Nebbia

Non è bello guidare nella nebbia: non vedi nulla del paesaggio circostante; ti sfuggono i prati, le colline, l’azzurro del cielo che mette allegria, gli uccelli che attraversano l’aria. Nella vita, guidiamo così, in una cecità che ci impedisce di vedere il Cristo, il tesoro della sua presenza, le mille sfumature del suo esserci vicino. Approfittiamo di questa miseria per donargliela: Lui trasforma tutto nell’oro del suo amore.

Uscire presto

anto

(Antonello da Messina, part., Museo di Bucarest- Sibiu)

*

Uscire presto a Messina per i Santi,
Piove, non è bello, si arriva a Muricello,
Da sempre, e non è triste, coi Morti davanti,
Là vicino c’era Mollica, e Pirandello.
(1 novembre 2018)

S’apparecchiava, la sera dei Santi,
Una cena tardiva ai morti di famiglia,
Quelli che ci guardavano festanti
O seri, dai muri, da un tempo che ci somiglia.
(3 novembre 2018)

Tasta la fronte ed è un dio di febbre,
E un dio, o Dio, si lancia
Nella tromba delle scale, a capofitto,
Un Dio mortale, che fugge e lascia
Il mondo al suo male di essere tale,
Vivo e corroso, un Dio
Amoroso, sconfitto.
(8 novembre 2018)

Aspettative


Dobbiamo attenderci di più, siamo troppo poveri nelle aspettative, l’amore infinito del Cristo sa darci quello che non immaginiamo. È così che aumenta la fede: aspettandoci di più. È un cammino che non sarà interrotto dalla morte: anche in quel momento sarà Lui ad aiutarci; e non ammette che abbiamo paura. Temere sarebbe per Lui un’offesa, una grave mancanza di fiducia.

Riccardo Ferrazzi, N.B. Un teppista di successo

di Roberto Plevano

Ad alcuni esseri umani, assai pochi, tocca la sorte di essere trasformati in mitologie. Ogni evento della loro vita è trasfigurato in un emblema di destino individuale e collettivo, i confini tra i fatti e l’invenzione si fanno confusi, i sentimenti comuni prendono proposito, e forma di forze nell’accadere storico.
L’ascesa al potere e la caduta di Napoleone Buonaparte divennero oggetto di culto, e popolare e presso gli intellettuali, contemporaneo degli stessi avvenimenti.

All’indomani della vittoria di Napoleone a Jena e dell’assoggettamento della Prussia (13 ottobre 1806) Hegel, allora trentaseienne, scrisse all’amico Niethammer: “Ho visto l’Imperatore, quest’anima del mondo, uscire dalla città per andare in ricognizione. È una sensazione meravigliosa vedere un tale individuo che qui, concentrato in un punto, seduto su un cavallo, si protende sul mondo e lo domina… da giovedì a lunedì progressi così grandi (si riferisce ai rivolgimenti politici nell’area tedesca dopo Jena) sono stati possibili solo grazie a quest’uomo straordinario che è impossibile non ammirare”.
Continua a leggere

Pensarsi

Gesù ci aspetta: sta nel tabernacolo, solo e orante, e attende il nostro arrivo. Se capissimo questo! Non potremmo resistere un istante senza pronunciarne  il Nome, senza pensare a una sua qualità, senza, insomma, renderlo presente. Noi pensiamo a Lui, Lui pensa a noi: questa è la Vita.

Il libro

Il libro che vorrei scrivere non c’è.
È la foglia sull’albero,
che cade,
la bottiglia poggiata per terra,
la voce di uno che chiama,
di là dalla parete.
Il libro da scrivere
lo porto in me,
come lo zaino del bambino
che entra a scuola;
per lui – il bambino –
è tutto nuovo,
non sente che paura e gioia:
la vita,
di là dalle parole.

Gusti


Lui è nostro e noi siamo suoi: non dobbiamo temere di esagerare nell’amore. Gesù fa di tutto per fondersi con noi; nei racconti degli evangelisti troviamo certamente ciò che nel Maestro risponde, addirittura, ai nostri gusti, alle nostre inclinazioni: la gloria, l’umiltà, l’abnegazione, la misericordia, lo zelo, la preghiera. Il Cristo raccomanda alla Bossis di prendere, al mattino, un brano di Vangelo e di portarlo con sé nella giornata: diventerà la chiave  dell’imitazione, il perfezionamento dell’intimità. Lui è nostro, e noi siamo suoi.

Follie


Gesù è folle d’amore, su questo non ci piove. O forse pioveva quel giorno, sul Calvario, chi lo sa. La pioggia lava il dolore, purifica come l’acqua del battesimo, in cui siamo abilitati alla stessa follia, a compiere ogni atto, a lasciare che ogni battito del cuore si succeda, a disporsi ad accogliere pensieri e sentimenti con l’identica nota, l’unica motivazione: l’amore. È più dolce vivere per l’altro, per il nostro Dio che per sé stessi. Una mattina ti alzi e lo capisci. Allora tutto cambia, la vita diventa un’altra cosa.

EDUCAZIONE SENTIMENTALE #10

Cominciò il giorno in cui mio padre tornò a casa con I pirati della Malesia sottobraccio.
Il celebre romanzo di Salgari era in vendita dal suo giornalaio di fiducia e non aveva resistito alla tentazione di comprarmelo. È il primo, chiaro ricordo che ho di un regalo. Ci scrisse sopra una dedica: A Matteo, con affetto, papà. D.O.C. dimenticandosi di aggiungere la data. Così ogni volta che lo riprendo tra le mani la mia ricerca del tempo perduto arranca tra dettagli chiarissimi ma di scarsa utilità (cosa intendeva poi con quel D.O.C?) quali l’emozione di possedere il mio primo libro “da adulto” e le due righe iniziali “Mastro Bill, dove siamo?” “In piena Malesia, mio caro Kammamuri”, infine mia madre che mi chiama per andare a tavola, risvegliandomi da un viaggio che avrebbe continuato ad accompagnarmi negli anni a seguire. “Dov’eri finito?” mi chiese non appena entrai in cucina.
“In Malesia” risposi chinandomi con aria da furfante sul piatto.
Resta il mistero di quanti anni avessi.
L’unica memoria certa (la mia seconda, vividissima immagine) è la reazione che ebbe la maestra quando gli fu riferito cosa stavo leggendo. Disse che Continua a leggere

L’Uomo-Dio

sdr


Per tanto tempo ho pensato che il discepolo che Gesù amava non fosse san Giovanni, ma mi sono ricreduto. Solo chi ha messo il capo sul cuore di Gesù può aver avuto intuizioni profonde come lui. Solo lui può aver capito che l’impossibile, in noi, lo fa il nostro Salvatore: i sacrifici che ci inquietano, le parole che perdiamo, l’attenzione che sfugge, tutto è assunto da Lui, che lo compie, lo completa, lo trasforma. Al discepolo amato da Gesù chiediamo di poter sperimentare la stessa, feconda intimità con l’Uomo-Dio.

Ornithology 6. Sancino

 

SANCINO

 

Anatre in volo

Anatre selvatiche in volo
lungo la sponda del Naviglio
come in una stampa di Utamaro
un haiku di Bashŏ:
la natura non conosce limiti
sa sempre come sorprenderci
anche in questa campagna sfigurata
da superstrade e dormitori. Continua a leggere

Luckiest man in the World

“I have been one of the luckiest man in the World” così fino a qualche giorno fa si definiva Stan Lee, la notizia della cui morte, avvenuta all’età di 95 anni, sta facendo in queste ore il giro del mondo.
Fumettista, editore, produttore cinematografico e televisivo, Stan Lee ha lasciato un’impronta nell’immaginario del mondo occidentale paragonabile solo a quella di Walt Disney, anche se rispetto al connazionale statunitense la sua fama rimane, e forse rimarrà per sempre, circoscritta ai soli amanti del fumetto.
Soprannominato L’Uomo (The Man) e Il Sorridente (The Smilin’) Stan Lee fu il primo ad introdurre, insieme a diversi disegnatori e co-creatori (Jack Kirby  e Steve Steve Ditko in particolare) la figura del “supereroe con superproblemi” umanizzando una categoria dell’immaginario post-war che fino a quel momento era stata caratterizzata esclusivamente da personaggi perfetti e bidimensionali (uno su tutti: Superman).
Stan Lee ideò la famiglia dei Fantastici Quattro (1961) e grazie alla sua fervente immaginazione videro la luce  Hulk (1962), Thor (1962), Iron Man (1963), gli X-Men (1963), Daredevil, 1964) e il Dottor Strange (1963), per non dimenticare uno dei personaggi Marvel di maggior successo, l’Uomo Ragno (1962).
Fu proprio grazie a Lee che la Marvel si trasformò da piccola casa editrice in multinazionale dell’intrattenimento su scala mondiale.
Ma il mio personaggio preferito, quello per cui ringrazierò sempre la fervida fantasia di Lee e dei suoi collaboratori, è senza dubbio Silver Surfer, in cui la sofferta umanità dei supereroi Marvel raggiunge apici insuperati.
Ideato grazie al fondamentale contributo di Jack Kirby, colui che di fatto lo disegnò per primo, Silver Surfer divenne in poco tempo il personaggio preferito di Lee: un moderno Prometeo, un surfista della galassia che cerca una ragione per continuare a vivere in un universo infinito ma privo di risposte.
Ed è proprio così che mi raffiguro Stan Lee in questo momento, dopo aver letto la notizia della sua morte: seduto sul bordo di qualche sistema solare col sorriso in faccia e l‘ottimismo che lo contraddistingueva a spingerlo ad andare sempre avanti, ma con nascosta dentro l’anima quella nebulosa di domande che fa dei suoi personaggi – e oggi, possiamo dirlo, anche di tutti noi – supereroi vulnerabili alle prese col mistero di una vita che continua a sfuggirci.

Per chi


Non è sufficiente domandarsi perché (ed è già tanto), dobbiamo chiederci per chi. Per chi facciamo le cose, viviamo, ci impegniamo? Se lo facciamo per noi stessi, proveremo l’amara delusione di ritrovarci in mano un pugno di mosche: l’io, infatti, non basta a se stesso, e si consuma nel nulla se non aderisce a qualcun altro. Se facciamo tutto per Gesù, ogni atomo della nostra esistenza s’impregna, fin d’ora, dell’eternità.

Io sono El Diablo

Una periferia di Bologna inusuale, che sembra una sorta di landa pasoliniana dai toni apocalittici, un po’ deserto australiano e un po’ ritratto iperrealistico dell’Italia e dell’Europa contemporanei, e al suo interno l’Inglese, un finto clochard col volto coperto di cicatrici e una benda nera a coprirgli l’occhio destro, che come molti anni prima di fronte all’Ayers Rock (una storia che fa capolino in questo romanzo solo nei termini di rari flash back) prova “il desiderio irresistibile di entrare nel territorio desertico, e marciare senza fermarsi fino alle profondità del nulla”.
Poi l’incontro con una giovane albanese, Violeta, il cui passato è avvolto come quello dell’Inglese in un mistero intricato, sembra rimettere tutto in gioco: riportare in vita fantasmi che si pensavano sconfitti e aprire squarci su un futuro in cui non si vuole ancora rinunciare a credere.
Il tutto intriso di violenza feroce ed istanti di poesia, riflessioni inaspettate, dialoghi scarni, disperazione, crudo realismo limato con sapienza da slanci di forte immaginazione narrativa, come quando l’Inglese ripercorre gli anni della sua infanzia in un castello della Cornovaglia o nell’episodio in cui la chiave di lettura di una giornata come tante è offerta da un ricordo che si credeva dimenticato.
Nel romanzo Io sono El Diablo (Fanucci Editore, collana Neroitaliano) Mauro Baldrati mescola ingredienti diversi – stile pulp, atmosfere da graphic-novel e crime-fiction da una parte, realismo da reportage ed inquietanti incursioni nel traffico di giovani vite umane dall’altra – muovendosi con agilità tra  Continua a leggere

Chi servire


Siamo chiamati a raccogliere tutta la potenza del nostro credere, sperare e amare: Gesù la prenderà e ne farà un altare di propiziazione per il mondo. Possiamo essere soli come Noè, ma Cristo sarà l’Arca che unirà cielo e terra. Il rischio è la tiepidezza nel pregare: ci vuole zelo nel mettere gli occhi nei Suoi occhi, consci della propria miseria. Solo allora non serviremo più noi stessi, ma Gesù, e a Lui saremo uniti da un amore sponsale.

Il poeta


Il poeta ha di bello
che ricorda di vivere.
Te ne scordi spesso,
così preso dalle cose da fare,
ma lui si affaccia a una finestra invisibile
e riferisce i vaticini.
Non chiedergli nulla,
perché ha già una missione
che svolge con dura disciplina:
quando sembra esaurito,
una specie di piantone
lo costringe a scrivere.
Il poeta si dimentica
di sé, e lo fa bene: meglio del matematico
o del vigile. Gli basta confondersi
con una pianta grassa, ed ecco che nessuno
lo vede: è diventato una macchia di colore
a piè di pagina.

Penitenza e gioia


Penitenza è una parola che crea sospetto, di cui si diffida. Eppure, per Gesù, è legata alla gioia, perché ripara, perché è amore. L’amor proprio allontana da Dio, attacca a se stessi; la penitenza è leggerezza, dimenticarsi di sé, e aprirsi finalmente all’infinito. Dio è sempre nuovo, perché è infinito; e per l’infinito anche noi siamo creati.

Giuseppe Ferrara. Il peso e la grazia

Il peso e la grazia_SBOLCI


L’atomo nel pagliaio

Quanto di quando, ci serve in fondo
Qua da questa parte dell’eterno
Dal verso opposto dell’infinito mondo
Sempre a girare intorno al cerchio
Ogni giorno più largo di un giorno
A cercare l’atomo e la sua cruna
Mentre tutto ciò che è fuori brucia

*

Non ci crederai

Non ci crederai
ma esistono posti
ancora intatti
con il cielo ben disteso
su un prato apparecchiato
dove ti viene voglia
di mangiare
o stare solo sdraiato
a tremare più lentamente
dei raggi del sole,
dei fili d’erba
e ancor di più dei rami.
Fermo dunque per chiunque
si appresti a scavare
linee metropolitane a
sciogliere macchinosi
ingorghi o a scalare frattali.
Faro per chiunque
voglia tirare su
la vela, volare
dove il falco vola.

*

L’autore della critica d’autore

L’autore criticato
non ha una penna bic
la piccola olivetti
è ormai in soffitta
non sa sfornare twitters dallo smart
freschi come cornetti da mangiare caldi
prima che sia troppo tardi
e tutto si dilegui
[si vede solo ciò che è già risorto]

Crocifisso a un ferro di cavallo*
l’autore non ha che poche lettere,
sette note e quella trinità stentata
tinta di rosso di blu e di giallo.

*Crocifisso a un ferro di cavallo: era questo il titolo di un quadro al quale Mario Schifano pensava […] come suo manifesto […]; non riuscì a realizzarlo per cui la sua personalità e la sua opera sono ancora avvolte da un alone indecifrabile e aperte a ogni possibile interpretazione della critica […]. Probabilmente l’Arte deve molto al Caso ma molto meno di quanto la critica deve alla Necessità. [N.d.A.]

*

La notte è immobile negli angoli

La notte è immobile negli angoli
(come quegli insetti mimetici o i gechi
negli spigoli, gli scarafaggi sotto i tavoli)
un pensiero dell’aurora che fuori infuria
e quando s’accende tutto d’improvviso fugge

*

Empio blog

t’odio mio blog; e aspro un sentimento
di furore e rabbia nel cor sprofondi
o tu che, indolente frangivento,
disperdi refoli infecondi che al
gioco del mi piace o non mi piace
l’opra dell’homo videns assecondi!
ciascun ti caccia e stana come un topo
e tu ratto di mano e mouse rispondi
da vanità avvinto nella rete
si dibatte tra mille bla bla bla con
un grand’occhio scuro il dio futuro

*

Prestito

Se della tua bocca non so che le tue labbra
e dei tuoi seni solo le primavere
come potrei affermare che da te ho avuto
più della grazia lieve di orme sulla neve

Nella memoria porto lo sguardo, l’intrigo
che mi toccò di trasparenze d’ambra
forse questo è tutto ciò che avanza
tra le teorie, i corollari, la collera dei morti
miliardi di post-it, mille indirizzi e-mail
e i centoquarantaquatto caratteri di twitter

Lo sguardo che mi guarda ancora fisso
che lento m’avvolge come profumo sale
da ampolla appena schiusa, dal ciuffo
di rosmarino che fa da segnalibro
non è l’inutile menzogna di «t’amerò per sempre»
che dire solo per sempre in fondo è già mentire:
no. È  un prestito insperato da restituire ora

*

Il peso e la grazia

Che ne è stato di quell’istante
da dito tremante sul grilletto
contro la donna che reggendo il mondo
metteva il primo figlio a letto?

Quale grazia dissuase l’uomo al gesto,
allontanando il peso dalla mano
e l’indice dalla falce di una lunetta grigia?

Quante vie di fuga ha un secondo
per diventare ora, proprio ora.

*

A Giacinto

[…] Tutto è accelerato
per finire prima: un saluto, il caffè, il
foglio di giornale eppure a stare
attenti si vede sorgere il castello e il
brillìo in fondo dei diamanti, rossi
s’inchinano i campanili, papaveri tra
mattoni cotti e gli angeli negli angoli
della piazza piena di tutti quei digiuni
sfamati da parole e sogni e da chi oggi
porta rose senza spine nei pugni schiusi.

*

Cambio di ora

Spiccando il rametto dal ramo più basso
del ciliegio fiorito non pensò al dolore del tronco
ma al sorriso di chi l’aspettava ancora nel letto
tra il confine dell’ora solare con quella legale
lo stesso confine del gesto compiuto.

Quando appese le lenzuola umide al sole
dall’alto guardò il ciliegio e il suo spazio svuotato
che aveva versato in una bottiglia celeste
come quel fiore bianco fresco e già asciutto.
Tutto le apparve buono e vero; senza saperlo giusto.

***

«”Obbedienza alla pesantezza. Il massimo peccato”. Così scriveva Simone Weil in La pesantezza e la grazia, la raccolta di alcune sue “investigazioni spirituali” che, partendo da un principio di equità, incarnato nella figura mitologica di Themis, ruotavano intorno all’idea del punto di equilibrio, del bilanciamento delle forze. Investigazioni spirituali o pensieri quali strumenti utili alla riparazione degli strappi che la leggerezza dell’essere produce.» Alfonso GiannaDisobbedienza gravitazionale.

«La Grazia è il contrario del Peso? Certamente no, e come Ferrara ben sa, ed evidenzia nelle sue poesie, il Peso è la condizione in cui tutti viviamo, a cui siamo costretti e non possiamo sottrarci, è il campo di forze della quotidianità; mentre la grazia è uno stato interiore, lo stato in cui si trova chi è in armonia con il cosmo, con la natura; è lo stato del poeta che cerca – o meglio: ri-cerca – di tradurre le cose della vita (verità) attraverso la parola, un “oggetto” che razionale non è al pari  della vita che ci sforziamo di vivere razionalmente ma che razionale non sarà mai.» Claudio Gamberoni, La legge della Gratitudine Universale.

***

Giuseppe Ferrara, Il peso e la grazia
prefazione di Claudio Gamberoni, postfazione di Alfonso Gianna
“La carrucola del pozzo”, ed. 96, rue de-La-Fontaine, 2018, 108 pp., 12 euro
In copertina: Renzo Sbolci, Fecondazione, 2018

PRESENTAZIONI de Il peso e la grazia

Lunedì 19 novembre, ore 17
Ferrara – Sala della Contrada di San Giorgio
A cura dei Caschi blu della Cultura (CbC)
Dialogano con l’autore Gianna Andrian (CbC)
e Claudio Gamberoni, prefatore della raccolta
Ingresso libero

Venerdì 23 novembre, ore 17
Ferrara – Biblioteca Ariostea, Sala Agnelli
Dialoga con l’autore Angelo Andreotti, direttore delle Biblioteche di Ferrara
Ingresso libero

 

Scenari

sdr


Siamo molto attaccati a questa terra: ci attrae la bellezza del mare, dei monti, il fascino dell’alba o del tramonto. Lo sguardo non si stanca di ammirare, sostando ora su questo ora su quel dettaglio del creato. Ma guai a dimenticare che di là, quando saremo uniti col Creatore, sarà tutto più bello. I colori, gli odori di questo giardino sono nulla rispetto allo scenario che ci aspetta.