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	<title>La poesia e lo spirito</title>
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	<description>Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?</description>
	<pubDate>Thu, 15 May 2008 14:00:07 +0000</pubDate>
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		<title>Camillo Sbarbaro</title>
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		<pubDate>Thu, 15 May 2008 14:00:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sparzani</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>

		<category><![CDATA[Camillo Sbarbaro]]></category>

		<category><![CDATA[licheni]]></category>

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		<description><![CDATA[a cura di Antonio Sparzani

Camillo Sbarbaro nacque a Santa Margherita Ligure nel 1888, centoventi anni fa. La sua poesia è quella dei grandi del Novecento. Qui trovate notizie su di lui; fu tra l&#8217;altro uno straordinario collezionista di licheni - le sue raccolte sono ora ospitate da importanti musei. Il volume L&#8217;opera in versi e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>a cura di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<a href="http://lapoesiaelospirito.files.wordpress.com/2008/05/camillo_sbarbaro.jpg"><img src="http://lapoesiaelospirito.files.wordpress.com/2008/05/camillo_sbarbaro.jpg?w=88&h=96" alt="" width="88" height="96" class="alignleft size-thumbnail wp-image-4969" /></a></p>
<p><strong>Camillo Sbarbaro</strong> nacque a Santa Margherita Ligure nel 1888, centoventi anni fa. La sua poesia è quella dei grandi del Novecento. <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Camillo_Sbarbaro">Qui</a> trovate notizie su di lui; fu tra l&#8217;altro uno straordinario collezionista di <a href="http://www.leserre.it/img/licheni5.jpg">licheni</a> - le sue raccolte sono ora ospitate da importanti musei. Il volume <em>L&#8217;opera in versi e in prosa - Poesie - Trucioli - Fuochi fatui - Cartoline in franchigia - Versioni,</em> è stato pubblicato a cura di Gina Lagorio e Vanni Scheiwiller da Garzanti, Milano 1985, II ediz. 1995. Il volume non comprende le poesie di <em>Resine</em> per espressa volontà dell&#8217;autore che non le considerava più veramente sue. Esse tuttavia sono state pubblicate: <em>Resine</em>, edizione critica a cura di Giampiero Costa, Libri Scheiwiller, Milano 1988. Per conoscere la sua anima, o comunque quello che ne traluce dai suoi versi, buona cosa sarebbe leggersi almeno tutta la raccolta <em>Pianissimo</em>, qui vi offro qualche brandello.</p>
<p>Il mio cuore si gonfia per te, Terra,<br />
come la zolla a primavera.<br />
                                  lo torno.<br />
I miei occhi son nuovi. Tutto quello<br />
che vedo è come non veduto mai;<br />
e le cose più vili e consuete,<br />
tutto m&#8217;intenerisce e mi dà gioia.</p>
<p>In te mi lavo come dentro un&#8217; acqua<br />
dove si scordi tutto di se stesso.<br />
La mia miseria lascio dietro a me<br />
come la biscia la sua vecchia pelle.<br />
Io non sono più io, io sono un altro.<br />
Io sono liberato di me stesso.</p>
<p>Terra, tu sei per me piena di grazia.<br />
Finché vicino a te mi sentirò<br />
così bambino, fin che la mia pena<br />
in te si scioglierà come la nuvola<br />
nel sole,<br />
io non maledirò d&#8217;esser nato.</p>
<p>lo mi sono seduto qui per terra<br />
con le due mani aperte sopra l&#8217;erba,<br />
guardandomi amorosamente intorno.<br />
E mentre così guardo, mi si bagna<br />
di calde dolci lacrime la faccia.</p>
<p>inverno 1912<br />
^^^^^^^^^^^^^^^^^^^<br />
<span id="more-4968"></span></p>
<p>Taci, anima mia. Son questi i tristi<br />
giorni in cui senza volontà si vive,<br />
i giorni dell&#8217; attesa disperata.<br />
Come l&#8217;albero ignudo a mezzo inverno<br />
che s&#8217;attrista nella deserta corte<br />
io non credo di mettere più foglie<br />
e dubito d&#8217;averle messe mai.<br />
Andando per la strada così solo<br />
tra la gente che m&#8217;urta e non mi vede<br />
mi pare d&#8217;esser da me stesso assente.<br />
E m&#8217;accalco ad udire dov&#8217;è ressa<br />
sosto dalle vetrine abbarbagliato<br />
e mi volto al frusciare d&#8217;ogni gonna.<br />
Per la voce d&#8217;un cantastorie cieco<br />
per l&#8217;improvviso lampo d&#8217;una nuca<br />
mi sgocciolan dagli occhi sciocche lacrime<br />
mi s&#8217;accendon negli occhi cupidigie.<br />
Ché tutta la mia vita è nei miei occhi:<br />
ogni cosa che passa la commuove<br />
come debole vento un&#8217;acqua morta.</p>
<p>lo son come uno specchio rassegnato<br />
che riflette ogni cosa per la via.<br />
In me stesso non guardo perché nulla<br />
vi troverei&#8230;</p>
<p>E, venuta la sera, nel mio letto<br />
mi stendo lungo come in una bara.</p>
<p>^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^</p>
<p>Piccolo quando un canto d&#8217;ubriachi<br />
giungevami all&#8217; orecchio nella notte<br />
d&#8217;impeto su dai libri mi levavo.<br />
Dimentico di lor, la chiusa stanza<br />
all&#8217; aria della notte spalancavo<br />
e mi sporgevo fuor della finestra<br />
a bere il canto come un vino forte.<br />
Con che occhi voltandomi guardavo<br />
la chiusa stanza e dopo lei la casa<br />
dove già tutti i lumi erano spenti!<br />
Più d&#8217;una volta sulla fredda ardesia<br />
al vento che passava nei capelli<br />
alla pioggia che m&#8217;inzuppava il viso<br />
io piansi delle lacrime insensate.</p>
<p>Adesso quell&#8217;inganno anche è caduto.<br />
Ora so quanto amara sia la bocca<br />
che canta spalancata verso il cielo.<br />
Pur se ancora mi desta dal mio sonno<br />
quel canto d&#8217;ubriachi per la via<br />
ad ascoltar mi levo con sospeso<br />
dall&#8217;improvvisa commozione il fiato,<br />
e vado ancora a mettere la faccia<br />
nel vento che i capelli mi scompigli.<br />
Rinnovare vorrei l&#8217;amara ebrezza<br />
e quel sottile brivido pel corpo,<br />
e il ben perduto cui non credo più<br />
piangere come allora&#8230;<br />
                             Ma non m&#8217;escono<br />
che scarse sciocche lacrime dagli occhi.</p>
<p>^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^</p>
<p>Nel mio povero sangue qualche volta<br />
fermentano gli oscuri desideri.<br />
Vado per la città solo la notte,<br />
e l&#8217;odore dei fondaci al ricordo<br />
vince l&#8217; odor dell&#8217;erba sotto il sole.</p>
<p>Rasento le miriadi degli esseri<br />
sigillati in se stessi come tombe.<br />
E batto a porte sconosciute. Salgo<br />
scale consunte da generazioni.<br />
La femmina che aspetta sulla porta<br />
l&#8217;ubriaco che rece contro il muro<br />
guardo con occhi di fraternità.<br />
E certe volte subito trasalgono,<br />
nell&#8217;andito malcerto in capo a cui<br />
occhi di sangue paiono i fanali,<br />
le mie nari che fiutano il Delitto.</p>
<p>Mi cresce dentro l&#8217;ansia di morire<br />
senza avere il godibile goduto<br />
senza avere il soffribile sofferto.<br />
La volontà mi prende di gettare<br />
come un ingombro inutile il mio nome.<br />
Con per compagna la Perdizione<br />
a cuor leggero andarmene pel mondo.</p>
<p>^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^</p>
<p>Io che come un sonnambulo cammino<br />
 per le mie trite vie quotidiane,<br />
vedendoti dinanzi a me trasalgo.</p>
<p>Tu mi cammini innanzi lenta come<br />
una regina.<br />
                Regolo il mio passo<br />
io subito destato dal mio sonno<br />
sul tuo ch&#8217;è come una sapiente musica.<br />
E possibilità d&#8217;amore e gloria<br />
mi s&#8217;affacciano al cuore e me lo gonfiano.<br />
Pei riccioletti folli d&#8217;una nuca<br />
per l&#8217;ala d&#8217;un cappello io posso ancora<br />
alleggerirmi della mia tristezza.<br />
Io sono ancora giovane, inesperto<br />
col cuore pronto a tutte le follie.</p>
<p>Una luce si fa nel dormiveglia.<br />
Tutto è sospeso come in un&#8217;attesa.<br />
Non penso più. Sono contento e muto.<br />
Batte il mio cuore al ritmo del tuo passo.</p>
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		<title>Colloquio con Marina Pizzi di Asmar Moosavinia</title>
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		<pubDate>Thu, 15 May 2008 06:00:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marina Pizzi</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

		<category><![CDATA[Poesia]]></category>

		<category><![CDATA[Asmar Moosavinia]]></category>

		<category><![CDATA[Marina Pizzi]]></category>

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		<description><![CDATA[Secondo lei cos&#8217;è la poesia e perché lei scrive poesie? Quali sono le principali e strutturali caratteristiche dei suoi versi? 
Scrivo poesia perché mi aiuta a sopravvivere alla fatica della vita, fatica sempre più pressante e senza scopo. La mancanza assoluta di speranza rende il quotidiano pressoché intollerabile, da qui la necessità di scrivere in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><em>Secondo lei cos&#8217;è la poesia e perché lei scrive poesie? Quali sono le principali e strutturali caratteristiche dei suoi versi? </em></p>
<p>Scrivo poesia perché mi aiuta a sopravvivere alla fatica della vita, fatica sempre più pressante e senza scopo. La mancanza assoluta di speranza rende il quotidiano pressoché intollerabile, da qui la necessità di scrivere in versi questa amputazione. E&#8217; un manifestarsi a se stessi, quasi una rivelazione d&#8217;identità nonostante la cancellazione operata dal tempo.<span id="more-4838"></span></p>
<p>Il frammento poetico si presta molto bene ad operare questa descrizione senza trama, questo grumo di pozzo, questa penombra di pece. Spesso i versi si rivelano metricamente esatti quasi già preconfezionati dalla mente. Ogni frammento può venir letto quale microstoria contenente sempre il concetto del tempo e della morte. Non si tratta di ripetizione ma di sintesi sempre diversa, uguale nel medesimo. Da qui la necessità di calmare un diverbio mortale tra l&#8217;elemosina dell&#8217;essere e la totalità del nulla. E la poesia può dare asilo, sì alla preghiera che non si sa pronunciare né imparare: il verso si fa preghiera, succo di aridità-acqua  concreta per non morire di sete. Il poeta è per tutta la vita uno scolaro con occhi non mai assuefatti, una verginità rinascente il globo dell&#8217;accadere. In sé racchiude la nonima del mondo, il dispendio filosofico di cantare senza diorama il mondo che non si dà giammai verso nessuna comprensione. Ma il verso si versa e quindi si canta nell&#8217;impersonale che è di tutti. Non si tratta di salvezza ma solo di resistenza al dolo del sangue che ancora e sempre si versa in zolle di sparizioni.</p>
<p><em>Lei crede solo nell&#8217;ispirazione poetica o appoggia anche all&#8217;esperienza, abilità e scienza e crede che la poesia sia il frutto di durevoli riflessioni e ricerche? </em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Come Novalis credo che il pensatore non vada disgiunto dal poeta. L&#8217;intuizione nei miei versi soppianta la vetero ispirazione alla quale non ho mai creduto né avvertita. I versi possono attingere e giungere dovunque e in qualunque momento. Ammiro molto l&#8217;unione dei saperi scientifico-letterari. L&#8217;esperienza dell&#8217;umano non andrebbe mai divisa in compartimenti stagni di allontanamenti l&#8217;uno dall&#8217;altro. Anche la notiziola di un pezzullo di giornale può far nascere buoni versi. I versi sono pensiero, certo nei modi rivoluzionari della poesia, nell&#8217;infinito dire e ridire in modo diverso il mondo e la propria singola e unica vita di persona. Si deve scrivere, di converso, solo dell&#8217;esperienza vitale e vitalistica insita ed attigua alla vita di ciascuno, ma l&#8217;atto di rigore deve essere inappellabile, il sottrarre più forte dell&#8217;aggiungere, la sapienza nuda e cruda quale un atto di amore. E, poi, l&#8217;umiltà costante della lettura deve accompagnare la composizione, il vergar creativo e agonale fra sé e il mondo da interpretare. Sono per la contaminazione reciproca dei linguaggi, per i collages linguistici, per il compenetrasi delle epoche linguistiche ed artistiche. Anche la dittatura brutale della pubblicità può dar adito ad un nuovo verso. In aggiunta è in assoluto indispensabile non perdere mai la pietà vera e unica verso se stessi e il mondo tutto, per la fragilità orgogliosa e superba che ci distingue dalla tenerezza di una bestiola cara e indifesa. L&#8217;esercizio quotidiano completa questo abbozzo di quadro.</p>
<p><em>Questa contaminazione reciproca dei linguaggi ed i collages linguistici a cui lei accenna, fa ricordare l&#8217;esperienza della traduzione che si compie allo scopo di raggiungere l&#8217;unica lingua prima di Babele e fa ricordare anche la pura lingua nel pensiero di Walter Benjamin che è possible con l&#8217;aiuto della traduzione ed anche il concetto metaforico della lingua Esperanto a cui lei riferisce molto  nei suoi versi. Lei come Baudelaire e Paz crede che il poeta sia un interprete ed un traduttore che, scrivendo versi, traduce il mondo? </em></p>
<p><em> </em></p>
<p>La traduzione è la Fenice del mondo alla rovina che rovina nascendo il mondo. Con questo intendo la incomunicabilità congenita delle/nelle cose del mondo. Un proverbio italiano o solo romanesco, non so, recita &#8220;meglio essere cornuti che male interpretati&#8221;: con ciò per significare la lontananza da se medesima dell&#8217;intera umanità e del familiare. Ma la traduzione diretta ed indiretta è indispensabile. Nascemmo da un attrito, moriremo esuli in patria o in lontananza. Questa la lacerazione di ogni essere, in più il poeta aggiunge di suo l&#8217;estrema scaturigine del comunque perso. Ogni misura d&#8217;arte è in grado di tradurre il mondo, ma la morte che ci arrechiamo l&#8217;uno l&#8217;altro è, ancora, la più forte. Quale balsamo imiterà il Divino? L&#8217;arsione del fuoco? Solo il divario dalla vera bontà reca danno all&#8217;iride dell&#8217;occhio, di qualsiasi occhio. Ben venga comunque e sempre il MITO della traduzione, della traduzione artistica, del doppio dopo il poeta. Lo specchio recerà più oltre l&#8217;ombra e la brace continuerà la furia buona della penombra oltre. Quale cornucopia dal limite all&#8217;infinito la lingua, qualsiasi lingua verso le lingue. La traduzione è, comunque, un atto di pietà, di magnifica pietà verso l&#8217;umano. Mano d&#8217;altro per l&#8217;altro.</p>
<p><em>Ed il lettore della poesia deve anche godere di abilità e potenza nel comprendere i versi ? Il ruolo del lettore fino a che punto è determinante nella poesia? </em></p>
<p><em> </em></p>
<p>La lettura di una poesia è sempre una lettura di vita: quale un androne abitato dai primi abitanti andati. Le ombre si disfano in un sillabario di bravure avulse, comunque, al vacuo encomio. E&#8217; come una fretta in grado di risolversi felicemente: il fiatone e il cuore in gola prendono il dono dell&#8217;arrivo del boomerang che ritorna. Le competenze si acquisiscono con l&#8217;umiltà della pala, dello scavo fraterno: il piano è inclinato ed incline al massimo voltaggio. Ogni lettore è linfa alla vitalità della parola, e la lettura rimane gioiello nel petto, petto di gioiello. Avvincente quale il migliore dei gialli, la poesia fa da sposa dell&#8217;ultimo della classe mite e senza voto, presenza-assenza di un collezionista di classe non mai necrofilo. A pelo d&#8217;acqua o negli abissi marini la rissa amorosa con la mitezza esplosiva alle volte di una e solo una paroletta: da qui a lì da là a qua e qui dove sono io e noi siamo. Argonauta del segno al senso o controsenso o nonsenso o comunque la qualità di un ago che trapassi senza mai pungere per cavarne sangue da offendere. Il lettore di poesia quale grande campione di sé senza trofeo.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Lei in una sua precedente</em> <em>intervista aveva accennato che la poesia è una condanna, vuoto assoluto e un arcipelago di santità e di diavoleri . </em><em>Visto che l&#8217;orma di tale vuoto e contraddizione è chiaramente evidente nella sua poesia, specialmente nell&#8217;esperienza del linguaggio e queste caratteristiche son messe ad aumentare in suoi recenti versi; lei come spiega questa sua propria esperienza del linguaggio che è in direzione di tali caratteristiche? </em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Spesso si fa una cosa per sopportarne un&#8217;altra ben più insopportabile. Così mi appare l&#8217;antro misterico della parola elevata al grado di potenza del poeta. E&#8217; un atto doloroso e necessario insito nel fulmineo e lento comprendere che si è presi, si è prigionieri, si è condannati: può allora, alle volte, avvenire un minimo di remissione della pena tramite la recitazione sul palcoscenico teatrale da parte di una voce altra che scaturisce, comunque altra anche se dello stesso poeta leggente. Ma il vuoto non si dà colmo alle spallate foniche, la burrasca della sopravvivenza specchia un altrove davvero scontento da qui a lì a là per farne un laggiù con l&#8217;eco del verso ben forgiato. Amanuense artigiano il poeta che dal perdere rigeneri continua la risacca, l&#8217;evaporazione del lutto dall&#8217;elaborazione dello stesso. Dedica perpetua sempre variabile e variante questa condanna a dimostrazione di un&#8217;intera vita, senza tregua, senza requie in ogni momento del giorno e della notte. Splendida condanna del medesimo ripetente, dell&#8217;alunno che umile, appena coricato, debba rialzalsi dal letto per trascrivere un verso improvviso così da non mandarlo perso fidandosi della memoria. Santità del non tradimento, diavoleria della fedeltà senza costrutto o, addirittura, al ludibrio di altri più consoni viventi. E, poi, l&#8217;anemia o il troppo sangue del sentirsi  senza pelle, rotta la difesa e con la ferita aperta. La bella e buona lente non scoprirà nulla, solo parolette di pane confidenti l&#8217;intuizione, l&#8217;epifanico corsaro del trovarobe. A questo lucro di resine il sì dell&#8217;ultimo lichene in crepa di non poter il giardino delle meraviglie, ma solo la forza di vergare davanti e dietro la lavagna nera figlia-frutto di vulcano.</p>
<p><em>L&#8217;uso delle metafore e delle allegorie è una cosa ricorrente nei suoi versi, ma la più grande metafora della sua poesia è il silenzio interiore della poesia e che si riflette molto nel linguaggio e nella  forma. Le pause,  gli spazi di tempo e le ripetizioni fanno aumentare questo silenzio come se il linguaggio si  conducesse verso il non essere e l&#8217;assenza ; lei come spiega tale fatto? </em></p>
<p><em> </em></p>
<p>La mia grande aspirazione fu ed è non essere nata. La nascita dà la morte e nessuno e nulla può negarlo. Certo in mezzo l&#8217;ovvietà degli ottimisti mette il vivere: per me è solo un attendere l&#8217;esito finale che colloco nella cenere senza speranza alcuna. Il silenzio, quindi, occupa uno spazio dèmone e cristallino che nessuna parola è atta a partecipare. La poesia, dopo i campi di sterminio nazisti e di altri fradicidi, funge da Cenerentola senza l&#8217;attesa dell&#8217;epifania della zucca. E&#8217; sterminio di sé essa stessa. Eppure è propriamente consona a dare una sopravvivenza di limbo, una botola di mantice respiro. Si sa, la vita uccide e si uccide per poter sopravvivere, nonostante. I poeti sono spesso gli ultimi della classe ché profeti del nulla e sedotti-seduttivi, antesignani di una bandiera fantasma sull&#8217;orlo della foce o del lusso del denta. Al punto di oggi gimcane e labirinti sono ridotti all&#8217;osso già prima di iniziare il tragicomico gioco dell&#8217;umano. Eppure una spinta ci sorpassa e ci dà pietà nel dirci: corri, partecipa, datti nel crocicchio di ogni attimo! Nessuna salvezza, beninteso, ma un lemure occaso di carezza.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>La malattia nelle opere di molti poeti, scrittori ed artisti  prende un concetto metaforico. Cos&#8217;è la missione filosofica delle malattie e che rapporto c&#8217;è tra la malattia e la creazione artistica? </em></p>
<p>Un rapporto di amorosa accettazione reciproca. Un gemellaggio titolare dell&#8217;opera, senza usurparne l&#8217;oriunda genesi di pianto e ilarità insieme. Spesso il mezzo artistico sfata e spezza la circolarità e la tirannide della malattia riuscendo al evaporare ed ad installarsi nella parola, nel colore, nell&#8217;immagine cinematografica, nel frutto d&#8217;arte presso qualsiasi mezzo. Il lenimento artistico dalla malattia realizza un delta che oltre si ramifica. A mano a mano si stempera il trampolo nel clown per addivenire ad una pozza di ben altri riflessi ricca. E&#8217; la potenza del niente che dal niente si fa altro da sé, punta adamantina di un breviario da leggere, inedito. E&#8217; così che l&#8217;utilità si realizza dall&#8217;inutilità del soffrire e dà del peso al pensare: la giostra della gioia del riuscire a cavarsela con una sequela di qualcosa atto ad un nuovo verosimile, l&#8217;originale. Ma il vagito del neo ha comunque una cambusa da saccheggiare, un ditirambo da baciare al sollievo di ricredersi verso il deserto iniziale che a sé ha aggiunta l&#8217;opera appena elaborata. Certo ciò spesso non sembra e il cestino è in agguato, ma il tempo della scuola di sé sa discernere il riuscito dall&#8217;acerbo, il boccone della leccornia dalla botola.</p>
<p><em>Che differenza c&#8217;è tra i poeti che scelgono la solitudine ed i poeti salottieri? </em><em>Perché</em><em> tanti grandi poeti e scrittori restano sconosciuti nel loro tempo ed affrontano il silenzio della società letteraria? </em></p>
<p><em> </em></p>
<p>L&#8217;Italia non ha mai amato i propri poeti, almeno in vita e salvo rare eccezioni. Occorre sapersi &#8220;vendere&#8221; ad un mercato che pretende prepotenze e ingiunge presenza assidua e opportunistica. La solitudine dello scrivere versi è senza remissioni anche attraverso rare o nulle letture pubbliche. In breve, il poeta deve rendersi imprenditore di se stesso, instaurare relazioni private e pubbliche atte a far intervenire buone ed oculate pubblicazioni per un mercato, comunque, di nicchia. Chi si chiama fuori è perduto. La violenza verso il sé è preponderante per ottenere un minimo o massimo riscontro di eco e di lettori e di pubblicazioni serie e gratuite. Ma la poesia nasce dall&#8217;essere e se l&#8217;essere latita in solitudine e &#8220;cattivo&#8221; carattere&#8230; Scrivere in eccellenza non basta, la fisicità della presenza si rende indispensabile. Le due cose spesso non sono coinquiline e la dimenticanza è sempre in agguato, anzi certa. La posterità non è assicurata e poi, giunti ad un punto di non ritorno, non importa più.</p>
<p><em>Quali sono i suoi poeti italiani e stranieri preferiti? Lei, nei suoi vari cicli poetici, ha preso l&#8217;ispirazione da tali poeti? </em></p>
<p><em> </em></p>
<p>La poesia può spuntare da qualsiasi cosa, un&#8217;ombra, una luce, un pulviscolo. Dà forma all&#8217;informe, dà regia al tumulto. Dalla poesia la poesia, così le letture di poeti quali Celan, Dickinson, Rosselli, Insana, Auden, trattano i versi ad un sembiante di rassomiglianza, di somiglianza. Qui si dà un &#8220;formattare&#8221; continuo verso la forma verginale, originale del sopruso insano di scrivere versi, ancora dopo uno stadio di morte apparente e di estrema vitalità: la vita intera diventa un verso, si guarda attraverso il verso che si genera dalla conseguenza-consonanza dello sguardo. Una verità occidua rasente il crollo di ogni forma di difesa. Da ogni poeta l&#8217;oltre.</p>
<p><em>Quale poeta ed autore persiano conosce?</em></p>
<p>Forough Farrokhzad, Omar Khayyām</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>E per l&#8217;ultima domanda, ha ancora alcune parole non dette nel corso di questo discorso? Che messaggio ha per i suoi lettori persiani?</em></p>
<p>Amo rasentare il pieno silenzio della comprensione, una mistica della parola prossima all&#8217;ascesi. Tutto ciò che ho scritto è la povertà del mio intento, non posso farne a meno: questa la grande presunzione della poesia: non poter eludere di scrivere sul/del visivo all&#8217;attimo sparente: crudeltà-bontà del fiocco di una nascita che frantuma e si frantuma. Raccolgo briciole e, spero, che qualcuna sia davvero commestibile per la gioia.</p>
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			<media:title type="html">Marina Pizzi</media:title>
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		<title>&#8220;In terra sconsacrata&#8221; al Centro San Fedele</title>
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		<pubDate>Wed, 14 May 2008 20:37:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lapoesiaelospirito</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Lunedì 19 maggio –  Ore 18.30
Luca Doninelli e Antonio Scurati
presentano il libro di
Alessandro Zaccuri
In terra sconsacrata
Perché l’immaginario è ancora cristiano
Bompiani
Sarà presente l’autore
Centro San Fedele – Sala della Trasfigurazione
Piazza San Fedele, 4
Milano
       ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Lunedì 19 maggio –  Ore 18.30</p>
<p><em><strong>Luca Doninelli e Antonio Scurati</strong></em></p>
<p>presentano il libro di</p>
<p><em><strong>Alessandro Zaccuri</strong></em></p>
<p><em><strong>In terra sconsacrata</strong></em></p>
<p><em>Perché l’immaginario è ancora cristiano</em></p>
<p>Bompiani</p>
<p>Sarà presente l’autore</p>
<p><em><strong>Centro San Fedele – Sala della Trasfigurazione</strong></em></p>
<p>Piazza San Fedele, 4</p>
<p>Milano</p>
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		<item>
		<title>Da recitare nei giorni di festa - Giuliano MESA</title>
		<link>http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/05/14/da-recitare-nei-giorni-di-festa-giuliano-mesa/</link>
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		<pubDate>Wed, 14 May 2008 18:00:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fmarotta</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[I grandi]]></category>

		<category><![CDATA[Poesia]]></category>

		<category><![CDATA[Scritture]]></category>

		<category><![CDATA[Giuliano Mesa]]></category>

		<category><![CDATA[lager]]></category>

		<category><![CDATA[memoria]]></category>

		<category><![CDATA[sans papiers]]></category>

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		<description><![CDATA[
Da recitare nei giorni di festa
(23-24 agosto 1996)
               ai sans papiers
I
Dopo che l’afa prosciugò la gioia
e i bambini tacevano, assopiti sull’erba.
Il cane la tovaglia le racchette.
Passato via, il tempo, di qualcuno.
Le carezze. E i ceri che non ardono.

Fuoco, davvero, tutto in fiamme.
Il bosco e il prato, le racchette.
Chi aveva portato melagrane,
chi limoni, e poi delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><a title="dizester.jpg" href="http://rebstein.files.wordpress.com/2007/09/dizester.jpg"><img style="width:291px;height:248px;" src="http://rebstein.files.wordpress.com/2007/09/dizester.jpg?w=287&h=219" alt="dizester.jpg" width="287" height="219" /></a></p>
<p><strong>Da recitare nei giorni di festa</strong><br />
(23-24 agosto 1996)</p>
<p><em>               ai sans papiers</em></p>
<p><strong>I</strong></p>
<p>Dopo che l’afa prosciugò la gioia<br />
e i bambini tacevano, assopiti sull’erba.<br />
Il cane la tovaglia le racchette.<br />
Passato via, il tempo, di qualcuno.<br />
Le carezze. E i ceri che non ardono.<br />
<span id="more-4973"></span><br />
Fuoco, davvero, tutto in fiamme.<br />
Il bosco e il prato, le racchette.</p>
<p>Chi aveva portato melagrane,<br />
chi limoni, e poi delle focacce,<br />
il vino nuovo.<br />
Però quel caldo, d’autunno,<br />
chi se lo aspettava?</p>
<p>(<em>Ein schöner Feiertag<br />
während das Feuer brannte</em>)</p>
<p><strong>*</strong></p>
<p><strong>II</strong></p>
<p>Mé pêder l’ê gnu a tórom<br />
Mo l’ê ’rivê ’l dé dop.<br />
I tedesch i m’ìven bèle purtê via.</p>
<p>“Caro Giacomo,<br />
ti mando questa lettera<br />
per farti sapere<br />
che mi trovo bene.<br />
Non mi parli dei fratelli<br />
e o paura che se trovano<br />
sotto alearmi<br />
e che vi trovate in brutte condizioni<br />
con la guerra.<br />
Se il signore mi lasia la salute,<br />
presto ritornerò,<br />
e se potete<br />
risparmiatemi un po di uva,<br />
che per natale sono a casa.”</p>
<p><em>Fullen, Stalag Vic, 23<br />
23 settembre 1944</em></p>
<p><strong>*</strong></p>
<p><strong>III</strong></p>
<p>Le artiglierie sparavano<br />
e noi correvamo verso casa<br />
nella tormenta di neve.<br />
Le strade erano gelate.<br />
Interminabili convogli.<br />
Dai carri<br />
cadevano bambini morti.</p>
<p>(<em>und schön und schnell kam auch<br />
ihr Tod</em>)</p>
<p>Ritornati in città, quelli ancora vivi,<br />
sentivano il bosco bruciare.<br />
Tutto crepitava, nelle strade,<br />
nel caffè dove c’erano soltanto<br />
tre avventori<br />
(un gobbo che rideva,<br />
un ubriaco vecchissimo, una<br />
bambina scalza) –<br />
ogni loro gesto<br />
mandava fumo e odore di bruciato.</p>
<p><em>If the hoar frost grip thy tent<br />
Thou wilt give thanks when night<br />
is spent</em></p>
<p>(<em>und schön<br />
und schnell</em>)</p>
<p><strong>*</strong></p>
<p><strong>IV</strong></p>
<p>Il sogno è quello del cerbiatto,<br />
quello che bruca, gli occhi sorridenti.<br />
Però ha il ventre troppo gonfio<br />
e da uno zoccolo esce un liquido scuro,<br />
a fiotti. Dietro di lui<br />
un uomo grande, incappucciato,<br />
e un altro, mingherlino,<br />
che si gratta le ascelle.<br />
Il sole, alto nel cielo –<br />
il cielo è azzurro –<br />
all’improvviso non c’è più.<br />
Dai rami cadono fiocchi di neve,<br />
dolci, zuccherati.<br />
Il cerbiatto si sdraia su un fianco,<br />
apre la bocca<br />
e mangia la neve che cade.<br />
I due uomini hanno scavato una tana.<br />
Il mingherlino raccoglie rami<br />
secchi.</p>
<p>Quello grande rattoppa una camicia.<br />
Poi è buio nero. Squittiscono dei<br />
topi.</p>
<p><strong>*</strong></p>
<p><strong>V</strong></p>
<p>A Parigi César era povero.<br />
Così scese giù in strada<br />
con la bottiglia di vino<br />
che gli era rimasta<br />
per venderla ai passanti.<br />
Poi cambiò idea, il <em>cholo</em>,<br />
e rientrò, a bere il vino<br />
insieme con Georgette.<br />
<em>Me moriré en Paris con aguacero</em>.<br />
E così accadde. Scrisse anche<br />
<em>Niños del mundo,<br />
si cae España</em>,</p>
<p>e cadde, Spagna, e dopo<br />
i suoi nemici<br />
strinsero un patto, e gli altri,<br />
altri nemici, li guardavano,<br />
sperando che finisse tutto lì<br />
(Varsavia a uno, all’altro qualcos’altro).</p>
<p><em>I vsë na svete naisnanku</em>,<br />
scriveva Osip a Vorone,<br />
e voleva studiare lo spagnolo,<br />
nel dicembre del 1936.<br />
Invece gli insegnarono a tacere,<br />
giusto due anni dopo,<br />
in una baracca di legno<br />
fra la neve,<br />
vicino a Vladivostok.</p>
<p>César, sotto la pioggia d’aprile,<br />
era già morto.</p>
<p><em>¡Cuidate<br />
del futuro!</em></p>
<p><strong>*</strong></p>
<p><strong>VI</strong></p>
<p>A-ièren ‘na squèdra.<br />
A-ghiven da scaver al fósi per imort.<br />
A-i fèven tóti bein squadredi.<br />
L’era dvintê<br />
Propria un bel simitèri.</p>
<p>I aparecc i gniven sò<br />
e i mitraglieven.<br />
(A gh’era di persunêr<br />
ch’i-s mitiv’n in cò un giurnel,<br />
a-t capirê!)</p>
<p>A partiv’n a la matèina,<br />
a scavéven al fósi.<br />
Dop, inséma, agh-mitìven ‘na craus.</p>
<p>A stéven lè.<br />
A sembréva<br />
d’es’r a la fin dal mond.</p>
<p><strong>*</strong></p>
<p><strong>VII</strong></p>
<p>Boulevard Sébastopol, le sette e<br />
trenta,<br />
le camionette della polizia<br />
(<em>la guerre, la guerre ne passait<br />
pas</em>).<br />
Più di mille, a sirene spiegate,<br />
fucili caschi manganelli<br />
(<em>ils remontaient comme moi dans<br />
la ville,<br />
au boulot sans doute, le nez en bas</em>).<br />
Alle sette e cinquanta la chiesa è<br />
circondata,<br />
dopo venti minuti sono dentro<br />
(i portoni li hanno aperti con<br />
grandi pinze rosse,<br />
<em>je l’ai remarqué</em>).<br />
Le donne cantano, Coindé – il<br />
prete – prega<br />
(<em>question de temps, seulement:<br />
souricière<br />
au fond des boues tenaces et des<br />
banlieues insoumises</em>).<br />
Qualche minuto e poi le donne<br />
urlano,<br />
piangono i bambini, e allora, ecco,<br />
sparano i lacrimogeni, e quei dieci,<br />
quelli che non mangiano da cinquanta<br />
giorni,<br />
sempre fermi lì (<em>j’ai essayé, c’est<br />
pas la peine</em>).<br />
Dopo, in trecento, tutti a Vincennes<br />
(<em>ça me rappelait les convois de la<br />
guerre</em>).<br />
Per i maschi adulti sono pronti i<br />
charter.<br />
Il giorno dopo, verso sera, da<br />
Evreux ne parte uno,<br />
per Bamako(<em>on s’est pas fait d’adieux,<br />
c’est pas la peine</em>).<br />
Le donne e i bambini, un centinaio<br />
in tutto,<br />
li lasciano per strada, alcuni anche<br />
nel bosco.<br />
Qualche bambino ha la bronchite,<br />
qualcuno la diarrea.<br />
Qualche donna, rimasta sola,<br />
vaga per la città<br />
(<em>elle ne voulait plus mourir, jamais<br />
– elle<br />
n’y croyait plus à sa mort</em>).<br />
A rue Pajol, il deposito ferroviario,<br />
la polizia l’ha sùbito murato, con<br />
dentro<br />
i bagagli di quelli là,<br />
che stavano dentro Saint-Bernard<br />
(<em>plus de vie au monde pour personne<br />
qu’un petit peu pour elle<br />
et tout presque fini</em>).</p>
<p><em>Elle ne voulait plus mourir,<br />
jamais</em></p>
<p><strong>*</strong></p>
<p><strong>VIII</strong></p>
<p><em>all’hóte dé r’eniautòs éen, perì d’<br />
étrapon hórai mnenôn phthinónton,<br />
perì d’ émata póll’ etelésthe</em><br />
ma quando un anno fu, e si voltarono<br />
le stagioni<br />
dei mesi svanenti, e molti giorni<br />
terminarono<br />
all’hóte dé r’ eniautòs éen&#8230; oh!<br />
se tu fossi mio fratello,<br />
allattato dallo stesso seno,<br />
io ti potrei baciare<br />
trovandoti per via.<br />
Ti prenderei per mano,<br />
ti porterei nella casa di mia madre.<br />
Di te potresti raccontarmi,<br />
bevendo una coppa di vino<br />
aromatico,<br />
berresti il succo<br />
delle mie melagrane&#8230;</p>
<p><strong>*</strong></p>
<p><strong>NOTE</strong></p>
<p><strong>I</strong></p>
<p>20-21: <em>Un bel giorno di festa / mentre il fuoco bruciava</em>.</p>
<p><strong>II</strong></p>
<p>1-3: Testimonianza orale, nel dialetto di Salvaterra (provincia di Reggio Emilia), di mio padre sulla sua prigionia nei campi di concentramento nazisti fra il 1943 e il 1945: «<em>Mio padre è venuto a prendermi / ma è arrivato il giorno dopo. / I Tedeschi mi avevano già portato via.</em>»</p>
<p>4 sgg.: Da una lettera di mio padre spedita alla famiglia dal campo di Fullen. Nell’elenco dei campi di sterminio contenuto in <em>Ideologia della morte</em> di Domenico Tarizzo (Il Saggiatore, Milano, 1963) si trova questa descrizione: «FULLEN (Vestfalia), campo per ammalati (Lazarett) e di sterminio a pochi chilometri ad ovest di Meppen, lungo il confine olandese, costituito da sole 5 baracche di legno. Era conosciuto come il ‘<em>Lager della morte</em>’».</p>
<p><strong>III</strong></p>
<p>1-7: Da <em>Doppelleben</em> di Gottfried Benn. La descrizione, che riguarda la città di Berlino il giorno 24 gennaio 1945, è solo parzialmente utilizzata. «<em>In der folgenden Nacht um fünf Uhr war dann Alarm, Artillerie-beschuß, und wir liefen mit einer Aktenmappe im Schneesturm bei zehn Grad Kälte zu Fuß nach Hause auf den vereisten Chausseen, verstopft von den endlosen Reihen der Trecks mit ihren Planwagen, aus denen die toten Kinder fielen.</em>» (cito dalle <em>Gesammelte Werke</em>, hrsg. V. D. Wellershoff, Limes Verlag, 1961).</p>
<p>19-20: «<em>Se la brina afferra la tua tenda / Renderai grazie che la notte è consumata</em>»: sono i versi conclusivi dei <em>Pisan Cantos</em> di Pound (cito la traduzione di Alfredo Rizzardi).</p>
<p><strong>V</strong></p>
<p>1-8: Dalla biografia di César Vallejo: cfr. Georgette de Vallejo, <em>César Vallejo. Obras completas</em>, Laia, Barcelona, 1977, III.</p>
<p>9: «<em>Morirò a Parigi sotto l’acquazzone</em>»: è il primo verso di <em>Piedra negra sobre una piedra blanca</em>, 1936, di Vallejo.</p>
<p>11-12: «<em>Bambini del mondo / se cade Spagna</em>»: sono i primi due versi di <em>España, aparta de mí este cáliz</em> (1937) di Vallejo.</p>
<p>19: «<em>tutto nel mondo è alla rovescia</em>»: dai <em>Quaderni di Voronež</em> (1935-1937) di Osip Mandel’štam.</p>
<p>20-22: N. Stempel, in una testimonianza sul confino di Mandel’štam a Voronež, riportata nell’edizione italiana dei <em>Quaderni</em> (Mondadori 1995) ha scritto: «<em>Ricordo come lo turbarono i fatti di Spagna. Iniziò addirittura a studiare lo spagnolo</em>».</p>
<p>23-27: Mandel’štam morì il 27 dicembre del 1938 nel lager di transito di Vtoraja Recka, presso Vladivostok.</p>
<p>28-29: Vallejo morì a Parigi il 15 aprile del 1938.</p>
<p>30: «<em>Stai attento al futuro!</em>»: è il verso conclusivo di <em>España, aparta de mí este cáliz</em>.</p>
<p><strong>VI</strong></p>
<p>«<em>Eravamo una squadra. / Dovevamo scavare le fosse per i morti. / Le facevamo tutte ben squadrate. / Era diventato / proprio un bel cimitero. // Gli aereoplani scendevano in picchiata / e mitragliavano. / (Alcuni prigionieri / si coprivano la testa con dei giornali, capirai!) // Partivamo la mattina / scavavamo le fosse. / Poi, sopra, ci mettevamo una croce. // Stavamo lì, / sembrava di essere alla fine del mondo</em>»: dalla testimonianza orale di mio padre riferita al campo di Fullen.</p>
<p><strong>VII</strong></p>
<p>I versi in italiano sono basati sulle cronache giornalistiche – in particolare quelle di Anna Maria Merlo ne «<em>il manifesto</em>» – dello sgombero messo in atto dalla polizia parigina il 23 agosto 1996 nella chiesa di Saint-Bernard per scacciarne i sans papiers che l’avevano occupata per protestare contro le cosiddette «leggi Pasqua».<br />
I versi in francese sono tutti ricavati dalle frasi che chiudono le «lasse» del <em>Voyage au bout de la nuit</em>, 1932, di Céline. Ne do qui una versione indicativa: «<em>la guerra, la guerra non finiva</em>»; «<em>l’ho notato</em>»; «<em>questione di tempo, soltanto: trappola nel fondo delle fanghiglie tenaci e delle periferie ribelli</em>»; «<em>ho provato, non ne vale la pena</em>»; «<em>lei non voleva più morire, mai più – non credeva più alla sua morte</em>»; «<em>non più vita al mondo per nessuno, solo un poco per lei e tutto quasi finito</em>»; «<em>lei non voleva più morire, mai più</em>».</p>
<p><strong>VIII</strong></p>
<p>1-2: I versi – formulari – sono tratti da Esiodo, <em>Teogonia</em>, 58-59 (cfr. M. L. West, Hesiod Teogony, Oxford, Clarendon Press, 1966) e sùbito seguiti dalla versione, postuma, di Cesare Pavese (Einaudi 1982).</p>
<p>6 sgg.: E’ un adattamento dal <em>Cantico dei Cantici</em>, VIII, 1-2, verificato sulla Septuaginta e sulla Vulgata e letto secondo la cosiddetta «interpretazione naturalistica» (condannata dal Concilio Ecumenico Costantinopolitano II nel 553 d. C.).</p>
<p><strong>***</strong></p>
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		<item>
		<title>Ermanno Krumm</title>
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		<pubDate>Wed, 14 May 2008 10:00:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fabrizio centofanti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[I grandi]]></category>

		<category><![CDATA[Poesia]]></category>

		<category><![CDATA[Ermanno Krumm]]></category>

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		<description><![CDATA[
da Respiro
Come due soavi uccelli
Ricordando un affresco del Pinturicchio
nella libreria Piccolomini
Da qualche parte l&#8217;alba imporpora
un ramo, due uccelli si rincorrono
e il vento a un lupo arruffa il pelo.
La guardo, nell&#8217;ombra lei riposa.
Non so se è questo l&#8217;assoluto
dell&#8217;amore, ma penso che anche noi
come i due soavi uccelli
sopra l&#8217;unico cipresso alzato sul mare
potremmo, indenni, superare la distanza.

*
Bianchi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><a href="http://lapoesiaelospirito.files.wordpress.com/2008/05/krumm.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-4956" src="http://lapoesiaelospirito.files.wordpress.com/2008/05/krumm.jpg?w=101&h=94" alt="" width="101" height="94" /></a></p>
<p>da <em><strong>Respiro</strong></em></p>
<p><em><strong>Come due soavi uccelli</strong></em></p>
<p><strong>Ricordando un affresco del Pinturicchio<br />
nella libreria Piccolomini</strong></p>
<p>Da qualche parte l&#8217;alba imporpora<br />
un ramo, due uccelli si rincorrono<br />
e il vento a un lupo arruffa il pelo.<br />
La guardo, nell&#8217;ombra lei riposa.</p>
<p>Non so se è questo l&#8217;assoluto<br />
dell&#8217;amore, ma penso che anche noi<br />
come i due soavi uccelli<br />
sopra l&#8217;unico cipresso alzato sul mare<br />
potremmo, indenni, superare la distanza.</p>
<p><span id="more-4955"></span></p>
<p>*</p>
<p>Bianchi e neri uccelli lamentano<br />
una preistoria in questo pomeriggio<br />
senza gente in giro</p>
<p>e lei leggera come un insetto d&#8217;acqua<br />
mai ferma muove un piede,<br />
un sandalo, le unghie dipinte,</p>
<p>finché se ne va sbracciando<br />
in acqua, se ne va architettando<br />
trionfi e svetta ormai e promette</p>
<p>di crescere ancora come questa luce<br />
come la luna di pieno giorno<br />
sopra la collina.</p>
<p><em><strong>Selvatica</strong></em></p>
<p><strong>Dormiveglia</strong></p>
<p>Credevo che tutta la casa dormisse,<br />
ero lì nel dormiveglia<br />
col sogno di lei lunga distesa,<br />
nuda forse per un déjeuner sur l&#8217;herbe.</p>
<p>Volevo solo fare in tempo a stendermi<br />
ma non andavo né avanti né indietro,<br />
la mente non lasciava che fosse<br />
un pensiero impossibile a svegliarla.</p>
<p>*</p>
<p>Un uccello sfiora l&#8217;acqua con un grido<br />
e non c&#8217;è più che un vuoto di sassi,<br />
deserti e resine in gran confusione<br />
che a guardarli straziano,</p>
<p>niente di più che vuoti d&#8217;aria,<br />
senza mente, senza giudizio,<br />
e un albero che nel buio,<br />
di là dal balcone, si dibatte:</p>
<p>una resa, per noi, un segnale<br />
di rientro veloce.</p>
<p>*</p>
<p>Poi si sta in piccole camere<br />
minuscole stanze d&#8217;hotel<br />
nel centro di città di provincia<br />
con mobili anni quaranta<br />
e comodini in ombra dalla sua parte,<br />
in luce, dalla mia, luce riflessa,</p>
<p>come di notte la luna che riceve il sole<br />
dall&#8217;altra parte del mondo.</p>
<p><em><strong>Con gli occhi della giovinezza</strong></em></p>
<p>*</p>
<p>Saluto appena d&#8217;un cenno<br />
una sconosciuta col tuo passo saltellante</p>
<p>ma non è vero, nessuna cammina<br />
come te, tu sbuchi da un angolo<br />
come saltassi fuori da una vasca,<br />
una spalla o un braccio in avanti</p>
<p>marci tranquilla e non mi scorgi ancora,<br />
oscilli non elegante ma felice,<br />
inarrestabile e vicina ormai tanto<br />
che mi porti, con un saluto,<br />
dentro il tuo magico saltello.</p>
<p><strong>Non ci penso</strong></p>
<p>Non penso, a tentoni ti slaccio<br />
il vecchio, duro cinturino,<br />
cronometro di un&#8217;intimità contata<br />
in minuti. - Mettiti comoda,<br />
senti l&#8217;eterno tic-tac del presente,<br />
non c&#8217;è altro. Ci sei tu</p>
<p>e questo tuo volto pieno, in luce,<br />
che mi veleggia incontro veloce:<br />
- Benvenuto, il rompighiaccio,<br />
la chiglia che spezza il dorso degli armadi,<br />
il contrappeso leggero.</p>
<p>*</p>
<p>Dormi e prendo le tue parti,<br />
prepari il latte e arrivo<br />
se dici - E&#8217; pronto,<br />
e se alla scritta &#8220;Proprietà privata&#8221;<br />
ti fermi, ti faccio passare lo stesso<br />
anche se non serve - passa e ripassa<br />
dopotutto coi miei coetanei<br />
siamo comunque al punto di partenza,<br />
o almeno lo sono io - mentre tu,<br />
come fossi di un&#8217;altra generazione,<br />
prendi il mio squilibrio in una tua<br />
misura e me ne passi una nuova.</p>
<p><em><strong><br />
La lampada e la talpa</strong></em></p>
<p style="text-align:right;"><em> Una pietra è un diario metereologico impressionistico,<br />
accumulato in milioni d&#8217;anni d&#8217;intemperie [...] è<br />
la lampada d&#8217;Aladino che trapassa le tenebre geologi-<br />
che delle età future.<br />
</em> Osip Mandes&#8217;stam<em>, Discorso su Dante</em></p>
<p><em><strong>Safari Park</strong></em></p>
<p><strong>Davanti a una chiesa antica</strong></p>
<p>Anche questo è Roma o Bisanzio:<br />
il rampicante qui che non ha appoggio<br />
ma carne, polpa e pelle vegetale<br />
di cui è scritto - e credo si possa dirlo<br />
anche di animali e piante -<br />
che neppure un capello andrà perduto.</p>
<p>*</p>
<p>E poi sott&#8217;acqua i pesci<br />
appollaiati sui tetti i gabbiani<br />
e in mezzo una poco umana folla,<br />
specie in estinzione, deserti e oscurità</p>
<p>ma fossero anche le ultime luci<br />
spegnile: al buio, è più chiaro il desiderio,<br />
se è desiderio questa miserabile<br />
fioritura da portare in salvo,<br />
questo giro della mente senza pensiero,<br />
quest&#8217;improvvisi ritorni<br />
che come cetacei gloriosi riemergono.</p>
<p><strong>Lascaux</strong></p>
<p>*</p>
<p>Possa la voce della mente arrestarsi<br />
e col suo cappellino d&#8217;aria millenaria<br />
inchiodarsi il pianeta:</p>
<p>ammiro nel movimento,<br />
le cose ferme come l&#8217;opera scrosciante<br />
del mare, onde e onde<br />
nello stesso punto, immobili.</p>
<p><strong>Non è neppure coì deserto il deserto</strong></p>
<p>Una nube dietro l&#8217;altra<br />
carica il mondo di una oscura felicità,</p>
<p>milioni d&#8217;anni nello stesso deserto e specie<br />
animali che s&#8217;incrociano, prosperano</p>
<p>e spariscono in un&#8217;infinitesima via lattea.</p>
<p><em><strong> </strong></em></p>
<p><em><strong>Egadi</strong></em></p>
<p><strong>Nel buio si rivelano le cose</strong></p>
<p>Ci vuole la notte perchè cessi<br />
questa luce che divide metà<br />
nascondendo, metà rivelando;</p>
<p>ci vuole la notte perché nel buio<br />
che la nasconde si faccia strada<br />
la visione frontale di nave<br />
che sta in mezzo al porto<br />
e nel buio si rivelino le cose.</p>
<p>*</p>
<p>E&#8217; tutto viola col sole che all&#8217;improvviso<br />
deborda come il mare color del vino<br />
col suo lenzuolo salato steso su una bestia<br />
enorme che gli sta sopra, curva,<br />
fiché gli cade la coperta dal cuore<br />
e chiama tempesta: non c&#8217;è vento ancora,<br />
ma avanzano le onde<br />
e come un&#8217;eco battono sul vuoto degli scafi.</p>
<p>Mare grosso questa notte, poche luci<br />
sull&#8217;acqua e un panno che picchia<br />
a caso il suo segnale;<br />
batte la mezza, l&#8217;una e ancora la mezza:<br />
con un solo rintocco un istante solo<br />
dà tempo a una più duratura immobilità.</p>
<p><em><strong>Una via di fuga e un commiato</strong></em></p>
<p><strong>Reginella</strong></p>
<p>Finchè sollevando gli occhi<br />
ho chiuso con l&#8217;idea<br />
che qualcosa possa essere rimasto<br />
in chi ci ha visto:<br />
la signora della vecchia<br />
friggitoria, il ciclista più caro d&#8217;Italia.</p>
<p>Neanche le fotografie servono.<br />
Lo so, non resta proprio nulla<br />
di ciò ch&#8217;eravamo uno per l&#8217;altra,<br />
solo talvolta qualcosa torna,<br />
ma anonimo, e lo strano effetto del vento<br />
sul pioppo che faceva autunno<br />
proprio dentro l&#8217;estate.</p>
<p><em><strong>Biobibliografia</strong></em></p>
<p><em><strong></strong></em><br />
Golasecca (Varese) 1942, Como 2005.<br />
Ha pubblicato le raccolte di poesia: <em><strong>Le chaier de Monique Charma</strong><strong>y </strong></em>(1987), <em><strong>Novecento</strong></em> (1992), <strong><em>Felicità</em></strong> (1998 ),<em> <strong>Animali e uomini</strong></em> (2003). Ha inoltre curato con Monique Charvet, <em><strong>Tel Quel, un&#8217;avanguardia per il materialismo</strong></em> (1974) e con Tiziano Rossi, <em><strong>La poesia italiana del Novecento</strong></em> (1995).<br />
Sono anche usciti due suoi saggi:<em><strong> Il ritorno del flaneur. Saggi su Freud, Lacan, Montale, Zanzotto, Plath e Walser</strong></em> (1983) e <em><strong>Lirica moderna e contemporanea</strong></em> (1997). E&#8217; stato critico d&#8217;arte del &#8220;Corriere della sera&#8221;.</p>
<p>( Ermanno Krumm, <em><strong>Respiro</strong></em>, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2005 )</p>
<p>Selezione testi di <em><strong>Elena F. Ricciardi</strong></em></p>
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		<title>Asimov</title>
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		<pubDate>Wed, 14 May 2008 06:00:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rferrazzi</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Critica letteraria]]></category>

		<category><![CDATA[Asimov]]></category>

		<category><![CDATA[Eco]]></category>

		<category><![CDATA[Houellebecq]]></category>

		<category><![CDATA[Verne]]></category>

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		<description><![CDATA[L’attenzione (…) di ogni lettore sarà richiamata da una storia della decadenza e caduta dell’impero romano, forse la scena più grandiosa e impressionante nella storia dell’umanità (…) Fu tra le rovine del Campidoglio che concepii l’idea di un’opera che mi ha occupato e ricreato per circa vent’anni della mia vita… Con queste parole, il 27 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>L’attenzione (…) di ogni lettore sarà richiamata da una storia della decadenza e caduta dell’impero romano, forse la scena più grandiosa e impressionante nella storia dell’umanità (…) Fu tra le rovine del Campidoglio che concepii l’idea di un’opera che mi ha occupato e ricreato per circa vent’anni della mia vita… Con queste parole, il 27 giugno del 1787 (due anni prima di un’altra storica caduta: quella della Bastiglia), Edward Gibbon licenziava le quasi tremila pagine del suo capolavoro, una cavalcata di quindici secoli da Cesare Augusto fino al vittorioso assedio di Maometto II a Costantinopoli.<span id="more-4881"></span><br />
Circa centocinquant’anni più tardi, Isaac Asimov lesse la Storia del declino e caduta dell’impero romano e concepì l’idea della saga della Fondazione. Si era nel 1940 e il mondo era immerso nella seconda guerra mondiale. Anche al termine del conflitto, il dopoguerra non parve promettere niente di buono. La sconfitta di Hitler non aveva fatto chiudere il tempio di Giano. In Corea si combatteva ancora e il generale MacArthur chiedeva al presidente Truman di usare la bomba atomica. La liquidazione degli imperi coloniali portava guerre e guerriglie un po’ dappertutto. Cominciava una lunga guerra fredda basata sull’equilibrio del terrore.<br />
In queste circostanze Asimov iniziò senza rendersene conto un’avventura letteraria che lo avrebbe “occupato e ricreato” per ben più di vent’anni. I primi racconti (scritti fra il 1940 e il 1949) vennero fusi in tre romanzi: Foundation (Cronache della Galassia), Foundation and Empire (Il crollo della galassia centrale) e Second Foundation (L’altra faccia della spirale). All’autore parve che la cosa si potesse chiudere lì e avviò un’altra saga: quella dei robot. Ma la trilogia della Fondazione venne ripubblicata nel 1961 e il successo fece nascere nell’autore l’idea di collegare i robot alla storia galattica. Pur con le interruzioni imposte dal lavoro di divulgazione scientifica al quale Asimov teneva moltissimo, i quattordici romanzi in cui si articola il ciclo costituiscono un insieme abbastanza omogeneo. La saga, che parte da Io robot e termina con Fondazione e Terra, può dirsi conclusa con quest’ultimo romanzo, datato 1983.<br />
***<br />
Quanto a Asimov scrittore, credo che sia difficile trovare in tutta la letteratura fantascientifica (o nella letteratura per ragazzi, o nella letteratura popolare, o nella letteratura rosa, o in quella che volete) un autore più schematico nelle descrizioni, bidimensionale nei personaggi, prevedibile nelle soluzioni. Eppure è l’autore di fantascienza più venduto dopo Jules Verne.<br />
Qualcuno potrebbe pensare che, individuando le caratteristiche comuni a Verne e Asimov, si ottenga la ricetta per scrivere un bestseller. Ahimé, non è così. La caratteristica più evidente che Verne e Asimov hanno in comune è lo schematismo, la lingua sciatta, l’incapacità di far provare dei veri sentimenti a personaggi privi di profondità. Un’altra caratteristica di Verne è la celebrazione dei ritrovati tecnologici del suo tempo e la proiezione degli stessi in un improbabile futuro. Ma Asimov lo segue svogliatamente su questa strada e tende piuttosto a separare la saggistica di divulgazione dalla narrativa.<br />
Più si prosegue in questo tipo di analisi, meno se ne ricava. La verità è che il successo di Asimov dipende da un unico fattore: il respiro cosmico del suo progetto. Così come Gibbon prese in esame quindici secoli di Storia, Asimov ricostruisce la “storia” di almeno dodicimila anni durante i quali fu popolata la galassia, un impero nacque e crollò, una Fondazione lo ricostituì. Tutto questo con l’aiuto di una scienza fittizia (la psicostoria), dei robot, di esseri umani dotati di capacità mentali straordinarie, ma anche di uomini qualunque, non necessariamente eroi, anzi, spesso un po’ filibustieri.<br />
Qual è dunque il segreto per vendere milioni di copie? Indovinare lo spirito dei tempi con il giusto anticipo. Non troppo né troppo poco. Nel 1940 c’era la guerra e la gente aveva bisogno di sentirsi unita e compatta; non poteva mettersi a fantasticare sui meccanismi sociali che portano al crollo di un organismo complesso. Nel 1961 il neocapitalismo era in pieno boom e la gente cominciava a sospettare che prima o poi sarebbe andato a sbattere contro i suoi limiti. Ecco perché la trilogia della Fondazione ebbe successo con vent’anni di ritardo. Ma, come al solito, un’analisi di questo genere si può fare solo a posteriori. Nel 1940 non la fecero né l’autore né l’editore. Nel 1961 l’autore non ci pensò ed è probabile che l’editore abbia ristampato i romanzi della Fondazione solo perché nel frattempo Asimov si era fatto un nome con i romanzi sui robot.<br />
Indovinare lo spirito dei tempi al momento giusto è l’unica cosa che conta. In un mondo attratto da dietrologie, esoterismi e trasgressioni, Il codice da Vinci vende a carrettate anche se è scritto con i piedi. La paura e la speranza è un pessimo saggio, ma arriva quando gli italiani hanno paura e non sanno ancora di averla; Tremonti glielo spiega e vince le elezioni. Ecco tutto. Volete vendere un milione di copie di qualunque cosa, essere intervistati da Daria Bignardi, fidanzarvi con una velina? Provate a indovinare lo Zeitgeist. Poi scrivete pure con uno stile sciatto come Verne oppure tronfio come Umberto Eco oppure cupo e noioso come Houellebecq. Non importa. La sostanza fa premio sulla forma anche quando è illusoria: basta che sia condivisa.</p>
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		<item>
		<title>Seminario di poesia</title>
		<link>http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/05/14/seminario-di-poesia/</link>
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		<pubDate>Wed, 14 May 2008 05:36:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sgolisch</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Annunci]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/?p=4966</guid>
		<description><![CDATA[Centro Coscienza – Seminario di poesia dal 23 al 25 maggio 2008 – Campus La Schola a Morosolo (Varese)
“poesia
è il mondo l’umanità
la propria vita
fioriti dalla parola”
(G. Ungaretti)
Il seminario, partendo dai versi di Ungaretti, indagherà sul rapporto tra scrittura e autobiografia e sulla tramutazione della vita in poesia. Dalle origini della letteratura occidentale, con i lirici [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><strong>Centro Coscienza – Seminario di poesia dal 23 al 25 maggio 2008 – Campus La Schola a Morosolo (Varese)</strong></p>
<p>“poesia<br />
è il mondo l’umanità<br />
la propria vita<br />
fioriti dalla parola”<br />
(G. Ungaretti)</p>
<p>Il seminario, partendo dai versi di Ungaretti, indagherà sul rapporto tra scrittura e autobiografia e sulla tramutazione della vita in poesia. Dalle origini della letteratura occidentale, con i lirici greci, fino alla testimonianza dei contemporanei si potranno sperimentare il senso e il valore che il poeta affida all’autobiografia in versi e di riflesso quello che il lettore può ricavarne per la propria esperienza di cultura e vita.</p>
<p>Il poeta Tiziano Rossi partecipa il pomeriggio di sabato 24 maggio</p>
<p>Il seminario è coordinato dal professor Giuliano Boccali dell’Università degli Studi di Milano</p>
<p>Per informazioni: Centro Coscienza - Corso di Porta Nuova, 16 – Milano<br />
     <a href="http://www.centrocoscienza.it">www.centrocoscienza.it</a></p>
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		<title>Il critico in Fiera</title>
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		<pubDate>Tue, 13 May 2008 14:00:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>paolocacciolati</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Critica letteraria]]></category>

		<category><![CDATA[Divagazioni]]></category>

		<category><![CDATA[Vedere cose]]></category>

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		<description><![CDATA[
Noto sorprendenti analogie tra il gioco del Mercante in fiera e il modo del critico di porsi alla Fiera del Libro. Come nel mercante in fiera, il critico in fiera più partecipa  numeroso e più è contento, l&#8217;importante è essere in tanti a un incontro, una presentazione, un convegno, così il gioco è più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><a href="http://lapoesiaelospirito.files.wordpress.com/2008/05/logofiera.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-4957" src="http://lapoesiaelospirito.files.wordpress.com/2008/05/logofiera.gif?w=230&h=87" alt="" width="230" height="87" /></a></p>
<p>Noto sorprendenti analogie tra il gioco del <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Mercante_in_fiera">Mercante in fiera </a>e il modo del critico di porsi alla Fiera del Libro. Come nel mercante in fiera, il critico in fiera più partecipa  numeroso e più è contento, l&#8217;importante è essere in tanti a un incontro, una presentazione, un convegno, così il gioco è più bello, e che importa se non si conosce manco il tema o l&#8217;autore a proposito del quale si è invitati a parlare.<span id="more-4954"></span></p>
<p>Sabato scorso ho avuto la ventura di assistere all&#8217;incontro dedicato al Bello del romanzo e i nuovi canoni letterari, con la creme de la creme della critica nazionale, Berardinelli, Ficara, La Porta, Cortellessa, presenziante Scurati in veste di scrittore ostaggio felice del consesso.<br />
L’intero incontro, come è stato riconosciuto dagli stessi partecipanti, è stata un’occasione sprecata in quanto era stato costruito per diventare un dibattito a più voci, mentre si è ridotto a una sfilata di prove di narcisismo intellettuale, dove la voluttà di autoglorificazione dei partecipanti ha portato a sforare i tempi programmati per gli interventi, di modo che dopo un’ora e passa c’erano gli organizzatori a pressare per concludere (che Don Ciotti, Caselli e le mafie già scalpitavano), senza lasciar un minimo spazio al dibattito, né tantomeno alle domande del pubblico.<br />
La mia impressione è di aver assistito a una prova collettiva di autoincensamento da parte dei critici, con Scurati prono nella funzione di vittima della sindrome di Stoccolma.<br />
Ma insomma, che hanno detto?<br />
Berardinelli esordisce candidamente che lui non era preparato sul tema dell’incontro avendolo saputo solo un paio d’ore prima (??ma vah!!!) e che comunque non si sente proprio di parlare del bello nel romanzo, da lì in poi è una tirata sulla funzione del critico, che il critico è lui stesso uno scrittore, dove i personaggi dei suoi scritti sono gli autori, e poi giù a promuovere l’ultima sua fatica per Scheiwiller, con un annuario sugli scrittori italiani, dieci pagine per ognuno, perché, dice, in dieci pagine per un critico è più difficile mentire (ne consegue che ammette normalmente di mentire quando scrivere una normale recensione).<br />
In uno slancio di didascalismo enciclopedico elenca cinque misure per misurare il bello nel romanzo:<br />
1)Un canone dei classici.<br />
2)Il canone del meglio che è stato fatto nelle due generazioni precedenti.<br />
3)L’esperienza diretta dal mondo da parte del critico.<br />
4)L’utilizzo di una lingua “falsa” troppo semplice o troppo complessa, la non credibilità della lingua dei personaggi.<br />
5)L’incoerenza del libro con la propria struttura e il proprio linguaggio.<br />
Dopo di che conclude che il bello non è definibile, meglio e più facile definire il brutto.<br />
Cortellessa parte con Croce e la sua avversione per la letteratura contemporanea, afferma che si può canonizzare non la contemporaneità, ma per la contemporaneità, passando per Bachtin che dice che il genere romanzo è auto inclusivo di se stesso ed è tale solo quando contraddice la norma, mentre oggi gli editori compiono esattamente un’operazione di segno inverso, perché pubblicano solo romanzi che cercano di conformarsi a tale norma.<br />
Cita anche l’ultimo libro di Siti, Il contagio, come uno dei pochi esempi di narrativa attuale controcorrente, ma solo per la parte del libro non di fiction, ma di diario-elucubro-autofiction. Alla fine conclude che la letteratura, e quindi il romanzo, deve avere la capacità di dire no, ripete questo concetto, dire no, dire no, dire no come un valore, dire no al presente, e passa la palla a Ficara mentre riecheggiano ancora in sala i suoi no acuti e nasali.<br />
Ficara che esordisce che la stroncatura non è mai un esercizio contro, ma a favore della letteratura, e lui comunque non vorrebbe essere nei panni del romanziere, perché il passo narrativo è un passo avanti e tre indietro, poi se la prende con i narratori che fanno finta di non essere italiani, imitano gli stranieri usando un linguaggio che definisce un “idioletto planetario”, una sorta di inglese da aeroporto, avendo perso il contatto con la tradizione letteraria italiana e quindi abbasso tutti gli sperimentalismi o pseudo tali, riprendendo la definizione di Montale per cui la neoavanguardia è un imborghesimento di tutte le avanguardie.<br />
La Porta carica la dose del sadismo critico ammettendo che a parlar bene ci si sente sempre retorici mentre è più spettacolare una stroncatura. La bellezza è stata sostituita dallo stile, oggi i narratori cercano lo stile, ma lo stile soppianta tutto il resto, anche la tensione morale e l’etica. Cita anche due esempi della prevaricazione dello stile sul bello, oggi: l’ultimo libro di Wu Ming e Hitler di Genna.<br />
Anche La Porta aborre i libri di fiction pure, molto meglio i libri al confine tra i generi e cita Onofri, La Capria, Affinati, ma anche Piersanti e Veronesi, perché sono “comunicativi ma non concilianti con il presente e la società” (sic!).<br />
Da buon ultimo Scurati apre riconoscendo :”non vorrei esser nei miei panni”.<br />
Poi è tutto un panegirico sul fatto che i giorni del presente sono i giorni della cronaca, oggi viviamo i tempi della cronaca e il canone letterario scompare, il tempo della cronaca è il tempo del successo, come fondamento di se stesso, e se una cosa non ha successo non è accaduta. Sostanzialmente vivere nel tempo della cronaca significa accettare di vivere giorno per giorno, abbandonando i sogni.<br />
Dopo una sparata contro la c.d. real-tv come esempio di cronachismo mediatico, conclude anche lui che occorre dire no ai giorni del presente, a favore delle grandi architetture del romanzo di tradizione ottocentesca.<br />
Fine dell’incontro, con i relatori che si piangono addosso per aver sforato e non aver consentito di innescare il dibattito a cui agognavano frementi.<br />
Cosa c’entri tutto ciò con il canone del bello nel romanzo, lo diranno la prossima volta.<br />
Ho la sensazione che in questi incontri pubblici i suddetti fatichino assai a farsi capire, a esprimersi in termini comprensibili alla platea (peraltro formata da gente preparata o almeno appassionata della materia). Così divagano, escono puntualmente fuori dal seminato e dal tema in oggetto, fanno passare il tempo, di modo da poter passare il microfono al vicino….<br />
Il tutto suona come una presa in giro, legittimando peraltro un’altra domanda: ma ci sono o ci fanno?<br />
Non per girare il coltello nella piaga, ma ieri ho assistito, nel carcere di Saluzzo, a un incontro con Carlo Lucarelli, sempre promosso dalla Fiera del Libro, e posso assicurare che lo scrittore bolognese ha tenuto tutt’altro atteggiamento, ha parlato in modo chiaro ma dettagliato del suo modo di scrivere e del suo modo di intendere il romanzo, peraltro rispondendo con precisione a svariate domande sul suo lavoro, poste anche dai detenuti, con umiltà, senza la prosopopea dei suddetti critici.<br />
Sono riuscito a scambiare con lui due parole e confermo l’impressione di schiettezza e di disponibilità.<br />
Con ciò non voglio dire che la categoria degli scrittori sia per forza meglio di quella dei critici, per esempio, sempre in Fiera, ho visto un noto scrittore lombardo dare uno spettacolo pietoso in uno stand, occhio vitreo, faccia giallastra e gonfia, con mano tremolante, alle undici del mattino, attaccato a succhiare birra da una bottiglietta, ah questi artisti maledetti…</p>
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		<title>Emily Dickinson [Morii per la Bellezza]</title>
		<link>http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/05/13/emily-dickinson-morii-per-la-bellezza/</link>
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		<pubDate>Tue, 13 May 2008 10:00:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marina Pizzi</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[I grandi]]></category>

		<category><![CDATA[Poesia]]></category>

		<category><![CDATA[Emily Dickinson]]></category>

		<category><![CDATA[Piera Mattei]]></category>

		<category><![CDATA[traduzioni]]></category>

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		<description><![CDATA[449

I died for Beauty - but was scarce
Adjusted in the Tomb
When One who died for Truth, was lain
In an adjoining Room -
He questioned softly &#8220;Why I failed&#8221;?
&#8220;For Beauty&#8221;, I replied -
&#8220;And I - for Truth - Themself are One -
We Bretheren, are&#8221;, He said -
And so, as Kinsmen, met a Night -
We talked between the [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p class="MsoNormal" style="text-align:justify;">449</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;">
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;"><span>I died for Beauty - but was scarce<br />
Adjusted in the Tomb<br />
When One who died for Truth, was lain<br />
In an adjoining Room -</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span>He questioned softly &#8220;Why I failed&#8221;?<br />
&#8220;For Beauty&#8221;, I replied -<br />
&#8220;And I - for Truth - Themself are One -<br />
We Bretheren, are&#8221;, He said -</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span>And so, as Kinsmen, met a Night -<br />
We talked between the Rooms -<br />
Until the Moss had reached our lips -<br />
And covered up - our names -</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;">***<span id="more-4936"></span></p>
<p style="text-align:center;">Morii per la bellezza, ma ero appena<br />
composta nella tomba<br />
che un altro, morto per la verità,<br />
fu disteso nello spazio accanto.</p>
<p style="text-align:center;">Mi chiese sottovoce perché ero morta<br />
gli risposi “Per la Bellezza”.<br />
“E io per la  Verità, le due cose sono<br />
una sola. Siamo fratelli” disse.</p>
<p style="text-align:center;">Così come parenti che si ritrovano<br />
di notte parlammo da una stanza all’altra<br />
finché il muschio raggiunse le labbra<br />
e coprì i nostri nomi.</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;"><strong>[traduzione di Piera Mattei]</strong></p>
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			<media:title type="html">Marina Pizzi</media:title>
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	</item>
		<item>
		<title>Il Bardo continua, 2.</title>
		<link>http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/05/13/il-bardo-continua-2/</link>
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		<pubDate>Tue, 13 May 2008 06:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lapoesiaelospirito</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>

		<category><![CDATA[William Shakespeare]]></category>

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		<description><![CDATA[
a cura di Gaja Cenciarelli e Antonio Sparzani
La periodicità annuale dell’aprile per celebrare William Shakespeare, il Bardo, ci sembra decisamente troppo rada, e quindi ci proponiamo di adottare almeno una periodicità mensile. La prima dose l’avete avuta qui, ed eccovi la seconda. Si tratta del sonetto II, ancora nella traduzione di Giuseppe Ungaretti.
When forty winters [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><a href="http://lapoesiaelospirito.files.wordpress.com/2008/05/shakespeare_2.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-4949" src="http://lapoesiaelospirito.files.wordpress.com/2008/05/shakespeare_2.jpg?w=300&h=300" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
<p>a cura di <strong>Gaja Cenciarelli</strong> e <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p>La periodicità annuale dell’aprile per celebrare William Shakespeare, il Bardo, ci sembra decisamente troppo rada, e quindi ci proponiamo di adottare almeno una periodicità mensile. La prima dose l’avete avuta <a href="http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/04/26/26-aprile-1564-nasce-il-bardo/">qui</a>, ed eccovi la seconda. Si tratta del sonetto II, ancora nella traduzione di Giuseppe Ungaretti.</p>
<p>When forty winters shall besiege thy brow,<br />
And dig deep trenches in thy beauty&#8217;s field,<br />
Thy youth&#8217;s proud livery, so gaz&#8217;d on now,<br />
Will be a tatter&#8217;d weed, of small worth held:<br />
Then being ask&#8217;d where all thy beauty lies,<br />
Where all the treasure of thy lusty days,<br />
To say, within thine own deep-sunken eyes,<br />
Were an all-eating shame and thriftless praise.<br />
How much more praise deserv&#8217;d thy beauty&#8217;s use,<br />
If thou couldst answer, &#8220;This fair child of mine<br />
Shall sum my count, and make my old excuse,&#8221;<br />
Proving his beauty by succession thine!<br />
This were to be new made when thou art old,<br />
And see thy blood warm when thou feel&#8217;st it cold.<br />
<span id="more-4944"></span></p>
<p>Quando quaranta inverni faranno assedio alla tua fronte<br />
Scavando trincee fonde nel campo della tua bellezza,<br />
L&#8217;imponente livrea dell&#8217;ammirata giovinezza<br />
Sarà ridotta a uno straccio d&#8217;abito tenuto in poco conto.<br />
Se allora si chiedesse dove la tua bellezza giace,<br />
Dove tutto il tesoro dei giorni caldi di vigore,<br />
Dire: nei tuoi propri occhi infossati profondamente,<br />
Mostrerebbe con indiscreta lode, ingiuria implacabile.<br />
Ma quale elogio parerebbe la tua bellezza logora<br />
Se tu potessi replicare: «Questo bel bimbo mio,<br />
Assolverà il mio debito, rende scusabile ch&#8217;io invecchi»<br />
Dimostrando la sua bellezza per successione, tua!<br />
Sarebbe il tuo rinnovamento quando già sarai vecchio,<br />
Vedresti il tuo sangue ardere quando già ne sentirai il gelo.</p>
<p>[Giuseppe Ungaretti, <em>Vita d'un uomo IV, 40 sonetti di Shakespeare</em>, Mondadori, Verona 1956 (terza edizione)]</p>
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	</item>
		<item>
		<title>Ciao</title>
		<link>http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/05/12/ciao/</link>
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		<pubDate>Mon, 12 May 2008 20:21:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fabrizio centofanti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Annunci]]></category>

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		<description><![CDATA[
Sono tornato a Firenze. Qui non si visita una città, si abita un ricordo. Lo sguardo si riempie di visioni, e quello che vedi non è il Duomo, o la stazione, o Piazza della Signoria, ma strati di gioie e malinconie, volti si sovrappongono alle statue che sorvegliano gli Uffizi, e perfino i camerieri sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><a href="http://lapoesiaelospirito.files.wordpress.com/2008/05/firenze1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-4962" src="http://lapoesiaelospirito.files.wordpress.com/2008/05/firenze1.jpg?w=150&h=113" alt="" width="150" height="113" /></a></p>
<p>Sono tornato a Firenze. Qui non si visita una città, si abita un ricordo. Lo sguardo si riempie di visioni, e quello che vedi non è il Duomo, o la stazione, o Piazza della Signoria, ma strati di gioie e malinconie, volti si sovrappongono alle statue che sorvegliano gli Uffizi, e perfino i camerieri sono figure scolpite nel marmo, la mano che preme il pulsante della polaroid è una macchina del tempo sprofondata nel chiasso di una gita scolastica di tanti anni fa, quando gli studenti issarono un pigiama nell&#8217;atrio dell&#8217;albergo come i rivoltosi la bandiera sul pennone più alto della Bastiglia. La vita è rivoluzione, ogni strato s&#8217;impone sull&#8217;altro, lo combatte come un acerrimo nemico, fino a capire che la statua, il cameriere, la donna con il seno di fuori, sono la stessa immagine replicata all&#8217;infinito, sono il mondo rovesciato dei miei desideri e delle mie paure, ora che torno a Firenze e mi sembra di non visitare una città, ma di abitare un ricordo, che diventa lacrima, sorriso, fino a issare la bandiera sul punto più alto della nostalgia, dove lo sguardo s&#8217;incontra con quello che ha sempre cercato e finalmente, in una notte improbabile di maggio, forse, e dico forse, lo trova.<br />
ciao<br />
fabry</p>
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		<title>API E CASA alla Camera verde</title>
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		<pubDate>Mon, 12 May 2008 15:17:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fabrizio centofanti</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Annunci]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/?p=4958</guid>
		<description><![CDATA[Roma, Giovedì 15 maggio 2008, ore 20:00
Centro Culturale
»LA CAMERA VERDE«
via G. Miani 20
API E CASA
Letture di poesie da
»La casa esposta«
di Marco Giovenale
Le Lettere, 2007
e
»Le api migratori«
di Andrea Raos
Oèdipus, 2007
ovvero:
Marco Giovenale presenta le Api di Andrea Raos
Andrea Raos presenta la Casa di Marco Giovenale
Entrambi leggeranno dal proprio libro, e non solo
§
Centro Culturale
»LA CAMERA VERDE«
Via Giovanni Miani, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Roma, Giovedì 15 maggio 2008, ore 20:00</p>
<p>Centro Culturale<br />
»LA CAMERA VERDE«</p>
<p>via G. Miani 20</p>
<p>API E CASA</p>
<p>Letture di poesie da</p>
<p>»La casa esposta«</p>
<p>di Marco Giovenale</p>
<p>Le Lettere, 2007</p>
<p>e</p>
<p>»Le api migratori«</p>
<p>di Andrea Raos</p>
<p>Oèdipus, 2007<span id="more-4958"></span></p>
<p>ovvero:</p>
<p>Marco Giovenale presenta le Api di Andrea Raos</p>
<p>Andrea Raos presenta la Casa di Marco Giovenale</p>
<p>Entrambi leggeranno dal proprio libro, e non solo</p>
<p>§</p>
<p>Centro Culturale<br />
»LA CAMERA VERDE«<br />
Via Giovanni Miani, 20, 20/a, 20/b - 00154 Roma<br />
tel. 340 5263877</p>
<img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/categories/lapoesiaelospirito.wordpress.com/4958/" /> <img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/tags/lapoesiaelospirito.wordpress.com/4958/" /> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/lapoesiaelospirito.wordpress.com/4958/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/lapoesiaelospirito.wordpress.com/4958/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/lapoesiaelospirito.wordpress.com/4958/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/lapoesiaelospirito.wordpress.com/4958/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/lapoesiaelospirito.wordpress.com/4958/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/lapoesiaelospirito.wordpress.com/4958/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/lapoesiaelospirito.wordpress.com/4958/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/lapoesiaelospirito.wordpress.com/4958/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/lapoesiaelospirito.wordpress.com/4958/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/lapoesiaelospirito.wordpress.com/4958/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lapoesiaelospirito.wordpress.com&blog=621013&post=4958&subd=lapoesiaelospirito&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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			<media:title type="html">fabrizio centofanti</media:title>
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	</item>
		<item>
		<title>Provocazione in forma d’apologo 59</title>
		<link>http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/05/12/provocazione-in-forma-d%e2%80%99apologo-59/</link>
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		<pubDate>Mon, 12 May 2008 10:00:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>robertorossitesta</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Letture]]></category>

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		<description><![CDATA[Correre a braccia aperte incontro a chiunque, anche a chi non pensa che a fare sgambetti e a dare cazzotti sui nasi, è certamente un eccesso. Ma ancora più pernicioso è l’eccesso opposto, il non voler capire che dolori e terrori alle volte sono soltanto messaggeri, addirittura portatori di doni. È a causa di quest’ultimo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Correre a braccia aperte incontro a chiunque, anche a chi non pensa che a fare sgambetti e a dare cazzotti sui nasi, è certamente un eccesso. Ma ancora più pernicioso è l’eccesso opposto, il non voler capire che dolori e terrori alle volte sono soltanto messaggeri, addirittura portatori di doni. È a causa di quest’ultimo eccesso che si fugge, si fugge fin quando le occasioni migliori non sono sfumate. Peccato, peccato.<span id="more-4898"></span></p>
<p>Quanto a me, a un certo punto ho voluto accettare di salire e di scendere, imparando a interrogare dolori e terrori e tutte le figure e le voci che nel basso e nell’alto si possono udire e vedere. Là subito venivo circondato da una folla che rispondeva e interrogava insieme, e come loro interrogavo e rispondevo anch’io; ma ritornando qua dimenticavo, o non credevo a ciò che avevo udito e visto, e del poco che riportavo mai nulla era preso sul serio.<br />
Oggi però, tornando là,  non ho destato più alcuna sensazione: nessuno ha chiesto, nessuno ha risposto, tutti hanno continuato a fare il quasi nulla che stavano facendo. Soltanto uno di loro, forse un vecchio compagno più fisionomista di me, mi ha preso sotto braccio e guidando i miei passi come parlando a se stesso ha mormorato: “Siedi e ascolta con noi lo sbattere dell’onda contro la riva; guarda la nebbia alzarsi dal canneto come fosse fumo”. E tutti insieme ci siamo seduti ad ascoltare e a guardare, rimanendo così lungamente, tanto a lungo da dimenticare ogni attesa.</p>
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		<title>&#8220;La pace che ci meritiamo&#8221; di Carla Guidi</title>
		<link>http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/05/12/la-pace-che-ci-meritiamo-di-carla-guidi/</link>
		<comments>http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/05/12/la-pace-che-ci-meritiamo-di-carla-guidi/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 12 May 2008 09:45:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marina Pizzi</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Annunci]]></category>

		<category><![CDATA[Carla Guidi]]></category>

		<category><![CDATA[Casa della memoria e della storia]]></category>

		<category><![CDATA[F.I.A.P.]]></category>

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		<description><![CDATA[

























F.I.A.P. Federazione Italiana Associazioni  Partigiane
Comitato provinciale  Roma
Recapiti diretti:
telefax: 06/ 5810590
e-mail:  federgielle@fastwebnet.it










 
La F.I.A.P.presenta
 
&#8220;LA PACE CHE CI  MERITIAMO&#8221;
di Carla Guidi, Onyx  editore
 
Casa della Memoria e della  Storia
Via San Francesco di Sales, 5 (Trastevere) -  Roma
 
lunedì 19 maggio 2008 ore  17
 Presenta
Vittorio Cimiotta - (Direzione  [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><div>
<table style="border-collapse:collapse;height:169px;" border="0" cellspacing="0" cellpadding="0" width="330">
<tbody>
<tr style="height:125.75pt;">
<td style="border:medium none #ece9d8;width:38.06%;height:125.75pt;background-color:transparent;padding:0 5.4pt;" width="38%">
<p class="MsoNormal" style="text-align:center;margin:0;" align="center"><a href="http://lapoesiaelospirito.files.wordpress.com/2008/05/cid_04645201212042008-29b5.jpg"><br />
</a></p>
</td>
<td style="border:medium none #ece9d8;width:38.06%;height:125.75pt;background-color:transparent;padding:0 5.4pt;" width="38%">
<p class="MsoNormal" style="text-align:center;margin:0;" align="center"><a href="http://lapoesiaelospirito.files.wordpress.com/2008/05/cid_04645201212042008-29b5.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4951" src="http://lapoesiaelospirito.files.wordpress.com/2008/05/cid_04645201212042008-29b5.jpg?w=136&h=131" alt="" width="136" height="131" /></a></p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<table style="width:100%;border-collapse:collapse;" border="0" cellspacing="0" cellpadding="0" width="100%">
<tbody>
<tr style="height:125.75pt;">
<td style="border:medium none #ece9d8;width:24.96%;height:125.75pt;background-color:transparent;padding:0 5.4pt;" width="24%">
<p class="MsoNormal" style="text-align:center;margin:0;" align="center"><a href="http://lapoesiaelospirito.files.wordpress.com/2008/05/cid_81259061313042008-0fd71.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4953" src="http://lapoesiaelospirito.files.wordpress.com/2008/05/cid_81259061313042008-0fd71.jpg?w=92&h=72" alt="" width="92" height="72" /></a><span style="font-family:Times New Roman;"><br />
</span></p>
</td>
<td style="border:medium none #ece9d8;width:36.98%;height:125.75pt;background-color:transparent;padding:0 5.4pt;" width="36%">
<table style="border-collapse:collapse;" border="0" cellspacing="0" cellpadding="0" align="left">
<tbody>
<tr style="height:92.55pt;">
<td style="border:medium none #ece9d8;width:162.1pt;height:92.55pt;background-color:transparent;padding:0 5.4pt;" width="216">
<p class="MsoNormal" style="text-align:center;margin:0;" align="center"><strong><span style="font-size:10pt;"><span style="font-family:Times New Roman;">F.I.A.P. Federazione Italiana Associazioni  Partigiane</span></span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:center;margin:0;" align="center"><strong><span style="font-size:10pt;"><span style="font-family:Times New Roman;">Comitato provinciale  Roma</span></span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:center;margin:0;" align="center"><strong><span style="font-size:10pt;"><span style="font-family:Times New Roman;">Recapiti diretti:</span></span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:center;margin:0;" align="center"><strong><span style="font-size:10pt;"><span style="font-family:Times New Roman;">telefax: 06/ 5810590</span></span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:center;margin:0;" align="center"><strong><span style="font-size:10pt;"><span style="font-family:Times New Roman;">e-mail:  federgielle@fastwebnet.it</span></span></strong></p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p class="MsoNormal" style="text-align:center;margin:0;" align="center">
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
</div>
<p class="MsoNormal" style="text-align:center;margin:0;" align="center"><strong><span style="font-size:14pt;text-transform:uppercase;"><span style="font-family:Times New Roman;"> </span></span></strong></p>
<p align="center"><strong>La F.I.A.P.presenta</strong></p>
<p align="center"><strong> </strong></p>
<p align="center"><strong>&#8220;LA PACE CHE CI  MERITIAMO&#8221;</strong></p>
<p align="center"><strong>di Carla Guidi, Onyx  editore</strong></p>
<p align="center"><strong> </strong></p>
<p align="center"><strong>Casa della Memoria e della  Storia</strong></p>
<p align="center"><strong>Via San Francesco di Sales, 5 (Trastevere) -  Roma</strong></p>
<p align="center"><strong> </strong></p>
<p align="center"><strong>lunedì 19 maggio 2008 ore  17</strong><span id="more-4950"></span></p>
<p><strong> </strong><strong>Presenta</strong><br />
<strong>Vittorio Cimiotta - (Direzione  Nazionale F.I.A.P.)<br />
</strong> <strong>Relatori</strong><br />
<strong>Franca Coen, già  Assessore</strong> <strong>alle Politiche  della Multietnicità del Comune di  Roma,<br />
</strong> <strong>Grazia Pasanise de&#8217; Foscarini  presidente Associazione     Nazionale Danneggiati di  guerra<br />
</strong> <strong>Coordina Fabio Galluccio, segretario del Circolo Giustizia e  Libertà di Roma.<br />
</strong><strong>Leggerà alcuni brani del libro l&#8217;attore  Salvatore Gioncardi<br />
Servizio fotografico di  Vincenza Salvatore </strong></p>
<p align="center">
<p><strong></strong></p>
<p><span style="text-decoration:underline;"><strong>Ingresso libero fino ad  esaurimento posti</strong></span></p>
<p align="center">
<p align="center"><strong> </strong></p>
<p align="center"><span style="text-decoration:underline;"> </span></p>
<h4>Casa della Memoria e  della Storia</h4>
<p align="center"><strong>Via San Francesco di  Sales, 5 (Trastevere) - Roma</strong></p>
<p align="center"><strong>Tel. 06 6876543, [</strong><a href="http://www.casadellamemoria.culturaroma.it/"><strong>www.casadellamemoria.culturaroma.it</strong></a><strong>]<br />
</strong></p>
<p>PRESENTAZIONE</p>
<p>Carla Guidi raccoglie, in questo volume, tutta la sua  passione per la causa della pace nel mondo. Come solito fare, la struttura  poetica di Carla si esprime attraverso vaste e consequenziali strutture  poematiche.</p>
<p>La scelta del <em>poema,</em> le deriva da una vocazione  prepotente alla sintesi intellettuale di natura antropologica; esprime in tutte  le forme a lei congeniali, di conoscenza, le tematiche convergenti su un  argomento prescelto. Il soggetto dominante in questo libro è la  pace.</p>
<p>L&#8217;autrice parte da uno dei più bei film del secondo  Novecento: l&#8217;Arpa Birmana di Kon Ichikawa, tratto dal romanzo di Michio  Tekeyama. La descrizione del film è usata dall&#8217;autrice come introduzione ai suoi  poemetti; il protagonista Mizushima, soldato e musicista, diviene il simbolo  dell&#8217;opposizione alla violenza lungo l&#8217;inferno della guerra. Il drammatico Don  Chisciotte contemporaneo è convinto che per sedare la tragedia bellica basti  &#8220;l&#8217;elegia musicale, il canto straziante ma consapevole di chi si assume in prima  persona la responsabilità sociale della  guerra&#8221;.</p>
<p>Carla Guidi, come ascoltando il suono, religioso e  metallico dell&#8217;arpa, ne segue le note ondose della colonna sonora, elenca  poeticamente i mali che compongono il corpo reale della Devastazione della  guerra: &#8220;Il corpo e l&#8217;anima venduti per poco / nelle tempeste monetarie e nei  flussi migratori, /come un inferno annunciato / nei cambiamenti climatici e nei  disastri / ambientali, previsti ed ignorati, /nelle guerre per il controllo  della terra / e di risorse vitali, stermini di massa, / schiavitù endemiche,  morti di lavoro.&#8221;</p>
<p>La poetessa con le sue sequenze di indignazione e di  dolore, continua a denunciare in tutti i componimenti, i guasti procurati dalle  prepotenze e dalla violenza dei pochi, contro le diffuse purezze dei giovani e  dei bambini: &#8220;le donne e gli animali/chiusi nella stessa gabbia, / riposti sugli  altari in effige / ma utilizzati in cucina.&#8221;</p>
<p>La costruzione dei poemi, pur essendo densa di racconto  storico, mai decorativo però, offre una vivacità di linee portanti in versi che  scandiscono gli eventi con uno stile lucido e  disinvolto.</p>
<p>Questo libro coinvolge e invita, in maniera quasi  festosa, a farsi leggere; tanto è vero che alla fine della lettura mi ha  suggerito uno slogan di gergo studentesco: &#8220;Puliamo con la pace, questa sporca  guerra&#8221;.</p>
<p>Vito Riviello</p>
<p align="left">
<p>&#8220;PERCHÈ TANTA  DISTRUZIONE&#8230;.&#8221;</p>
<p>Questo  mio libro sulla Pace vuol rendere omaggio ad un grande regista, autore di un  film che ha influenzato notevolmente la mia vita, un film che ho visto in  televisione sicuramente dopo il 1956, l&#8217;anno di produzione, ma non ricordo che  anno fosse, ero ancora una bambina. Però già da allora, si è impresso nella mia  mente, influenzando la mia vita, ponendomi domande e facendomi &#8220;sentire&#8221; cos&#8217;è  l&#8217;essenza dell&#8217;Arte e cosa veramente vuol dire rifiutare guerra e violenza;  rifiutare quella rabbia e quella paura che ancora si respirava nell&#8217;aria negli  anni &#8216;60, anche se congelata in rapporti di forza ed umana follia, appena  sepolta sotto un sottile strato di buone maniere e velate ipocrisie. Questo  mondo allora mi faceva sgomento, ero alla ricerca di una strada di  &#8220;verità&#8221;&#8230;</p>
<p>L&#8217; ARPA  BIRMANA - Leone d&#8217;Oro mancato al Festival di Venezia, è il capolavoro di Kon  Ichikawa, tratto dal romanzo di Michio Tekeyama.</p>
<p>Carla Guidi</p>
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		<title>Forestieri</title>
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		<pubDate>Mon, 12 May 2008 06:00:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Nuscis</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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     Molto tempo fa un turista prese alloggio in un paesino della costa, a poche centinaia di metri da una spiaggia straordinariamente bella, con sabbia finissima e acqua turchese.  Pagava in anticipo, il turista, giorno per giorno, avendo preferito non mettere limiti alla sua permanenza. Ogni mattina si recava in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><a href="http://lapoesiaelospirito.files.wordpress.com/2008/05/san-teodoro.jpg"><img src="http://lapoesiaelospirito.files.wordpress.com/2008/05/san-teodoro.jpg?w=128&h=74" alt="" width="128" height="74" class="alignnone size-thumbnail wp-image-4943" /></a><br />
     Molto tempo fa un turista prese alloggio in un paesino della costa, a poche centinaia di metri da una spiaggia straordinariamente bella, con sabbia finissima e acqua turchese.  Pagava in anticipo, il turista, giorno per giorno, avendo preferito non mettere limiti alla sua permanenza. Ogni mattina si recava in spiaggia indossando abiti leggeri e colorati, tra i sorrisi dei paesani che vestivano tutti, più o meno, con le stesse cose scure. <span id="more-4942"></span><br />
     Era la prima volta che qualcuno piantava un ombrellone su quella spiaggia ritenuta da molti un dono scontato. C’era chi ogni tanto osservava l’ospite di nascosto, con discrezione, sembrandogli assurdo, ridicolo che uno potesse starsene lì buttato per ore; l’avevano fermato più  volte per scambiarci qualche parola, ma il fatto di parlare lingue diverse aveva impedito il  dialogo, con imbarazzo per entrambi.<br />
     Col passare dei giorni, però, considerarono i paesani, avere in mezzo a loro uno con cui non s’intendevano, che abitava in una loro casa, passava sulle loro strade sfiorando le loro donne e i loro bambini, iniziava a dare un certo fastidio. Cominciarono così a porsi delle domande: perché era venuto a soggiornare lì e non, invece, in qualche altro paese più grande e più accogliente del loro? E come mai era venuto solo? Perché se ne stava tutto il giorno in spiaggia e non frequentava la piazza e l&#8217;osteria del paese? Perché piantava quella specie di ombrello ridicolo in quel punto preciso della spiaggia e non in altri? E molte  domande ancora.<br />
     Dopo circa un mese, il turista si congedò dalla pensione che lo ospitava togliendo l&#8217;incomodo della sua presenza. Difficile dire se si fosse accorto di non essere più gradito. Al suo posto, giunse dalla non lontana città un avvocato con moglie e due bambini vivaci e chiassosi, soprattutto nelle ore del riposo pomeridiano. L’avvocato aveva modi padronali e sbrigativi ma, a suo modo, cordiali, e tutti l’ossequiavano, anche se non dava alcuna confidenza.<br />
     L’anno seguente l’avvocato acquistò la casa dove era stato ospite; gli fu proposta la carica di sindaco, e intanto il fratello acquistò un terreno dove nacque presto un albergo.<br />
     La pessima gestione della struttura, dovuta in parte all’apatia e all’incompetenza del personale del posto, indusse a cedere dopo anni albergo e gestione ad una multinazionale che s’avvalse di maestranze straniere. La società, di lì a poco, acquistò tutti i terreni edificabili nel raggio di decine di chilometri. Dietro quegli investimenti dicevano che ci fosse un unico proprietario, un miliardario austriaco che aveva soggiornato in quei posti innamorandosene.<br />
     Dopo pochi anni il litorale era gremito di turisti di ogni provenienza. I paesani, per necessità o perché così facevano tutti, avevano dunque ceduto terreni e molte delle loro case. Del vecchio paese, con le sue caratteristiche e abitudini, in breve tempo era rimasto poco. Erano nati negozi, bar ristoranti e strutture turistiche affollati fino a tarda notte. I gestori, curiosamente, sembrava lo facessero apposta a non farsi capire dalle persone del luogo, divenute elemento di folclore coi loro balli e costumi in occasione di feste e di presenze importanti; essi si trovarono costretti ad imparare un po&#8217; di tedesco e di inglese anche per acquistare, a buon prezzo, un chilo di patate, o per raggiungere direttamente il mare tagliando per un residence, ringraziando ogni volta bagnini e vigilantes.   </p>
<p>GN</p>
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