SPIGOLI VIVI, di Daria De Pellegrini

spigo

Pubblichiamo alcuni testi, di grande valore, di Daria De Pellegrini, dalla raccolta “Spigoli vivi”, uscita da poco presso le edizioni di Interno Poesia, con la prefazione di Franca Mancinelli.

*

abito pensieri bassi e bui come
queste stanze dalle finestre piccole
dove a dicembre il sole, occhieggiando
strabico tra cataste e magazzini,
viene a dire che abbandono e polvere
sono impudica e prematura resa.

*

neve, non molta. Quel tanto che basta
per non uscire a spalare. Aspettare qualcuno
che non verrà. O altra neve, sicura prima
di sera. Il pettirosso vola nervoso dove
erano torsoli sul mucchio dell’umido.
Lui sa allontanare anche i corvi.
Alla finestra io fantastico
che finiscano presto
cibo legna e gasolio.

*

nella casa chiusa da decenni
tornerò per godere la paura
tra il fumo della stufa e il buio
delle stanze tutt’intorno alla cucina,
tremando che gli oggetti fedeli
a chi li amò e a me del tutto ostili
mi faranno tanto male quanto
un coltello può su una tendina lacera

*

l’aldilà come un presente
eterno di bambini orfani,
ognuno per proprio conto intento
a giocare con i lego,
mattoncini di una vita
da montare e rimontare,
e se di qua si chiude
da dementi di là si godrà
nel gioco qualche azzardo
e non sarà l’inferno ovvio
del piangere e rimpiangere
su dolori dispetti e dispiaceri

Favole


Un tempo si raccontavano le favole, dove il lupo era il lupo, l’orco l’orco , la fata la fata. Oggi il lupo è travestito da fata, e viceversa. Il bambino non distingue più tra chi lo salva e chi lo sbrana, e cresce con l’idea che un’azione cattiva possa essere anche buona: insulta, ferisce, uccide, come se stesse intrecciando fioretti per la prima comunione. In un mondo in cui bene e male si confondono può accadere di tutto: è già un miracolo che una macchina si fermi al rosso, che un cliente paghi la spesa, che un uomo o una donna vadano al lavoro. Ma capita più spesso che un’auto ignori la segnaletica stradale, che qualcuno si appropri della roba altrui, che la gente si assenti dai doveri quotidiani in modo fraudolento. Quando tutto sarà capovolto, ci guarderemo in faccia e proveremo a chiederci da dove sia nata questa storia. Riesumeremo dal cassetto le favole di un tempo, dove il lupo era il lupo, la fata la fata, l’orco l’orco. Sperando, di nuovo, che tutto finisca per il meglio.

103. Il torto e la ragione


Scoprivamo sempre meglio quello di cui i Padri erano stati convinti dall’inizio: il segreto della vita di fede è la memoria dell’amore. Senza il ricordo, la storia, la traccia concreta che giace nel profondo, non può esservi fede, ma solo un’aggiunta posticcia senza carne né sangue. Del resto, non era stato l’ultimo arrivato a dire: “fate questo in memoria di me”. E il memoriale era l’asse portante non solo del Nuovo, ma anche del Primo Testamento. La vita cristiana è l’unica realtà in cui si può dire, con un’accezione positiva, che si vive di ricordi. Il primo Vangelo è tutto nel paolino “vi trasmetto quello che a mia volta ho ricevuto”. Il tempo, per noi, era dunque scandito da un intreccio incandescente tra il futuro apocalittico, il presente dell’attesa e un passato nel quale rirovare le radici profonde di cui tutto si nutriva, in aperto contrasto con la superficialità inquietante di un’eresia, ormai, acclamata e conclamata. Ci veniva in mente la parabola del seminatore, con la sua denuncia dei terreni inconsistenti, incapaci di portare frutto, e la necessità di un’accoglienza attenta e generosa del seme-Parola, della sua azione potente e rigeneratrice. Chi aveva interesse a occultare una verità così lampante? Chi poteva arrivare a strappare dal cuore della gente l’unica possibile fertilità, condannandola a un destino da zombi o da automi, a una vita senz’anima, così lontana dal credo-spero-amo di cui don Mario s’era fatto banditore? Ancora una volta, gli eventi avrebbero chiarito con la forza incontrovertibile della realtà da quale parte fossero il torto e la ragione.

CRESTOMAZIA 27: “Sì come i marinar’ guida la stella” di Monte Andrea da Firenze

“Sì come i marinar’ guida la stella” di Monte Andrea da Firenze

Sì come i marinar’ guida la stella,
che per lei ciascun prende suo vïag[g]io,
e chi per sua follia si parte d’ella
radoppia tostamente suo danag[g]io:
la mia dritta lumera qual è, quella
che guida in terra me e ‘l mi’ corag[g]io?
Voi, gentile ed amorosa pulzella,
di cui m’ha mess’ Amore in segnorag[g]io,
ché troppo è scura la mia via e fella
a gir, se vostra lumera non ag[g]io.

La qual fa disparere ogn’altra luce,
ché, laove apar vostro angelico viso,
altro sprendor giamai non vi riluce.
Pulzella, poi m’avete sì conquiso
che sol per voi mia vita si conduce,
merzé, dal vostro amor non sia diviso.


“Dell’altra moltitudine che abbiamo di versi, quasi infinita, ha scelto ciò che gli è riuscito o più elegante, o più poetico, o anche più filosofico, e infine, più bello […]” (Tratto dalla Prefazione alla crestomazia italiana de’ poeti di Giacomo Leopardi)


CRESTOMAZIA

La poesia del pianoforte: intervista a Sivia Belfiore


di Guido Michelone

 

Un nuovo CD ‘Per Musicam Ad Divinum’, basato sui Vangeli porta alla luce la poesia del pianoforte di Silvia Belfiore, giovane solista alessandrina che sta lavorando a un progetto impegnativo, riguardante l’edizione discografica dell’opera omnia pianistica del compositore casalese Federico Gozzelino. In esclusiva e in anteprima per ‘La poesia e lo spirito’, Silvia Belfiore racconta questa straordinaria esperienza. Continua a leggere

Mettiamo


Mettiamo che non fosse questa qui la vera storia del mondo, che Trump stesse solo fingendo di guidare l’America, che l’Isis usasse dei pupazzi per mettere paura, che l’Ilva non inquinasse proprio nulla, che anzi spargesse, nel cielo sopra Taranto, un profumo delicato di violette. Mettiamo che non ci fossero pochissimi ricchi a sfruttare una moltitudine di poveri, che la TV, la radio e i giornali non si lasciassero condizionare da un manipolo di lobby, che le strade non continuassero a essere infestate da prepotenti che saltano la fila. Mettiamo che Dio fosse contento delle sue creature, che non prevalessero rancore e antagonismo nei rapporti sociali, nelle stesse famiglie, che non si moltiplicassero ogni giorno odi invincibili per un’eredità, o per un semplice parcheggio; mettiamo che cibo e bevande non fossero avariati e non si registrasse un dilagare di tumori a causa dell’inquinamento alimentare e atmosferico; mettiamo che la merce si rivelasse davvero come appare negli spot, che i cuochi si lavassero le mani e che il libero pensiero non venisse conculcato da mille repressioni. Mettiamo che, per il solo fatto di scriverlo, le contraddizioni del mondo, personificabili e riconoscibili, si consegnassero a un’autorità superiore che decretasse la fine di ogni male; mettiamo che i conti tornassero, che svanissero nel nulla ingiustizie e cattiverie, che si potesse uscire in strada ed essere abbracciati come un amico che non s’incontra da tempo. Mettiamo che il cambiamento cominciasse da me, o da te che stai leggendo. Allora scrivere servirebbe a qualcosa, e non avrei perso una decina di minuti della mia breve vita.

Franco Di Giorgi, Una lettura dell’Ottava Elegia duinese

Les choses ne sont pas cachées – elles sont évidentes. Ce sont nos yeux qui sont voilés, épais, chargé de mémoires, d’a priori qui défigurent ce qui est devant notre visage. (Jean-Yves Leloup, commento al quinto lòghion del vangelo di Tommaso: Gesù diceva: Riconosci ciò che è dinanzi al tuo volto).

Una lettura dell’Ottava Elegia duinese
di Franco Di Giorgi

Sia in alcuni scritti critici ed estetici raccolti in Del poeta (Einaudi, Torino 1948) sia soprattutto nell’Ottava delle sue celebri Elegie duinesi Rainer Maria Rilke scopre nell’occhio umano quella specie di limite che un secolo prima Novalis aveva individuato all’interno dell’intelletto. Un limite visivo che, come un destino (Schicksal), non consente all’uomo di poter vedere l’esterno (draußen) e soprattutto quello che egli chiama das Offene, l’Aperto. Continua a leggere

È arrivato il tempo


Quando accadde la cosa, se ne accorse soltanto chi rimase in vita. Il mondo fu messo in ginocchio. Quanti commenti arguti non videro la luce, per la scomparsa di famosi opinionisti! Qualcuno, forse, ne avrebbe sentito la mancanza. Ma quel qualcuno, nella catastrofe, fu spazzato via.
Ora tutto è cambiato. I social non esistono più, è impossibile mettere un “mi piace” a qualche post a effetto. Tutto è essenziale come ai tempi delle Origini, dove il verde era verde, l’azzurro era azzurro, e non c’era bisogno di spiegarne il senso. Ora ci si guarda negli occhi e ci si dice il vero, magari con belle parole, ma senza pretendere o desiderare qualche genere di approvazione.
Ora, in un negozio, si vende un certo tipo di merce, e perfino in Chiesa si parla e agisce in sintonia con i duemila anni precedenti. Ora nessuno ha intenzione di confondere le carte, di mescolare i riti, di mettere insieme quello che insieme non ci sta. Si dice pane al pane, vino al vino, e non si tengono o annullano discorsi per far piacere o per non dispiacere.
Ora che il mondo è in ginocchio, è più facile guardare verso l’alto, accorgersi che è bello che Qualcuno ne sappia più di noi.
È arrivato il tempo di ricominciare: rimbocchiamoci le maniche, lasciamo fare a Dio.

Giovanna MENEGUS – Quasi estate. Recensione di Antonio Fiori

Giovanna Menegus
Quasi estate
ExCogita, 2017

Il libro, venerdì 7 luglio prossimo alle ore 21.00, sarà presentato da Antonio Fiori ad Alghero – alla Libreria Cyrano.

‘Quasi estate’ è la prima silloge edita di Giovanna Menegus, autrice di un esordio già felice  nel titolo e nella cura editoriale di ExCogita, piccola e orgogliosa casa editrice voluta e  diretta da Luciana Bianciardi, figlia del compianto Luciano, giornalista e scrittore  indimenticabile. Continua a leggere

La poesia delle Guerre Stellari

Intorno al libro Star Wars. L’epoca Lucas

di Guido Michelone

 

C’è un volume uscito di recente, dal titolo Star Wars. L’epoca Lucas, sottotitolo “I segreti della più grande saga postmoderna”, scritto da Giorgio Ghisolfi per le milanesi edizioni Mimesis, nella prestigiosa collana “Il caffè dei filosofi” che fa luce, come nessun altro testo finora pubblicato (rilevandosi, dunque, come il saggio più esaustivo sull’argomento), sul tema delle Guerre Stellari, intese come una serie di film che dalla fine degli anni Settanta a oggi hanno rinnovato completamente sia il genere science fiction sia l’immaginario collettivo americano (e di conseguenza mondiale). Continua a leggere

BAMBINI DI FERRO di Viola Di Grado

di Massimo Maugeri

Libro Bambini di ferro Viola Di GradoIl terzo romanzo di Viola Di Grado, intitolato “Bambini di ferro” (La nave di Teseo), ci conferma ancora una volta l’originalità della voce letteraria di questa giovane autrice che si era già distinta con la pubblicazione delle due precedenti opere narrative: “Settanta Acrilico Trenta Lana” (pubblicato nel 2011 dalle edizioni E/O e vincitore di tantissimi premi, tra cui il premio Campiello Opera Prima e il premio Rapallo Carige Opera Prima. Il libro è stato tradotto e pubblicato all’estero, con successo, ed è stato finalista all’IMPAC Dublin Literary Award) e “Cuore cavo” (Edizioni E/O – finalista al PEN Literary Award).
Questa autrice, tra le altre cose, sebbene giovanissima, ha avuto modo di vivere all’estero in città come Kyoto, Leeds e Londra. Peraltro, nella capitale britannica ha conseguito la laurea in Filosofie dell’Asia orientale. Credo che quest’ultima precisazione sia importante, giacché il tipo di scrittura che offre un autore è influenzato dalle esperienze vissute, dai contesti sociali in cui queste esperienze si sono svolte e dall’attività formativa intrapresa. In tal senso, un ulteriore elemento che mi preme sottolineare riguarda la visuale “privilegiata” con cui Viola riesce a osservare il mondo che ci circonda e alcune delle sue sfaccettature… soprattutto quelle relative alle identità che caratterizzano il mondo occidentale e quello orientale. Continua a leggere

Echi


Estrema terra appare in questa sera
il pensiero di te, la lontananza
infida, l’attimo della finitudine,
del sacro vuoto d’amore,
dell’ignoranza indomita di qual-
sivoglia umore, attonita baldanza,
attratta, astrattamente indotta
dal nulla che ti affoga, ti ride
sulla faccia. Apprendimi, sollevami,
scarta la tovaglia che si arriccia,
stropiccia il cuore, con l’unica
voce che mi strappa al dolore,
all’umido biancore del ritorno.

Francesco Randazzo, Alito e calce


La poesia di Francesco Randazzo è piena di sorprese. È il “grido della pietra”, una voce che non ti aspetteresti e invece è lì, a interpellare il tuo sguardo sulle cose, oltre che il tuo ascolto. È come se, da qualche parte, ci fosse una soglia da varcare, “una porta perfetta, di sette colori”, l’arcobaleno, certo, ma anche le note, o, che so, i sette sacramenti: perché a volte, di là, sembra che si apra l’inferno della carne; altre volte, il Paradiso ineffabile dei desideri puri e levigati. Tra salvezza e perdizione, piacere e sofferenza, bene e male, nell’intrico di linee aggrovigliate che è l’esistenza umana, operano “le dita che non sanno contare il tempo e la misura”, gli “strumenti umani”, direbbe Sereni, che non si sa mai se possano servire all’uopo o siano arnesi obsoleti di fronte alla complessità crescente della posta in gioco. Continua a leggere

CRESTOMAZIA 26: “A la stagion che ‘l mondo foglia e fiora” di Compiuta Donzella

A la stagion che ‘l mondo foglia e fiora
acresce gioia a tut[t]i fin’ amanti:
vanno insieme a li giardini alora
che gli auscelletti fanno dolzi canti;

la franca gente tutta s’inamora,
e di servir ciascun trag[g]es’ inanti,
ed ogni damigella in gioia dimora;
e me, n’ abondan mar[r]imenti e pianti.

Ca lo mio padre m’ha messa ‘n er[r]ore,
e tenemi sovente in forte doglia:
donar mi vole a mia forza segnore,

ed io di ciò non ho disìo né voglia,
e ‘n gran tormento vivo a tutte l’ore;
però non mi ralegra fior né foglia.

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Tracce di cammino

di Antonio Sparzani

DCF 1.0


Era nato nel 1905 a Jönköping, popolosa cittadina sulla sponda meridionale del lago Vättern, nella Svezia meridionale, Dag Hammarskjöld, figlio d’arte, si potrebbe dire, data la sua carriera futura e dato che il padre Hjalmar fu presidente del Consiglio in Svezia nei difficili anni 1914-17. La carriera di Dag fu lineare e in continua ascesa: divenne presidente della Banca di Svezia nel 1941, carica che mantenne fino al 1948, quando entrò al Ministero degli Esteri.
Il 7 aprile 1953 venne eletto all’unanimità nell’assemblea delle Nazioni Unite Continua a leggere

102. Crisi di crescita


La meta era vicina, ma proprio per questo, come sempre accade, si scatenò l’inferno: tutto quanto si potesse respingere, odiare, disprezzare, salì a galla, mettendo in forse i traguardi raggiunti fino allora. Cosa fare? La prima reazione fu di rabbia: possibile che non si comprendesse l’azione del demonio, il suo tentativo disperato di vanificare in un momento il lavoro di anni? Mi sembrava evidente l’azzardo satanico, tipicamente suo, del resto, dettato dall’orgoglio smisurato e dalla smania di distruggere tutto. Ma la via era un’altra: restare nella pace, confidare soltanto nel Signore e nel suo Progetto indefettibile. Avrebbe pensato Lui a colmare le lacune, a riportare nell’alveo stabilito le energie disperse dal dolore rabbioso per lo scacco apparente. Mi dissi che al mondo non c’è nulla di più forte di Dio, e che anche allora avrebbe prevalso la trama amorosa di una storia preparata da sempre. Il miracolo non sarebbe stato cancellato da una insana e scomposta insofferenza. Tornai alle radici del cammino, al bello, al buono, al vero: da lì sarebbe scaturita la sorgente che avrebbe irrigato il deserto di un momento di crisi, aprendo lo scenario di un’oasi da tempo vagheggiata. Dovevamo credere, come don Mario sempre ripeteva, che quello che Dio dice è vero: contro ogni apparenza, contro ogni azione e potenza dell’inferno. Le porte del caos non l’avrebbero spuntata sul disegno d’amore e di salvezza, sul sicuro dispiegarsi del volere eterno del Signore.

La vita addosso: Born to lose di Nicoz Balboa

Nicoz Balboa ha la vita tatuata addosso; ogni suo tatuaggio parla di un’esperienza, un momento, una sensazione, un sentimento. E Born to lose (Coconino press 2017, 189 pagine, 19 euro) si incastra perfettamente in questa dinamica: lei è un’artista, non solo perché i suoi tatuaggi sono vere opere d’arte, quadri sulla pelle, o perché ha partecipato a mostre importanti in Italia e in Europa. Lei pensa e traduce i suoi pensieri in arte. Che sia un tatuaggio, un disegno, un quadro o un’incisione su linoleum.

Da questo suo circondarsi di arte e artisti è venuto lo stimolo per questo suo ambizioso progetto: raccontare le sue giornate, come una ragazza con il suo diario segreto, attraverso disegni schizzati su una Moleskine. Vittorie, fallimenti, pensieri, gite e pic nic, lavoro, amore, e la sua bimba meravigliosa: le sue giornate a colori vivaci e disegni che hanno il suo personalissimo e originale stile riportate sulla leggendaria carta beige a righe di una Moleskine. Da questo connubio nasce la MoMeskine, la moleskine di una giovane mamma che per amore lascia la sua città (Roma) e si trasferisce in una stupenda (ma “fredda”) cittadina a sud della Francia, sul mare.

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Da quando sono entrato in politica


[Ripubblico questo brano incluso in Prêtr-à-porter, un mio libro di diversi anni fa, perché mi sembra curiosamente attuale]

Da quando sono entrato in politica non credo più in niente. Ne ho viste troppe: la verità rovesciata in menzogna, la programmazione del falso, l’eliminazione violenta di ogni ostacolo, la ruberia elevata a comandamento. Non so perché continuo a stare qui; c’è una forza che mi attrae, ma non riesco a darle un nome. La sera, quando torno a casa, cerco invano di distendermi. Qualcosa mi consuma gli intestini, e lavora dentro, contro di me. Continua a leggere