Rajoy, il fantasma della libertà. Poesia

 

Rajoy, Rajoy,

non sei diverso dall’autore di un femminicidio

da un partner cieco di stizza e gelosia

che non accetta la rottura,

la decisione di una lei decisa a chiudere.   Continua a leggere

Il Centro


Loreto è in cima a un colle. Girandole intorno – dall’autostrada, dalle vie che attraversano i paesi, dall’Adriatica -, la scorgi come il segno di qualcosa, una memoria che s’impone o si propone, secondo lo sguardo.
Loreto è Dio, l’Annunciazione, la Santa Casa della famiglia nazarena, una vertigine di Cielo che sconvolge l’agenda mediocre del terrestre. È impossibile pensare a Loreto senza che scombini i progetti ordinari, gli obiettivi che rivelano, in un confronto impari, la loro inconsistenza.
Loreto è anche il segno della Storia, epoche in cui si era costretti a costruire mura per difendersi dai Mori, come allora si chiamavano. Oggi viviamo tempi simili: città, nazioni, continenti sotto assedio, ma nemmeno lo scudo antiatomico basta per proteggersi.
Loreto è lo spirito; il terreno circostante – pieno di ulivi – è la psiche; l’immensa campagna che arriva fino al mare è il corpo. Non puoi fare a meno delle tre dimensioni, ma il centro è la Casa, il punto in cui convergono il ritmo monotono dell’onda, l’oro effimero dei girasoli, i difetti e i pregi, la fragilità e la forza della nostra umanità.
Ogni volta che guardo Loreto, mi ricordo di don Mario: era lui che con fatica, dalle fughe del corpo e della psiche, mi riportava al Centro.

Sporcarsi col tempo per partecipare alla vita. La fine del Diario di Sarah Manguso

Andanza

I libri di Sarah Manguso – Andanza è il secondo tradotto in Italia, sempre da Gioia Guerzoni, sempre per NNE – rappresentano per il lettore una sfida con i propri pensieri più intimi, uno scavo sottopelle operato con quello strumento multiforme che è la prosa dell’autrice americana. La Manguso che finora abbiamo conosciuto (più tardi NN pubblicherà anche certi racconti, quelli di Hard to Admit) non scrive fiction, ma neppure semplici memoir o saggi. Andanza, come Il salto (in Italia nel 2016), rappresenta una prosa filosofica, strutturata a guisa di aforismi, a tratti, di mezze pagine di diario, di annotazioni, di chiose illuminanti fatte di quella stessa tagliente epifania che si legge in certi poeti ermetici. Continua a leggere

Scarpe


Il Cantico delle creature colpisce perché vede il bello ovunque. Facilmente avviene il contrario: siamo bravi a cogliere difetti, magagne, le mille falle che si aprono nel mondo e ne fanno, ci sembra, una scarpa vecchia, quasi da buttare. Il Cantico afferma il contrario: il mondo è bello, perché Dio l’ha creato, e da Lui non può uscire che bellezza. È una fiducia che i santi conoscono bene, loro che tornano bambini, come chiede il Vangelo. Il bambino non ha difese o maschere: è lì, esposto alla realtà, pronto a recepire quello che gli viene dato. Dio vede il bambino che è in ognuno di noi e fa di tutto per estrarlo dalle macerie dell’adultità. L’adulto, infatti è spesso adulterato, un prodotto in scadenza pronto per finire tra i rifiuti. Una scarpa vecchia, insomma. In questo senso, Dio è un rigattiere che tiene da parte molte cose inutili, inservibili, con infinito amore. Aspetta il momento opportuno per riprenderle in mano, lavorarci sodo, e sposta di qua, incolla di là, spolvera e lucida, alla fine, oplà!, ecco una cosa tutta nuova.
Il Cantico dimostra che persino la morte è una scarpa malridotta che si può risuolare. A patto che desideri davvero riprendere il cammino:
“Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò scappare: guai a quelli che morrano ne le peccata mortali; beati quelli che trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la morte secunda no ‘l farrà male”.

Angeli


Gli uomini mi rappresentano sempre con le ali, ma io sono puro spirito, quindi non ho ali né braccia né quella veste lunga e bianca con cui non possono fare a meno di pensarmi, tradendo una scarsa fantasia. I terrestri guardano più all’esterno che all’interno: sono attratti dalle belle forme, si perdono nella contemplazione di un’auto o di un gioiello. Noi no, andiamo al sodo, abbiamo un’attrazione invincibile per l’anima.
Siamo per la continuità, per la gioia, per la ricchezza straordinaria dell’infinito da cui proveniamo. L’uomo e la donna valgono per questo. È vero, sono costretti a fare i conti con il corpo, che ha le sue pesantezze, perfino le sue tare, a causa della colpa d’origine. Lottano con la forza deviante del peccato, cercano di farla confluire nell’alveo voluto dall’Altissimo, sia benedetto il suo Nome, di custodirla dall’assalto dell’altro genere di spirito, satana, l’essere malvagio che si traveste da angelo di luce per ingannare il mondo.
Noi, angeli fedeli, non abbiamo vesti bianche né ali: indossiamo l’energia potente del Santo Immortale, sia sempre benedetto il suo Nome. Ricordiamo agli uomini e alle donne, ai vecchi e ai bambini che nessuna conquista, nessun successo, nessun piacere, in questo mondo, è superiore a quella perla di valore inestimabile che è l’anima. Una sola cosa increspa lievemente la nostra eterna gioia: che l’essere umano, spesso, dimentica di averla.

CATERINA DELLA NOTTE di Sabina Minardi

di Massimo Maugeri

La letteratura, l’ho sostenuto altre volte, ha la capacità di abbattere qualunque tipo di barriera spazio-temporale. È così anche nel caso dell’ottimo romanzo di Sabina Minardi, “Caterina della notte” (Piemme, pagg. 384, € 18,50) in cui l’autrice catanese residente a Roma collega due donne che vivono in epoche e in luoghi diversi.
La prima di queste donne compare sin dall’inizio del romanzo e si presenta con queste parole: “Mi chiamo Catherine e ho quasi quarant’anni. Sui miei documenti c’è scritto Caterina, ma in Italia ci sono solo nata, e a nessuno verrebbe in mente di chiamarmi così. Ho un lavoro che mi piace, un amore ufficiale e qualcuno clandestino, il tempo da inseguire ogni giorno e una camera d’albergo per rinchiuderlo: o almeno, per illudermi di riuscirci. La mia casa è al numero 2 di Redcliffe Square, Kensington, Londra”. Continua a leggere

Duetto


La vita è un canto a due voci. L’equivoco, che può protrarsi per anni, sta nel cantarsela da soli, nel modulare all’infinito una voce che magari incanta, convince, sprona a grandi azioni, ma ha quel vizio di fondo: fare da sola.
Il cammino dell’uomo, per usare un’espressione consacrata dall’ebreo Buber, è una ricerca ostinata, a volte disperata, di un tesoro che sta sotto la stufa, nella cucina di casa: è l’immagine geniale con cui Buber ci ricorda che il nostro perderci in rotte sempre più esotiche, strambe e inconcludenti, è una fuga dall’incontro. Gesù lo spiega bene attraverso la sua polemica coi riti: non serve a nulla lavarsi le mani fino al gomito, come facevano i giudei, se si dimentica il contenuto dell’azione, cioè l’incontro, appunto, con Dio.
L’esistenza è un moltiplicarsi di gesti apotropaici, con cui vorremmo attingere a una sorta di salvezza personale. Un giorno, però, sentiamo l’altra Voce, e ne restiamo finalmente presi, affascinati. È l’intimità con Dio, che comincia a trasformare i nostri vizi in virtù. Di queste, la più decisiva è, come s’è detto, non cantare da soli.
La vita è un duetto in cui le voci s’intrecciano, si fondono, fino a diventarne Una più bella, l’unica che davvero ci appartiene.

Luigi Maria Corsanico legge William Butler Yeats

da qui

William Butler Yeats

Quando tu sarai vecchia

traduzione di Lucia Intartaglia

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Antonin Dvorak – Songs My Mother Taught Me

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SUL TAMBURO n.55: Roberto Lasco, “Frammenti lirici”

Roberto Lasco, Frammenti lirici, Lecce, Youcanprint Self Publishing, 2016

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di Giuseppe Panella

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L’esordio poetico di Roberto Lasco è classico e temperato – i suoi Frammenti lirici testimoniano un afflato riflessivo e sentimentale non indifferente. I temi che Lasco tocca e approfondisce sono legati alla tradizione lirica italiana – come lo stesso titolo della raccolta intende testimoniare – ma nella sua scrittura non mancano novità di un certo pregio e rilievo:

«Vivere. Agitato, riordino il caldo sapore / dell’esistenza. / Succede che l’attimo è sfuggente / perché coglie l’essenza, / che compare misera e stanca / in compagnie estetiche. / Libero le ali consumate / dal veleno del tempo, / che corre per anelare / sicuro dell’impeto / che mi trascina leggiadro / fra mete incantate. / Il vivere per il vivere / s’atrofizza in distese d’immenso, / quasi a significare che il vago / ha conquistato l’essere. / Echi lontani, dispersi nell’aria / rivelano l’intimo gioire / di chi pensa che tutto s’ottiene / senza il plauso dell’infamia. / Giardini sommersi appaiono / come scene di un teatro che / ha perso splendore perché svilito / dalla coltre della saggezza» (p. 18).

“Vivere per vivere” è la risposta all’infinito protrarsi dell’attesa di fronte alla difficoltà a selezionare e a catalogare il tutto, all’impossibilità di dargli un senso. Il “caldo sapore dell’esistenza” è quello che la poesia deve recuperare, ritrovare, riassaporare e far rilucere nel limbo traslucido della coscienza. La scrittura poetica si pone il compito, difficile e meraviglioso, di librarsi nel cielo terso e lucido di ciò che è destinato a durare, liberandosi dal “veleno del tempo”. Infatti, la bellezza del mondo si dispiega in tutto il suo fulgore nel tempo senza tempo che costituisce il teatro della vita resa purificata dalla forza della parola del verso.

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Il tema


Il tema in classe è un genere letterario intramontabile. L’arte dell’insegnante consiste nel proporre tracce che risveglino, nello studente, la capacità di vedere le cose in modo personale. In questo senso, anche a noi farebbe bene. Gli argomenti non mancano, ma vanno scelti con cura. Ricordo vagamente quelli assegnati da bambino: la mia famiglia, i miei nonni, una vacanza. I risultati erano cronache prive di spessore, una piatta descrizione di tratti neutri e concentrati di abitudini: il padre che lavora, la madre che cucina, litigi o giochi tra fratelli. Pensiamo a come sarebbe diverso, oggi, il nostro svolgimento: ne uscirebbe un romanzo, una saga sul tipo dei Buddenbrock, o dei Guermantes. Questo è il motivo per cui i temi si danno ai piccoli e agli adolescenti, che hanno poco da dire, a meno che non si chiamino Giacomo Leopardi o J. R. R. Tolkien, che scrisse la sua opera prima tra i sei e i nove anni. La vita ci raffina, ci rende più complessi: per questo, oggi, un testo breve può emergere soltanto da minuscole porzioni di mondo. Ma può darsi anche il contrario: affrontare argomenti universali esprimendoli in pochissime parole, come fossimo ancora quei bambini chini sul banco, con gli occhi nel vuoto, alla continua ricerca di una perduta verità.

Ahmet Altan: Mi possono imprigionare, ma non mi possono tenere

“Un oggetto in movimento non è né là dov’è, né là dove non è.” – così recita il famoso paradosso di Zeno. Già quando ero ancora molto giovane ho dedotto che questo paradosso, più che la fisica, riguardasse la letteratura e in particolare la posizione dello scrittore.
Sto scrivendo nella cella di una prigione.
Se si inserisse la frase “Scrivo nella cella di una prigione” nel testo di un racconto, assumerebbe immediatamente una tensione interiore vibrante, il suono di una voce che si alzerebbe in modo spaventoso da un mondo oscuro e misterioso, una voce che parlerebbe del coraggio di una vittima e che chiederebbe in modo inequivocabile pietà.
Prima di cominciare ad impietosirvi, però, ascoltate ciò che ho da dire.
Questa è una frase pericolosa che facilmente può essere utilizzata per sfruttare i sentimenti delle persone. Anche gli scrittori non sono sempre immuni davanti alla tentazione di usare la lingua e le emozioni che queste evocano in funzione dei propri interessi. Continua a leggere

La vita a cipolla


Uno scherzo interessante sarebbe fingersi una statua – come quelle che si vedono nei centri storici, che prendono vita all’improvviso – e ascoltare i discorsi che si fanno per non essere sentiti. È curioso notare che siamo fatti a strati, come cipolle, e comunichiamo a ognuno una certa percentuale della nostra persona e della nostra storia. È inevitabile, ma crea imbarazzi, distanze, pregiudizi. Se l’altro mi conosce solo in superficie, tra noi ci sarà sempre il mare del non detto, saremo isole da cui scambiamo messaggi in bottiglia che rischiano di perdersi, o peggio, di confondersi tra loro: sono le sabbie mobili dei pettegolezzi, delle maldicenze, in cui il groviglio diventa inestricabile, non ricordi più nemmeno cosa, a chi e in che modo hai riferito. La vita a cipolla è un dato ineluttabile, ma bisogna conoscerne i risvolti perché non faccia lacrimare. Grazie a Dio c’è una statua vivente che ascolta tutto quello che diciamo, e ci assicura che quanto sussurriamo in segreto sarà gridato sui tetti. È la bella trasparenza di Dio.

Vivalascuola. Malascuola

In questa puntata presentiamo la Malascuola: ne parlano Alvaro Belardinelli, Anna Angelucci, Emanuele Rainone, Franco Toscani, Luigi Capitano. E’ la scuola che ci ritroviamo in questo inizio d’anno scolastico e con cui dobbiamo lottare per sopravvivere e per limitarne le ricadute (i danni) sui nostri studenti. Quella che i governi chiamano la “Buona Scuola“, anche se purtroppo il nome non può cambiare la sostanza. Sarebbe meglio chiamarla Non-Scuola, come suggerisce Luigi Capitano. In essa ai vecchi mali della scuola italiana si sono aggiunti quelli della Legge 107, la cosiddetta “riforma” renziana. Ci piacerebbe che leggessero questa puntata non solo quelli che lavorano nella scuola, ma tutti, affinché tutti conoscano cose che hanno dell’incredibile e nessuno si sorprenda delle ricorrenti inchieste giornalistiche che dicono che i giovani sono sempre più ignoranti. Non potrebbe essere altrimenti: la “riforma Gelmini” ha tagliato l’equivalente di un anno di scuola e l’alternanza scuola lavoro ha tagliato due mesi e mezzo di scuola. E per il futuro? E’ in programma il taglio di un altro anno di scuola superiore. Sarà già tanto se i giovani tra qualche anno sapranno parlare anziché esprimersi solo a grugniti o a bip bip. Per questo gli studenti hanno scioperato il 13 ottobre, adesso tocca agli gli insegnanti. Continua a leggere

Operai


Le cose, a volte, vanno male. T’eri fatto un quadro roseo di quella situazione, immaginando che l’armonia fosse perfetta, che tutti vivessero felici e contenti. Poi arriva chi pronuncia la parola inaspettata e che, secondo te, rovina tutto. Una sera avevo celebrato una messa a mio parere ispirata: s’era creata l’atmosfera giusta, come se aleggiasse in chiesa l’aria delle origini, quando tutto era cosa molto buona; ma estraendo dal tabernacolo al centro dell’altare la pisside grande – che al Santuario antico è veramente grande – , ho fatto una mossa impercettibile, sbagliata, e l’enorme coperchio è rotolato giù, fino alla panca che sta accanto al presbiterio, con un rumore assordante che ha infranto ogni incantesimo.
Sono questi imprevisti, le falle che si aprono nella presunta perfezione delle nostre azioni, che ci conducono alla verità degli altri e di noi stessi, ci strappano di colpo all’illusione d’essere noi a produrre qualche forma di bellezza. Come disse San Paolo, siamo solo collaboratori della gioia, umili operai nella vigna del Signore.
Ricordo queste parole dette all’indomani della sua elezione da Benedetto XVI: lui aveva capito, ma noi siamo più tardi, ci accorgiamo solo dopo dello splendore discreto – quello sì, divino -, e oggi sempre più dimenticato, di ciò che definiamo virtù.

Lei chi è


Pensa se non ci fosse Maria. Maria chi? Vedi, ognuno ha le sue priorità. Per me, se non ci fosse Maria, sarebbe un dramma. Sì, ma Maria chi? Mi accompagna in ogni cosa, mi fa sentire amato, mi basta nominarla per sentirmi al sicuro, perché so che qualcuno pensa alla mia vita. Mi difende dai pericoli, mi permette di chiamarla quando voglio, e non si fa aspettare. Mi spieghi chi è questa Maria? Non puoi capire come cambi l’esistenza un incontro come questo: è come se tutto andasse a posto, dopo il disordine imperante e la rassegnazione a vivere nel caos. Sono contento per te, ma vuoi dirmi, per favore, chi sia questa Maria? La penso appena mi alzo: leggo uno dei messaggi che fanno assaporare la bellezza della sua presenza. Sono così semplici che persino un bambino può capirli. Purtroppo, abbiamo dimenticato cosa significhi essere bambini. Tutto bello, amico mio, ma se non mi dici chi sia questa Maria, resto all’oscuro. E soprattutto, mi libera dagli attacchi del serpente. Ma quale serpente? Fai l’incantatore? È l’unica che mi fa sentire in pace. Insomma, vuoi dirmi o no chi sia questa Maria? Comincio ad arrabbiarmi!
È mia Madre, e anche la tua. Ora è più chiaro?

Uova colorate


Chissà perché mi è rimasto impresso l’odore delle uova. Intendo le uova che la maestra Spina ci faceva colorare in prima elementare, anzi, “in primina”, come si diceva. Il cuore seleziona con criteri imperscrutabili. Magari, in quell’odore, c’era qualcosa che cercavo inconsciamente, assecondando una premonizione di quelle consentite a cinque anni, quando il mondo è qualcosa di fantastico che ti viene incontro e tu non sai se abbracciarlo o fuggirne spaventato. A giudicare dalla faccia che avevo da bambino, si direbbe che vincesse il timore. Ma ero forte, già da allora. Combattevo con le armi che il Signore mi aveva consegnato, e che solo più tardi avrei imparato a utilizzare al meglio.
Il mistero della vita è qui: nelle uova colorate che non sai perché ti attirano, né perché l’odore ti sia rimasto impresso fino ad oggi; che ti sfidano a trovare un senso, a inseguire una domanda che solleva paure e desideri, e ciò che spetta a te è guardare e sentire, d’ora in poi, ogni odore, colore, ogni manifestazione bella o brutta, sana o insana della vita lasciando che sia Dio a decidere se prendere o scartare, perché tu sei ancora il bambino con la faccia scura, ma adesso sai che quel combattimento non è il tuo, che un Guerriero più forte lotta insieme a te.

Sera di ottobre, dall’autobus

di Stefanie Golisch

Breve storia di una finestra illuminata
con gatto sdraiato decorativamente sul
davanzale. A cena si mangia con le mani
aperte a coppa, sotto il tavolo, gambe e
piedi se ne fregano della decenza. Ognuno
parla per conto suo e a un certo punto si
accendono le luci e c’è chi all’improvviso
sembra più bello e chi sparisce svergognato
dietro gli specchi. Anche tu sei cresciuto
in questo vicolo cieco all’odore di verdure
cotte e mele al forno. Uno, a occhi chiusi,
comincia a fischiare e uno si gratta la
schiena con la matita. Tentiamo di essere
sempre noi stessi, recita una voce da vecchio,
ma la sagezza non è di tutti, si sa. A letto
si va sempre alla stessa ora: chi è già nato
e chi impaziente attende ancora. Tutti insieme
ci infiliamo sotto coperte pesanti di notti
altrui come se il destino fosse uno soltanto

Esercizi


Immaginare fa bene. Chi ci vieta, per esempio, d’intravedere l’odio mutato in amore, il rifiuto in accoglienza, la violenza in mitezza?
Di punto in bianco, quella persona potrebbe salutarti, l’impianto acustico del Santuario sarebbe rinnovato, un progetto di viabilità cancellerebbe gli incubi dell’Ardeatina o della Cristoforo Colombo. Il dittatore coreano, alzandosi dal letto, si scoprirebbe più maturo; le manovre clericali, i sotterfugi, la prassi di farsi le scarpe ad ogni piè sospinto (metafora ardita), sarebbero sostituiti da azioni trasparenti e coraggiose. I mendicanti sarebbero assunti in servizi socialmente utili, i cellulari non squillerebbero al momento della consacrazione, la pia donna intonerebbe il canto con la nota giusta.
Più seriamente, i malati guarirebbero, i giornalisti direbbero la verità, i politici si occuperebbero del bene comune.
Chi vieta di immaginare un mondo senza guerre, università senza baroni, società senza mafie? E perché non sognare miliardari filantropi che abolissero la fame nel mondo, librerie con più clienti dei Bingo, Superenalotto in cui vincessero i poveri?
In fondo anche Dio ha concepito un uomo che sa amare, una natura rispettata, una vita eterna per tutti…

Paura che non lascia senza parole

Parla, mia paura, Simona Vinci, Einaudi Stile libero Big, 2017

L’equilibrio tra paura e coraggio è uno dei lavori di accordatura costante che ciascuno di noi esercita ogni singolo giorno.

Quando si ha paura ci si sente disorientati, la vita perde il suo centro e ci si sente sbilanciati, sull’orlo di un precipizio, come la donna nella stupenda copertina di Re Falcinelli.

Simona Vinci, in dieci capitoli, ha dato una voce profonda e generosa alle sue paure, prendendoci tutti per mano; per farci capire meglio come affrontarle? Per condividere un’esperienza? Per dirci in faccia ciò che non avremmo il coraggio di chiedere, o di ascoltare, di fronte a un parente, un amico depresso o che progetta di morire? Per capire come affrontare le angosce?

L’autrice ha dato voce alle paure, ai sentimenti sepolti sotto quel tappeto dell’anima che si cerca di non spostare mai. Perché quando si sposta, vengono fuori i mostri. Continua a leggere

La poesia di Lingomania. Brevi riflessioni sul nuovo album Lingosphere


di Guido Michelone

 

Fa piacere constare che riemerga di nuovo un bel gruppo musicale italiano a distanza di oltre un quarto di secolo. E che tale rinascita avvenga con un album, Lingosphere, di tutto rispetto nel panorama jazzistico internazionale. Dopo il quintetto Perigeo, attivo negli anni Settanta, Lingomania va infatti ritenuta la miglior fusion band nel cosiddetto sincopato tricolore; in vita fra la seconda metà degli Eighties, con tre dischi eccellenti – Riverberi (1986), Grr…expanders (1987), Camminando (1989) – la formazione all’inizio comprende Maurizio Giammarco, Umberto Fiorentino, Furio Di Castri, Roberto Gatto e Flavio Boltro; successivamente escono Boltro e Di Castri sostituiti da Danilo Rea ed Enzo Pietropaoli; infine ne esce Gatto rimpiazzato da Alberto D’Anna. Continua a leggere