A capo


Poesia è andare a capo, per qualcuno. In effetti, il segno di riconoscimento più evidente è che non si arriva al bordo della pagina: la frase si interrompe prima, come a creare un effetto di sorpresa, affrancato dalle righe tutte uguali, che rimandano, indifferentemente, a un referto medico, un articolo di cronaca, il bilancio annuale di un’azienda.
La poesia, in realtà è qualcosa di diverso: un testo che dà maggiore informazione, un condensato di simboli che spalanca mondi, lasciando intravedere scenari inaspettati, che estasiano, turbano, commuovono.
Chiunque può scrivere versi: basta leggere, studiare, compulsare manuali di metrica e retorica, esercitarsi ogni volta che si sente una profonda ispirazione, appuntando parole su un foglio di giornale, uno scontrino, un biglietto del tram.
Per me è ancora altro, la poesia: sapere che c’è Uno che mi aspetta, che è fedele; che lo senta o non lo senta, è lì, inspiegabile come l’attrazione, irriducibile come la speranza. Ogni volta che ci penso, mi nascono parole, una specie di poesia che non va a capo, ma mi riempie la vita di bellezza.

Che la forza sia con voi. E il potere con noi.

la forza con voi

Ci sono molte donne per cui femminismo significa in qualche modo rifiutare una prospettiva di diversità di genere, come fosse un marchio di debolezza; donne che tendono a catalogare sé stesse su un metro maschile, a cominciare dalla declinazione dei titoli professionali, ché quelli al femminile “non valgono tanto quanto”.
Questa esigenza ha avuto la sua piena importanza finché la cultura patriarcale ha tenuto chiuse le porte di molti mestieri che ora si stanno lentamente aprendo in tutti i settori, dalla scienza alle applicazioni manuali. Qui in Svezia per esempio ci sono sempre più donne nelle attività impiantistiche: deliziose idrauliche o elettriciste, magari minute ma scattose Lisbeth Salander con piercing e martello. Continua a leggere

Parlare


Parlare degli uomini è difficile, figuriamoci di Dio. Ma anche sul prossimo è necessario esprimersi con ponderazione, sapendo di maneggiare impressioni e giudizi soggettivi, che magari, con l’altro, nulla hanno a che fare. Vi sarà capitato, come a me, che qualcuno vi abbia apostrofato con un’accusa del tutto infondata: in questi casi, l’unica è chiudere il discorso, sperando di poterlo riprendere su argomenti alternativi.
Si tratta di un fenomeno detto “proiezione”: è una delle sensazioni più spiacevoli sentirsi definiti in un modo che è reale solo nella mente altrui. Episodi del genere ci inducono a riflettere a lungo, prima di formulare apprezzamenti.
Parlare di Dio, dicevo, è ancora più difficile: ci troviamo di fronte all’ineffabile, e possiamo solo balbettare espressioni generiche, imprecise.
Ma c’è qualcosa di ancora più arduo: parlare “con” Dio, rischiare un dialogo non verificabile, in cui si esige un’attitudine al silenzio che non tutti accettano di apprendere.
Come parlare “a” Dio? Ognuno ha un suo modo. Penso che una via efficace sia intendersi col cuore, lasciando che dall’intimo si formino suoni, frasi, parole, ispirate da Lui stesso.

SUL TAMBURO n.58: Simona Lo Iacono, “Il morso”

Simona Lo Iacono, Il morso, Vicenza, Neri Pozza, 2017

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di Giuseppe Panella

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Il titolo del quinto romanzo di Simona Lo Iacono (vincitrice nel 2017 della trentesima edizione del Premio Chianti con Le streghe di Lenzavacche, pubblicato dalle Edizioni E/O) si può estrarre dai versi di Salvatore Quasimodo che fanno da epigrafe al libro. I versi, citati dalla raccolta Giorno dopo giorno del 1947, esprimono lo strazio e l’angoscia legati alle vicende della guerra appena finita e le cui macerie sono ancora visibili agli occhi di tutti: “Vi riconosco, miei simili, / o mostri della terra. / Al vostro morso è caduta la pietà, / e la croce gentile ci ha lasciati. / E più non posso tornare nel mio eliso”. Il “morso”, di conseguenza, rappresenta il male di vivere, il dolore che nasce dalla sofferenza inflitta da chi ha dimenticato la propria umanità, l’impossibilità di condividere con gli altri esseri umani sentimenti di amore e di compassione. Continua a leggere

Novità?


C’è un libro di Rilke, “Lettere a un giovane poeta”, che mi ha sempre colpito per la qualità dei suoi consigli. Uno di questi è guardare la realtà come fosse la prima volta. Com’è possibile? Le sensazioni, i ricordi, si stratificano così profondamente che pensare di scardinarli è un’utopia.
Se incontriamo una persona conosciuta, abbiamo le idee chiare: potrà scartare solo leggermente dall’etichetta che gli abbiamo applicato.
Lo stesso capita con un tramonto, un monte, il cielo azzurro che vedo da qui, attraverso la tendina.
Se prendo un caffè, i biscotti con la marmellata, sono sempre quelli. Se confesso, posso prevedere le parole che il penitente sta per pronunciare: il peccato è monotono, non cambia, come l’autobus che passa di fronte all’uscita del Santuario.
Ma è proprio questo che mi mette in guardia: pensare di conoscere il mondo, non aspettarsi nulla, ricevere solo conferme delle proprie aspettative, è frutto del peccato, della pigrizia nell’ascolto, dello sguardo distratto, incapace di cogliere il dettaglio che fa di ogni cosa un nuovo evento.
Rilke ha ragione quando consiglia al giovane poeta di guardare il mondo come fosse per la prima volta: è quello per cui siamo fatti, anche se il male stende la sua coltre, intessuta di abitudini e ripiegamenti su di sé.
Di mio aggiungo che si possono vedere le cose in un’altra prospettiva solo lasciandole riflettere dallo sguardo di Cristo: Lui è l’eternamente giovane, l’unico col quale è impossibile annoiarsi.

Francesco Dalessandro, La gloria della forma.


Francesco Dalessandro

La gloria della forma

(Pensieri sul tema “Poesia e preghiera”)

 

La poesia è il trofeo linguistico di una disfatta spirituale.

Nicolás Gómez Dávila

 

I

 

Il mondo e le cose che lo popolano furono evocati dalla parola di Dio: è l’insegnamento del “Genesi” (1)

 

… le cose si mutarono nei nomi ch’egli diede loro,

poi persero il nome…

 

Ovvero, “nacque dalla Parola la Forma e morì di nuovo” (Rûmî). Allora, un altro genere di demiurgo, il poeta, intervenne a rinominarle. Per farlo, usò una parola diversa, corrosa dalla ruggine del silenzio, svilita, ma levigata fino a renderla essenziale, lucidata a specchio. Parola che non crea, ma riflette. Continua a leggere

La doccia


Sembra facile amare, ma è un lungo esercizio, una scuola di pazienza, il cercare a tentoni una sintonia tendente a perdersi.
Nella mia doccia, ci sono le due manopole dell’acqua fredda e calda: ottenere la temperatura preferita è un’impresa complessa. Ho trovato il sistema di lasciar scorrere l’acqua sul dorso della mano opposta a quella che impugna l’erogatore, in modo da avere, in senso stretto, il polso della situazione. È un trucco che permette di risparmiare tempo.
Anche per amare è necessario un trucco. Siamo dispersori incalliti di energie, svuotati dalla superficialità, dalla mancanza di sensibilità per quello che viviamo nell’istante attuale. Oppure ci lasciamo sviare, ingannare da paure e desideri: tutto concorre a offuscare la vista della realtà com’è, al sopravvento di pregiudizi e proiezioni, all’azione distorcente dell’io.
Il segreto sta nelle due manopole dell’acqua fredda e calda: nel tenere d’occhio, contemporaneamente, la posizione esatta e la temperatura, me e l’altro, il mio sguardo e quello di Gesù. Se raggiungiamo l’unisono d’intenti e orientamenti, non rischiamo di bruciarci o gelarci.
La vita è una doccia, un lavacro, un Battesimo in cui ogni giorno di più diventiamo ciò che siamo.

Pellegrini


L’uomo si giudica dal rapporto con Dio. Lo abbiamo detto spesso: la preghiera in silenzio, davanti al Volto di Cristo, e così via.
Bisogna aggiungere che sotto questo aspetto la varietà è infinita. Il Santuario è un buon osservatorio: c’è un via vai continuo di persone, ognuna col suo modo di arrivare, pregare e tornarsene a casa.
Il tema è intrigante anche per l’ateo, per l’interesse genuino che tutti nutriamo verso i nostri simili: siamo curiosi di vedere come il passeggero si siederà nel treno, cosa farà, se estrarrà dal bagaglio una copia del Corriere della Sera, del Mein Kampf o il calendario di Suor Paola.
Il livello elementare è il pellegrino cosiddetto automatico: viene qui per senso del dovere, trascinato dalla moglie, per esempio. I gesti che compie – un segno di croce, qualche parola biascicata con le labbra – non sono collegati al sentimento, che vaga per lidi più o meno compatibili. Se poi entra una bella ragazza, il gioco è fatto: Dio lo perdoni, ma anche l’occhio vuole la sua parte.
All’estremo opposto abbiamo i mistici: oranti che s’inginocchiano e sprofondano in un rapimento estatico, da cui neanche un militante dell’Isis potrebbe mai strapparli.
A volte mi chiedo come valuti il Signore questo quadro. Dell’amore non si butta niente, cantava De Gregori: perfino quel saluto fugace, quel bacio lanciato a metà strada tra l‘icona e la donna può avere una valenza salvifica, nel cuore sensibile di Dio.

Metafore, teatri della memoria ed effetti di nebbia nell’Isola del giorno prima di Umberto Eco (quarta parte)

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La sistematicità delle corrispondenze consente alla metafora di sfumare in una più generale somiglianza che assume la forma d’una grande simpatia universale. L’intero meccanismo metaforico può essere un’immagine dell’universo ermetico [1]. Fa parte di questo discorso un elemento dal quale dipende anche buona parte della struttura del romanzo, ovvero la ‘polvere di simpatia’ o unguentum armarium, un impiastro in grado di mettere in collegamento, di ‘porre in simpatia’, appunto, due oggetti anche molto distanti tra loro. Eco stesso richiama quanto Goclenius dice a proposito di questo magico unguento in Synarthrosis Magnetica (1617): Continua a leggere

Penne


La penna è un oggetto sempre più obsoleto. Qui, davanti a me, ho una specie di BIC, tanto per intenderci; in realtà è una Buffetti Stick Pen 1.0, che garantisce ben 1500 metri di autonomia.
Di questi tempi, è difficile arrivare a un chilometro e mezzo di scrittura. Le mie cose le butto giù sul cellulare o sul tablet della Apple, che consentono di correggere, copiare e inserire il materiale quando e come voglio. La Buffetti la utilizzo per gli appunti: chiamare il meccanico per il fanale fulminato; pensare al corso prematrimoniale; ricordarsi di Quinto e Battista (i due novantenni immortalati in queste pagine. Battista è la moglie, nonostante il nome).
Ne devono succedere di cose per completare i millecinquecento metri assicurati dall’avviso sulla scatola.
Ma il fatto che più m’incuriosisce è che questo cimelio d’altri tempi non abbia nulla della creazione originaria: plastica, inchiostro, non mettono in contatto con la vita pulsante, che scorre nelle vene, di cui ci ricordiamo ascoltando il battito del cuore, o posando lo sguardo sull’erba selvatica che cresce nell’ampio spazio verde oltre il Santuario.
È quel sentimento che bisogna riscoprire, perché il dito che batte sulla tastiera dell’iPad trovi il ritmo della forza universale che ha dato vita al cosmo e si nasconde, in qualche modo, nella Stick Pen della Buffetti con cui appunto il colloquio di stasera, il sacchetto di noci per la mamma, il Legno di guajaco della linea Tesori d’Oriente, ormai introvabile…

Un fatto umano: una graphic novel per non dimenticare

Un fatto umano, di Manfredi Giffone, Fabrizio Longo e Alessandro Parodi, Einaudi stile libero, 2011.

Mimmo Cuticchio, famoso cantastorie siciliano, prende la parola in apertura di questa graphic novel. E tutto, intorno a lui e dentro chi legge, tace.
Falcone diceva che la mafia è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha avuto un inizio e avrà anche una fine, fine che oggi più che mai appare lontana. In questo libro non troveremo scoop, fatti eclatanti che riguardino le stragi, le uccisioni, i compromessi (tanti, troppi); ogni tavola, ogni scena, ci sbatte in faccia avvenimenti, incontri, personaggi che hanno scritto pagine tristissime della nostra storia.

I fatti sono esposti con una precisione documentaristica che fa paura e quella paura dovrebbe aiutarci a non dimenticare, a non abituarci.
Non dobbiamo dimenticare che Pio La Torre riuscì a far mandare giù agli italiani (con un provvedimento ufficiale) che l’associazione a delinquere di stampo mafioso fosse una realtà, viva e concreta, ben al di là dell’organizzazione criminale”; e per questo è morto ammazzato.
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“Le facce del fiume”. Clemente Castelli e le sue sculture

Testo introduttivo e intervista di Oreste Verrini

C’è un piccolo borgo in provincia di Lucca, nel comune di Piazza al Serchio, fatto di sassi. Sassi per costruire le strade, per costruire le case e per abbellire. Non è inusuale, camminando in quelle stradine, incontrare un signore alto, di bianchi capelli, che con fare dinoccolato, passeggia. Siamo a Nicciano, in Garfagnana, e il signore è Clemente Castelli. Postino di professione e scultore per passione, ha abbellito il borgo di statue in arenaria. Ognuna di esse racchiude una storia, una leggenda, un desiderio.
Così l’ho conosciuto, camminando nel borgo. E sempre camminando ho conosciuto le sue opere e poi la sua storia. Non poteva rimanere ancora nascosta. Meritava di essere raccontata. Ad aiutarmi in questa avventura, Angelica Polverini, storico dell’arte e docente d’Accademia. Assieme abbiamo cercato di raccontare Clemente e il suo mondo. Le Facce del Fiume, Tarka Edizioni, è il risultato di questo lavoro. Continua a leggere

Media


Ai tempi di Gesù non c’erano giornalisti né giornali. Potremmo chiederci se avrebbe partecipato a un talk show, o se si sarebbe fatto intervistare. Secondo me, avrebbe creato un imbarazzo tale che l’intervistatore si sarebbe interrotto, avrebbe cominciato a confidarsi e a chiedere di essere aiutato. Chissà perché Gesù è vissuto in un tempo in cui la comunicazione era così poco sviluppata. Chissà perché il Mediatore ha rinunciato ai media. Certo, sarebbe stato peggio all’età della pietra, quando ci si faceva segnali con mezzi primitivi e non c’era la parola com’è oggi.
M’immagino i titoli che potrebbero apparire: Gesù il Nazareno non risponde alle domande di Mentana; invitato al Grande Fratello, Cristo risponde che di Grande ce n’è solo Uno, tutti gli altri sono uguali; esclusivo: Gesù rifiuta di affacciarsi alla finestra di San Pietro.
Certamente avrebbe catalizzato l’attenzione, ma non si sarebbe fatto coinvolgere nel circo effimero dei network. Sarebbe stato mite e umile, ma non avrebbe ceduto al fascino delle telecamere, né si sarebbe compromesso in dibattiti fine a se stessi, centrifugati nei decibel della pubblicità. Ai tempi di Gesù c’erano dispacci e pergamene, lettere scritte a mano, e il passa parola che convince più di un tweet o di un messaggio su whatsapp.
Gesù ha scelto la croce, ma quella dei social ha potuto e voluto risparmiarsela.

La poesia del bebop: l’ultimo concerto di un immenso jazzista


di Guido Michelone

È da poco uscito l’album The Last Concert a nome del Thelonious Monk Quartet, e al momento di questa performance, oltre quarant’anni fa, alla Avery Fisher Hall del newyorchese Lincoln Center, la salute fisica e psichica di Thelonious Monk è in declino: Continua a leggere

Bivio


La vita si può vivere in due modi.
Uno è proiettato all’esterno, tende a espandersi, a comunicarsi, a conquistare tutto il conquistabile. Alessandro Magno ne è l’archetipo: riduce il mondo al silenzio, come si legge nella Bibbia, poi si ammala e muore. In diverse gradazioni, molti battono la stessa strada, strappando trofei meno appariscenti ma a loro modo significativi. È uno stile che comporta una lotta, un’attitudine agonistica, e non di rado prevede conflitti, quando si inseguono i medesimi obiettivi. La fede, a volte, diviene uno strumento, è ridotta più o meno consciamente ad amuleto impiegato per vincere le sfide. La tensione è continua e l’unico riposo è quello notturno, anch’esso visitato, non di rado, dai fantasmi quotidiani.
L’altro modo è quello in cui si dirige il desiderio verso gli archetipi interiori. Prototipo della tendenza è il mistico. Qui il criterio è il raccoglimento, la concentrazione, l’impegno costante del dialogo col Dio più intimo a sé di se stessi: il Cristo re della settima stanza del Castello, il Maestro interiore che dona la vita a chi preferisce la sua amicizia a tutto il resto.
Entrambe le modalità hanno i loro punti deboli, le rinunce necessarie, un prezzo da pagare, alto o basso che sia.
Tu che mi leggi stai percorrendo l’una o l’altra strada. In ogni caso, ti auguro buon viaggio.

Un libro in cartella: Sono puri i loro sogni di Matteo Bussola

Una cartella o poco più per raccontare un libro

Mi piace molto il tono del nuovo libro di Matteo Bussola. In fondo è una “tirata d’orecchie” ai genitori, come si faceva un tempo a scuola con gli alunni. L’autore però non cede alla tentazione di puntare il dito contro i genitori che inveiscono mentre l’insegnante cerca di far comprendere l’impegno e la disciplina a un ragazzo, o che nelle famigerate chat criticano l’operato dei professori, anzi, fa proprio il contrario: si mette accanto ai genitori, non “sale in cattedra”. Attraverso una dialettica che parte da un fatto – una persona conosciuta, l’esperienza di un insegnante, il rapporto con i genitori o una ricerca sull’argomento – approda a una considerazione, un dialogo aperto con il lettore. Il lettore, quindi, si sente coinvolto e non edotto, si mette in ascolto, tanto è gentile e concreto il tono dell’autore; e osserva, fidandosi, da un altro punto di vista, coraggioso e senza pregiudizi quale è sempre e ovunque (libri, social, programmi radiofonici) quello di Matteo Bussola. Continua a leggere

Luigi Maria Corsanico legge Fernando Pessoa. 5

da qui

FERNANDO PESSOA
AUTOPSICOGRAFIA / Il poeta è un fingitore
1º aprile 1932
da: Una sola moltitudine, Adelphi, 1979
Traduzione di Antonio Tabucchi

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Avant-Dernières Pensées I. – Erik Satie

Almada_Negreiros, Retrato de Fernando Pessoa

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Imitazioni


“L’imitazione di Cristo” è il titolo di un libro. In che senso va inteso? È possibile imitare Gesù? Di che genere di imitazione può trattarsi?
Un genio, in questo campo, fu Alighiero Noschese, che si metteva in modo straordinario nei panni degli altri, al punto, forse, di perdere se stesso (morì suicida). Nel suo caso, si parla di imitazione parodistica, il cui obiettivo è far ridere la gente.
Un altro tipo è quello motivato da un sentimento di profonda ammirazione, che dà luogo a comportamenti emulativi: pensiamo a tutti i fenomeni di “scuola”, in arte, musica, letteratura.
Entrambe le modalità si confanno al nostro tema.
Ci riduciamo, a volte, a parodia di Gesù: vorremmo ricalcarne le caratteristiche e facciamo solo ridere. Ipocrisia, affettazione, senso di superiorità, sono alcune della sbavature che tradiscono una distanza abissale dal modello.
L’imitazione-ammirazione finisce ugualmente in un vicolo cieco: con le nostre forze non arriveremo mai a riprodurre lo stile di vita del Maestro.
Come uscire da questa aporia?
Gesù sa che se cerchiamo di imitarlo, diventiamo velleitari o ridicoli, per questo ci indica una strada alternativa. È come se dicesse: guardami negli occhi, parlami; vuoi che non risponda a una persona che amo?
Proviamo a seguire questa via: incrociando il suo sguardo, sentendo la sua voce nel profondo, sarà impossibile non essergli discepoli.

Poesia e preghiera


È un libretto prezioso questo “Poesia e preghiera”, redatto da Edoardo Albinati, Sauro Albisani, Francesco Dalessandro, Gianfranco Palmery, Giovanna Sicari e Domenico Vuoto, che si confrontano su un tema inesauribile, per certi aspetti insondabile, e forse proprio per questo concentrato in quaranta, intense pagine. Continua a leggere