La favola bella


Ci sono cose dell’altro mondo. Anche in senso stretto. Cose che fatichiamo a comprendere, di cui è problematico afferrare la portata, al punto da sembrare favole, illusioni. Pensiamo all’incarnazione di Cristo: a chi pare possibile che un Dio si faccia uomo? Che sia concepito per opera dello Spirito Santo? Che un Dio, dunque, si possa guardare, toccare, che si possa parlargli faccia a faccia? Eppure è vero. Ci sono due atteggiamenti possibili al riguardo: un’alzata di spalle, come fanno in tanti – salvo, primo o poi, trovarsi a fare i conti con una insospettata verità -; o un grazie iniziato la mattina e finito la sera, prima di dormire. Grazie, Gesù, perché ci hai regalato la favola più bella; e perché, come scriveva Calvino, le fiabe sono vere.

Raffaela Fazio legge “Figure d’ombra”, di Francesco Dalessandro.


[foto di Dino Ignani]

Dimensione composita, l’ombra dei personaggi che abitano queste pagine è loro provenienza e destino, è loro essenza e condizione.

Ombra è il non-luogo, il silenzio da cui emergono e a cui fanno ritorno dopo aver raccontato se stessi. Ma ombra è anche la loro consistenza, labile e al contempo più reale del reale, come attori che si affacciano al proscenio per dar voce, amplificandolo, a un sentire universale. Più ancora, ombra è il loro stato di “esiliati”, se esilio è ogni sofferta lontananza da ciò che ci è caro. Continua a leggere

Nell’amore


Per chi preghiamo? Se il Signore è vicino, è il nostro confidente; se davvero è un intimo nostro, se è, come vuol essere, uno di famiglia, che bisogno c’è di chiedere per noi? Ai nostri problemi, ai nostri impegni, ci pensa di sicuro. Molto meglio pregare per gli altri: per i vicini, i lontani, per tutto il regno da ricapitolare in Cristo, come dice san Paolo: se non arrotolo la pergamena intorno al capitulum, alla kefalé, al Primo e l’Ultimo, l’Inizio e la Fine, è poca cosa che a me vada bene: ci salviamo insieme. Come diceva Solov’ev: nell’amore, tutto è collegato.

Marina Massenz, Né acqua per le voci

E’ uscita la nuova raccolta poetica di Marina Massenz Né acqua per le voci (Dot.com Press 2018). Segnalo due presentazioni, alle quali sarà presente l’autrice: giovedì 24 maggio alle ore 21.00 presso il Bezzecca Lab di via Bezzecca 4, a Milano (tel. 02.86.89.44.33) (presenta Vincenzo Frungillo); martedì 12 giugno alle ore 21.00 presso la Libreria Popolare di via Alessandro Tadino 18, a Milano (tel. 02.29513268) (presenta Giorgio Morale). In questa occasione Graziella Reggio parteciperà con alcune sue opere fotografiche attinenti tematiche del libro. Propongo di seguito tre poesie della raccolta. Continua a leggere

La sostenibile leggerezza


Fatichiamo a capire i livelli della fede: esterno e interno, rito e sentimento, contemplazione e azione. Da una parte siamo chiamati a percepire, a lasciarci coinvolgere, dall’altra recitiamo formule, compiamo gesti che sembrano meccanici, ripetitivi. Il segreto, invece, è proprio qui: un piano aiuta l’altro, la preghiera vocale succede alla contemplazione, la voce al silenzio, il movimento alla stasi. È questo andirivieni che rende possibile la leggerezza, che ci fa volare.

Sacrificio, di Andrea Carraro


di Fabrizio Centofanti

“Sacrificio”, di Andrea Carraro, edito da Castelvecchi, parla di droga, ma ha catturato anche me, che in vita mia mi sono fatto mezzo spinello, a esagerare. Qui c’è molta umanità, e molta scrittura: Andrea sa maneggiare entrambe, e non sempre è dato godere del connubio. Continua a leggere

Il piacere e l’anima


C’è una differenza tra il mondo e Dio. Tutto sta a capire dove sta lo scarto, l’anello che non tiene. Trovato quello, comincia il cammino. Il punto è che il mondo cerca il piacere, Dio, invece, la gioia. Come passare dall’uno all’altra? Non è facile, perché il piacere crea dipendenza: pensiamo ai vizi della lussuria e della gola. La chiave è sentirsi raggiunti dall’amore della croce, di Uno che, per te, è morto in croce. Basta anche un istante per cambiare direzione: è il santo viaggio dalla terra al cielo, dal materialismo alla scoperta che l’anima esiste veramente.

Il Natale del 2012

di Arturo Belluardo

Il mare esplode.

Scaraventa flutti e cavalloni sulla scogliera.

E’ grecale, maestrale, tramontana, libeccio, il sapere antico di distinguere i venti dalla cengia delle onde non mi appartiene: se affondo un dito in bocca e lo espongo alle correnti grondante saliva, gela ovunque e non mi dà indicazioni.

Vorrei vedere adesso i grandi marinai esperti, gli svelatori dallo sguardo socchiuso a valutare queste onde: impazziscono da tutti i lati, sotto costa una lastra bianca di schiuma.

“Sembra ghiaccio” mi dice mia figlia, il dreadlock solitario che volteggia nel vento, le lunghe ciglia socchiuse alla meraviglia del mare violento.

Il mare esplode.

Le onde si spaccano sulle rocce calcaree in boati, deflagrano in scoppi salini che atterriscono, la pelle ti si arrotola sulla carne, i peli si strinano, la barba è macchiata di sale anche se siamo in alto, al sicuro tra la nepitella e la cicoria selvatica, tra i sacchi sarbaggi e la sinapa, tra la borraggine e l’origano. I cespugli di mirto stanno per decollare, voleranno in Sardegna e mani sapienti di pastori, isolani come noi, ne faranno elisir di oblio, di memoria perduta. Continua a leggere

Il tonfo

Il tonfo della croce nella buca: è una delle immagini più belle che Gesù comunica a Gabrielle Bossis, mistica del Novecento. Quando le anime prigioniere dello Sheol sentirono il rumore, trasalirono di gioia. Una gioia percepibile solo da coloro che il Cristo chiama amici. Riusciamo a comprendere che cosa poté significare, per Lui, essere condannato a morte, e a quella morte? Proviamo a sentire il tonfo del legno nella buca, scavata dai carnefici; cerchiamo di capire se anche noi potremmo essere colti dalla gioia che il mondo non conosce: l’essere amati fino a questo punto.

IL TERZO SGUARDO n.55: Carlo Bordoni, “Il paradosso di Icaro ovvero la necessità della disobbedienza”

Carlo Bordoni, Il paradosso di Icaro ovvero la necessità della disobbedienza, Milano, Il Saggiatore, 2018

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di Giuseppe Panella*

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Il progetto che Carlo Bordoni persegue da tempo, con pertinacia, solidità teorica e storica e si direbbe anche con un certo accanimento terapeutico, è l’analisi della fine o dell’annientamento della Modernità (in ciò accomunato dalle ricerche e proposte del suo maestro Bauman). Il paradosso di Icaro ovvero la necessità della disobbedienza è una ricostruzione circostanziata e attenta dei vari aspetti che contraddistinguono il tentativo degli uomini di andare al di là dei propri limiti per riuscire a superare quella hybris che pare attendere i trasgressori di essi una volta varcate le “colonne d’Ercole” delle loro possibilità, intraprendendo il “folle volo” (la citazione è d’obbligo) verso un mondo nuovo, pericoloso e ancora misterioso e inesplorato, incomprensibile e spesso presentato come termine finale della corsa dell’umanità. Le cinque figure mitologiche che Bordoni ricava dal vasto repertorio della cultura greca delle origini della civiltà occidentale (Hybris, Koros, Theios Aner, Aion e Nemesis) scandiscono altrettanti passaggi nella storia della Modernità che rischiano oggi di perdersi nel mare magnum dell’”interregno” che che l’umanità sta vivendo in attesa di una nuova prospettiva di rilancio delle proprie prospettive esistenziali, sociali, economiche e politiche. La figura che mi sembra più interessante delle cinque enucleate da Bordoni è certamente quella legata al Tempo, Aion, protesa com’è sull’orlo di una memoria (storica e propositiva) sempre più labile e in attesa di una trasformazione della soggettività che parrebbe spingere il pedale del mutamento fino ai suoi limiti estremi:

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Il roveto


È difficile mettere insieme timore e confidenza. Dio è grande, maestoso: come non provare soggezione? Eppure, nello stesso tempo, è buono, amorevole, misericordioso. Il segreto, ancora una volta, è il simbolo, la capacità di collegare, l’unione degli opposti. Nella Bibbia c’è un’immagine che illustra questo: il roveto ardente. Brucia senza consumarsi. Cristo è il Dio che abbaglia e intimorisce, ma il suo abbraccio risuscita e rigenera.

Educazione sentimentale #8

di Giovanna Menegus

Kazimir Malevic_Quadrato nero_1915

Antonio Sparzani ha chiesto ai collaboratori di La poesia e lo spirito un testo sulla propria educazione attraverso i libri: in altre parole quali letture abbiano segnato la nostra vita nel modo indelebilmente “sentimentale”, ovvero totale, delle esperienze della giovinezza.
Come era nelle intenzioni, l’invito e la domanda mi hanno fatto mettere a fuoco
andando magari fuori temaalcune cose significative spero non soltanto a livello personale.

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I libri non sono un autore, un romanzo, un poema: sono la lingua, che è più grande dei singoli autori, romanzi e poemi e li contiene tutti. Per questo i dizionari sono da sempre i libri che più mi affascinano: nel senso di iperlibro, ipertesto prima che la parola ipertesto venisse coniata e prima di Borges, tesoro (in alcune lingue il vocabolario si chiama tesoro, tesoro di parole: Thesaurus, Wortschatz…). Continua a leggere

Aut aut


C’è un libro di Sören Kierkegaard intitolato Aut aut. Tratta della scelta, che prima o poi si pone, tra l’estetica e l’etica. Fare ciò che mi piace o ciò che devo. Dal punto di vista cristiano, il dilemma si potrebbe rendere così: vivere per sé o per Dio; cercare la soddisfazione personale o lasciarsi guidare dallo zelo per il Regno dei Cieli; scegliere tra l’egoismo e l’amore. Le definizioni si possono moltiplicare, ma il senso è quello. Meno scontato è il fatto che, se optiamo per Dio, l’altro e l’amore, bello e buono convergono: la vera bellezza, come aveva intuito Dostoevsky, è quella del bene e della verità, in barba a Lucifero e a tutti i portatori della falsa luce dell’io.

Frammenti di Cinema # 3

Il mito di Icaro è molto presente nel cinema. Tre film, in particolare, lo richiamano offrendo una efficace chiave di lettura della realtà. E non solo. Coprendo un arco temporale di quasi 40 anni, confrontandoli possiamo vedere come sia storicamente cambiato il modo in cui ci rappresentiamo, singolarmente e all’interno della società.

Negli anni ’70 la società va capovolta. Se non riusciamo a farlo collettivamente, resta l’atto di ribellione del singolo individuo. Al limite estremo, bisogna fuggire via. E’ quello che tenta di Brewster McCloud  nel film di Robert Altman Anche gli uccelli uccidono. La rivoluzione è già diventata materia per etologi oppure argomento di cronaca nera. Non resta che  l’auto-produzione della propria liberazione. L’esito però è scontato e l’epilogo crudele. La società è più forte. Nel finale felliniano all’interno dello stadio la caduta in volo di Brewster McCloud diventa (profeticamente) parte dello show.

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Orecchie


Quante volte passiamo davanti a una chiesa? Avete già capito cosa intendo. Se Gesù fosse il nostro confidente, non mancheremmo di entrare, di fermarci a fare quattro chiacchiere: un amico può ben dirci qualcosa d’importante. Invece no, tiriamo dritto, non abbiamo tempo. C’è sempre altro da fare, se si tratta di Dio. E poi ci lamentiamo se Lui non ci risponde, se sembra lontano, o che abbia altre cose a cui pensare. Vi ho chiamato amici, ha detto Gesù: ma noi facciamo orecchie da mercante.

Tre poesie di Fernando Bandini

di Roberto Plevano


Fernando Bandini ci ha lasciato il giorno di Natale 2013, appena un paio d’anni dopo un altro suo socius di poesia, Andrea Zanzotto. Scriveva poesia fin dalla prima metà degli anni ’50, Pianeta dell’infanzia (in Nuovi poeti, Vallecchi, Firenze 1958) è stata la prima raccolta di una produzione continuata fino agli ultimi giorni con diligenza di abilissimo artigiano.

A me piace immaginare che l’ispirazione a scrivere gli sia venuta in quelle serate in cui Goffredo Parise, di poco più vecchio, leggeva agli amici le pagine appena abbozzate di quello che doveva diventare il suo primo romanzo. Fernando, come raccontò molto più tardi, ascoltava in silenzio, pensando che quel compagno di flânerie aveva la stoffa dello scrittore vero. L’infanzia e il sogno in una città di provincia, Aznèciv (la Vicenza della memoria, degli affetti, delle disillusioni: “nome a specchio dello stagno del cuore”) vista come dai tetti, con un occhio prossimo alla vista degli angeli.

mentre già scorgo l’ultimo angelo che laggiù
all’imboccatura di una stretta convalle
dei Berici fa il conto dei miei anni.

Mi grida di lontano: «Perché ti affanni
a correre? C’è il vuoto alle tue spalle,
il fantasmi di Aznèciv non t’inseguono più».

(tratto da Dietro i cancelli e altrove, Sirventese in forma di bolero sugli angeli superstiti di Aznèciv)
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Frate focu


A chi gli chiedeva cosa avrebbe portato in salvo dalla sua casa in preda al fuoco, Jean Cocteau rispose: il fuoco. Anche Gesù dice d’essere venuto a portare il fuoco, e che è angosciato, finché non sia acceso. Bernanos l’aveva capito, se fa dichiarare al suo curato che il problema delle anime infernali è la mancanza di comunicazione vitale: sono come pietre fredde, dice. Giovanni della Croce parlava della fiamma viva d’amore. Francesco d’Assisi prediligeva anche lui questo elemento, se nel suo Cantico scrive: Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu, per lo quale ennallumini la nocte, et ello è bello et iocundo et robustoso et forte.
Dio è fuoco: vuole che ci uniamo a questa fiamma che brucia ogni residuo di morte, solitudine, peccato.

Poeti


Il mondo è pieno di poeti, e non è grave. Grave è che tanti si spaccino per tali, mentre ostentano sentimenti logori che contraddicono l’idea stessa di arte creativa. In un libro memorabile – “Lettere a un giovane poeta”-, Rilke traccia il profilo dell’artista autentico, quello che legge la realtà con occhi nuovi. Come aveva intuito Wim Wenders, solo un bambino vede gli angeli, il cielo, si accorge della bellezza di un’alba o di un tramonto, dei regali mai banali o retorici di Dio.