Un sorriso


Non me lo sarei aspettato, ma sorrise.
Era un tipo nevrotico, chiuso in se stesso, prigioniero dei pensieri negativi. Le labbra pendevano in giù, dando alla testa calva un’aria da luna malinconica, appesa a un cielo in cui tutto sembrava tramontare.
E invece sorrise. Lo sorpresi, all’inizio della confessione, dicendogli che lo trovavo bene, cambiato, più sereno. Fu allora che accadde il miracolo, come qualcosa di ordinario.
L’uomo stenta a comprendere il suo funzionamento.
In genere, si fissa su una parte di sé, trascurando il resto, e lascia che l’incompletezza faccia il suo decorso, alienandolo da sé. Si ostina a concentrarsi su una certa facoltà, la spreme fino in fondo, dando vita a un equilibrio traballante. Le energie si inceppano, si bloccano, vivere diventa un’impresa disperata.
Un giorno, però, scopre la presenza dello Spirito, sepolto in lui da sempre, inquilino paziente che non ha mai cercato di imporsi con la forza. Quando lo lascia agire, si accorge che tende a permeare ogni atomo del corpo, ogni aspetto della psiche, ogni manifestazione del suo spirito.
È allora che gli chiede di prendere possesso di sé, di avvolgere la sua persona e trasparire all’esterno come Luce.
A quel punto, tutto può accadere. Perfino che sorrida chi non l’aveva mai fatto in vita sua.

In cammino verso la Marca gioiosa (V)

di Roberto Plevano

Ai primi di settembre 2017 esce il romanzo Marca gioiosa, per i tipi Neri Pozza. La poesia e lo spirito ospiterà per alcuni settimane testi del materiale preparatorio.
Continuazione dell’episodio sulla riva del Rodano (Rose dal latino medievale), la tremenda impressione del mare e delle navi agli occhi di un adolescente.

Impii autem quasi mare fervens,
quod quiescere non potest,
et redundant fluctus ejus in conculcationem et lutum.
Non est pax impiis, dicit Dominus Deus.

Gli empi sono come un mare agitato
che non può quietare
e le cui acque portan su melma e fango.
Non c’è pace per gli empi, dice il Signore.

 
Tre carri sostavano sulla riva del fiume presso una grande nave nera. Riconobbi il carro di Benbenisti, quello che portava la mia roba. Alcuni uomini attendevano, uomini grandi, robusti come non avevo mai visto, vestiti di rozze braghe, la pelle più nera del nero dello scafo, le braccia grosse come quelle funi di canapa intrise di pece usate per assicurare le navi nei porti. Salutarono con rispetto Benbenisti. Grandi sorrisi di denti bianchi. Grandi occhi spalancati. Sahib… sahib…. Lui si inchinò a tutti loro, rispose con tono grave in una lingua straniera. Poi li chiamò intorno e presero a confabulare come cospiratori. Non comprendevo nulla di quello che dicevano e rimasi in disparte, preso da dubbi e inquietudini. E se costoro fossero mercatanti di schiavi? E se Benbenisti trattasse la mia vendita? E se la suggestione di andare per mare si avverasse nella forma di un viaggio in catene verso i mercati d’oriente? Quei marinai mi avevano osservato con una tale curiosità… No, no, niente di tutto questo. Uno dei marinai salì a bordo e discese con un piccolo sacco. Benbenisti lo prese e tirò fuori una forma squadrata, una specie di mattone colore dell’ocra avvolto in un tessuto leggero, lino forse. Un odore pungente, come di legno resinoso, si sparse tutt’intorno. Benbenisti aprì con cura l’involto, fiutò la sostanza e approvando la ripose nel sacco. Poi ne trasse un sacchetto di tessuto lavorato. Lo soppesò con cura. Mi chiamò. Vieni, vieni a vedere, non hai mai visto cose così. E davvero non avevo mai visto nulla di simile. Dentro il sacchetto c’era come una luminosità iridescente, lattiginosa, il lume imprigionato della luna piena. Perle, disse Benbenisti, le più pure e perfette. Magie d’oriente. Un principe faticherebbe a trovare i denari per acquistarne una. Per averne tre un vescovo baratterebbe possessioni e dignità. Tu però non fare parola con nessuno.
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Fuoco


Se fossi fuoco, arderei il mondo, scrive Cecco Angiolieri. Gesù dice lo stesso: sono venuto a portare il fuoco, e come vorrei che fosse già acceso. Le parole convergono, ma le intenzioni sono opposte.
Il predicatore dipinge le fiamme dell’inferno e san Giovanni della Croce la fiamma viva d’amore.
Tutti, in un modo o nell’altro, siamo attratti dal fuoco. Una canzone napoletana si sofferma, con immagini struggenti, su una farfalla attirata dalla lampada, da cui rischia ogni volta di essere bruciata, come il poeta dal suo amore.
La vita è un’arma a doppio taglio: è un bisturi che salva o una lama che uccide.
Il fuoco, dunque, si divide equamente tra inferno e paradiso. A decidere, credo, è una domanda presente nel Diario di un curato di campagna, di George Bernanos: come potrei essere felice se il mio migliore amico soffrisse nell’inferno? Risposta: chi è realmente amico non finisce all’inferno, perché lì ci sono solo pietre fredde, insensibili.
Aveva ragione Gesù: l’unico fuoco vero è quello dell’amore.

Il mare è il mare


Da bambino è tutta un’altra cosa: vedi il mondo per la prima volta, le sensazioni sono vive, nitide, non contaminate da alcun pregiudizio sociale o culturale. Una montagna è una montagna e il mare è il mare. Soprattutto, non si tratta di frammenti separati, non sono i fine settimana degli adulti, impegnati a cancellare lo stress del lavoro, l’incompatibilità con i colleghi, l’insoddisfazione della vita. In questo modo, la realtà è sempre antagonista, ogni luogo combatte con un altro, prende il sopravvento o ne è sconfitto. Il dolore che avvertiamo ha a che fare con lo sgretolamento degli atti e dei pensieri, con un puzzle esploso che è arduo ricomporre. Siamo ostili con gli altri perché siamo nemici di noi stessi: ogni parte è in guerra con un’altra e non sappiamo nemmeno per quale di esse parteggiare.
Il bambino non funziona così: vede un albero e d’istinto si avvicina, lo accarezza; parla con un fiore, chiama amiche cose che si odiano, come canta Lorca.
Come riattingere questa condizione?
Gregorio Palamas, teologo e mistico del quattordicesimo secolo, ritiene che l’essenza della preghiera sia l’unione dell’essere con il suo Creatore. Ciò avviene “quando le sue azioni vanno oltre le passioni e i pensieri passionali, mediante l’ardente contrizione. Finché la mente è soggetta alle passioni, l’unione con Dio non è possibile”. Aggiunge che il credente, “nella misura in cui rifiuta i pensieri passionali, acquista la contrizione. In proporzione alla contrizione riceve il conforto misericordioso e, permanendo con umiltà in questi sentimenti, riuscirà a trasformare la parte concupiscibile dell’anima”.
Dunque, per tornare bambini, basta pentirsi dei peccati. In quel momento, la montagna è di nuovo la montagna, e il mare è il mare.

Lettera a Dio


Caro Dio,
ti scrivo per parlarti della rambla di Barcellona, del furgone che è piombato sulla gente provocando quattordici morti e ottanta feriti. Tu lo sapevi che in quel giorno, a quell’ora, sarebbe accaduta questa cosa. Lo sapevi perché sei fuori del tempo, e nell’eternità tutto è presente, nulla può sfuggire al tuo sguardo luminoso, che rendevano con l’immagine di un occhio all’interno di un triangolo.
Non so perché hai permesso che accadesse questa cosa, che un uomo morisse davanti alla compagna e ai suoi bambini, che altre tredici persone volassero sull’ultima giostra della loro vita.
Nella mia meschinità, mi verrebbe da chiederti perché quel furgone non si sia schiantato poco prima, senza far danni, o perché un ictus mortale non abbia inchiodato il terrorista, prima di compiere la strage.
Siamo senza parole. Anzi, come vedi, le parole ci sono, ma assomigliano alla polvere alzata dal pulmino, ricadono per strada, mescolate col sangue dei turisti, della gente che senza una precisa ragione si trovava là, all’appuntamento con la morte.
Se lascio ancora libere queste parole di polvere e sangue è perché credo che darai loro un senso.
Sono convinto che tu non fossi nel mezzo assassino, occupato in quel momento da un demonio, ma che vegliassi nel cuore di Bruno Gulotta e dei poveri cristi che passeggiavano più o meno felici nella rambla, il 17 di agosto alle ore 17. Ti sei identificato, infatti, nei poveri, nei sofferenti, negli stranieri, nei malati.
E sono certo che di tanto dolore qualcuno dovrà render conto. Così come della fine di Niccolò Ciatti, ucciso in discoteca di fronte a centinaia di spettatori con lo smartphone in mano.
Allora, in quel giorno, tra la folla immensa del giudizio, qualcuno chiederà, anche a nome degli altri: perché abbiamo permesso che accadesse questo?
E finalmente avremo la risposta.

111. Respiro


Entravamo nel dolore della gente: potevamo farlo, perché ci venivano forniti gli strumenti che consentivano di accoglierlo e gestirlo, l’impresa più difficile per un essere umano. La presenza di Dio era il farmaco miracoloso che permetteva di guardare in faccia le sfumature infinite della sofferenza. Il male, da solo, uccide: non era raro confessare qualcuno che sentiva di non farcela, che si diceva in procinto di togliersi la vita. Io rimanevo in silenzio: non volevo dare l’impressione di ritrovarmi la ricetta pronta, di estrarre un asso dalla manica come un baro qualunque. Ma poi, senza parere, lasciavo affiorare quello che, per noi, era l’unico antidoto all’odio per la vita.
Avevamo riscoperto la preghiera del cuore: Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me. I Padri della Chiesa sostenevano che non era sufficiente ripetere vocalmente o mentalmente questa formula: bisognava collegarla al respiro, al battito del cuore. Così l’invocazione diventava un atto spontaneo, naturale, indispensabile come respirare.
In questo modo, quando la gente arrivava col suo carico, a volte insopportabile, comunicavamo il soffio dello Spirito, una sorta di rianimazione in cui si toccava con mano l’impossibile fatto possibile.
Mi ricordai che queste ultime parole erano quelle che Lorca utilizzava per definire la poesia. Ancora una volta, arte e fede convergevano, come se la chiave fosse sempre e comunque la bellezza.

Una domanda


La mia stanza è piena di sorprese. Stando seduto al tavolo, se mi volto leggermente a destra, vedo un bicchiere bianco e verde colmo di rosari e altri oggetti religiosi. Sul lato visibile c’è una scritta che non ammette repliche: “He will send his angels to watch over you”. So di avere l’angelo custode, e spesso invoco San Michele, quindi capisco perché la tazza – o il boccale, fate voi – ha resistito all’ultimo trasloco.
Dirigendo lo sguardo a sinistra, vedo un’icona che un’ex parrocchiana ha voluto lasciarmi prima di morire. Rappresenta i misteri di Cristo. Lei faceva i turni in segreteria e ci sosteneva con i tornei di carte. Immagino che dall’aldilà mi passi ogni tanto la carta giusta per battere il demonio. Del resto era un’abile giocatrice di bridge, che significa ponte.
In basso a destra, c’è una confezione di Baygon per formiche e scarafaggi. È un’arma letale, che mi suscita sensi di colpa per piccole stragi, forse inevitabili. Giorni fa, in visita a Rebibbia, discutevo con un agente di custodia sugli animali inutili e nocivi. Lui voleva convincermi che le zanzare non servono e fanno solo danni; io ribattevo che sono la cena per i pipistrelli, la cui utilità è eliminare le zanzare. Un cortocircuito da vertigini, che non mi impedisce di ricorrere al Baygon e colpire crudelmente, con un retrogusto di lacrime di coccodrillo.
Sempre a destra, ma un poco più in alto, c’è un immagine di don Tonino Bello. È appoggiato a una pila di album con foto di don Mario, quasi a indicare le fondamenta più adatte per la vita.
La foto di mio padre, invece, si regge grazie alla discografia completa di De André: l’autorità e la ribellione vanno spesso a braccetto, come facce di una stessa medaglia.
Davanti a me c’è Lui, l’unico Oggetto che non guardo, ma da cui sono guardato: non sono io che mi chiedo da dove provenga o perché l’abbia messo proprio lì. È Lui che mi sussurra: dove sei? Ed è grazie a questa sua domanda che ogni volta mi ritrovo.

Il posto di ognuno

Quasi le 8 di sera, la luce iniziava a sbiadire e anche i cassonetti della differenziata sfumavano nel grigio dell’asfalto. Svuotavo i miei sacchetti e sul finire arriva una minuta ragazza straniera con un viso dolcissimo, accompagnata dal suo bimbo. Con dita delicate ha preso a controllare se ci fosse per caso qualche contenitore con cauzione, da portare al supermercato per ottenere degli spiccioli in contanti.
Un secondo prima di risalire in macchina ho sentito un fischio di freddo dietro i lobi delle orecchie, e ho preso il portafoglio per darle l’equivalente di due Euro, così, mentre era lì a fare le vocine giocose al suo bambino. E quando glieli ho dati, mi ha preso la mano per baciarmene il dorso, dicendomi una cosa che non ho capito, piena di sorrisi, mentre il bimbo mi soffiava bacetti dalla punta delle dita e io già cominciavo a piangere.
Mi ha baciato la mano per due Euro da niente. Che vergogna infinita questo mondo dove senza meriti nasciamo nel posto giusto, solo per caso, e ci sfiliamo due Euro miseri da un portafoglio.

[Un invito di ascolto qui]

In cammino verso la Marca gioiosa (IIII)

di Roberto Plevano

Ai primi di settembre 2017 esce il romanzo Marca gioiosa, per i tipi Neri Pozza. La poesia e lo spirito ospiterà per alcuni settimane testi del materiale preparatorio.

Nella scena della foce del Rodano (Rose dal latino medievale), la tremenda impressione del mare e delle navi agli occhi di un adolescente.


Impii autem quasi mare fervens,
quod quiescere non potest,
et redundant fluctus ejus in conculcationem et lutum.
Non est pax impiis, dicit Dominus Deus.

Gli empi sono come un mare agitato
che non può quietare
e le cui acque portan su melma e fango.
Non c’è pace per gli empi, dice il Signore.

 
Il fiume a Beucaire – ecco il Rose, annunciò Benbenisti – è ampio e molle, tanto vasto che pare che la terra finisca. Per miglia intorno l’aria si fa frizzante e pizzica, effluvi di alghe e salmastro si spandono nella pianura e si mescolano con l’odore di paglia, pini e fiori di campo, col sole alto il ronzio delle api e sfrontato frinire di cicale, grilli gentili e lucciole all’imbrunire: il mare entra così nel paese della Provincia. Benbenisti disse che avremmo raggiunto la carovana sul far della notte. Oltre il fiume inizia il dominio del reame di Arelate.

Il Rose si apre sotto il castello e l’abitato. In questo suo tratto lambisce una larga spianata e l’approdo è assai agevole e comodo, così che decine di navi possono accostare, e subito scaricare e imbarcare le mercanzie. Quella sera il lento corso del fiume era una distesa di vele e vessilli che sbatacchiavano e oscillavano pigramente alla brezza calante, quando diventa più pungente l’odore del marino. Come guglie di chiese cattedrali, le vele puntute delle grandi navi da carico si ergevano a vedere il cielo, sopra muraglie multicolori di stoffe e tessuti e reti. Forme a triangolo, quadrilatere, e ingegnose combinazioni geometriche di angoli e lati, tese da alberi che armavano navi allungate, venute dai mari freddi del settentrione, imbarcazioni più ampie, catini profondi, scafi agili, solide murate scure delle navi saracine, navigli verdi e rossi e oro con le insegne di Vinegia, Pisa, Zena, Amalfi… Mai avevo visto tante navi. Era una scena meravigliosa.
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Stanze


I gusti sono un mistero senza fine. Quando sento che dalla macchina accanto proviene un ritmo assordante e sempre uguale, fatico a dargli il nome di musica. Eppure quel giovane è visibilmente soddisfatto, a volte quasi in estasi. Lo stesso ragionamento vale per le altre arti. Nel blog in cui scrivo da dieci anni, la poesia più letta – oggi si dice “più cliccata” – è Valentino. E dire che c’è il fior fiore della produzione poetica mondiale.
Non parliamo dell’architettura. Certe chiese moderne sembrano scatolette da supermercato: per coerenza, il sistema di apertura della porta dovrebbe essere la chiavetta della carne Simmenthal.
Dopo aver fatto una visita agli Uffizi, è difficile sopportare la vista di sculture moderne che ingombrano strade e piazze di città. Sembra che la bruttezza sia diventata un ingrediente indispensabile per dimostrare il genio dell’artista. O sono brutte per me?
Mi chiedo come sia possibile far collimare i gusti della gente. Prima ci si riusciva meglio: il centro storico delle città italiane mette tutti d’accordo. Si può discutere se sia più bella Santa Maria del Fiore o la Piazza dei Miracoli, ma viaggiamo a livelli oggi ineguagliabili. È un’idea mia?
Una cosa è certa: tra la nona sinfonia di Mahler e l’heavy metal c’è un abisso incolmabile. O sono io a vederla in questo modo?
La conclusione logica è che ognuno di noi si chieda, in completa autonomia: cos’è bello per me? E che ascoltiamo musica in stanze differenti.

Luigi Maria Corsanico legge Pablo Neruda. 4

da qui

 

Pablo Neruda (1904–1973)
Crepusculario
(1919)
FAREWELL Y LOS SOLLOZOS

Leído por Luigi Maria Corsanico
Imagen: Tina Modotti
Astor Piazzolla: Tango apasionado

 

SANTIAGO, 1923
En agosto de 1923 aparece “Crepusculario”, publicado por Ediciones Revista Claridad. Es el primer libro de Neruda, publicado cuando el poeta tenía 19 años.
La obra motivó una inmediata atención del público y la crítica, siendo elogiado, entre otros, por Pedro Prado, Raúl Silva Castro y Alone.
Fue el propio Neruda quien costeó la impresión de Crepusculario, debiendo poner en ello algo más que dinero y voluntad. Juntando centavos, empeñando algunas de su pocas posesiones, y obteniendo al fin un pequeño préstamo del crítico Alone, el libro consigue salir a luz.
Es en este libro en donde aparece “Farewell”, tal vez el poema más popular y recitado de Neruda. Continua a leggere

SUL TAMBURO (extra): Ugo Fracassa, “Per EMILIO VILLA. 5 referti tardivi”

Ugo Fracassa, Per EMILIO VILLA. 5 referti tardivi, con una nota di Aldo Tagliaferri, Roma, Lithos, 2014

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di Giuseppe Panella

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Su Emilio Villa non c’è molto nella letteratura secondaria relativa alla poesia italiana del secondo Novecento e quello che si può leggere tende a unificare tutta la sua attività di artista, in uno sforzo certo meritevole (la monografia di Aldo Tagliaferri, per l’editore Skira di Milano, ad es. è un’analisi assai rilevante sotto il profilo metodologico e umano così come la ricostruzione di Elena La Spina per il catalogo della mostra di Reggio Emilia a lui dedicata). La monografia “per saggi” di Ugo Fracassa, invece, privilegia aspetti significativi dell’opera poetica di Villa pur senza perdere di vista la sua prospettiva artistica. I 5 referti tardivi contenuti nel libro rappresentano, invece, un’ “opera di carotaggio” (come li definisce Aldo Tagliaferri in Dell’ordine e/o della fuga, la sua cospicua nota finale al volume, che chiarisce e ribadisce alcuni dei punti centrali nel discorso di Fracassa).

Va chiarito fin da subito che l’equazione che vede Villa discepolo del futurismo paroliberistico non trova nei saggi contenuti in questo libro nessuna conferma (nonostante la vulgata lo voglia figlio tardivo del movimento di Marinetti) dato che la matrice plurilinguistica di molta della sua opera di mezzo trova in altri modelli e altre fonti un possibile appiglio (ma Villa non risparmiava i suoi distinguo critici anche nei confronti di Pizzuto, ad es. , o del Finnegans Wake di Joyce).

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Un film


La nostra vita è un film, dicevo. Come al cinema, all’inizio non si capisce nulla: chi sarà quel personaggio? Che vorrà fare? E perché il regista ha messo in risalto quella scena, quel dettaglio? È nota la legge narrativa per cui, se appare un fucile, prima o poi dovrà sparare. Troppi fucili hanno sparato, nelle nostre vite, tante ferite inferte e ricevute, al punto che neanche ricordiamo soggetti e oggetti dei drammi quotidiani.
Solo un po’ alla volta il racconto prende forma, si delineano le caratteristiche di persone e ambienti, iniziamo a capire quali siano le nostre paure e i nostri desideri. Estremizziamo le scelte, commettiamo errori proprio perché l’io si rafforza sempre più, diventa esigente, prepotente, anche se all’esterno è conciliante e affabile. Dobbiamo raggiungere l’apice di questa autoaffermazione per capire che la strada non è quella: Dio non era nel vento, non era nel terremoto, non era nel fuoco, come la storia di Elia ci ha dimostrato.
La nostra sicurezza si incrina, l’immagine ci siamo creati comincia a vacillare, si affacciano dubbi sull’idolo che abbiamo venerato. La sofferenza ci logora, perché è duro riconoscere di aver lottato tanto per raccogliere un pugno di mosche: Baal Zebub, il signore delle mosche, il principe dell’io ci aveva sedotto con le sue false bellezze, di cui solo a metà film, o anche dopo, anche quasi all’ultimo, riconosciamo la fatale inconsistenza.
Alle acque travolgenti della Babilonia di ogni tempo succedono le acque tranquille di Siloe: comprendi per miracolo che era tutt’altro quello che volevi, e adesso te lo tieni stretto, t’innamori della scena povera di una stanza col soffitto di legno, col tavolo tarlato, col balcone che dà, finalmente, su uno splendido finale.

110. Abissi


Era come se ci stesse preparando: non con strutture difensive esterne, ma con una progressiva capacità di allinearci col suo punto di vista di Creatore, che ama invariabilmente ogni creatura, dalla più complessa alla più apparentemente inutile o nociva. Addestrarci ad amare, sempre e comunque, ogni aspetto della realtà anche oscura o terribile, o assolutamente respingente; amare con quella volontà divina di abbracciare la terra, l’universo, di non lasciare nulla fuori dal suo sguardo comprensivo, motivatore, perdonante. In questa prospettiva, non si smarrivano le tendenze personali: al mattino continuavi a dirigerti verso i biscotti preferiti, ad ascoltare la tua musica, a scegliere il libro con il quale ti sentivi in sintonia; ma, nello stesso tempo, non giudicavi, non disprezzavi nulla di ciò con cui condividevi il dono di esistere, qui e ora.
Se dunque si era giunti a un momento storico di svolta, anche drammatico – e tanti ci ridevano in faccia o protestavano per questa memoria difficile e vivente – sapevamo che sarebbe stato possibile affrontarlo al modo stesso di Dio, col coraggio di chi ama, di chi si fida della cura inalienabile di un Padre, che se alza la voce, lo fa per il tuo bene.
Sotto la furia delle onde, c’era la pace del mare profondo, degli abissi in cui conoscevamo noi stessi e scoprivamo sempre meglio Lui.

Sorprese


Il ladro è sempre mal visto, giustamente. Il mio e il tuo sono categorie intoccabili, anche se, cristianamente, tendono a diventare il nostro, come abbiamo notato per il pane della preghiera insegnata da Gesù. Ma fino ad allora non ci sono santi: la roba degli altri non si tocca.
Il ladro destabilizza il quadro, s’infila in territorio straniero, anche se lo straniero, per la Bibbia, è una specie protetta, particolarmente nel Vangelo, dove diventa un fattore decisivo del giudizio universale: ero straniero, e mi avete ospitato.
Nonostante tutto, il ladro continua a disturbare, a incarnare l’incubo delle notti di chi ha qualcosa da difendere. Certo, anche in questo caso la fede cristiana entra a gamba tesa, ricordando, per esempio, che chi vorrà salvare la propria vita la perderà, e che sopportare le persone moleste è un’opera di misericordia spirituale.
Detto questo, il ladro rimane un peccatore pubblico, un soggetto cui rivolgersi con l’indice puntato, destinato a incappare in qualche epiteto volgare, tipo “figlio di…”. Ma anche qui è impossibile ignorare la perentoria affermazione di Gesù: i pubblicani e le prostitute vi precederanno nel regno dei cieli.
Alla fine, dopo tanto concorrere di prove, mi rendo conto che non è così bislacco che io, il buon ladrone, sia entrato per primo in paradiso. Qualcuno sostiene che non fossi un ladro, bensì uno zelota, un terrorista: quisquilie. Chi si pente può pentirsi di qualunque cosa. Persino di non aver creduto all’amore di Gesù, che è il peccato più grande, quello che gli fa più male, perché Lui non vive d’altro. Infatti non vedeva l’ora di dirmi che la sera stessa sarei andato in paradiso, senza fare neanche un po’ di purgatorio. Lassù, poi, avrei cambiato comunque mestiere, perché in cielo, si sa, la tignola non consuma, e i ladri non scassinano e non rubano. Hanno altro a cui pensare.

Palle di neve


Cominciarono a lanciarsi bombe. Sì, come si tirano palle di neve, poco importa se ridendo o digrignando i denti. Era un mondo in balia d’un manipolo di matti, senza rispetto per nulla e per nessuno. Non è sempre così? qualcuno obietterà.
Non saprei. Ma allora c’era un apice, come se il gran circo dei demoni si fosse dato appuntamento in quel secolo, in quell’anno. La gente non capiva: leggeva le notizie e tornava a dissolversi nei social.
La storia correva verso un esito scontato, che pochi intravedevano: qualcosa che avrebbe cambiato i connotati al mondo; poi tutto sarebbe ripartito con un tono diverso, da un silenzio sconosciuto.
Venivano in mente le parole che la Bibbia dedicava a Elia, al suo incontro con Dio: da quella voce sottile sarebbe scaturita un’era nuova, in cui l’umanità avrebbe smesso di dichiararsi guerra.
Si equivoca sempre sulla parola “pace”: sulla bocca di Cristo significa benessere integrale, e ogni persona ha un punto esatto in cui sperimentarla. La si scopre per caso, in un posto di collina, per esempio, da un balcone in cui ti affacci e vedi uccelli che sfrecciano, ruscelli che scorrono, alberi che oscillano al passare di una brezza leggera: anzi no, di una qol demama daqqa, la voce di silenzio sottile che ci salvò dalle bombe, dai matti e dalle palle di neve color sangue.

TRIIN SOOMETS, POESIE DALL’ESTONIA

di Giovanni Agnoloni

Ho tradotto alcune poesie di Triin Soomets, poetessa estone da me conosciuta l’anno scorso, durante una residenza letteraria presso il “Baltic Centre for Writers and Translators”, a Visby, nell’isola svedese di Gotland.

Triin Soomets è una delle poetesse più apprezzate del suo paese. Nata a Tallinn nel 1969, si è laureata in Filologia Estone presso l’Università di Tartu, ed è membro dell’Unione degli Scrittori Estoni dal 1999. Autrice di sedici raccolte poetiche, ha ottenuto numerosi premi ed è stata tradotta in tedesco, inglese, olandese, francese, sloveno, finnico, albanese, russo e molte altre lingue. Continua a leggere

Caro amico ti scrivo


Pensavo al tempo in cui è stata inventata la scrittura. Come hanno fatto, prima? È immaginabile un mondo senza segni di comunicazione con cui rivolgerti a vicini e lontani? Tutto diventa angusto, claustrofobico; t’intrattieni con la persona che hai davanti, condividete qualcosa, cercando di memorizzare il più possibile: anche se il tema è coinvolgente, non puoi prendere appunti, archiviare dati che prima o poi potrebbero servirti. Il cervello ritiene, a livello cosciente, solo una certa quantità di materiale; il resto sprofonda nell’inconscio, e farlo riapparire è un terno al lotto.
Senza scrittura, si perde un’infinità di sfumature: un racconto orale punta al nocciolo della questione, si focalizza sul senso principale, facilita il lavoro dei neuroni, che immagazzinano l’insegnamento, la testimonianza, la morale. La scrittura, invece, indugia nei dettagli, evidenzia chiaroscuri, trovando così strade impreviste, significati insospettati, ai quali, all’inizio, non avresti mai pensato.
Lo scrittore non decide in anticipo come riempire la sua pagina; il suo compito non è trascrivere, ma lasciarsi portare da qualcosa che affiora da dentro, dall’inconscio, in cui tutto il non scritto, il mai annotato, cresce e si moltiplica in miti, simboli, immagini archetipiche. Il primo a sorprendersi di ciò che ne è uscito è proprio lui.
Dovremmo essere grati a chi ha inventato la scrittura: ha fatto un ulteriore passo verso l’immagine e somiglianza al Dio creatore, sempre identico a sé stesso e sempre nuovo. Senza scrittura, ripeteremmo le stesse parole, ci affanneremmo con gli stessi gesti, rivolteremmo nella mente gli identici pensieri.
L’abbiamo scampata bella, grazie a Qualcuno che non ha scritto nulla, se non qualcosa, in terra. E nessuno ha mai saputo cosa.

In cammino verso la Marca gioiosa (III)

di Roberto Plevano

Ai primi di settembre 2017 esce il romanzo Marca gioiosa, per i tipi Neri Pozza. La poesia e lo spirito ospiterà per alcuni settimane testi del materiale preparatorio.
Qui continua il dialogo teologico sul libro di Giobbe, condotta nel sec. XIII da tre rabbini in un piccolo paese della Provenza (9 agosto 2017), al cospetto di un ragazzo dodicenne – il narratore – e di un mercante (“l’uomo vestito di nero”). Si fa menzione del poeta Uc de Saint Circ.

Impii autem quasi mare fervens,
quod quiescere non potest,
et redundant fluctus ejus in conculcationem et lutum.
Non est pax impiis, dicit Dominus Deus.

Gli empi sono come un mare agitato
che non può quietare
e le cui acque portan su melma e fango.
Non c’è pace per gli empi, dice il Signore.

 

Compresi poco di quello che l’uomo intendeva dirmi, e quel poco mi confuse, come una notizia importante che non arriva, che non si sa… ma ne va della vita e della morte, di quale vita e quale morte. Colui che era stato chiamato maestro Samuele Ben Judah pareva intanto essere giunto a una qualche determinazione finale che lo aveva soddisfatto, perché la discussione era cessata.

«Sappiamo che Raphael Benbenisti – disse al capo carovana. Ah ecco, era questo il suo nome – ha portato da Barcinona i beni e le mercanzie a lui affidati, ed egli otterrà un grande guadagno nelle piazze di Lonbardia, dove tutto si vende a prezzo triplo. Non lo tratteniamo oltre il necessario. Il viaggio procede sotto un buon comando e sotto buoni auspici, se la bufera che oggi devasta la Provincia narbonense non ha interrotto il vostro cammino. A Montpelhièr, ci è stato detto, avete preso sotto tutela e protezione un familiare del maestro Mesulla Ben Jacob. Sta forse fuggendo? È costui un perseguitato dei nemici della fede? Possiamo essere di qualche aiuto?»
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