82. L’occhio di Dio

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Eravamo, dunque, sempre alla ricerca della chiave, del punto di passaggio per accedere a uno strato più profondo di noi stessi, ben sapendo che si tratta di un cammino infinito, specchio fedele di una ricchezza inesauribile, la perla preziosa, il tesoro nel campo di cui si racconta nel Vangelo. Prendevamo coscienza del ruolo giocato, in questo senso, da una domanda rivolta al Signore, sotto molti aspetti decisiva: chi sono io per Te? Una richiesta volta a superare l’ottica perennemente insufficiente del nostro sguardo su noi stessi, viziato da complessi, sensi di colpa, distorsioni di ogni tipo. Solo il Volto Santo rifletteva la nostra identità reale, l’immagine di Dio, l’umanità coi suoi pregi e difetti, ugualmente preziosi in una sana relazione con gli altri e con se stessi. Ecco spiegata la chiave utilizzata dalla spiritualità cristiana più attendibile: essere al cospetto di Dio, non perdere mai il contatto con la Fonte di verità e di vita, pronta e riflettere il suo amore nell’intimo della persona. Era la vera indipendenza, la liberazione da ogni condizionamento fuorviante, la guarigione dallo sguardo cattivo che corrompe il sentimento di sé e di ciò che ci circonda. Mi veniva in mente l’immagine di una nebulosa singolare, detta “l’occhio di Dio”. Sì, c’era uno Sguardo, una prospettiva misteriosa, in cui ogni essere vivente avrebbe trovato la chiave della sua più profonda verità.

Claudio Damiani, Cieli celesti

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di Rosa Salvia

 

Con cieli celesti ancora una volta Claudio Damiani ci regala un mosaico di poesie narrative e ragionative al tempo stesso, allucinate e ispirate, di grande intensità, complessità e sapienza.

Il titolo è quello della raccolta più importante dell’amico poeta Beppe Salvia cui Damiani rende omaggio con una bellissima epigrafe.

Con la sua vigile attenzione al fermentare delle cose, ai loro orli, a quella luce particolare, finitima, da giorno morente già dentro la notte, che ne rivela la realtà profonda, emozionale, Damiani si apre a una disponibilità nuova all’oltranza e alla visione, che prolifera però, nella sua fedeltà a se stesso, dalle cose stesse. E’ una disponibilità anche al buio, al vuoto della Storia. Continua a leggere

L’intesa è un fatto palpabile

di Roberto Plevano
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(pezzo ospitato qualche tempo fa, con piccole varianti, nel blog di Veronica Tomassini, che ringrazio)

§ L’intesa è un fatto palpabile

Del soggiorno sul lago Luca P. conservava pochi ricordi.

E pure erano stati i primi giorni che lui e Anna G. avevano passato insieme. Era stata la prima volta che Luca P. aveva visto quei luoghi. Il primo incontro con le amiche di Anna G. (dimmi con chi vai…). La prima volta di altre cose.

I ricordi sono questi.

Camminano lungo una strada in terra battuta sul versante di una collina, sotto alti castagni, querce, robinie (purtroppo), qualche pino marittimo; il bosco conserva profumi e umidità, deve essere esposto alla tramontana, oppure il giorno è nuvoloso. A tratti appare tra gli alberi la distesa turchina del lago. La strada serpeggia e sale a una chiesetta nel bosco, pietra e intonaco giallo. Si cammina col passo rilassato di chi sta prendendo una pausa da una qualsiasi attività ritenuta più importante, senza prestare attenzione a dove mettere i piedi. Luca P. è tanto assorbito da se stesso, da quello che sente di dover dire e quello che è meglio non dire, addirittura dalla sua andatura, dalla posa, dall’intonazione della voce, dalla qualità della confidenza e amichevolezza, o piuttosto riserbo, da mostrare con le amiche di Anna P., delle quali non gli frega assolutamente niente, ma con le quali sta tacitamente negoziando un’approvazione – e che effettivamente non avrebbe mai più rivisto –, da non rendersi pienamente conto che Anna G. gode di un sostanziale vantaggio ambientale: lei è a casa sua – e non è l’unica sua casa –, e gli altri sono stati, come dire, graziosamente ammessi. È una cosa che conta. Luca P. non si accorge nemmeno che forse, forse, Anna G. potrebbe fargli intendere che lui, in quella casa, sarebbe più benvenuto di quello che le circostanze implicherebbero. Quest’ultimo punto è però rimasto, negli anni a seguire, oggetto di congettura, oltreche di eccesso di condizionali.
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Rime baciate

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La forza della vita, la pressione
del sangue che ti spinge, che consente
di aspettare, di credere che venga
qualcuno, e che séguiti a scavare,
nonostante l’assurdo, il gelo addosso,
il dubbio che sia folle continuare.
Tu resisti, resisti, non lasciare
che vinca la paura, ascolta il sangue,
la forza della vita che trascura
i dettagli, che spera, si, all’ingrosso,
eppure immaginando esattamente
la mano che ora appare, quella faccia
di vigile del fuoco sorridente,
la carezza del mondo, lì, a pregare.

Who Understands Me But Me di Jimmy Santiago Baca (USA, 1952)

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They turn the water off, so I live without water,
they build walls higher, so I live without treetops,
they paint the windows black, so I live without sunshine,
they lock my cage, so I live without going anywhere,
they take each last tear I have, I live without tears,
they take my heart and rip it open, I live without heart,
they take my life and crush it, so I live without a future,
they say I am beastly and fiendish, so I have no friends,
they stop up each hope, so I have no passage out of hell,
they give me pain, so I live with pain,
they give me hate, so I live with my hate,
they have changed me, and I am not the same man,
they give me no shower, so I live with my smell,
they separate me from my brothers, so I live without brothers,
who understands me when I say this is beautiful?
who understands me when I say I have found other freedoms?

I cannot fly or make something appear in my hand,
I cannot make the heavens open or the earth tremble,
I can live with myself, and I am amazed at myself, my love,
my beauty,
I am taken by my failures, astounded by my fears,
I am stubborn and childish,
in the midst of this wreckage of life they incurred,
I practice being myself,
and I have found parts of myself never dreamed of by me,
they were goaded out from under rocks in my heart
when the walls were built higher,
when the water was turned off and the windows painted black.
I followed these signs
like an old tracker and followed the tracks deep into myself,
followed the blood-spotted path,
deeper into dangerous regions, and found so many parts of myself,
who taught me water is not everything,
and gave me new eyes to see through walls,
and when they spoke, sunlight came out of their mouths,
and I was laughing at me with them,
we laughed like children and made pacts to always be loyal,
who understands me when I say this is beautiful?
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L’ospitalità: l’ultima voce contro il male

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di Nicola Vacca

Edmond Jabès, poeta e filosofo,  nella sua opera ha accompagnato la scrittura poetica, sempre di straordinaria  intensità, con una meditazione intorno ai grandi temi come il tragico, il dialogo, lo straniero, il concetto di ospitalità. L’autore egiziano  non ha mai smesso di  interrogarsi  sulle questioni cruciali della nostra epoca.

Nei suoi libri si trovano tutte le ragioni dell’impegno di un poeta che ha amato la lotta.

Ma sono le ragioni malvagie dell’essere umano e la sua inclinazione alla distruzione del male  i punti sui quali si sofferma il poeta non smettendo mai di pensare da filosofo. Continua a leggere

81. Tic toc

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La chiave non poteva essere che la profondità. Solo in questa prospettiva si poteva leggere il presente, appeso al filo tenue dell’approvazione altrui, della sicurezza indotta dal seguire il branco. In questo senso, non valevano più le categorie di un tempo: destra/sinistra, innovazione/tradizione; la linea di demarcazione era tra chi si accontentava di piacere al mondo e chi accettava l’impegno di ascoltare lo spirito, mai immediato, sempre esigente nel chiedere ricerca, sensibilità, ponderazione. Il discorso riguardava anche la Chiesa, che doveva scegliere tra il plauso in prima pagina dei giornali finanziati dalle lobbies, o la fatica di udire la Voce, di accedere all’Oltre, dove dimorano l’umiltà, la verità, la pace. Ricordavamo una frase letta chissà dove: “Il modo in cui gli altri ti trattano fa parte del loro cammino, il modo in cui reagisci fa parte del tuo”. Una maniera per dire che amore e libertà si declinano nella zona dove puoi essere te stesso, dove non tutti sono pronti ad applaudirti, dove corri il rischio di essere incompreso, accusato, disprezzato, ma assapori il bene inestimabile di corrispondere al progetto del Signore. Avevo scritto una sorta di filastrocca per bambini, ma che serviva soprattutto agli adulti. Era uno stile di preghiera, ma anche di atteggiamento esistenziale, per accorgersi della linfa preziosa che fluisce in noi e che possiamo trasmettere all’esterno. L’avevo inclusa nel disegno di un cuore, che portavo sempre dietro: “Tic toc, tic toc, lo senti come batte/ il cuore? C’è la vita di Dio, senti?/ Quando preghi non fare dei discorsi,/ non recitare formule svuotate/ di senso. Invece senti: tic toc, tic toc,/ c’è la vita che scorre da lontano,/ o meglio, da vicino. È un regalo/ che riempie il tuo silenzio, la tua fame/ d’amore. Fa’ che parli la Scrittura,/ la Parola donata con la vita,/ e solo allora dialoga con Cristo,/ col suo Cuore: tic tic, tic toc, Signore”.

DUE RIFLESSIONI

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(ripropongo in un unico testo, con alcune variazioni, due mie rifessioni apparse nel 2014 e nel 2015 sul mio blog, Da presso e nei dintorni, e sul sito Carteggi letterari)

I.

“Poiché i versi non sono – come crede la gente – sentimenti; essi sono esperienze”.
A suo tempo, arrivai a Rilke ed al suo “Malte” per il luminoso tramite delle traduzioni e degli scritti critici di Giame Pintor, e poi di Furio Jesi, meteore intellettuali e morali, la cui scomparsa da giovani lascia forse immaginare e rimpiangere un diverso presente. Continua a leggere

Biografie a confronto: Barack Obama e Fidel Castro

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di Guido Michelone

Nel giro di poche settimane escono dalla scena politica due figure-chiave della Storia contemporanea e della realtà internazionale, Barack Obama e Fidel Castro, ai quali l’editore Rizzoli dedica subito due biografie molto interessanti, sebbene tra loro assai diverse per metodo, svolgimento, contenuto. Continua a leggere

Vivalascuola. A Roma contro la L. 107: 21-22 gennaio

A Roma,
contro la legge 107
per la scuola

della Costituzione

Assemblea dei Comitati LIP,

22 gennaio 2017

Siamo reduci da mesi impegnativi, fortunatamente conclusisi con l’esito felice del referendum del 4 dicembre, ma anche segnati dal mancato conseguimento delle firme necessarie a celebrare un referendum per abrogare le parti più offensive della “Pessima Scuola”. In questo contesto, l’attività dei comitati Lip è stata a marce diverse: fermento e grande partecipazione di alcuni, silenzio o scarsa attività di altri. È il momento di ritrovarci e fare un punto: ripartiamo dalla/con la Lip! Continua a leggere

80. Il silenzio

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Se c’era un imbuto nella storia, un rapido precipitare nel destino, di cui già s’intravedevano gli eventi più eclatanti, così avveniva nella nostra crescita interiore, sempre più orientata verso il centro, l’essenziale, l’Archetipo del Cristo, avrebbe detto Jung. La preghiera diveniva più importante, e così l’indipendenza dal contesto, dal bailamme di persone e situazioni ingoiate dal frullato indigesto della globalizzazione. La nostra era una voce fuori del coro, ignara dei richiami all’ordine del politically correct, dei diktat sui temi da proporre, sulle linee da seguire. Noi restavamo fedeli alla traccia indicata dal Signore, mettevamo in risalto le contraddizioni di un sistema umano, troppo umano: così umano da perdere Dio, la sua presenza indispensabile al rinvenimento di un significato. La luce sprigionata nel silenzio, nel lungo tempo dedicato alla contemplazione, illuminava l’oscurità dei fenomeni sociali, politici, perfino religiosi, che ignoravano l’assoluta particolarità della fase storica in atto, il potenziale di violenza insito nelle ideologie e, purtroppo, in certe teologie aberranti, che nulla avevano a che fare col divino.
Il silenzio: era questa la parola d’ordine che sentivamo nostra; un ascolto attento della Voce che saliva dal profondo, a portare quella vita che mancava al mondo. E questa vita avremmo trasmesso alle orecchie che volevano udire, perché solo la parola che nasce dal silenzio ha diritto di essere detta e recepita, per restituire il senso perduto alla storia umana e ai suoi protagonisti.

Cento di questi libri. Daniela Tortorella dialoga con Guido Michelone

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Come posso definirla, professor Michelone, nelle sue tante attività?
“Amo definirmi scrittore, o meglio saggista. Sta per essere pubblicato il mio centesimo libro. Scrivere è una delle mie passioni. Passione appunto e professione a metà, perché il mio lavoro è l’insegnamento.

Infatti la ricordo professore al liceo classico Lagrangia di Vercelli e invece adesso so che insegna all’Istituto Cavour, ma soprattutto all’Università Cattolica di Milano dove è docente di Civiltà Musicale Afroamericana.
“Non solo, ma di Storia del Jazz al corso di laurea in Jazz al Conservatorio di Alessandria, l’unica materia umanistica rispetto alle altre che sono tutte di pratica musicale sui diversi strumenti. Continua a leggere

Kafka nel quotidiano della sua grandezza

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di Nicola Vacca

Franz Kafka ha scritto sulla condizione umana ciò che nessuna riflessione  sociologica  e politologica forse potrà mai dire.

Il termine attuale kafkianità appare come il solo denominatore comune di situazioni (sia letterali, sia reali) che nessun’altra parola permetta di cogliere nella sua essenza. Nella kafkianità la cosa più geniale è  che si trovano condensate  tutte le contraddizioni, tutte le incertezze, tutte le miserie morali del nostro tempo.

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Pensierino della sera

da qui

Che bello poter dire quello che si pensa, liberi dal mainstream, dalle pressioni delle lobbies, dai “mi piace” e dal plauso della gente. Non essere costretti a leggere “Repubblica” o ascoltare la Gruber, non rendere conto a nessuno, tranne che a Dio. Non doversi guardare le spalle, perché c’è Qualcuno che ha cura di te. La Poesia e lo Spirito è anche questo. Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?
Sì, potrà.

LA LETTERA SCARLATTA. Rivelazioni, recensioni, recuperi, rigetti, rassegne, rarità, rotture e altro di Pasquale Vitagliano

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L’ultima lettera

Giuseppe De Santis aveva intuito tutto. Aveva colto cosa si muoveva sotto la cenere dell’Italia catto-comunista. Ne dette prova con Riso amaro. Nel 1972 gira il suo ultimo film, Un apprezzato professionista di sicuro successo. Vincenzo, giovane e brillante avvocato di provincia è impotente. Tutti si aspettano un figlio. Anche sua moglie Lucetta, che acconsente ad un patto a tre. Il figlio arriverà col contributo di don Marco, amico fraterno di Vincenzo, l’unico capace di conservare per sempre il segreto. L’esito della storia è inatteso, e qui non ci interessa. La vicenda ha una forte carica profetica. Difficilmente accettabile. Ed infatti De Santis da allora venne praticamente estromesso dal mondo del cinema e della cultura.

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A rivederci, Narda

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Canzone degli addii

Ci siamo abbracciati sotto l’arco
che s’apriva nella piazza
l’addio è stato una formalità
c’era un a rivederci fra le stelle
nella notte nitida e brillante
che ci trapassava il petto

non dolore non doveri non averi
un addio senza colonne da ragionieri
così come fanno i ragazzi che
si piangono sulle spalle e s’aggrappano
alla maglia quasi forse un’ancora
dopo l’addio nel mare aperto
alle burrasche alle onde alte
allo strillo di gabbiano sgraziato
sopra il ventre azzurro
che ci volle uomini e pesci
uccelli e insetti fiori e biancospini

ci siamo abbracciati nel sonno
ancora tante volte per ritrovarci soli
in un’alba irriverente che non si cura
della tazzina sbrecciata del caffè amaro
anima mundi l’amore con dentro
tutto il dolore.

I Am Offering this Poem di Jimmy Santiago Baca (USA, 1952)

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I Am Offering this Poem

I am offering this poem to you,
since I have nothing else to give.
Keep it like a warm coat
when winter comes to cover you,
or like a pair of thick socks
the cold cannot bite through,

I love you,

I have nothing else to give you,
so it is a pot full of yellow corn
to warm your belly in winter,
it is a scarf for your head, to wear
over your hair, to tie up around your face,

I love you,

Keep it, treasure this as you would
if you were lost, needing direction,
in the wilderness life becomes when mature;
and in the corner of your drawer,
tucked away like a cabin or hogan
in dense trees, come knocking,
and I will answer, give you directions,
and let you warm yourself by this fire,
rest by this fire, and make you feel safe

I love you,

It’s all I have to give,
and all anyone needs to live,
and to go on living inside,
when the world outside
no longer cares if you live or die;
remember,

I love you. Continua a leggere