MARCO CANDIDA: “LA MADRE DELL’ISPETTORE BALTI”

di Marco Candida

La madre dell’Ispettore Balti

(testo che uscirà sul “Wall Street International Magazine” il 20 febbraio 2016)

Nella posizione di madre di un Ispettore di Polizia Laura Balti si è sempre sentita in imbarazzo. Cos’ha da spartire lei con un investigatore? Quali profili della sua personalità o quali geni suo figlio può aver tratto da una come lei? Forse la dirittura morale e un certo qual sentimento d’indignazione di fronte alle ingiustizie. Ma quanto a fiuto o acutezza di ragionamento, di sicuro non può aver preso da lei; ed esclude possa aver preso da quel mezzo rimbambito del padre, nonché suo marito ormai dalla bellezza di quarant’anni. Tuttavia, forse per questo, a settantasette anni, Laura Balti (il suo cognome è Sennetti; ma non le procura alcun imbarazzo sfoggiare il nome del rimbambito, specialmente grazie ai figli) ha accettato l’incarico di mistery shopper. Non che ne avesse bisogno. Col suo lavoro di avvocato Leardo ha messo da parte una quantità di soldi invidiabile. In più Laura proviene da buona famiglia e, ringraziando il Cielo, non l’è mai venuto in mente di sperperare denaro facendo investimenti sbagliati o scialacquandolo. Continua a leggere

Poesie di Antonella Palermo

Palermo
Inediti

Matrimonio

Cucita col filo
le viscere all’ossa i muscoli all’unghie
i piedi calcare l’ingresso alla chiesa
le dita ritornano a giocare veloci
e quei palmi tuoi grandi
si premono
bimbi
mi lavo le mani
mi infili l’anello
e mi segno Gesù in punta al mio sì. Continua a leggere

IL TERZO SGUARDO N.51: Stefano Mazzei, “La piaga. Apologia del bimbominkia”

Stefano Mazzei, La piaga. Apologia del bimbominkiaStefano Mazzei, La piaga. Apologia del bimbominkia, Firenze, Edizioni Press & Archeos, 2015

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di Giuseppe Panella*

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Che cos’è esattamente, psicologicamente e umanamente, quello che nel linguaggio corrente dei social network e anche della pubblicistica politico-giornalistica, un bimbominkia – rigorosamente con la k ? E’ un addetto (un addict – si direbbe in inglese) sistematico e frenetico, appassionato e ossessivo alla frequentazione dei mezzi di comunicazione sociali di massa. Un termine giapponese, otaku, lo designerebbe forse meglio se non fosse che i fanatici indicati con questa parola più che altro si interessano a manga, anime e altri prodotti di genere letterario-fumettistico. Né d’altronde il bimbominkia è un troll “tradizionale” e il suo interesse non è tanto quello di dare disturbo o creare sconcerto tra gli utenti dei social cui partecipa ma di invadere il campo dello schermo in maniera massiccia e opprimente. Il personaggio indicato nel titolo, comunque, è solo un ballon d’essai, uno strumento di comprensione, un punto di riferimento, un simbolo della nostra epoca disperata e apparentemente confortante. Quello di Stefano Mazzei è un tentativo di dare senso, di arrivare a una comprensione (sia pure parziale) di un fenomeno che è parte fondamentale e decisiva della psicologia contemporanea e del modo in cui si configura continuamente sugli schermi dei computer di ogni parte del mondo:

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fotografie (inediti)

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Ritrovo l’uomo nella foto del documento
creduto perso, che qualcuno nascose,
tra familiari a pane e sacramento
cresciuti. Non mi somiglia nelle pose
l’uomo che vi figura, né il suo tormento
né i suoi leggendari innesti di rose.
Ma saperlo, a volte, vicino e contento
di quel poco che gli sta per sfuggire,
a un morire non troppo consueto,
sostiene ritti se decade la materia delle cose.

Anche nelle foto erano diversi
i cinquantenni come mio padre, comunista
atavico in un tempo indefinito, persi,
ma non vinti, come altri in un ciclo
sempre a vista di natura e storia,
e felici, per poco o tanto
aver tenuto fede alla parola data
nello stesso tempo concesso.

LA LETTERA SCARLATTA. Rivelazioni, recensioni, recuperi, rigetti, rassegne, rarità, rotture e altro di Pasquale Vitagliano

image“Quo vado” senza Thomas Moore?
Perché ci piace Checco Zalone? Qualcuno potrebbe arrivare a scomodare Lutero e la Riforma protestante. E’ vecchia la tesi che gli italiani sono italiani, cioè in fondo tutti “meridionali”, a causa della mancata riforma protestante. I popoli del Nord, che l’hanno conosciuta, devono ad essa serietà, onestà ed efficienza. Come ha saputo magistralmente analizzare Max Weber in Etica protestante del capitalismo. La ragione sta nella giustificazione della nostra salvezza: la grazia per i protestanti, di cui le realizzazioni mondane sono rivelazione e misura.

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Recensioni poetiche. N°7

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di Max Ponte

In questa settima tornata di recensioni vi propongo la lettura di 7 testi, di cui un romanzo. Il numero 7 ritorna quindi. Come sempre l’analisi non valuta l’autore ma la singola opera. Inoltre ribadisco che il mio (discutibile, bien sûr) giudizio è costruttivo e non distruttivo, lontano da influenze e apologie in voga, un lavoro militante. Continua a leggere

L’insostenibile perfezione della felicità.

In Stardust Memories (1980), di Woody Allen, c’è una delle più nitide elegie alla felicità umana, racchiusa in un paio di minuti di cinema.
Il regista Sandy Bates, che ripercorre in un esplicito omaggio a 8 e 1/2 di Fellini, la sua vita, i ricordi e il presente, tra il suo mestiere di cineasta e la sua vita privata, torna ad un certo punto del film a rivisitare il suo rapporto con Dorrie, una donna instabile e affascinante, con la quale ha troncato da poco.
Nel ricordo di Sandy c’è in particolare, quello di un pomeriggio, a casa con Dorrie.
Non era successo niente di particolare. Continua a leggere

31. L’ebbrezza del volo

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Si entrava nel mistero. Quelle albe, che avevano scandito il nostro tempo, continuavano a irradiare una luce che splendeva nel segreto di un cuore più incline all’umiltà. Comprendevamo meglio la pedagogia del Cristo, l’Unto venuto per servire, per lavare i piedi, come solo dagli schiavi era lecito pretendere. Toccavamo con mano le vie di Dio, che non erano le nostre, i suoi pensieri, così lontani dai pensieri del mondo. Gli altri dubitavano ancor più della riuscita: vedevano il gruppo dirigente convinto di tenere in mano le leve del potere, le gerarchie impermeabili al benché minimo segno di ripensamento, e radicate nell’intento, per nulla mascherato, di ribadire lo stato delle cose. Ma noi sapevamo che, per il Signore, sarebbe stato facile minare il castello di carte del sistema. Fissavo gli occhi negli occhi di Gesù: la sua calma sovrana mi persuadeva che l’agitazione, l’impazienza, non avevano ragione di esistere, anzi, apparivano ridicole, o patetiche. Cristo era il centro del cosmo, il Punto Omega verso cui tutta la storia si orientava, in modo irresistibile. Mi sentivo attratto in un campo di forze da cui mi lasciavo trascinare, mi aggrappavo alle sue ali onnipotenti provando, per la prima volta, la sobria ebbrezza del volo.

Poesie su dipinti. Maddalena, di Georges de la Tour

de la Tour
di Lucetta Frisa

Meditare davanti a oggetti chiusi
l’apertura del mondo:
uno specchio un teschio il mio corpo
in mezzo alla notte della stanza.
Il teschio e l’occhio per incantamento
si fissavano immobili allo specchio
mentre cadevano i miei lunghi capelli.
E lentamente smemorando i nomi
le cose allusero ad altro
la notte simulò un buio più vasto.
L’aria si accese e vibrando mutava
le certezze visibili in ombre
che tornavano in luce inconosciute
al buio ritornando, se ardevo il tempo
in trasparente polvere d’aria-

e fui solo uno sguardo nello spazio.

Manzoni e la misericordia

Innominato
Nell’anno santo dedicato alla Misericordia

di Augusto Benemeglio

1. Chi legge Manzoni?

Questo è il mio terzo “recital” sulla figura di Alessandro Manzoni e riguarda, non a caso, il tema centrale del romanzo , quello della Misericordia, che è il tema dedicato all’anno santo che stiamo vivendo. Ma nel far rivivere i personaggi cardini dei promessi sposi , Lucia, l’Innominato e il cardinale Borromeo , ho pensato anche ai versi di altri poeti atei , o di confessioni religiose diverse , come Caproni, Rumi, Gandhi, Meideros e Max Ehermann, o alle parole dello stesso Papa Francesco, grande estimatore del Manzoni, che garantiscono quell’ ecumenismo necessario per raggiungere una vera pace. Continua a leggere

Daniele Pietrini, Il fortino dell’invisibile

Daniele
Caro Daniele,
grazie per Il fortino dell’invisibile, la conferma di un’arte capace di coniugare parola, immagine e anima, oltre che musica: quella matura, e mai scontata, dei tuoi versi. Per me, uomo di fede, è un piacere soffermarmi sugli echi multipli che le pagine fanno risuonare. Come vetrate di antiche e nuove cattedrali, incorniciano scene, percorsi, labirinti su cui quotidianamente si posa il mio sguardo di prete e letterato. Continua a leggere

SUL TAMBURO n.12: Evaristo Seghetta Andreoli, “Morfologia del dolore”

Evaristo Seghetta Andreoli, Morfologia del doloreEvaristo Seghetta Andreoli, Morfologia del dolore, con una nota di Carlo Fini, Novara, Interlinea, 2015

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di Giuseppe Panella

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Scrive Carlo Fini nella sua bella nota critica che introduce al volume di Evaristo Seghetta Andreoli che la natura poetica della scrittura di questa nuova silloge del poeta aretino è autenticamente articolata su un’esigenza di semplicità, di canto modulato senza artifici retorici ma riconnessi e ricondotti ad unità a partire da un momento di espansività sentimentale che si traduce in parola e poi in verso:

«Appare opportuno mettere in evidenza che l’autore si propone immediatamente come poeta di natura, anche se nella filigrana dei suoi versi è agevole rintracciare una cultura vasta e intrinsecamente fondata sui classici latini e greci, pur confrontandosi con la poesia contemporanea italiana e contemporanea. Siamo di fronte a una intonazione melodica che assai poco risente del linguaggio lirico corrente. I versi sono, di norma, brevi, sillabati, densi di espressività. Quella che è stata definita la “semplicità” di Evaristo è un modo autentico, quindi originale, di canto. Nella raccolta si avverte un continuo elevarsi del tono e dell’impronta: all’approfondimento interiore fa riscontro un linguaggio asciutto e chiaro, quasi che il poeta abbia trovato una via maestra per toccare il mondo, i sentimenti e le cose con originale e inconsueta misura»1.

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Caterina DAVINIO, Fatti deprecabili, ARTeMUSE. Nota di Narda FATTORI

copertina Fatti deprecabili

  

I fatti deprecabili di cui parla Caterina in questa pubblicazione antologica delle sue poesie appartengono alla sua adolescenza, alla sua giovinezza, ad alcune scelte compiute in seguito. I testi coprono un arco temporale di oltre vent’anni, dal 1971 al 1996 e sono disposti quasi cronologicamente, sebbene la Davinio tenti una sistemazione esistenziale e contenutistica e suddivida l’abbondante materiale in cinque sezioni ciascuna votata alla comunicazione quasi diaristica di squarci autobiografici, di mete raggiunte ma sempre insufficienti a placare la sua irrequietudine.

La Davinio prosatrice ci aveva mostrato angoli oscuri e visionari dell’esistenza dei personaggi, del loro perdersi lungo percorsi non definiti, le angosce tradotte in eventi, gli eventi forieri di angosce, le derive verso un nulla mistificato.

Qui troviamo la nostra scrittrice alle prese con un materiale che è duttile sotto le sue dita: la poesia è onnipresente, le appartiene come un arto e spesso la sorregge quando il cammino è buio e periglioso. Continua a leggere

Tra me e lui, di Elisabetta Bordieri

Venezia
Strano come si possano assemblare parole scrivendo di passione e mistero con una maestria tale da riuscire a calibrare le astrazioni della mente e poi non essere in grado di dare loro foggia e ossatura nell’esatto momento in cui dovrebbero saper carezzare la pelle appena conosciuta e incontrata. Strano come lui sia stato capace di farlo. Ma cos’è strano e cos’è normale? Continua a leggere

30. Valeu a pena?

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Intanto, dal mio tavolo, sparivano tutti i commensali. Mandati in altri lidi, uno dopo l’altro, per motivi diversi, ma portando, per me, allo stesso risultato: il fantasma di un’aspra e imbarazzante solitudine, additata come effetto delle mie visioni. Ricordai la scena del Calvario, pietosamente riempita di figure nel Vangelo di Giovanni ma, nella versione di Marco, testimone del perfetto isolamento del Cristo tra i suoi crocifissori. Mi venne in mente l’essere soli nelle Lettere a un giovane poeta, di Rainer Maria Rilke, dove tale condizione viene vivamente consigliata come chiave per sondare il profondo e trovarvi le perle preziose della vera identità. Avevo preso l’abitudine, da tempo, di ascoltare in rete un capitolo al giorno del Vangelo: quella volta mi trovai di fronte la descrizione marciana della passione e morte di Gesù. Sentivo le parole e guardavo l’immagine ricostruita dalla Sindone, con lo sguardo luminoso, fisso su di me. Mi tornò alla memoria una frase che avevo incontrato di recente: se Dio ti sembra lontano, indovina chi si è allontanato. Tutto convergeva nell’offerta, il centro del Progetto, il peso di cui lei si caricava con eroica fedeltà, nonostante gli impulsi contrari della sua natura. Valeu a pena? Tudo vale a pena se a alma não é pequena. I versi di Pessoa suonavano calzanti in quest’angolo di tempo in cui ogni fatto, ogni parola diventava attesa, in cui ogni istante poteva rivelarsi decisivo. Mi scrisse un amico, dicendo che il Papa pregava col rosario che avevo benedetto. Segni che scendevano nel cuore come lo sguardo di Gesù, come il Vangelo della passione e morte di Colui che stava realizzando il suo Disegno.

Poesie per un no, di Roberto Rossi Testa

Roberto
Quando T.S. Eliot diede alle stampe la versione definitiva di “The waste land” aggiunse alcune pagine di note esplicative per ciò che nel testo poetico non era di immediata evidenza (e ce n’era parecchio!). Anche “Poesie per un no” di Roberto Rossi Testa, edito da Avagliano, contiene numerosi richiami, dotti e ghiotti come quello citato in postfazione sul funerale di Averroé o come quello che credo di cogliere nell’ultima poesia del libro, dove mi par di leggere in trasparenza il mito gnostico di Sofia, caduta dall’iperuranio degli Eoni fin quaggiù e rimasta imprigionata nella materia. Continua a leggere

“E noi non smetteremo mai di esplorare”. Per Roberto Rossi Testa. Di Anna Maria Curci

Roberto
È strana, questa epoca. Da un lato sembra ridurre la comunicazione a ciancia insulsamente riecheggiata, a sfoggio vano e sordo, dall’altro rende possibile una conversazione ampia e profonda, ancorché a distanza, con interlocutori che diventano veri e propri compagni di strada. A pensarci bene – e i carteggi dei ‘tempi andati’ lo dimostrano – tale conversazione non è tanto resa possibile dai mezzi telematici, perché a realizzarla nella sua pienezza sono doni, tanto semplici quanto grandi, di umanità; sarà allora più corretto dire che quest’epoca facilita lo snodarsi, come un cammino fatto per scelta, di una via fatta di dialogo e reciproco ascolto. Continua a leggere

Le tre negazioni

RossiTestano

di Nicola Vacca

Roberto Rossi Testa si definisce un poeta che dà testimonianza di ciò che si svolge. Le sue poesie nascono dallo sconforto o dal dispetto causati da un diniego o al fine di provocarlo.

Il degrado e il pantano nel quale siamo finiti meritano un atto di resistenza  che non può non venire dalla poesia, che con posizione ferma  deve lanciare nel proprio tempo un fermo e deciso “no” agli scenari di disfatta che avanzano.

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Arrivederci, Roberto

Roberto
Roberto Rossi Testa ci ha lasciato. Mi ha telefonato Lidia, la compagna di una vita, stamattina, intorno alle otto. Sono rimasto incredulo: l’avevo sentito un paio di giorni prima, con la voce flebile ma ferma, lucida, come tutto in lui è stato sempre attraversato da una sonda nitida e precisa, disincantata e calda, affettuosa e spietata, come se la vita umana fosse davvero quel coacervo di contraddizioni da tenere insieme che i saggi descrivono nei libri entrati nella storia, a cominciare dalle Lettere di Paolo: la carne e lo spirito, il peccato e la grazia, l’intelligenza e la passione, l’ombra e la luce. Roberto, come il Leopardi da lui tanto amato, non si è fatto illusioni su quella che chiamiamo la natura umana: l’ha guardata in faccia con coraggio, raccogliendo il guanto della sfida, non sottraendosi mai alle sue provocazioni, che su questo suo e nostro caro blog trasfigurava e rendeva durature in forma di apologo. Con lui avevo un dialogo serrato: ogni giorno ci inviavamo una mail con un commento ai fatti del giorno, ai temi più scottanti, ai nodi che impegnavano noi e l’umanità in una lotta a volte sfiancante con la logica, l’etica, la fede. A un certo punto mi è sembrato strano non vedere il suo nome nella posta in arrivo: era un rito, un’abitudine, una di quelle certezze che fanno della vita un luogo famigliare, tenero, sicuro.
L’ultimo apologo narrava di un incontro in treno tra viaggiatori pendolari. Quello che potremmo definire il suo interlocutore lo interpella con parole che starebbero bene, credo, sull’ultima dimora di Roberto:

Lei segue quella che viene ufficialmente indicata come la strada maestra, che poi non ha mai insegnato nulla di buono a nessuno ed è la strada dei fessi; e vuole per di più seguirla insieme agli altri, avendoli a cuore, quasi potesse costituire per loro un esempio, un incitamento: con il piglio di quei capipopolo di un giorno che hanno il collo che sembra fatto apposta per essere tagliato il giorno dopo sulla pubblica piazza.

Roberto è stato questo: uno che ha creduto fino in fondo nella strada maestra, che viene dai più considerata la strada dei fessi; e ha voluto seguirla insieme agli altri, avendoli a cuore, quasi potesse costituire per loro un esempio, un incitamento. Mi verrebbe da replicare all’infinito queste che sono tra le sue ultime parole scritte, quasi un testamento da dedicare alle persone che ha amato, a Lidia, a noi amici del blog, a voi lettori, che avete condiviso con il cuore, oltre che con la mente e la cultura, le sue Provocazioni. Lascio ad altri il compito di celebrare il Roberto poeta e traduttore. Io mi limito a concludere, qui, quello che me non è un addio.

Mi è testimone la terra: un dialogo a tre voci

Prisco Tini Genti FOTO
Le poetesse Francesca Genti e Milena Prisco discutono il libro di Francesca Tini Brunozzi

a cura di Guido Michelone

Genti. Mi è testimone la terra è un poema con una struttura molto coesa e con una divisione in tre parti, di cui la prima speculare alla terza (quella centrale è una sorta di intermezzo). Il tema principale è la morte e i morti: si tratta di una poesia-confessione perché parla dei morti sparsi come in una rete cosmica in cui sono pronti a dialogare; e quindi nel libro è protagonista sia la morte come assenza sia in qualche modo l’assenza quale elemento che modifica il rapporto dell’interlocutore, con un’idea di metamorfosi continua. Si tratta inoltre di un concetto di tempo circolare, la morte come una tappa, con un’idea buddista, dal momento che l’Autrice da alcuni anni ha abbracciato la filosofia buddista: del resto anche il titolo è una parafrasi di una frase del Buddha. Continua a leggere