119. L’occhio stanco di Dio

da qui

Difficile descrivere uno sparo. E’ come un lavandino che si stappa, un applauso troppo forte, l’ultimo colpo dei fuochi d’artificio.
Da qui si vede tutta la città, una striscia di colori che cerca di baciare il cielo.
Il problema è che esplode quando meno te lo aspetti: non riesci a coglierlo nell’ampiezza originaria, registri brandelli di rumore, un’eco sorda che attira l’attenzione, ma in ritardo. Continua a leggere

117. Aspettando

da qui

Sì, qualcosa è cambiato: un altro albergo senza nulla di speciale. L’esterno è un edificio bianco sulla cui facciata spiccano solo i balconcini a semicerchio; la hall è un locale giallino dove il massimo del lusso è un vaso con quattro fiori enormi (e forse finti). La camera da letto sembra avvolta nella nebbia: anche qui prevale il bianco, dalle sovraccoperte alle pareti, fino al quadro in cui i colori rappresentano una parentesi accessoria. Continua a leggere

116. Al posto mio

da qui

Yehochoua non è mai stato in una sala così ricca: pavimenti in marmo, tavolo in legno pregiato, sedie imbottite con braccioli in noce. L’uomo vestito di bianco fa gesti lenti con le mani, come volesse descrivere qualcosa.
- Per cui sono curioso di conoscerti meglio, di capire dove vuoi arrivare.
I militari si schierano con gli scudi trasparenti; sullo sfondo, oltre il muretto, la moschea di Omar. Continua a leggere