbia che scivola fuori / che si perde dietro l’acqua. / Qualcosa di buono, allora, ce l’ha / anche il truciolato! pensa.<!--more--></p>
<p>*</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">Marta l’à quarantatrè àni.</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">Da vintizhinque ‘a grata</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">cornìse co’a carta de véro,</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">el tanpón, ‘a ghe russa via</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">‘a vernìse dura dae curve</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">
<p style="text-indent:2.22cm;font-style:normal;" align="left">del ‘egno; e ghe ‘à restà</p>
<p style="text-indent:2.22cm;font-style:normal;" align="left">come un segno tee man:</p>
<p style="text-indent:2.22cm;font-style:normal;" align="left">carézhe che sgrafa, e onge</p>
<p style="text-indent:2.22cm;font-style:normal;" align="left">curte, da òn. I só bèi cavéi</p>
<p style="text-indent:2.22cm;font-style:normal;" align="left">biondi e bocoeósi i ‘é ‘dèss</p>
<p style="text-indent:2.22cm;font-style:normal;" align="left">
<p style="font-style:normal;" align="left">un grop de spaghi stopósi</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">che nissùna peruchièra pòl</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">pì tornàr rizhàr. Co’a cata</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">‘e só care amighe maestre</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">o segretarie, ghe par che</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">
<p style="text-indent:2.22cm;font-style:normal;" align="left">‘e sie tant pì zóvene de ea,</p>
<p style="text-indent:2.22cm;font-style:normal;" align="left">‘a ghe invidia chee onge</p>
<p style="text-indent:2.22cm;font-style:normal;" align="left">cussì rosse e longhe, i cavéi</p>
<p style="text-indent:2.22cm;font-style:normal;" align="left">lissi e luminosi, chii déi</p>
<p style="text-indent:2.22cm;font-style:normal;" align="left">ben curàdhi, co’ i sii pàra</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">
<p style="font-style:normal;" align="left">drio ‘e rece, i recìni. Le</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">varda e spess ‘a pensa</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">al só destìn: tuta ‘na vita</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">persa a gratàr, a gratarse</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">via dal corpo ‘a beézha.</p>
<p style="font-style:normal;" align="left"> </p>
<p style="font-style:normal;" align="left">Marta ha quarantatre anni. / Da venticinque / leviga cornici col tampone, / la carta abrasiva, con questi umili strumenti frega / la vernice dura nelle modanature // del legno; e le è rimasto / come un segno nelle mani: / carezze che graffiano, e unghie / tozze, da uomo. I suoi bei capelli / biondi e ondulati sono ormai // un groviglio di spaghi stopposi / che nessuna parrucchiera potrà / più rimodellare. Quando incontra / le sue amiche coetanee, maestre / o segretarie, le trova // tanto più giovani, / le invidia quelle unghie / così rosse e lunghe, i capelli / lisci e luminosi, quelle dita / ben curate, quando, con le stesse, se li scostano // dietro le orecchie, gli orecchini. Le / osserva e spesso pensa / al suo destino: tutta una vita / persa a grattare, a fregarsi via dal corpo la bellezza.</p>
<p>*</p>
<p style="margin-bottom:0;">Joussuf i ‘o ‘à mess</p>
<p style="margin-bottom:0;">a ciapàr tòchi drio</p>
<p style="margin-bottom:0;">‘na multilame. L’é</p>
<p style="margin-bottom:0;">un fià lento, ‘ncora,</p>
<p style="margin-bottom:0;">calche steca ‘a ghe</p>
<p style="margin-bottom:0;">
<p style="margin-bottom:0;text-indent:2.22cm;">passa via, sora i rui,</p>
<p style="margin-bottom:0;text-indent:2.22cm;">‘a ghe casca par tèra;</p>
<p style="margin-bottom:0;text-indent:2.22cm;">ma lu ‘l sa che ‘l pòl</p>
<p style="margin-bottom:0;text-indent:2.22cm;">deventàr pì sguèlto,</p>
<p style="margin-bottom:0;text-indent:2.22cm;">co’l tenpo, e ‘lora no’</p>
<p style="margin-bottom:0;">
<p style="margin-bottom:0;">el ghe bada ae paròe</p>
<p style="margin-bottom:0;">che ‘l capo che zhiga</p>
<p style="margin-bottom:0;">drio, te chea lengua</p>
<p style="margin-bottom:0;">cussì stranba, anca</p>
<p style="margin-bottom:0;">se l’à capìo che tante</p>
<p style="margin-bottom:0;">
<p style="margin-bottom:0;text-indent:2.22cm;" lang="fr-FR">le ‘é bestéme, anca</p>
<p style="margin-bottom:0;text-indent:2.22cm;">se lo sinte che a lu</p>
<p style="margin-bottom:0;text-indent:2.22cm;">no’ ghe piase ‘l coeór</p>
<p style="margin-bottom:0;text-indent:2.22cm;">dea só pèl, che no’l</p>
<p style="margin-bottom:0;text-indent:2.22cm;">voràe ‘verlo fra i pie</p>
<p style="margin-bottom:0;">
<p style="margin-bottom:0;">no’l ghe bada parché, fra</p>
<p style="margin-bottom:0;">‘na steca ciapàdha e una</p>
<p style="margin-bottom:0;">che casca, el vede i fiòi</p>
<p style="margin-bottom:0;">e só fémena scanpàr via</p>
<p style="margin-bottom:0;">daa fame; tornàr far faméjia.</p>
<p style="margin-bottom:0;"> </p>
<p style="margin-bottom:0;"> </p>
<p style="margin-bottom:0;">
<p style="margin-bottom:0;">Joussouf ha trovato posto / in coda / ad una multilame. È / un poco lento, ancora, / qualche asta gli // sfugge, dalla rulliera, / gli cade in terra; / ma lui sa che può / diventare più rapido / col tempo, e allora non // fa tanto caso alle ingiurie / che il capo gli urla / addosso, in quel dialetto / così incomprensibile, anche / se ha capito che molte // sono bestemmie, anche / se ha intuito che gli / dà fastidio il colore / della sua pelle, che preferirebbe / non averlo fra i piedi // non ci fa tanto caso perché, fra / un’asta afferrata e una / che gli cade, vede i figli / e sua moglie fuggire / alla fame; la famiglia ricomporsi.</p>
<p> </p>
<p style="margin-bottom:0;">
<p style="margin-bottom:0;">
<p style="margin-bottom:0;">*</p>
<p style="margin-bottom:0;">
<p style="margin-bottom:0;">
<p style="font-style:normal;" align="left">Luisa ‘a ‘é ‘na bèa tosa,</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">intiijénte e brava; l‘à</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">studià da segretaria, ma</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">posti in ofìcio no’ a ghi</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">n‘vea catà, dièse àni fa,</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">
<p style="text-indent:2.22cm;font-style:normal;" align="left">cussì, pa’ no’ star là co’</p>
<p style="text-indent:2.22cm;font-style:normal;" align="left">‘e man in man ‘a se ‘à</p>
<p style="text-indent:2.22cm;font-style:normal;" align="left">‘datà a lavoràr tea trancia</p>
<p style="text-indent:2.22cm;font-style:normal;" align="left">del scatoìficio. Cartón</p>
<p style="text-indent:2.22cm;font-style:normal;" align="left">dopo scàtoea l’à scont</p>
<p style="text-indent:2.22cm;font-style:normal;" align="left">
<p style="font-style:normal;" align="left">drento i só conti, ‘l só</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">bèl diploma, l’à scont</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">drento ‘a fede e ‘e foto</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">dee só nòzhe, un dentìn</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">da late, tute ‘e scòrzhe</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">
<p style="text-indent:2.22cm;font-style:normal;" align="left">dee stée cascàdhe chea istà,</p>
<p style="text-indent:2.22cm;font-style:normal;" align="left">l’à serà drento ‘l só sorìso;</p>
<p style="text-indent:2.22cm;font-style:normal;" align="left">l’à scrit tel cartón poesie</p>
<p style="text-indent:2.22cm;font-style:normal;" align="left">senza rima che dise sudhór</p>
<p style="text-indent:2.22cm;font-style:normal;" align="left">e fadìga, chee dise come</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">
<p style="font-style:normal;" align="left">che anca l’amór dee volte</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">el mòre: paròe de penarèl</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">a létare grosse; po’a tira</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">‘na riga e le scancèa tute;</p>
<p style="font-style:normal;" align="left">‘a tira ‘l scòc, e ‘a sèra su.</p>
<p style="font-style:normal;" align="left"> </p>
<p style="font-style:normal;" align="left">Luisa è una bella ragazza, / intelligente e brava; ha / studiato da segretaria d’azienda, ma / un impiego in ufficio non lo / trovò, dieci anni or sono, // così, per non rimanere / con le mani in mano si / adattò a lavorare alla trancia / di uno scatolificio. Cartone / dopo scatola vi ha deposto // dentro i suoi calcoli, il suo / bel diploma, vi ha nascosto dentro la vera e le foto / del suo matrimonio, un dentino / da latte, tutte le bucce // delle stelle cadenti di quell’estate, / vi ha rinchiuso il suo sorriso; / ha scritto nel cartone poesie / senza rima che dicono sudore / e fatica, che dicono come // anche l’amore a volte / muore: parole di pennarello / a lettere spesse; poi tira / una riga e le cancella tutte; / tira il nastro adesivo, e sigilla.</p>
<p style="margin-bottom:0;">
<p style="margin-bottom:0;">*</p>
<p style="margin-bottom:0;"> </p>
<p style="margin-bottom:0;">
<p style="margin-bottom:0;">
<p style="margin-bottom:0;">
<p style="margin-bottom:0;">
<p style="margin-bottom:0;margin-left:2.01cm;line-height:150%;margin-right:2.01cm;" align="justify">Fabio Franzin, emerso nell’ultimo decennio tra le personalità più certe e autentiche della poesia neodialettale, assieme a Edoardo Zuccato, Ivan Crico, Domenico Brancale, Salvatore Pagliuca, Rocco Brindisi, Annalisa Teodorani, con la raccolta in versi neodialettali <em><strong>Fabrica</strong></em> edita da Atelier, si aggiudica il <strong>Premio Pascoli</strong>. Uno dei massimi riconoscimenti in ambito di poesia neodialettale, assegnato, tra gli altri, nelle precedenti edizioni, a Assunta Finiguerra, Raffaello Baldini, Gianni Fucci, Achille Serrao,Tolmino Baldassari, Giovanni Nadiani. La sezione in lingua italiana aggiudicata a Jolanda Insana, nelle precedenti edizioni ha visto premiati Umberto Piersanti, Nelo Risi, Cesare Viviani, Paolo Ruffilli, Giovanni Giudici, Mario Luzi e Yves Bonnefoy. La giuria, presieduta dall’italianista Andrea Battistini, che dirige il Centro Studi Pascoliani, e composta tra gli altri, da Franco Brevini, Gualtiero De Santi, Piero Meldini, Claudio Marabini e Gianfranco Miro Gori , consegnerà il premio sabato 5 settembre 2009, a San Mauro Pascoli, città natale del poeta. (M.C.).</p>
<p style="margin-bottom:0;margin-left:2.01cm;line-height:150%;margin-right:2.01cm;" align="justify"> </p>
<p style="margin-bottom:0;margin-left:2.01cm;line-height:150%;margin-right:2.01cm;" align="justify">
<p style="margin-bottom:0;margin-left:2.01cm;line-height:150%;margin-right:2.01cm;" align="justify">
<p style="margin-bottom:0;margin-left:2.01cm;line-height:150%;margin-right:2.01cm;" align="justify">*</p>
<p style="margin-bottom:0;margin-left:2.01cm;line-height:150%;margin-right:2.01cm;" align="justify"> </p>
<p style="margin-bottom:0;margin-left:2.01cm;line-height:150%;margin-right:2.01cm;" align="justify">
<p style="margin-bottom:0;margin-left:2.01cm;line-height:150%;margin-right:2.01cm;" align="justify">
<p style="margin-bottom:0;margin-left:2.01cm;line-height:150%;margin-right:2.01cm;" align="justify"><strong>FABIO FRANZIN, LA FRANCA LINGUA DI “</strong><em><strong>FABRICA</strong></em><strong>” </strong></p>
<p style="margin-bottom:0;margin-left:2.01cm;line-height:150%;margin-right:2.01cm;" align="justify">- un intervento critico di Manuel Cohen</p>
<p style="margin-bottom:0;margin-left:2.01cm;line-height:150%;margin-right:2.01cm;" align="justify">
<p style="margin-bottom:0;margin-left:2.01cm;line-height:150%;margin-right:2.01cm;" align="justify">
<p style="margin-bottom:0;margin-left:2.01cm;line-height:150%;margin-right:2.01cm;" align="justify">Ci sono poeti che hanno impegnato la vita a delineare, definendolo, lo spazio della propria voce, a vivere la <em>phoné</em> ereditata, altrimenti <em>koiné</em>, quale luogo, <em>couche</em> geo-antropologica. Poeti la cui <em>esperienza del mondo</em> è avvenuta “dentro il paesaggio”. E’ accaduto, e accade, in alcune vicende paradigmatiche e eccentriche, in lingua e in dialetto: Biagio Marin, Andrea Zanzotto, Tolmino Baldassari, Tonino Guerra, Umberto Piersanti…Come in ideale continuità, Fabio Franzin, classe 1963, sembra ripartire da chi lo ha preceduto, piuttosto che dalla <em>tabula rasa</em> o deriva postmoderna che ha segnato con i suoi stigmi di spaesamento, quando non di compiaciuta deterritorializazione culturale, i molti esordi degli autori ‘emersi’ dalla generazione nata negli anni ‘Sessanta. Altro fatto poi, è che il nostro vada pubblicando sillogi in lingua e in dialetto veneto, nella sua varietà opitergino-mottense, che presenta vari gradi di affinità con la limitrofa parlata d’area friulana. Il dialetto veneto adottato, inoltre, risulta successivo alla sua formazione prima ( Franzin si trasferisce da Milano nel paese paterno di Motta di Livenza al compimento del sesto anno di età ). Notazioni queste che sollevano alcune questioni relative all’interlinguismo, se non propriamente al translinguismo, con la possibilità di poter passare o scrivere da una lingua all’altra ( Cfr. Steven J. Kellman, <em>The translingual immagination</em>, University Press of Nebraska, 2000) e pure di tradurre, come accade per certi testi in appendice a “<em>Fabrica”, </em>in uscita nelle edizioni di Atelier .</p>
<p style="margin-bottom:0;margin-left:2.01cm;line-height:150%;margin-right:2.01cm;" align="justify">Comunque sia, la parola neo-dialettale di Franzin, se da un lato e solo in parte sembra richiamarsi al “parlar materno”, volgare e d’uso, appreso dalla madre, che poi è il tratto distintivo del provenzale di Arnaut Daniel, e che il Guinizelli segnala a Dante nel settimo girone del <em>Purgatorio</em> (XXVI. v.117), d’altro canto, sembra avocare a una matrice leopardiana, al particolare sintagma a cui fa riferimento ne <em>La ginestra </em>(vv. 114-115) e che di per sé prefigura un programma: “<em>con franca lingua/ Nulla al ver detraendo”</em>. Nel solco di una precisa linea che da Dante attraverso Leopardi, passando per Pascoli, e per l’accoglimento della nozione di “poesia onesta” di Saba, fino all’esempio di una accentuata scorrevolezza versificatoria, di lingua ‘naturale’ o basica, di Biagio Marin, vedo inserirsi l’avventura del nostro. Non tragga comunque in inganno lo ‘stile semplice’ , dimesso nelle sue tonalità, di <em>understatement</em> e di linguaggio quotidiano, di confessione o <em>érlebnis</em>: né si equivochi la dismissione della rima come assenza di gusto, o <em>na</em><span style="font-family:Century, serif;"><em>ï</em></span><em>veté</em>. Al contrario, “l’ampiezza dello spettro” e “l’allargamento progressivo della prospettiva, da fatti personali a eventi collettivi, dalla poesia lirica amorosa a quella narrativa, dall’autoanalisi alle storie familiari e ai ritratti di personaggi” colti da Edoardo Zuccato nella prefazione a <em>Mus.cio e roe </em>( <em>Muschio e spine</em>, Le voci della luna, Sasso Marconi 2007) ne sono tratti distintivi. In <em>Fabrica</em> colpisce, già a una rapida occhiata, la rispondenza tra morfologia espressiva e motivi, sicché, anche graficamente ,la <em>suite</em> articolata in tre sezioni, presenta una compatta struttura strofica nelle prime due ( la prima, eponima, di 18 testi, la seconda, <em>Per nome</em>, di 19, mentre nella terza vengono collocati 6 testi a struttura variabile, <em>traduzioni</em> <em>operaie</em> da altri autori, quasi a conferire dinamica di coralità all’argomento) , una sequenza di 37 testi ognuno di 5 strofe pentastiche disposte a sbalzi o gradini, come a riprodurre nell’arcata versale l’immagine più caratterizzante la realtà della fabbrica, ovvero, la catena di montaggio. Versi prevalentemente ipometri variamente oscillanti tra il senario e il novenario, e dove sapientemente all’assenza di rima, dettata credo dalla esigenza di non assecondare mimeticamente un dialetto di per sé musicale, Franzin sopperisce con una melicità rastremata, data da sonorità non esibite, assillabanti (“<em>co ‘chee camise”, “con quelle camicie”)</em> e allitteranti(“<em>sogni soeàdhi”</em>,<em> “sogni volati via”),</em> strategicamente <em>enjambées </em>(<em>“sesti/ servi”, “atti/servili”</em>), a garanzia di ‘periodicità’ , secondo la nozione neometricista di Jean Cohen (Cfr. <em>Strutture del linguaggio poetico</em>, Il Mulino, Bologna 1974). Così, le figure della ripetizione, come l’anafora “<em>varda…varda”, “guarda…guarda” </em>(v.1), variata <em>“vardii…vardii”, “guardali…guardali” </em>(v. 6, v. 21) che marca la cadenza, e la pena, del testo introduttivo; o, altrove, le elencazioni: <em>“slavi// e indiani, romèni e neri,/ atei e cristiani, musulmani/ o de Jèova, del demonio/ dea fame o del dio dei schèi,/ tuti mis.ciàdi, cussì, tuti// deventàdhi un fià pì fradhèi/ fra de lori, là, tuti tacàdhi”, “slavi// e indiani, rumeni e neri,/ atei e cristiani, musulmani/ o testimoni di Geova, del demonio/ della fame o del dio denaro/ tutti mescolati, così, tutti// già un po’ fratelli/ fra loro, lì, tutti stretti”</em>, a connotare stilisticamente la serialità della realtà lavorativa, descritta e nominata con una lingua esatta e essenziale, enucleata nei luoghi, nei tempi, nelle pause produttive, nei vari stadi dei processi di produzione, finanche nella nominazione degli oggetti o attrezzi da lavoro, in una “lingua oggettuale, non oggettiva” (come ho per altri versi rilevato presentando alcuni inediti di Franzin su “Il parlar franco”, anno 8, n. 8, dicembre 2008) che immette nel dialetto le parole di un linguaggio settoriale specifico o tecnologico: “machine”(macchine), “luchét”(lucchetto), “guanti de gòma” (guanti di lattice), “rulière” (rulliere), “banchi” (bancali), “muéti” (carrelli), “tubi de aspirazhi<span style="font-family:Century, serif;">ó</span>n” (tubi di aspirazione), “blòc de trucioeàre” (blocco di truciolato), o inserimenti allotri : “film”, “supermarket”, “jins” (jeans): registrando così pure il dialetto in un processo di moderata mescidazione e di meticciato contemporanei, piuttosto che nella fissazione o recupero oleografico e manierato di una parlata ‘originaria’…e questo, nel solco di una ‘tradizione’ che in area trevigiana rileva lo sperimentalismo plurilinguistico (in verità più accentuato) di Ernesto Calzavara, la mescidanza tra termini dialettali di varie aree linguistiche (trevigiana, padovana, litorale veneto) in Sandro Zanotto, e tra termini dialettali e termini tecnici e marinareschi; oppure nell’uso della diglossia italiano-dialetto veneto, con le allotrie dall’inglese, in Luciano Cecchinel, ad esempio, al fine di approdare a un linguaggio d’autore ‘sovralocale’, che in Franzin produce effetti di congruità e pertinenza. Le molte figure di parallelismo o similitudine che si registrano nella prima sezione (gli operai legati alla catena di montaggio come i carrelli del supermarket legati uno ad uno, la laboriosità silenziosa degli stessi, come quella delle formiche, la fabbrica come teatro, i lavoratori come burattini…) trova una ulteriore conferma nella seconda, più serrata, dove realtà umana e realtà degli oggetti si legano, si saldano negli anelli dei processi produttivi, succedendosi senza soluzione di continuità. Con un precisa lettura direi post-ideologica, dalle striature accorate e dagli addentellati irredibilmente civili, alla descrizione di un’esistenza, segue la descrizione di un ingranaggio della fabbrica, così, sapientemente, come in un romanzo popolare dai toni narrativi, epici, corali, rimarcandone la ‘fatica’ o la sofferenza di ‘pezzi’ intercambiabili, e assemblabili, quando non sostituibili, si succedono le singole storie: Marta che pensa al suo destino di levigatrice, il lavorìo del nastro trasportatore della pressa, l’affanno di Mirco, la lama circolare, la sirena, Joussouf, l’extracomunitario che vede grazie al suo lavoro ricomporsi la famiglia, il silos imponente e cilindrico, Roberto, eterna figura di <em>yesman</em> che ride col padrone, i guanti da lavoro, Sergio che studiava da dottore e si ritrova tornitore, le macchine nel capannone, Pietro, operaio felice…una catena di ritratti di esistenze comuni e non illustri, eppure memorabili, umanità di sogni, aspirazioni, timori e precariato, allineate a oggetti, equiparate a merci. Così <em>Fabrica, </em>confuta l’immagine patinata della fortuna del Nord-Est produttivo, e della penisola tutta, su cui vengono addensandosi nere nubi di recessione, sfruttamento, razzismo, precariato. L’Italia ridente delle veline e dei tronisti viene rimossa dagli effetti di uno tsunami economico che tocca il paese reale dove <em>“è solo il male a far rima con sociale/ oggi, per chi si ostini a continuare/ a vivere oltre l’età contributiva”</em> a sopravvivere alle <em>“vette capovolte con il mutuo” </em>da pagare, leggo dai recentissimi <em>Canti dell’offesa</em> ( apparsi su “NazioneIndiana”, 20.gennaio.2009) versi in lingua, adiacenti ai dialettali di <em>Fabrica. </em>E mentre registro queste note in margine alla raccolta di Fabio Franzin, mi ritrovo tra le mani una ulteriore raccolta ancora inedita, nata dalla felibre e multiforme ansia dell’autore di recuperare forse a un esordio relativamente tardivo. Ecco dunque i versi di <em>Pòre paròe, Povere parole</em> un poemetto in bellissime quartine di impianto tradizionale, e dove anche qui, Franzin evita accuratamente il ricorso alla rima. Non anticipo nulla se non che raramente ho letto poesie equiparabili ad autentiche, profondissime preghiere. Il ricordo va, inevitabilmente, alle <em>Elegie istriane </em>di Biagio Marin (introduzione di Carlo Bo, Scheiwiller, Milano 1963) per la purezza adamantina, il dato di nudità naturalistica, la sapienza di una <em>religio</em> naturale e remotissima, la grazia che, sarà pure un luogo comune, ma sembra sopravvivere in certe esperienze neo-dialettali, la luziana <em>humilitas, </em>quella adesione e aderenza alla natura fertile e vitale propria dei grandi poeti sapienziali e creaturali.</p>
<p style="margin-bottom:0;margin-left:2.01cm;line-height:150%;margin-right:2.01cm;" align="justify">
<p style="margin-bottom:0;margin-left:2.01cm;line-height:150%;margin-right:2.01cm;" align="justify"><em>[l’intervento è apparso su ‘Atelier’,n.53,anno XIV, marzo 2009]</em></p>
<p style="margin-bottom:0;margin-left:2.01cm;line-height:150%;margin-right:2.01cm;" align="justify"><em> </em></p>
<p style="margin-bottom:0;margin-left:2.01cm;line-height:150%;margin-right:2.01cm;" align="justify"><em>*</em></p>
<p style="margin-bottom:0;margin-left:2.01cm;line-height:150%;margin-right:2.01cm;" align="justify"><em> </em></p>
<p style="margin-bottom:0;margin-left:2.01cm;line-height:150%;margin-right:2.01cm;" align="justify"><em>[immagine: Joseph Beuys, Halbiertes Filzkreuz mit Staubbild "Magda", 1960/1965]<br />
</em>
</p>
<p style="margin-bottom:0;margin-left:2.01cm;line-height:150%;margin-right:2.01cm;" align="justify"><em> </em></p>
<p style="margin-bottom:0;margin-left:2.01cm;line-height:150%;margin-right:2.01cm;" align="justify">
<p style="margin-bottom:0;margin-left:2.01cm;line-height:150%;margin-right:2.01cm;" align="justify">
<p style="margin-bottom:0;margin-left:2.01cm;line-height:150%;margin-right:2.01cm;" align="justify"> </p>
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		<title>L’ultima recita</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Jul 2009 18:00:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>achillemaccapani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Ne farei volentieri a meno. Manca solo l’ultimo atto di questa recita. Dell’ultima recita della Traviata. Sento molto il peso di questo compito, di questo dovere da portare a termine.
Eppure è solo l’epilogo di una tragedia. Mezz’ora, poco più, e tutto sarà finito. Violetta sarà morta per sempre, Alfredo resterà stravolto. Poi, forse, un giorno [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lapoesiaelospirito.wordpress.com&blog=621013&post=20546&subd=lapoesiaelospirito&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Ne farei volentieri a meno. Manca solo l’ultimo atto di questa recita. Dell’ultima recita della <em>Traviata. </em>Sento molto il peso di questo compito, di questo dovere da portare a termine.</p>
<p>Eppure è solo l’epilogo di una tragedia. Mezz’ora, poco più, e tutto sarà finito. Violetta sarà morta per sempre, Alfredo resterà stravolto. Poi, forse, un giorno si risposerà. E consegnerà alla sua novella amata l’immagine di Violetta.</p>
<p>Anch’io porterò con me l’immagine, anzi, i ricordi di una vita passata tra le sale da concerto e i teatri d’opera. Ormai comincio ad averne la nausea. In tutti i sensi. Non so perché. Ma ogni volta che dirigo La Traviata, mi sembra di rivivere tutto quanto mi è accaduto.<span id="more-20546"></span></p>
<p>Sembra quasi che la finzione e la realtà si mescolino. Si incrocino. Si fondano in un tutt’uno. Le emozioni, le passioni e i dolori sono sempre gli stessi che si vivevano nell’Ottocento. Anche quelli che ho affrontato in questi ultimi anni.</p>
<p>Ben poco è cambiato. Anzi, nulla. Ci resta questa vita che pian piano scorre via. Verso una fine preannunciata.</p>
<p>Non ne ho ancora parlato con nessuno. Neppure con il mio agente. Ma credo di non farcela più. Mi pesa, certo. Mi pesa salire sul podio. Mi pesa alzare la bacchetta. Mi pesa, eccome, dirigere questo finale della <em>Traviata.</em> Questo terzo atto in cui tutti i reticoli della trama si ricompongono.</p>
<p>L’inganno di Giorgio Germont si svela dinanzi a Violetta. Il dottor Grenvil le dice che presto dovrà affrontare una convalescenza, quando invece <em>“la tisi non le accorda che poche ore”. </em>Alfredo non riesce in cuor suo ad accettare l’imminenza della morte di Violetta. Annina assiste attonita a questa lunga agonia.</p>
<p>È poco meno di mezz’ora di musica, dicevo. Una scena spoglia, l’interno borghese di una camera da letto, le finestre da cui filtra faticosamente la luce del giorno. I coristi che canteranno come ossessi, quasi alla lontana, la festa di un Carnevale parigino al quale Violetta non parteciperà. Né questa volta, né mai.</p>
<p>Mi ritrovo qui, solo, nel mio camerino.</p>
<p>La partitura della <em>Traviata,</em> piena di annotazioni, segnalibri, fogli sparsi di appunti: consultata fino all’ultimo istante, durante le prove, fino alla generale. Poi chiusa.</p>
<p>Per non vedere più quei segni, quelle note.</p>
<p>Per concentrarmi sul suono. Sulle note che si trasformano in musica. Che creano azione drammaturgica. Vissuto, ansia, dolore, morte.</p>
<p>Ho portato con me poche cose in albergo. Una foto del panorama dalla mia casa in collina di Brunetti, nell’estremo entroterra ligure, a poca distanza dalla Francia.</p>
<p>E un libro, <em>L’angelo di Avrigue</em>. Dentro, sull’ultima pagina letta, una foto.</p>
<p>La foto di Giuliana.</p>
<p>Non ce la faccio più a riaprire la partitura.</p>
<p>Sento nel camerino vicino al mio il tenore Ferran Carvalho, l’interprete di Alfredo. Ha appena finito di fare alcuni vocalizzi. Sta parlando al telefonino con sua moglie. Augura la buonanotte al bimbo, avrà forse due o tre anni.</p>
<p>Io non ho un telefonino. Non ne ho bisogno. Chi chiamerei, tra un atto e l’altro? E poi, essere sempre cercati in ogni momento, anche per cose futili: per che cosa? Per chiacchierare. Per sconfiggere una solitudine che, al di là dei soliti dialoghi e colloqui legati al lavoro, in fondo permane dentro la mia vita. Ognuno sta solo con se stesso. E questa solitudine mi pesa.</p>
<p>Eppure per quasi due mesi interi ho lavorato con la compagnia, il regista e il costumista: non volevo assolutamente dirigere un allestimento all’avanguardia come vanno di moda adesso nei teatri lirici di mezzo mondo, con una Violetta vestita da bordello in stile anni Trenta, un Alfredo imbracato come un gerarca fascista ed un Giorgio nei panni di un generale alle dipendenze del Duce.</p>
<p>Non avrei mai accettato un siffatto contesto teatrale. Nemmeno un inizio del secondo atto, con Alfredo e Violetta impegnati in scene amorose al limite della pornografia. Invece i registi chiamati dai vari enti lirici non badano affatto alle indicazioni contenute nei libretti operistici. Ah, come aveva ragione il grande Karajan, quando dichiarò in un’intervista nell’estate del 1988 che lui e i registi mettevano in scena soltanto quello che c’è scritto nel libretto!</p>
<p>Al massimo, si può aggiornare, rivedere. Ripensare gli abiti, il contesto storico. Avvicinarsi ad un gusto moderno. Visconti alla Scala nel 1955 aveva creato un caso scandaloso con la Callas che si toglieva uno stivale e se ne serviva per bere champagne. Adesso accade di peggio, purtroppo.</p>
<p>Quando tre anni fa il Salzburger Festspiele mi ha contattato per un nuovo allestimento di <em>Traviata,</em> mi sono riservato di accettare. Ho infatti chiesto di conoscere preventivamente i nomi del regista e del costumista. Ho voluto anche concordare la scelta dei cantanti. Non mi pareva giusto trovare un pacchetto bell’e pronto e pensare solo all’orchestra senza guardare quello che accadeva sul palco.</p>
<p>Senza batter ciglio, forse perché da parecchi anni non dirigevo più  opere, hanno accolto le mie condizioni. Durante i primi mesi dello scorso anno ho esaminato ed approvato i bozzetti delle scene e dei costumi: né tradizionali né troppo all’avanguardia. Una scelta a metà strada, condivisibile. Scene essenziali. Pochi arredi, quelli necessari ed indicati dal libretto. Abiti in stile primi anni Cinquanta. E tanta attenzione alle luci.</p>
<p>Sono state accolte pure le mie esigenze di ottenere un buon numero di prove con l’orchestra. Alla Staatsoper di Vienna si fanno al massimo una o due prove, poi si va in scena. Ma quando gli stessi musicisti si riuniscono sotto il nome dei Wiener Philharmoniker, i tempi ristretti del calendario della Staatsoper non si considerano: c’è più libertà, si può approfondire meglio la musica, domandarsi se certe scelte di tradizione siano giuste.</p>
<p>Per carità, hanno eseguito la <em>Traviata</em> con tanti direttori, da Karajan a Maazel. A Vienna si sono avvalsi di altri più giovani ed emergenti che si accontentavano dei tempi limitati per provare. Condizioni che non potevo invece accettare. Grazie a Dio, a Salisburgo mi hanno dato più libertà per creare un lavoro approfondito. Un nuovo allestimento. Qualcosa che potesse lasciare una traccia nel pubblico.</p>
<p>Ma c’era il rovescio della medaglia. Ho dovuto accogliere una richiesta perentoria: quella di consentire le riprese tv. Ormai tutto, anche nel teatro d’opera, si è trasformato in un prodotto televisivo. Le telecamere hanno seguito le prove di canto. Ci sono state le immancabili interviste ai cantanti principali. Pure io non mi sono sottratto a questo rituale antipatico.</p>
<p>Il nostro lavoro rimarrà immortalato in questi dischi ottici di resina termoplastica, nell’inutile tentativo di far rivivere il vero clima che si respira dentro il teatro.</p>
<p>Tutto quanto è servito per la realizzazione di una lunga diretta sulla Österreichische Rundfunk, la tv nazionale austriaca, tuttora in corso sul secondo canale. Poi, non so tra quanti mesi, l’intero materiale finirà su un dvd. Ci saranno anche le repliche sulle pay tv satellitari: in Giappone, in Germania, in Francia, anche in Italia.</p>
<p>Ormai non si registra più un’opera lirica in studio. Si fa tutto dal vivo. Non possiamo lavorare con calma in uno studio, disporre di 10, 15 giorni, rifare questa o quella scena, concordare col produttore ed il tecnico del suono i rumori di scena necessari durante la registrazione. Ad esempio i colpi di cappa e spada nel duello tra Don Giovanni e il Commendatore durante l’inizio dell’atto primo. O la registrazione dei pedali dell’organo all’inizio dell’Otello di Verdi, in una chiesa nel cuore della notte: lo aveva fatto Karajan nel 1960 a Vienna e tutti, pubblico e critica, avevano gridato al miracolo.</p>
<p>Non è più possibile nulla di tutto ciò. La parola d’ordine di questi tempi è una sola: ottimizzazione delle risorse. Così dicono le nuove leve dei dirigenti delle case discografiche: non hanno alcuna esperienza culturale alle spalle, ma provengono dalle majors della grande distribuzione, o dal management delle società produttrici di detersivi. Credono che tagliando qua e là si riesca ad ottimizzare le risorse. In una parola: risparmiare.</p>
<p>Così, non appena un allestimento si considera quasi perfetto, sono tutti schierati, fuori dal teatro: telecamere, microfoni, mixer. In linea di massima, a parte le interviste, ci hanno lasciati in pace. Abbiamo lavorato in totale tranquillità.</p>
<p>Sapevamo tuttavia che il nostro lavoro sarebbe stato immortalato in tutti i formati possibili: diretta radiofonica e televisiva, doppio cd con l’opera completa, cd singolo con le arie principali, dvd singolo con l’opera integrale, e doppio dvd con gli extra, come l’extended version di un film di successo uscito al cinema pochi mesi prima.</p>
<p>Le chiamano coproduzioni: si uniscono tre o quattro emittenti televisive (anche di più, succede), una casa discografica, una società di video produzione. Così risparmiano e ottengono lo stesso prodotto da consumare in diversi modi. Nulla viene nascosto. Neppure i momenti che precedono l’inizio di ciascun atto.</p>
<p>Lo hanno imparato dalla NHK, la tv nazionale giapponese. Quando uscirò  dal camerino, troverò un operatore con camera a spalla che mi anticiperà di pochi passi mentre cammino, bacchetta in mano, lungo il breve corridoio che mi avvicinerà alla porta di ingresso per accedere nella fossa dell’orchestra.</p>
<p>Avrei potuto dire no alle telecamere. Perlomeno a quelle fuori dal mio camerino. Ma a che serviva? Perfino questo momento fa parte di un rituale che si ripete da anni, da decenni, da secoli.</p>
<p>Invece Karajan si è sempre opposto. Negli ultimi anni non era più  in grado di camminare da solo. Così esigeva che le telecamere riprendessero dal fondo della sala il suo ingresso nel proscenio. E quando dirigeva, lo riprendevano solo di busto. Meno male che non ho questi problemi! Almeno la mia salute fisica continua a reggere bene.</p>
<p>Uscirò  dal camerino. Percorrerò quel corridoio buio, pieno di fili, con la telecamera che mi precederà. Poi mi fermerò pochi secondi davanti a quella porta. Pochi, ma lunghissimi secondi.</p>
<p>Il fruscio del pubblico della Festspielhaus, già rientrato dalla pausa di intervallo, magari dopo aver gustato un bicchiere di Romerquelle, quell’acqua minerale carissima che va tanto di moda in Austria, un po’ come la Perrier per i francesi. Tutti seduti in ordine. Il primo violino che completa l’accordatura degli strumenti. Il ritorno del silenzio, spezzato da qualche sporadico colpo di tosse. E poi…</p>
<p>Ma ecco… stavo parlando della scelta dei cantanti. Anche questo particolare per me è molto importante. Ho voluto scegliere giovani cantanti: pochi anni di esperienza, quasi tutti trentenni all’incirca. Non avevo bisogno del grande nome di richiamo. Volevo creare una compagnia di canto pronta a lavorare duramente. Come si faceva una volta, pochi decenni addietro, quando i calendari fissati dalle agenzie non scandivano con crudele inesorabilità i ritmi di lavoro.</p>
<p>A tutti ho chiesto la disponibilità di essere liberi dai primi di giugno. Ci siamo trovati direttamente a Salisburgo. Abbiamo cominciato con le prove di canto, col pianoforte. Tutte le arie, i passaggi chiave. Le inflessioni più impercettibili, i momenti più allucinanti della dizione.</p>
<p>Quell’italiano ottocentesco del libretto di Francesco Maria Piave, da far capire punto per punto ai cantanti. Per fortuna, non era un problema per Carvalho: lui è un latino. Anzi, un catalano, ma capisce perfino il dialetto ligure.</p>
<p>Anche il baritono, Günther Meier, a dispetto delle sue origini berlinesi e di una lunga frequentazione dei lieder di Schubert, delle Passioni di Bach e dell’opera tedesca, si era prontamente adattato alla nostra lingua. Ma che fatica, toglierli quell’orribile accento teutonico! Magari fosse stato un po’ più dolce, un po’ più armonioso, come la voce dell’attore svizzero Bruno Ganz quando declama le poesie di Hölderlin. Ce l’abbiamo messa tutta, io e l’assistente di dizione…</p>
<p>Chi m’ha dato più noie era il soprano.</p>
<p>Tatjana Pavlova, non ancora trentenne.</p>
<p>Giovane, bella, avvenente.</p>
<p>Comunque disponibile e pronta a mettersi in gioco.</p>
<p>Era arrivata preparatissima alla prima prova. Sapeva tutto il libretto, non voleva sbagliare. Aveva una buona esperienza alle spalle, tanti anni di compagnia al Marinski, a San Pietroburgo. Si era fatta le ossa con quelle terribili opere di Glinka, Mussorgsky, Rimsky-Korsakov. Aveva anche alle spalle il nostro melodramma, qualcosa di Rossini, molto Puccini.</p>
<p>Era la sua prima<em> Traviata.</em></p>
<p>Ma non aveva percepito affatto il significato profondo di ogni parola. Di ogni respiro. Di ogni passaggio. Dovevamo ricostruire in lei il personaggio. In una sola parola: plasmarla. Giorno per giorno, spiegarle tutto, passo dopo passo. Ricostruire la tragedia di Violetta, che emerge in un modo sottile ma tremendo già dalle prime battute del preludio all’atto primo.</p>
<p>Se si riflette con attenzione, si noterà infatti che <em>quelle </em>maledette prime battute, che nascono naturalmente dal silenzio, uno sforzo terribile per un direttore ed un’orchestra, ma che non deve apparire tale per l’ascoltatore, compongono anche il tema iniziale del preludio all’atto primo. E riemergono proprio nel preludio di quest’ultimo atto che devo dirigere tra pochi minuti.</p>
<p>Descrivono una tragedia che esiste dal principio. Una vita che pian piano si spegne. Una giovane bellezza che sfiorisce gradualmente. Una meretrice d’altri tempi che conosce l’amore, proprio quando la morte si avvicina a larghi passi. Tutto questo dovevamo farlo capire alla Pavlova. Farglielo percepire in tutta la sua gravità, intensità, profondità. Doveva entrare nella parte.</p>
<p>Abbiamo lavorato a lungo da soli, io al piano e lei con la partitura chiusa, da aprire solo per verificare i passi sui quali nascevano i dubbi. Giorno per giorno cresceva il personaggio. Si creava un’altra identità. Lei stava diventando Violetta. Con una freschezza incredibile.</p>
<p>Non aveva rifiutato le telecamere. Sapeva che quella era la sua grande occasione. Studiava e ripassava anche di notte, pur di arrivare pronta alle prove.</p>
<p>È fidanzatissima, Tatjana. Con un baritono italiano, Gianfranco Nencini: proprio in questi giorni è impegnato al festival di Orange, in un allestimento del<em> Faust </em>di Gounod. Si sentono spesso col telefonino, coi messaggini, con le email. Questa relazione amorosa l’ha favorita nell’imparare la lingua italiana. Hanno sempre evitato di cantare insieme sullo stesso palco. Ma si incoraggiano a vicenda. Così si è impegnata ad assimilare tutti i miei consigli.</p>
<p>Durante i decenni scorsi ho lavorato con le più grandi cantanti, dalla Zeani alla Freni, dalla Scotto alla Gruberova. Quelli del Festspiele non hanno capito che sarebbe stata la mia ultima Traviata. Dopo anni passati a dirigere durante le stagioni sinfoniche di mezzo mondo, volevo tornare a lavorare nel teatro d’opera con un gruppo di giovani cantanti emergenti, pronti ad ottenere fama e notorietà. Ho voluto creare una squadra, un collettivo in grado di sconvolgere il pubblico.</p>
<p>Tanti, forse troppi, conoscono superficialmente la <em>Traviata</em>. Per questo volevo scandagliare l’interpretazione dell’opera fino in fondo. Era l’intenzione che mi ha confidato un giorno Carlo Maria Giulini, durante i primi anni Ottanta: voleva registrare l’opera in studio con i complessi della Scala. Aveva trovato una Violetta incredibile, la grande Julia Varady. Era sicuro che sarebbe stata una versione discografica interessante.</p>
<p>Ma a bloccare tutto, si diceva nell’ambiente, fu il coro della Scala. Volevano una percentuale più alta dei diritti. Così fu annullato il progetto. Tutto andò all’aria…</p>
<p>Tre colpi sulla porta. Hanno bussato.</p>
<p>Devo uscire.</p>
<p>Mi osservo allo specchio. L’abito di scena è ancora in buone condizioni. Sì, posso affrontare l’ultimo atto. M’alzo dalla sedia. Prendo la bacchetta. Apro la porta.</p>
<p>Ecco, l’operatore con la camera a spalla. La luce è ancora spenta. Chiede che mi fermi. A poca distanza, un televisore acceso, sintonizzato su ORF 2. È la speaker che annuncia l’inizio del terzo atto. Si è appena conclusa la messa in onda di un intervento registrato di Carvalho che, sfoggiando una parlata tedesca impeccabile, ha spiegato la trama ai telespettatori.</p>
<p>Attorno, alcuni addetti. Uno di loro parla con un walkie-talkie. Il maestro è  pronto, dice. Cerco di mantenere la calma. Rilasso i nervi. Tra poco si va in scena.</p>
<p>La luce della camera si accende.</p>
<p>L’operatore avanza davanti a me. Dista pochi metri. Un signore mi da il segnale di avvio. Inizio a camminare con passo regolare. Percorro il corridoio che separa il camerino dall’ingresso nella fossa della Festspielhaus. Mi fermo davanti a quella porta. Non devo aspettare il suono delle campane del Duomo di Salisburgo, come prima dell’inizio dell’opera.</p>
<p>Mi prendo una pausa. Breve e intensa. Dopo aver varcato la soglia, non posso più fermarmi. Perché tutto verrà portato a compimento.</p>
<p>In quel momento sento il rumore del pubblico. Non troppo forte. Ma intenso. Il primo violino, Gerhard Jungen, ha appena terminato il rituale consueto dell’accordatura degli strumenti. I Wiener Philharmoniker sono pronti con la pagina aperta sui propri leggii: quella del preludio all’atto terzo.</p>
<p>Un istante. Sembra non finire mai. Si spengono i brusii. Si impone il silenzio. Provo a dare un’occhiata dalla porta. Le luci in sala sono tutte spente. Il buio è totale. Anche stasera c’è il sold out. Molti biglietti sono addirittura finiti nella giungla del bagarinaggio: mille euro per un posto di decima fila, che esagerazione!</p>
<p>Mi faccio coraggio.</p>
<p>Oltrepasso la porta. Dietro di me, un solerte assistente la richiude. Entro nella fossa. Sono accolto dagli applausi. La telecamera non stacca sulla mia persona. Mi avvicino a larghi passi verso il podio. Salgo la scaletta. Mi volto subito verso il pubblico per un breve inchino. I battimani proseguono a lungo.</p>
<p>La camera a spalla ha smesso di funzionare. Spia rossa, invece, per quella in mezzo ai secondi violini. Non è facilmente visibile. È  coperta da un telo nero, a parte l’obiettivo. Un vecchio trucco della società produttrice: hanno iniziato a sperimentarlo, proprio con i Wiener Philharmoniker, sul finire degli anni Ottanta con il Neujahrskonzert al Musikverein.</p>
<p>Ora mi giro verso l’orchestra. Faccio cenno di alzarsi tutti in piedi. Accettano il gesto. Gli applausi non accennano a diminuire.</p>
<p>Accade sempre così, prima dell’inizio dell’ultimo atto di un’opera. Al momento della firma del contratto, ho chiesto alla produzione di effettuare la ripresa tv in occasione dell’ultima recita. Non della prima. Con una motivazione ufficiale: il pieno raggiungimento dell’affiatamento della compagnia di canto.</p>
<p>Dopo l’ultimo inchino, volto le spalle al pubblico. L’orchestra si siede. Gli applausi si spengono rapidamente. Ora deve parlare solo la musica.</p>
<p>Alzo la bacchetta. Nella fossa c’è luce a sufficienza per leggere gli spartiti. Personalmente non ne ho bisogno. Dirigo a memoria. Mi ero preparato a questo appuntamento da mesi e mesi.</p>
<p>Mi concentro.</p>
<p>Rivolto verso i primi violini e le prime viole, inizio a guidarli nel dare inizio, partendo dal silenzio, al tema di apertura. Respiriamo insieme, per prendere poi una pausa. Quella successiva al termine dell’esposizione. Segue la risoluzione.</p>
<p>Da qui, dopo un’altra pausa, affrontiamo lo sviluppo tremendo: i pizzicati dei violoncelli e dei contrabbassi descrivono il senso della tragedia. Se nell’introduzione all’atto primo la solitudine di Violetta era latente, quasi nascosta, seppur in mezzo al ricevimento tra nobiluomini e cortigiane, qui affiora in tutta la sua pudica ma intensa drammaticità. Il sottile crescendo dei pizzicati mi crea sempre un effetto lancinante. Un superamento di quei segni indicati nei pentagrammi che si trasformano in angosce.</p>
<p>L’intervento discreto dei fiati, inseriti per puntualizzare alcuni momenti significativi dello sviluppo, assomiglia ad un attore secondario nella trama. Ma che esprime la totale solitudine di una donna lasciata in un letto di morte. Abbandonata. Dimenticata da chiunque. Consapevole di aver buttato alle ortiche un’intera esistenza.</p>
<p>Proprio in quel momento la luce sul palco si illumina con lenta gradualità. Vicino al letto in cui giace Violetta. Un letto che in altre occasioni era stato teatro di piaceri condivisi con Alfredo, e con chissà quanti altri prima di lui. Un letto che ora ospita una donna ormai prossima alla morte.</p>
<p>Mi sono sempre commosso durante quella fase del preludio, quando si faceva ogni volta più intensa la sensazione di una vita che sfugge via. Come un soffio. Una percezione che si ricrea nella finzione scenica. Nelle note musicali che prendono forma nell’aria. Si spengono con quel tremolo finale degli archi che segnano l’avvicinarsi della morte. E lasciano spazio al silenzio.</p>
<p>Violetta si è appena svegliata. Sono le sette di mattina. Le persiane della camera sono ancora chiuse. Ha svegliato Annina, la cameriera rimasta fedele fino alla fine. Annina si precipita ad aprire le persiane. Sia pure di poco.</p>
<p>Dal silenzio riaffiorano gli archi. Dipingono con discrezione il tema iniziale del preludio, quello della sofferenza, dell’agonia, del dolore che rinasce dal nulla.</p>
<p>Annina guarda dalla finestra. Arriva il medico, il signor di Grenvil. Violetta si sente rincuorata. Vuole rialzarsi. Ma non ce la fa. Torna la musica del preludio: sottolinea la spossatezza di un corpo che non risponde più alla volontà di Violetta.</p>
<p>Ogni sera, al momento dell’atto terzo, rivedo Giuliana in quella Violetta apparentemente senza trucco. Pallida. Emaciata. Con una camicia da notte consumata. L’immagine di un passato che non riesco a togliere da me stesso. Quello di un dolore vissuto in prima persona, condiviso totalmente, che mi ha lasciato solo.</p>
<p>Inizia la visita del dottor Grenvil. Lui crede di illuderla nell’affermare che<em> “la convalescenza non è lontana”. </em>Lei sa bene quanto <em>“la bugia pietosa a’ medici è concessa”</em>. Lui a bassa voce ammette ad Annina: <em>“la tisi non le accorda che poche ore”.</em></p>
<p>Emerge la desolazione. La tristezza. La solitudine di fronte alla morte. Con uno stratagemma semplice, la ricerca delle sue lettere, Violetta allontana Annina. La seguiamo con semplici passaggi ed un silenzio eloquente. È sola, come lo era mia moglie.</p>
<p>Non volevo accettare che non ci fosse più nulla da fare per lei. Forse ho sbagliato ad accettare di dirigere <em>La Traviata.</em> Tuttavia il contratto con il Salzburger Festspiele era stato firmato prima che tutto precipitasse in pochi mesi.</p>
<p>Dal silenzio nasce un tremolo degli archi. Il primo violino riprende il tema di Alfredo mentre Violetta legge la lettera del padre. Gli ha svelato l’inganno del ripudio. Ora suo figlio ha capito tutto. Troppo tardi. Lo sa. Eppure vuole illudersi ancora una volta che può farcela. Vuole credere alle fatue parole del medico. Non ci riesce. Ecco, il suo <em>Addio del passato</em>, cantato con flebile voce, ma con una forte partecipazione emotiva: se penso a quanto abbiamo lavorato insieme, io e Tatjana, per comprendere meglio il senso del dolore…</p>
<p>Si affida a Dio affinché la porti in cielo. Per essere perdonata e accolta. Il libretto non dice che il sacerdote le abbia impartito l’estrema unzione, parla solo di un generico conforto. M’illudo che lo abbia fatto. Violetta sa invece che la sua tomba resterà spoglia. Nessuno si ricorderà più di lei. La sua presenza scomparirà a Parigi. La sua esistenza sarà dimenticata per sempre. Mentre dirigo, la osservo.</p>
<p>Lascio che sia lei a guidarci.</p>
<p>Voglio che sia lei a prendere il respiro.</p>
<p>Fino all’acuto finale. Strozzato. Sofferto. In spegnendo.</p>
<p>Il pubblico respira. È concentrato.</p>
<p>Adesso la seconda strofa. Sì, è proprio immersa nella parte. Devo concentrarmi sulla musica. Non pensare ai miei problemi. Alla mia solitudine. A ciò che mi aspetta in futuro. La mia mano destra segue l’andamento del canto, mentre osservo Violetta. L’orchestra capisce. È abituata da sempre. Siamo arrivati alla fine. Nessun applauso. Meno male.</p>
<p>Ora i coristi cantano dietro la scena. È la festa di Carnevale. Li accompagna una piccola formazione orchestrale, non visibile dalla platea. Il paganesimo opposto alla fede riscoperta da Violetta: ecco la ragione del cenno biblico <em>“al trionfo del Bue grasso”.</em></p>
<p>Riprendo a dirigere. Un crescendo, sempre più concitato. Arriva Annina. Alfredo è fuori dalla porta. Il clima aumenta, secondo dopo secondo. Fino a quel momento siamo rimasti soffusi, in sottofondo.</p>
<p>Vicini all’esplosione. La frenesia aumenta, è un vortice continuo. Anch’io tremo. Tengo i nervi saldi per modo di dire. Questo passaggio mi emoziona sempre, quando Alfredo irrompe sulla scena.</p>
<p>Ecco, ora si abbracciano. Urlano al mondo il loro amore che comunque non avrà via di scampo. Il ritmo è incalzante, un vortice carico di energia, irrefrenabile: li guido di slancio, per poi lasciarli soli nell’acuto del duo. Riprende l’orchestra, con un momento di cambio della tonalità. A questo punto si apre un varco. Una strada inattesa. Uno dei momenti più belli della scrittura verdiana che non ha mai smesso di stupirmi ed emozionarmi. Neppure dopo tanti anni di studio della partitura. Breve momento di silenzio.</p>
<p>I fiati riprendono soavemente il discorso. Ci conducono verso <em>“Parigi o cara”</em>. L’illusione di una partenza per sempre di questa coppia che si è ricomposta. Verso nuovi lidi. Verso una speranza che prende forma. L’ultimo momento di apparente serenità. Prima del precipizio. Lei è sempre più pallida, stravolta. Hanno lavorato bene in sala trucco durante l’intervallo, durante il cambio scena. Eppure Tatjana è totalmente immersa nel ruolo. Che voce! Che tensione! È bello sentirli cantare insieme senza l’orchestra, prima della chiusura dell’aria.</p>
<p>Violetta vuole illudere ancora una volta Alfredo che si sta riprendendo in salute. È perfino pronta ad uscire di casa. Chiede il vestito ad Annina. Eppure lui non ci crede. Capisce. E l’incalzare della musica non si arresta. Lei prende l’abito. Cerca di indossarlo. Ma non c’è nulla da fare. Crolla sul letto.</p>
<p><em>“Gran Dio, non posso!”</em></p>
<p>Alfredo si agita. Si rivolge ad Annina. Chiamate subito il medico! Violetta cerca di credere alle fatue parole del dottor Grenvil. Vuole partire con Alfredo verso chissà quale direzione.</p>
<p>Ma è solo un attimo. Lei sa bene che il suo ritorno non servirà a nulla. Nessuno potrà salvarla in questo mondo terreno. L’orchestra si ritrova al gran completo. Segue e commenta questi continui alti e bassi. L’agonia di Giuliana riaffiora ogni tanto e riemerge nei momenti più insperati e inattesi. No, non ci devo pensare. Devo andare avanti. Ancora una volta.</p>
<p>Ora incalzano i pizzicati del <em>“Gran Dio! Morir sì giovane”</em>. Violetta ha ritrovato la sua energia. Alfredo la segue con convinzione. Vuole rasserenarla. Ma è inutile. I versi del libretto si incrociano. Si fondono in un unico canto di rabbia, disperazione, conforto.</p>
<p>Li seguo. Li assecondo. La musica respira, canta, cresce, esplode. Un altro passaggio sonoro di apertura. Un nuovo cambio di tonalità.</p>
<p>È l’arrivo di tutti quanti: il padre di Alfredo, la serva Annina, anche il dottor Grenvil. Quello della partenza era solo un espediente. Violetta non voleva morire sola. Ma con chi l’amava davvero.</p>
<p><em>“Tra le braccia io spiro di quanti ho cari al mondo”.</em></p>
<p>Se ne rendono conto tutti. E non v’è nulla da fare.</p>
<p>Arriva il momento più terribile e lancinante per me. La consegna del ritratto ad Alfredo. Se lo toglie dal petto. Un suono lugubre. Cupo. Il tempo di una marcia funebre. Padre e figlio non riescono ad accettare quella cruda verità terrena. Ma è troppo tardi.</p>
<p>Si aprono gli archi, con quel tempo in sottofondo, nel disegnare il desiderio di Violetta che invita Alfredo a rifarsi una vita. A sposarsi con <em>“una pudica vergine degli anni suoi nel fiore”</em>. La rabbia si trasforma in rassegnazione. Dolore. Accettazione di un destino inesorabile. Che Iddio l’accompagni!</p>
<p>Un suono flebile. È il primo violino. Emerge dal silenzio il tema di Alfredo. Violetta sente di stare meglio. No, crede. Tutti i dolori sembrano scomparsi. All’improvviso. Come nella realtà. Tantissimi malati in fin di vita provano negli ultimi momenti un decisivo miglioramento. Prima del precipizio.</p>
<p>Difatti Violetta prova un <em>“insolito vigore”</em>. Crede di ritornare a vivere.</p>
<p>Ma è solo un’illusione.</p>
<p>Inizia dunque a correre lungo la stanza. Urla come una pazza. Non vuole fermarsi, assolutamente. Crede di aver ritrovato tutte le energie. Crede di rifiorire. Ma non è così…</p>
<p><em>“Oh, gioia!”</em></p>
<p>L’orchestra cresce. Sempre di più. Non si arresta. Agito la bacchetta. So che ci siamo. Manca poco alla fine. Tutto è ormai compiuto. È in fin di vita. Finisce addosso alle braccia di Alfredo. Il verdetto del dottor Grenvil è inequivocabile. Senza appello.</p>
<p><em>“È spenta!”</em></p>
<p>La sua fine.</p>
<p>La mia fine.</p>
<p>Rimaniamo io e l’orchestra a chiudere il terzo atto. Cala rapidamente il sipario. Rallento il tempo. Non seguo il metronomo verdiano, alla faccia della filologia!</p>
<p>Questo è un dolore difficile da cancellare. Anzi, impossibile. Resterà  per sempre in ognuno di noi. Anche dentro di me. Gli orchestrali hanno capito. Anzi, <em>mi </em>hanno capito. Quel rallentando non era previsto. Non lo avevamo mai fatto nelle precedenti recite. Ora sento che <em>deve</em> essere così.</p>
<p>Quel re-la ripetuto quattro volte, cadenzato dai timpani, diventa un abisso. Si trasforma in un coltello che entra fino in fondo nella carne per ferirmi a morte. Ma voglio che sia così. Quello è un dolore difficile da togliere. Impossibile da estirpare. Rimarrà con me per sempre.</p>
<p>Dopo il re finale, partono i timpani. Un rullo continuo, sembra non voler finire. Invece ci siamo. Alzo ancora la bacchetta. Tutti in re minore. E poi ancora i timpani da soli.</p>
<p>Infine la corona conclusiva. Allargo le braccia, lentamente. Mi guardano tutti. Li osservo. Ci siamo. Le abbasso. Tutto è compiuto.</p>
<p>Ultimo colpo di timpani.</p>
<p>È fatta.</p>
<p>Il suono si è spento.</p>
<p>Iniziano gli applausi, sempre più crescenti. Mi rivolgo al primo violino. Gli stringo la mano. Lo ringrazio. Ha capito tutto quello che ho affrontato durante questa maledetta mezz’ora di musica. E mi ha fortemente aiutato.</p>
<p>Adesso ci saranno i soliti rituali. Le chiamate al proscenio. Dovrò salire anch’io sul palco. Inchinarmi verso il pubblico.</p>
<p>Ma adesso sono ben più sereno di prima.</p>
<p>Perché  questa è l’ultima volta che sono salito sul podio di un’orchestra.</p>
<p>Perché  ho deciso di ritirarmi.</p>
<p><em>LIVERANI SI RITIRA</em></p>
<p><em>Milano, 15 ottobre 2002 (Adnkronos / Adnkronos Cultura)</em></p>
<p><em>– Il direttore d’orchestra Enrico Liverani si è definitivamente ritirato dall’attività artistica. La conferma è pervenuta direttamente dall’interessato, dopo l’annuncio della direzione del Théâtre du Châtelet di Parigi, riguardante l’avvenuto annullamento della sua partecipazione al nuovo allestimento del Tristan und Isolde di Richard Wagner, per la regia di Graham Jones. Il sovrintendente dello Châtelet aveva precisato che tale rinuncia era conseguente alla scelta del maestro Liverani di annullare per il futuro tutti i suoi impegni nei teatri d’opera e nelle sale da concerto. Dal canto suo, Liverani ha motivato la scelta di ritirarsi per motivi strettamente personali. </em></p>
<p><em>(ANSA) 15 ott 2002 10’35”</em></p>
<p><em>SI RITIRA DALLE SCENE IL DIRETTORE D’ORCHESTRA ENRICO LIVERANI</em></p>
<p><em>Confermata da Enrico Liverani, 71 anni, direttore d’orchestra impegnato nei vari teatri d’opera e nelle stagioni sinfoniche di tutto il mondo, la decisione di ritirarsi dalle scene. L’ultimo suo impegno pubblico, festeggiato da pubblico e critica, è stato l’allestimento della Traviata di Giuseppe Verdi al Festival di Salisburgo nello scorso mese di agosto: è prevista entro Natale la pubblicazione dell’opera a cura della EMI Records di Londra. Il doppio cd (che uscirà anche in formato dvd nella primavera 2003) è la sua ultima uscita discografica. </em></p>
<p>__________</p>
<p>Questo racconto è il prologo del romanzo inedito “Bacchetta in levare”, finalista al Premio “Palazzo al Bosco” 2007/2008 (non assegnato per mancata decisione in seno alla giuria, presieduta dalla prof.ssa Giovanna Querci Favini).</p>
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		<title>Il ritorno dell’Ofisauro</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Jul 2009 14:00:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lapoesiaelospirito</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Gioia Perrone, Il ritorno dell’Ofisauro, Libri di Icaro

di Angelo Petrelli
Scrisse il premio Nobel per la letteratura T. S. Eliot, nel saggio dal titolo “Tradizione e talento individuale”: «La tradizione non si può ereditare, e chi la vuole deve conquistarla con grande fatica». Partendo da questo monito, nell’indomito fermento della scrittura nel Salento, mai sazio di [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lapoesiaelospirito.wordpress.com&blog=621013&post=20635&subd=lapoesiaelospirito&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Gioia Perrone, <em><strong>Il ritorno dell’Ofisauro, </strong></em>Libri di Icaro<strong><br />
</strong></p>
<p>di <strong>Angelo Petrelli</strong></p>
<p>Scrisse il premio Nobel per la letteratura T. S. Eliot, nel saggio dal titolo <em>“Tradizione e talento individuale”</em>: «La tradizione non si può ereditare, e chi la vuole deve conquistarla con grande fatica». Partendo da questo monito, nell’indomito fermento della scrittura nel Salento, mai sazio di nuovi avventori e iniziative culturali, l’esordio editoriale della giovane Gioia Perrone ha destato interesse e curiosità. Poetessa classe ‘84, con il suo “Il ritorno dell’Ofisauro” (Libri di Icaro), propone un’attualizzazione, più o meno voluta, da un lato delle derive liriche tipiche dei modernisti europei, principalmente attraverso l’uso esteso di simboli, anche di natura psicanalitica, e di tecniche come flashback, flash-forward e, dall’altro, di un atteggiamento tipicamente “surrealistico” per la vera onirica della sua scrittura. Il sostrato problematico di queste letture, e l’inerente teoresi che ne consegue, si colloca al di fuori della più usuale delle categorie poetiche che il recente scenario locale ha saputo evidenziare.<span id="more-20635"></span></p>
<p>Ora, nel merito dei temi trattati da questa poesia, ciò che risulta centrale è  il concetto di un amore come possibile salvezza (concezione fin troppo abusata), sentimento sofferto e tradito (nel senso più vicino all’etimo), ma alla fine sempre ricercato attraverso una dimensione ottativa del verso: […] <em>e penso all’amore / come attimo di destino, acqua nel palmo / infine, non so più nulla. / Come sul lago di canne che tace / l’anatra sapiente vola sui corpi / nostri ancora, intrecciati </em>(p. 36). Dove la gioia coincide con la nascita e con la vita e, a sua volta, con la sua complicazione infinita nel vortice dei segni, la ribellione nei confronti di un’immagine omologata del mondo e una voglia estrema di libertà si ritrovano realizzate a pieno. Il riferimento a tanta poesia francese del secolo scorso non sarebbe incomprensibile, perlomeno affascinante, tenendo conto che quella della Perrone usufruisce di un immaginario completamente diverso, pur basandosi sull’espressione di emozioni simili e di una facilità di pensiero speculare: <em>Nella bocca spalancata dei manichini / ci stanno gli alveari / e sono come le estremità delle malattie / dove trovi l&#8217;amore / dove c&#8217;è un alfabeto cubitale / sul muro e non occorre / una diottria particolare / ma tutto un talento diverso / da quello che credevamo.</em> (p. 40).</p>
<p>Se il surrealismo è, soprattutto, (nelle descrizioni più riuscite e convincenti) il risultato di un automatismo psichico, di un processo in cui l&#8217;inconscio permette di associare immagini senza freni inibitori e scopi preordinati, la caratteristica comune a queste manifestazioni è la critica radicale della razionalità e un infingimento che, tra di tragedia ed eros, e attraverso l’onirismo, si trasforma in “incomunicabilità”. Quello che André Breton chiamava “écriture automatique” (per quanto, in apparenza, una semplice <em>mitologia</em>) è un’interessante suggestione sulla quale ci piace immaginare il fare poesia della giovane salentina, ricca di ritmi interni, di calambour, di diverse situazioni psicologiche che sono lo specchio di una creatività non comune:<em> Eroe piccolo / Eroe di tutti gli eroi blu del mondo / ti asciugo la fronte col turbante di straccio / tenendo cura di ogni ciglio / di ogni pigmento del tuo disegno / che non mi sfugga di mano / al mattino, che sogni spirano sulle pance / dopo una lotta sudata.</em> (p.47) . Le invenzioni presenti ne “Il ritorno dell’Ofisauro”, mai banali, costruite su attacchi e sospensioni, su un movimento che sa alternare gli elementi più disparati, sono fissate da una forte partecipazione e da un’osservazione acuta del mondo: <em>non era nemmeno facile immaginarselo, / al festivàl delle poesie-razzo / il nostro ritorno nel mezzo del palco / con quelli che ci davano dispersi / con tutti i rotoli della macchina da scrivere </em>(p. 55)</p>
<p>Presente nella collana Voli diretta dal solerte Mauro Marino, l’opera d’esordio di Gioia Perrone, insieme con “<em>Asilo di Mendicità”</em> (Besa editrice) del trentaquattrènne Simone Giorgino, è tra gli esempi più riusciti che, l’ambiente poetico salentino, ha saputo esprimere negli ultimi tempi: <em>Mi dici del silenzio, di questo rotto gingillo / domenicale, di questo allontanarsi / dalla poesie-grido-vanità, / di questo paparazzo virtuale. / Io mi giro a nord e ti vedo. Qui è un’adolescenza / pigiata / un’opalescenza, un sogno / una nostalgia di Parigi. Senza Parigi.</em> (p. 66)</p>
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