Profeti


Penso al coraggio dei profeti biblici: in fondo, chi glielo faceva fare? E invece parlavano, gridavano, rischiavano la vita pur di recapitare “quel” messaggio: sì, proprio il messaggio che nessuno avrebbe voluto mai sentire.
Del resto, parliamoci chiaro: a tutti piacerebbe un dio che costruisse ponti d’oro verso i propri obiettivi; un dio che proteggesse dalle umiliazioni, dalle mille naturali frecciate che la vita ci riserva e di cui Shakespeare scriveva così bene. Il dio tappabuchi di Bonhoeffer, il Got mit uns dell’imbianchino folle, e via delirando, secondo gli infiniti modi in cui l’io vorrebbe vincere, godere, possedere.
Ebbene, il Dio vivo e vero non è questo. Il Dio certificato dalla Bibbia, e dalla nostra esperienza personale, è il Dio dei profeti: respinti, insultati, massacrati; i profeti coraggiosi che pagano un prezzo troppo alto per le tasche del mondo, il quale preferisce le nicchie confortevoli del pensiero corrente, del piccolo cabotaggio di soddisfazioni e piaceri personali.
Se vuoi conoscere davvero il Dio di Osea, di Isaia, di Geremia, devi lasciare a Lui l’iniziativa: e non sarà un incontro da salotto buono o uno scambio di battute brillanti da bacheca frenetica dei social.
Il Dio di Ezechiele, di Baruc, di Michea, è il Dio che toglie ogni certezza materiale, ruoli, titoli, prestigio; e non lo fa per sadismo o per sfoggio di potere, ma perché vuole dimostrarti che le sue vie non sono le tue vie, i suoi pensieri non sono i tuoi pensieri. Vuol farti ammettere che nulla è essenziale di ciò che ritieni indispensabile. E quando ormai non hai nulla da perdere, quando comprendi cosa sia davvero inalienabile, potrà svelarti quello che da sempre sei, e che ora finalmente vedi. Con lo sguardo puro, bruciato dei profeti.

107. Orizzonti


Ci dirigevamo a grandi passi verso l’epifania di eventi a cui nessuno pensava, ma che noi scorgevamo sullo sfondo di un’epoca enigmatica, in cui i valori sembravano confondersi e in cui tutto era messo in discussione; ma non al modo, per dire, di Gesù, che mostrava anche al di là delle contraddizioni umane una vita potente, inalterabile; no, adesso c’era un senso di buio e di smarrimento, appena dietro la facciata buonista, l’ottimismo insensato di chi si affretta verso la rovina.
Capivamo perché Dio non fa politica, non sposa un partito, una fazione, non si lega al carro di lobby o ideologie, ma è libero della libertà indispensabile all’amore, e all’espressione limpida della verità. Ci sembrava che le istituzioni, perfino le più sacre, si facessero coinvolgere, invece, in giochi di potere, in manovre censorie, come si fosse sdoganata una sorta di dittatura sotterranea, intrecciata coi mass media e il loro istinto di falsificazione.
Come uscire dalla trappola, se non mettendosi totalmente nelle mani di Chi era, e sempre è, al di sopra delle parti, invocando lo Spirito che legge anche i meandri nascosti della storia? Quest’ottica ci consentiva di restare sereni in mezzo al non senso, alla violenza subdola, alla contraffazione più evidente, spacciata per una improbabile, profonda verità.

Le mani


Sentirsi amati è la svolta decisiva. Prima, tutto ti feriva, ti accorgevi di ogni minima distanza fra le tue attese e l’altrui comportamento; soffrivi se qualcuno ti ignorava, o ti trattava bruscamente. La vita dipendeva dagli altri, per quella insicurezza che in tanti ci portiamo dentro dall’infanzia, perché le vicende della vita – dalla distrazione fino alla stanchezza – ti privano della quota d’amore su cui facevi conto. Da allora diventa un rincorrere, un cercare affetto e approvazione, uno studiare gli occhi, le parole, un soppesare il tempo, i modi, l’attenzione che gli altri ti riservano.
L’infelicità, lo capisci più tardi, è cercare all’esterno, mendicare dal mondo una stretta di mano, un cenno di consenso. Il desiderio è rivolto oltre le mura, come accade al volontario della legione straniera che scruta la distesa del deserto, sperando e temendo l’apparire di un’ombra, di un suono, di un odore.
Siamo sentinelle fragili, infelici, testimoni di una solitudine fatale, sospesi alle lancette di un tempo che non passa, o va troppo veloce.
Finché un giorno senti la sua mano, il calore che ti avvolge la testa, una pienezza mai sperimentata, come se emergesse qualcosa d’ignoto eppure tuo, l’immagine intravista da bambino, quando ancora il mondo non aveva indossato la sua maschera.
Ora che il sangue ricomincia a scorrere, che tutto acquista le sue vere proporzioni, hai ricostruito le fasi dell’evento, hai ammirato le sue mani tese, udito la sua voce che gridava: Lazzaro, vieni fuori! Sei uscito dalla tomba dei bisogni insoddisfatti, delle attese sbagliate, ti sei sentito libero, salvato: usando una parola difficile, risorto. Non ti serve più niente, non chiedi più a nessuno, cerchi sempre e soltanto quelle mani che ti hanno accarezzato, riportandoti all’essere. Ti sei sentito amato.

Nella Nazione Indiana


Echi

Estrema terra appare in questa sera
il pensiero di te, la lontananza
infida, l’attimo della finitudine,
del sacro vuoto d’amore,
dell’ignoranza indomita di qualsivoglia
umore, attonita baldanza,
attratta, astrattamente indotta
dal nulla che ti affoga, ti ride
sulla faccia. Apprendimi, sollevami,
scarta la tovaglia che si arriccia,
stropiccia il cuore, con l’unica
voce che mi strappa al dolore,
all’umido biancore del ritorno.

[continua a leggere qui]

LE OTTO MONTAGNE di Paolo Cognetti

di Massimo Maugeri

Le otto montagneHa appena vinto la settantunesima edizione del Premio Strega con il romanzo “Le otto montagne” (Einaudi), beneficiando di 208 voti. Si dichiara esultante, Paolo Cognetti. Quasi sopraffatto dalla gioia. «Sento tanto entusiasmo che arriva prima di tutto dai lettori», precisa «e che poi si è tradotto in questo riconoscimento bellissimo».
La sua gioia ha avuto modo di manifestarla pochi minuti prima, tracannando – come da tradizione – l’ambìto e stregato liquore dal bottiglione e prendendo in braccio – fuori da copione – Paola Gallo, la direttrice editoriale della Einaudi. Continua a leggere

La lingua perduta


Oggi non c’è attenzione per la lingua. L’italiano è diventato un ibrido, contaminato da così tanti influssi che non è più possibile, forse, un resoconto dettagliato. Eppure la lingua è comunicazione, e dunque amore. Significa che ora, in giro, c’è un amore sciatto, slegato, indifferente ai nessi, alla coerenza, alla fedeltà a una forma?
Una domanda ulteriore: qualcuno può avere un interesse per questo disordine, per una degenerazione che sembra inarginabile?
Secondo la Bibbia, Dio è il cosmo, il diavolo il caos. Dalla parola “cosmo” deriva “cosmetico”: un prodotto che propone un certo tipo di ordine, di abbellimento. Ma l’ordine di Dio non è quello delle creme e dei rossetti: un ornamento esterno, che tocca solo la superficie delle cose. È un insieme di connessioni profonde, che si implicano a vicenda e orientano a un senso generale e finale.
Il diavolo, ribelle per opzione eterna, si oppone a questo cosmo: innesca nella realtà mondana un principio antagonista, il caos. Semina zizzania (“un nemico ha fatto questo”, Mt 13,28), incrina i rapporti, confonde bene e male, disconnette ogni forma di sana relazione e, a mio parere, snatura la sintassi e la grammatica. Se non esprimo chiaramente il mio pensiero, se sono incapace di descrivere il sentire, come posso entrare in comunione con l’altro? L’agàpe è anche un flusso di parole comprensibili, che rischiarano la mente, rasserenano il cuore, lavorano per l’unità dell’uomo in sé stesso e degli uomini tra loro.
In principio era il Logos: la parola, la logica, il Progetto. Se perdo le parole giuste, la vita diventa un testo incomprensibile, privo di unità interiore ed esteriore. “Il mio nome è Legione”, dice a Gesù l’indemoniato di Gerasa, “perché siamo in molti” (Mc 5,9).
Cominciamo a riconoscere gli agenti esterni e interni che corrompono la lingua: servirà a capirci, a creare legami, comunione, cosmo, contro il caos seminato dal nemico.

Federica Giordano – UTOPIA FUGGIASCA

Proponiamo alcuni testi, assai interessanti, di Federica Giordano, dalla sua raccolta UTOPIA FUGGIASCA (Marco Saya editore , Milano, 2016).

Luoghi bianchi

Pochi i luoghi dove non nidifica il ribrezzo:
gli occhi del cavallo – ossi di nespola
il pianoforte e la scordatura avorio,
il sorriso alla sconosciuta.
Il volo del nibbio sulle case,
la giornata lenta di Morano.

 

Risveglio

Pesante il tuo braccio sulle gambe
dissotterra un bisogno cavo.

Le mura diventano scarne,
pareti tonde di conchiglia.

Insieme abitiamo
il colore canuto di una salina.

Continua a leggere

Oreb


Mi sarebbe piaciuto incontrare Dio sull’Oreb, come Elia. Un appuntamento con Lui, in un certo giorno, a un’ora stabilita, come si va dal dentista o dal notaio. Mi sarei accucciato dentro la caverna, prendendo coscienza solo all’ultimo, forse, di tanto avvenimento.
Avrei sentito prima un vento forte, anzi fortissimo, come se i venti di tutte le coordinate spazio-temporali si fossero radunati là, per una specie di parata. Avrei pensato, in quel momento, alle tempeste che mi hanno colto impreparato: i traumi, i peccati, le paure; le passioni sbagliate, gli eventi che a volte neanche cerchi, ma sono una specie di destino fatto apposta per rovesciarti dentro.
Poi, un terremoto. Fa sempre impressione sentire la montagna che trema come un grumo di polvere o di sabbia. Mi sarebbero venuti in mente gli scossoni passati, le crisi di fiducia, le delusioni e i fallimenti, le esperienze che fanno mancare la terra sotto i piedi e costringono a emendare, faticosamente, la visione del mondo e di sé stessi.
In seguito, un fuoco. Mi avrebbe ricordato ciò che ho bruciato in questi anni: l’ingenuità, l’entusiasmo, la purezza. Avrei pensato a tutte le amicizie, le relazioni, gli incontri finiti nella fiamma divorante dell’oblio, da cui nulla risorge come prima.
Infine, avrei sentito una voce: un silenzio sottile, inafferrabile, l’unica cosa al mondo che non puoi pensare di prendere, gestire, possedere, neanche come senso di colpa o di rimorso. Allora mi sarei coperto il volto e sarei uscito. Perché chi vede Dio muore di gioia, non vuol tornare indietro.
Sì, mi sarei coperto il volto, come Elia, perché Dio, credo, mi vuole ancora qui.

Brilla brilla la scintilla


di Barbara Pesaresi

In uno di quei giorni che non mi prende la malinconia, come cantava la Vanoni, bensì l’irrefrenabile impulso che spinge l’azdòra che c’è in me verso un angolino della casa  da troppo tempo trascurato, che cosa trovo? Un libretto color del glicine, smilzo, dal titolo “Brilla brilla la scintilla”; uno di quei libri fatti stampare in tipografia, da regalare a parenti, amici e far viaggiare di mano in mano. Stava lì, tra vecchi calendari  che mi ostino a conservare non si sa perché, come custodito dal tempo. Continua a leggere

Se fossi


Se fossi vissuto con Gesù, gli sarei stato vicino, come facevo con don Mario. Lo avrei seguito nelle sue scorribande, mi sarei preoccupato per la sua salute, avrei cercato, ogni tanto, di farlo riposare, di staccarlo dalla folla, di farlo mangiare con più calma, come facevo con don Mario. Lui, come don Mario, mi avrebbe detto che non se ne parlava, che c’era un sacco di malati da guarire, di indemoniati a cui fare gli esorcismi, di adulteri da perdonare, avvertendoli di non peccare più, se no altro che pietre.
Se fossi vissuto con Gesù, gli avrei fatto molte domande, come a don Mario. Gli avrei chiesto perché i buoni soffrono, perché il bene è così difficile da compiere, perché ci sono i traumi dell’infanzia, che poi te li porti per anni, con tanti danni per tutti. Lui mi avrebbe risposto come don Mario: questa malattia è per la gloria di Dio, per manifestare la potenza della Risurrezione, per far comprendere che la guarigione e la salvezza vengono da Lui.
Se fossi vissuto con Gesù, lo avrei difeso dagli scribi e dai sommi sacerdoti, l’avrei aiutato a rispondere, preparandomi sugli argomenti, studiando i punti deboli degli avversari; ma Lui mi avrebbe ricordato che strategie come queste sono inutili, che le risposte vengono da dentro, da una coscienza pura. Come don Mario.
Insomma, posso dire d’aver vissuto davvero, un poco, con Gesù. Di essermi occupato della sua salute, di aver cercato di rendergli la vita meno dura. Posso dire di aver imparato che l’amore va sempre più in là, è sempre più grande di quanto ci aspettiamo.
Se fossi vissuto con Gesù, gli avrei detto di pensarci Lui, a don Mario, che io facevo fatica a stargli dietro.

Ps
Una persona a cui ho fatto leggere il brano in anteprima mi ha scritto cosi:
“E forse Gesù ti avrebbe risposto: ti ho pensato da sempre perché solo tu potevi dare a don Mario l’affetto e l’amicizia di cui aveva bisogno, per portare avanti l’opera che gli ho affidato. Eri l’abito su misura per lui”.
Magari!

mare che ride

di Antonio Sparzani

Dev’essere quando viene su un bel vento gagliardo e le onde formano quelle creste bianche spumose, che si immagina un dilagante sorriso, tanto che la letteratura ne è così variamente costellata. Prendete ad esempio una delle più intense tragedie di Eschilo, Il prometeo legato, nel quale si narra con grande forza drammatica la pena che Prometeo deve subire per aver regalato il fuoco all’umanità: l’essere legato ad una rupe della lontana Scizia con un’aquila che gli rode il fegato ogni giorno. L’entrata in scena di Prometeo, dopo che è stato assicurato alla roccia da Efesto, che esegue gli ordini di suo padre Zeus, comincia così:

ὦ δῖος αἰθὴρ καὶ ταχύπτεροι πνοαί,
ποταμῶν τε πηγαί, ποντίων τε κυμάτων
ἀνήριθμον γέλασμα, παμμῆτόρ τε γῆ,
καὶ τὸν πανόπτην κύκλον ἡλίου καλῶ.
ἴδεσθέ μ᾽ οἷα πρὸς θεῶν πάσχω θεός.

Ovvero:
O volta del cielo splendente e venti dalle rapide ali, sorgenti dei fiumi, sorriso infinito di onde marine – e terra, che d’ogni cosa sei madre e sole, occhio onniveggente io vi supplico, guardate quali dolori soffro per opera degli dèi, io, che pure sono un dio. [vv. 88-92]. Continua a leggere

Visti da lontano


Fra molto, molto tempo, qualcuno parlerà di noi: cercherà di ricostruire le abitudini, i modi di vivere, la visione della vita propria della nostra civiltà. Troveranno, per esempio, le cuffie che usiamo per la musica, e penseranno a un sistema per isolarsi da ogni tipo di nota, di rumore; oppure, sotto un mucchio di detriti, scopriranno una vasca da bagno, associandola alla raccolta dei rifiuti; un palo della luce, che oggi illumina le vie del centro, ricorderà loro un patibolo con cui chiudere per sempre gli occhi a un impiccato.
È facile leggere al contrario.
La cabina di uno stabilimento balneare si potrebbe prendere per un deposito montano di attrezzi da lavoro; la caffettiera, per uno strumento adibito a trasformare l’acqua piovana in acqua minerale; la poltrona del dentista, per una sedia elettrica già pronta per il condannato.
Ma forse non c’è bisogno di andare in là nel tempo per trovare tracce di fraintendimenti.
Capita anche oggi di fare un gesto fraterno e sentirsi dare del molestatore; di proporre un argomento di dialogo e vedersi aggredito dall’ideologo di turno; di riconoscere la precedenza o salutare in strada, e venire etichettato come debole di mente.
Tra migliaia di anni, forse, capiranno meglio una lettera di scuse, la foto di un anziano sorridente, una coperta tagliata a metà per riscaldarsi in due, nel cuore di ghiaccio della nostra indifferenza.

Luigi Maria Corsanico legge Konstantin Michajlovič Simonov

da qui

Konstantin Michajlovič Simonov
Aspettami ed io tornerò (Жди меня и я вернусь…)
1941
Traduzione di Angelo Maria Ripellino
da “Poesia russa del Novecento”, Guanda, Parma, 1954
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Opera pittorica di Edgar Caracristi ©

“Prélude” di François Couperin
Advent Chamber Orchestra
Stephen Balderson al violoncello

********************************************** Continua a leggere

SUL TAMBURO n.47: Andrea Bassani, “Lechitiel”

Andrea Bassani, Lechitiel, Lecce, Terra d’ulivi Edizioni, 2016

_____________________________

di Giuseppe Panella

.

Lechitiel è un angelo: soccorre i disederati e gli infelici, conforta gli aspiranti suicidi, accorre laddove c’è bisogno di una parola di conforto, è al fianco di Gesù nell’Orto degli Ulivi quando il dolore e l’angoscia per la fine imminente stanno per prevalere e il “sudore di sangue” scorre a precorrere l’evento della morte inevitabile e tremenda.

Lechitiel appartiene alla schiera celeste angelica dei Principi (insieme ai Troni e alle Dominazioni) e quindi ha un ruolo determinante nelle vicende umane (chi lo invoca almeno due volte l’anno resta immune dalla tentazione di darsi una morte volontaria).

Lechitiel rappresenta lo sforzo degli uomini di trovare una ragione valida e inconfutabile per superare l’inutilità sempre insorgente di continuare a vivere.

Lechitiel costituisce la ragione della poesia nell’ottica di poetica di Andrea Bassani.

Continua a leggere

Perché


Ve lo sarete chiesto certamente, in qualche momento buio della notte, nel pieno di una crisi o, semplicemente, camminando per una via del centro, tra vetrine di negozi e automobili che vi inalano gas nelle narici: perché viviamo?
Non è facile rispondere. Spesso la fretta, la paura, le nevrosi, ci fanno scivolare nel giorno come in una giostra sempre uguale, che dài e dài ci consuma, ci logora, ci stanca. Abbiamo troppi guai per soffermarci su questioni così astratte. Se siamo qui, un motivo ci sarà: possiamo solo assecondare il fato, rassegnarci al compito di gestire l’esistenza, di sopravvivere, nonostante tutto.
Le scadenze ci incalzano: pagare le bollette, nutrire ed educare i figli, rispondere alle attese del capo o di qualche dipendente, vivere, insomma, sempre sul filo del rasoio, senza capire, senza renderci conto se convenga o meno sbrigare questa pratica che ci hanno scaricato, è già abbastanza impegnativo.
Ma arriva la famosa notte, o il momento in cui pensi di non farcela, perché il giogo è pesante, nessuno può alleviartelo e tu solo puoi decidere se valga o meno la pena continuare, se tutto questo circo abbia o non abbia veramente senso.
Forse non si sa perché si vive per la perdita progressiva e inesorabile di punti fermi. Per esempio i “novissimi”, le “ultime cose”: morte, giudizio, inferno e paradiso. Se quello che faccio non influisce su niente e su nessuno, nemmeno su me stesso, quali motivazioni potrò avere, quale molla potrà spingermi a dare e a darmi come fossi inesauribile?
Ma se so che ogni gesto, ogni parola e pensiero sono scritti nel Libro della Vita, e che questo sarà letto e interpretato, coram populo, non da un giudice esterno, ma dal profondo della mia coscienza, ecco, all’improvviso capisco: so da dove vengo, chi sono, dove vado. So perché vivo.

Filippo Ravizza, La coscienza del tempo

E’ uscita la nuova raccolta di poesie di Filippo Ravizza, La coscienza del tempo (La vita Felice 2017). Ne proponiamo alcune poesie e un brano della Prefazione di Gianmarco Gaspari.

Evaporare gli anni

Disperdere dunque la coscienza
del tempo evaporare gli anni
così senza pietà correre correre
lontani dal qui e dall’ora non
esistere sapendolo mentre
incessante risuona tra le tempie
e queste campagne la certezza
che dice: “Tutto è impossibile,
ma tu ricordati, ricorda il desiderio
offeso del tuo pur mutilato amare
“. Continua a leggere

L’altra faccia


Proviamo a metterci dall’altra parte. Il mondo è qualcosa da distruggere; bisogna seminare zizzania, criticare con malignità, smontare il lavoro del prossimo, insinuare dubbi sulla buona fede. Programmare a tappeto una campagna di truffe, inganni, seduzioni: sembrare, ma non essere; fingere di collaborare, ma spargere sospetti e favorire delazioni; trasformare pettegolezzi, chiacchiere e calunnie in pane quotidiano, fino a minare l’integrità delle persone e dei gruppi, delle società, del mondo. Cercare i primi posti, farsi largo con le buone, le cattive e le pessime, non lasciare mai spazio né ascoltare, respingere ogni forma di dialogo e confronto. Mettere i bastoni tra le ruote, rendere impossibili gesti e pensieri di fiducia, d’incontro, di adesione. Pensare male ogni volta che si può e anche quando tutto dimostra il contrario, negare l’evidenza, misconoscere qualsiasi merito altrui solo perché altrui, distribuire generosamente invidie, gelosie, antagonismi, ogni forma di ostilità e sopraffazione, e poi urlare, straparlare, infastidire in ogni modo e luogo, come se di male non ce ne fosse mai abbastanza, e opprimere, schiacciare, stritolare con opere e parole, trasformare la Terra in un trivio irrespirabile, rovinare reputazioni ed esistenze, ignorare, irridere, esporre ingiustamente al pubblico ludibrio, disprezzare il deposito eternamente giovane della tradizione in nome di un “nuovo” vecchio e rancido come il peccato.
Questo è il pensiero del demonio. È lo scenario contemplato dall’altra parte della barricata. Si sconsiglia vivamente di allungare una mano, di sfiorare anche il minimo dettaglio, la più nascosta pennellata di questo disegno alternativo: ci si potrebbe trovare risucchiati nell’altra faccia del pianeta, quella che la sana teologia definisce ancora oggi “inferno”.

La poesia di Billie Holiday


Attorno alla graphic novel Blues for Lady Day

di Guido Michelone

La graphic novel è un genere nuovo che, da qualche anno, trova nella musica jazz una fonte ispirativa notevole – in Francia ad esempio c’è una collana intera, BD Jazz Edictions Niocturne, dedicata ai grandi jazzisti raccontati dai migliori cartoonist locali – essendo il disegno a fumetti particolarmente indicato (come trame, forme, inquadrature, colori, scene) nel tratteggiare su tempi lunghi le vite dei musicisti nel privato o a contatto con il pubblico. Continua a leggere

Vorrei


Il mondo che vorrei sarebbe come il nostro, salvo alcuni, piccoli dettagli. Vorrei che la mattina ci si alzasse col desiderio di renderlo migliore. Vorrei che molti di più credessero alla voce che parla nell’intimo di ognuno: che si facesse più silenzio, per ascoltarla meglio, che provassimo a smorzare le fonti di rumore, gli strumenti di distrazione di massa a tutti tristemente familiari. Vorrei che il grande commercio perdesse definitivamente la sua anima, la pubblicità: ridotto a materialismo nudo e crudo, farebbe, a mio parere, meno danni. Vorrei che ognuno rispettasse la sensibilità dell’altro, ma senza cadere nelle maglie del politically correct: dirsi le cose, aprire spiragli, scoprire scenari imprevedibili, ma con l’umiltà di chi sa che l’ultima parola non è sua prerogativa. Vorrei che la povertà fosse una scelta di spiriti liberi e non una catena per gli oppressi. Vorrei che i mezzi di comunicazione sociale fossero, appunto, mezzi, e non secondi o terzi fini. Vorrei che il sospetto si fondasse su basi meno fragili, e non sull’idea che l’altro, fino a prova contraria, mi è nemico. Vorrei che l’arte fosse insegnata come qualcosa che non sfiora gli occhi, ma li apre. Vorrei che si parlasse di bontà e bellezza come si parla di calcio o di politica. Vorrei che l’idiozia fosse idiozia e l’intelligenza intelligenza: le contaminazioni, in certi casi, possono rivelarsi micidiali. Vorrei che dell’amore si parlasse dopo aver contato fino a dieci. Vorrei che Dio fosse più noto dell’insegna della farmacia, e che tutti potessero averlo come medico di base. Vorrei che il mondo fosse come desidera veramente essere, e forse non lo sa.

E vissero infelici e scontenti


C’è gente che s’impegna per essere infelice: può sembrare un paradosso, ma è così. In fondo, non è tanto difficile: basta coltivare l’egoismo, straimpiparsi della sorte degli altri, trascinare la vita tra vizi e noncuranze.
Il conflitto fine a sé stesso è un ottimo ingrediente per confezionare un senso duraturo d’infelicità. Essendo fatti per stare in armonia, proviamo angoscia e disagio quando siamo in rotta con qualcuno per futili motivi. Ma ci si può rendere infelici anche restando muti se c’è da intervenire, quando per quieto vivere lasciamo correre ingiustizie palesi, o non interpelliamo un fratello che a nostro parere sta sbagliando.
La causa prima d’infelicità è la mancanza di amore: capita spesso di non averlo ricevuto quando era indispensabile. La soluzione, al riguardo, sarebbe lasciar modificare la propria personalità profonda attraverso l’esperienza concreta: è questo, per esempio, il caso di una religiosità vissuta come contatto vitale con un Dio che è “agàpe” (1 Gv 4,8). Dicevano i Padri che la fede comincia quando ci si sente veramente perdonati. Il che significa amati. Non c’è niente di meglio che mettersi davanti a un paesaggio naturale (di mare o di montagna, un’alba o un tramonto), avvertire che è stato concepito anche per noi, e deciderci a fondare su questo amore, su tale straordinaria bellezza, la nostra identità: accorgerci degli occhi che si aprono, delle orecchie che ascoltano, perché sono in sintonia con la legge che ha dato vita al mondo.
Ma la persona che sa rendersi infelice non alzerà mai lo sguardo verso il cielo: continuerà a fissare buche, tombini, marciapiedi…