Scrittori e scrittura: Domenico Dara

Ho incontrato Domenico Dara in occasione di una presentazione a Roma, alla libreria I Trapezisti, condotta con grande emozione e competenza da Simona Aversa. Per me è stata un’occasione per toccare con mano quello che si evince dai suoi romanzi: è una persona con un’anima molto profonda e riesce a creare atmosfere dense di sensazioni, sentimenti, emozioni anche in una stanza gremita di gente, e non solo fra le sue pagine.
Domenico mi ha parlato del suo “mestiere”, dei suoi personaggi, mi ha raccontato un aneddoto sul suo primo romanzo (che mi ha molto stupito) e ha anticipato una bellissima sorpresa.

Domenico, tu vivi di scrittura, è il tuo mestiere principale? (Lo so, è una domanda retorica, ma non potevo non farla, spero sempre che qualcuno smentisca).
No, assolutamente no. Penso che siano pochi quelli che riescono a vivere di scrittura, io faccio anche altro.

Quando e dove scrivi?
Quando posso, nel senso che con un altro lavoro, una famiglia, tre figli… L’impresa è ritagliarsi un po’ di tempo, quindi quando ho tempo (la notte, la mattina appena sveglio), ho dei buchi, scrivo.

Hai dei rituali, delle scaramanzie legate alla scrittura?
Ogni storia, quando inizio a scrivere una storia, deve avere una sua agenda. Ogni storia deve avere un suo spazio.

Le tue idee come diventano romanzi che hanno una struttura così precisa ed equilibrata?
Io scrivo per accumulazione. Parto da un’idea e poi come dei cerchi concentrici parto da quell’idea e inizio a raccogliere materiale, gli articoli di giornale che io già archivio da tanti anni, gli appunti di lettura; da un’idea iniziale poi tutto questo materiale viene ricostruito. Continua a leggere

Abbà


Temiamo la nostra debolezza: ci angoscia divenire coscienti di limiti a volte insuperabili. San Paolo ha pregato che il Signore gli togliesse una spina nella carne, ricevendo una risposta spiazzante: ti basti la mia grazia. Più siamo bambini che riconoscono la loro insufficienza, più Dio ci porta in braccio, come un padre. Abbà, grida lo Spirito, e il Papà non può non rispondere all’appello.

Let evening come di Jane Kenyon (USA, 1947-1995)

Let Evening Come

Let the light of late afternoon
shine through chinks in the barn, moving
up the bales as the sun moves down.

Let the cricket take up chafing
as a woman takes up her needles
and her yarn. Let evening come.

Let dew collect on the hoe abandoned
in long grass. Let the stars appear
and the moon disclose her silver horn.

Let the fox go back to its sandy den.
Let the wind die down. Let the shed
go black inside. Let evening come.

To the bottle in the ditch, to the scoop
in the oats, to air in the lung
let evening come.

Let it come, as it will, and don’t
be afraid. God does not leave us
comfortless, so let evening come. Continua a leggere

Gridare


Abbiamo fame, fame di essere. Mi ha colpito, su Instagram, il video di una lontra che grida perché le diano il cibo. Facciamo come lei: gridiamo a Gesù, finché non ci esaudisca. Non sarà più pronto a soddisfarci che a negarci il dono? Dio lo conosciamo poco: c’è chi si augura che non esista, ma l’Essere è Lui. Qualcuno dovrà pure difendere il tesoro dagli assalti nemici. Se ci stringiamo a Cristo, riceveremo la sua essenza, saremo con Lui una cosa sola. Siamo fatti l’uno per l’altro: felicità, per noi, è conseguire questa meta.

Essere uomini

di Yasmin Khadra (Italia, 2002)

Ci sono parti di universo che ancora non abbiamo scoperto, è certo. Posti dove non ci sono atomi né molecole, dove la luce è presente in ogni momento, dove non abbiamo i piedi legati a terra; posti dove possiamo volare, dove siamo liberi di essere ciò che siamo, fuori da ogni regola o schema terrestre.
Son certa, signori, che altrove, miliardi di anni luce di distanza da qui, c’è un piccolo mondo dove gli animali vivono per sempre, dove la pace regna sovrana, dove le acque di ogni ruscello non son contaminate e dove l’uomo non combatte l’uomo. Continua a leggere

Il tuo tesoro


Dov’è il tuo tesoro, dice Gesù, là sarà anche il tuo cuore. Ma qual è il tesoro di cui parla? Oggi che regna il dio denaro, tendiamo a ragionare in termini economici: pensiamo a un gruzzolo messo da parte, a qualche proprietà, anche intellettuale. All’estremo opposto, si scade nel sentimentalismo, nell’affiorare melenso di sensazioni domestiche o romantiche. Ma il Cristo intende un’altra cosa: il tesoro è il presente, il momento in cui si vive. Se non apriamo a Lui questa esperienza, perdiamo quanto di più prezioso possediamo: il qui e ora della vita, l’adesso irripetibile.

Tre poesie non per caso

di Roberto Plevano

Fernanda Gaete Urzúa. Shadows, 2016. Serigrafia

E sarà come

Sta sicura, noi ci vedremo ancora,
E sarà come incontrarci a vent’anni.
Ti chiederò: Erinnerst du dich? Che cosa
Ti ricordi? È il vento dell’addio?

Per te fu vento di rabbia e dispetto,
So bene, ma tu lascia ch’io oggi creda
Che una pietruzza di pietà, rimasta
Sul pavimento, dietro porta e letto,
Nella tua camera che dava sulla
Città di muri, di passi di fretta,
Pizzichi la pianta del piede e arresti
Un breve nulla del cammino tuo,
Fermi l’andar via. Sì, fa tu ch’io creda.
E sia l’aver perduto i tanti passi
Tuoi uno sciocco impiccio, certo, sia la
Fortuita cosa seccatura vana,
Di poco conto. Così voglio credere.
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Preoccupazioni


Non siamo occupati, ma preoccupati. C’è sempre qualcosa che ci affligge, come ne avessimo bisogno. Ci svegliamo, al mattino, in cerca di ciò che non va, per mettervi riparo, parare i colpi, non essere fregati, come si dice in gergo. Un modo ci sarebbe, per non affogare in un mare di meschinità: pensare alle preoccupazioni di Gesù, alle anime smarrite, alla salvezza del mondo.

La poesia non è finita, al Sud almeno. Alcune proposte de I Quaderni del Bardo

Che la poesia non sia morta lo dimostra anche la nascita di una case editrice come I Quaderni del Bardo per iniziativa del leccese Stefano Donno. Esiste un progetto serio di conoscenza e di promozione. I volumetti sono stati composti da Mauro Marino nella sede del Fondo Verri e prendono il nome dall’esperienza dei “Bardi di Copertino”, poeti beat guidati da Maurizio Leo, che quindici fa pubblicava libretti artigianali a tiratura molto limitata.

Non è dunque un progetto autoreferenziale e non si considera esaustivo. Soprattutto non si propone come un modello e non mira a realizzare una “cordata”. Si colloca in luogo geograficamente preciso, considerando anche la localizzazione non elemento secondario dentro una visione. Si pone come una comunità di autori che non slegano il dato testuale da quello biografico, ragione per la quale una poesia è anche e sempre una scelta. Diretta la collana di poesia da Nicola Vacca, egli stesso lettore (per professione) prima che autore egli stesso, questa  nuova casa editrice è innanzi tutto una comunità di lettori che poi si “espongono” con la scrittura dei loro testi. A questo punto la condizione sospensiva dell’ “a meno che” di Cesare Viviani – interessante è il suo pamphlet per il Melangolo, La poesia è finita. Diamoci pace. A meno che… – risulta in questo caso ampiamente realizzata.

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SUL TAMBURO n.74: Rita Monaldi – Francesco Sorti, “Malaparte – Morte come me”

Rita Monaldi – Francesco Sorti, Malaparte – Morte come me, Milano, Baldini & Castoldi, 2016

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di Giuseppe Panella
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Rita Monaldi e Francesco Sorti sono autori molto conosciuti di romanzi storici e di brillanti ricostruzioni satiriche di eventi del passato che probabilmente non hanno bisogno di presentazioni per il vasto pubblico dei loro lettori. Le vicissitudini del loro primo romanzo, Imprimatur, pubblicato con buon successo da Mondadori nel 2002 e poi non più ristampato dallo stesso editore per ragioni mai compiutamente emerse nel corso della violenta polemica che ne seguì, sono state anch’esse l’oggetto di un importante dibattito sulla scrittura letteraria e i condizionamenti esterni esercitati su di essa (ne parlai proprio su Retroguardia in anni non sospetti, per la precisione il 16 luglio del 2009). Nel 2016, pur proseguendo la serie di romanzi storici incentrati sulla figura della spia vaticana Atto Melani e le sue imprese politico-poliziesche ambientate in tutta Europa (alla conclusione della serie mancano i due volumi conclusivi), i due scrittori hanno deciso di dedicare un ampio e intrigante volume a una vicenda poco nota della biografia umana e intellettuale di Curzio Malaparte, ambientandola in gran parte nella Capri mondana di fine anni Trenta. Ma la storia della persecuzione poliziesca ai danni dello scrittore pratese, la ricostruzione delle sue indagini effettuate con lo scopo di evitare l’arresto e un processo che ne avrebbe distrutto la reputazione e infine la scoperta della verità sulla misteriosa morte di Pamela Reynolds, giovane poetessa dal profilo dolcissimo con la quale Malaparte aveva avuto quattro anni prima un breve flirt, non esauriscono la fitte rete di rimandi storici, politici, letterari e umani che attraversano e sorreggono la potente ricostruzione effettuata dai due autori.

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Saldi di fine stagione


Espiare è una parola che non piace, soprattutto oggi, che una fede all’acqua di rose fa passare tutto e sorvola su tutto. C’è una sorta di euforia buonista che non vede più il peccato, che nega il male, nascondendolo sotto il tappeto di false sicurezze. Ma il peccato rimane, e va espiato. Se lo facciamo sulla terra, aderendo alle sofferenze di Gesù, è ancora più gradito a Dio, essendo un atto libero. In purgatorio sarà un atto necessario. Pensieri simili sembrano affondare in un medioevo morto e sepolto, e invece risplendono nel presente eterno di Dio, dove la verità se la ride delle riviste teologiche à la page.

La poesia dei mondiali di calcio. Bizzotto, Dietschy, Beccatini, Varecchione: libri in tema


di Guido Michelone

Il campionato è in dirittura d’arrivo, con la finalissima a Mosca e poi, per altri quattro anni, non si parlerà più dei Mondiali di Calcio, ritenuti dagli esperti in materia il non plus ultra del gioco del pallone. Già, la sfera di cuoio, ovvero il football (per gli Americani, il soccer), messo a punto dagli Inglesi a metà Ottocento, ispirandosi ai tornei del rinascimento fiorentino. Continua a leggere

In the secolar night di Margaret Atwood (Canada, 1939)

In the secular night

In the secular night you wander around
alone in your house. It’s two-thirty.
Everyone has deserted you,
or this is your story;
you remember it from being sixteen,
when the others were out somewhere, having a good time,
or so you suspected,
and you had to baby-sit.
You took a large scoop of vanilla ice-cream
and filled up the glass with grapejuice
and ginger ale, and put on Glenn Miller
with his big-band sound,
and lit a cigarette and blew the smoke up the chimney,
and cried for a while because you were not dancing,
and then danced, by yourself, your mouth circled with purple. Continua a leggere

Ogni mattina


Chi dice la gente che io sia? Gesù lo chiede ancora. E voi, chi dite che io sia? Come reagiamo? Guai a relegarlo in un passato che non sfocia nel presente. Ancora oggi dice: seguimi. E noi, che rispondiamo? È davvero la persona più importante, il fine ultimo della nostra vita? “Perché non possiamo non dirci cristiani”, scriveva Benedetto Croce. Ma le domande sono più incisive di una riflessione: chi è per me Gesù? Sono disposto a seguirlo, lasciando tutto il resto? È la sfida che accende ogni mattina.

Domenico Dara, il suo Breve trattato e gli Appunti

Domenico Dara è un autore di grande talento, capace di controllare, senza svilire e tecnicizzare, i mezzi letterari che ha; lo si capisce fin dal suo primo romanzo, Breve trattato sulle coincidenze, pubblicato da Nutrimenti nel 2014, finalista al premio Calvino 2013 e vincitore di tanti altri premi. La lingua è potente e contaminata con il calabrese, lo stile e la struttura sono degni di un ingegnere aeronautico, tanto sono ben calibrati nei minimi particolari e la storia è coinvolgente, con snodi scivolano e portano il lettore sempre più dentro, in fondo; la scelta delle parole, dei costrutti narrativi è intelligente, precisa e piacevole, tanto da far apparire naturale un lavoro che certamente ha richiesto dedizione, riscritture e cesello per essere scolpita in maniera così convincente e coinvolgente.

Sono sicura che anche voi vi innamorerete del protagonista, il postino di Girifalco, piccolo paese in provincia di Catanzaro. Prima di consegnare le lettere ai compaesani, le legge, le copia e le cataloga, entrando così nelle loro vite. Un’invasione, in realtà, del privato, ma portata avanti con così tanta grazia e delicatezza da rappresentare una attenzione, più che una violazione.
Attraverso le storie degli altri, inizia a guardare dentro sé stesso, come avviene a volte nella realtà fuori dai libri. Scopre che anche la sua vita è cambiata fra le righe di una lettera e che le coincidenze sono segni messi dal Caso davanti a noi per indicarci che stiamo sbagliando strada e ci possono portare sulla via giusta. Soprattutto se qualcuno, o qualcosa, intercettano il meccanismo e cercano di “oliarlo” un po’, proprio come fa il postino. Continua a leggere

La parola perduta


Gli israeliti non potevano avvicinarsi al monte del convegno: chiunque lo toccasse, uomo o animale, restava folgorato. Chi vedeva Dio, moriva. Poi è venuto Gesù, il riparatore, e ha detto agli apostoli: non temete, sono io. È la svolta dell’amore che supera ogni ostacolo, che decide di agire in qualsiasi condizione. Per definirlo, si è andati a ripescare una parola quasi perduta, come la dignità dell’uomo e della donna: agape, la carità che non ha limiti né fine.

Farfalle


Dimentichiamo di essere felici, pensiamo sempre ad altro. Siamo bruchi che strisciano, oppressi dai cattivi pensieri. Chi striscia non può pensare bene: continuiamo a guardarci di traverso, mettendo in evidenza le mancanze, i limiti, i difetti. Quando lo sguardo del Creatore, il suo Progetto, ci trasformeranno; se faranno di noi farfalle nobili, agili, che volano con leggerezza sul campo della vita, sarà tutto diverso: gioiremo nella luce di Cristo, come fossimo nati in quel momento.

Misteri


La Trinità è un mistero. Famoso è l’aneddoto di sant’Agostino sul bimbo che, in riva al mare, cerca di riversarlo in una buca. Anche noi falliamo, ogni volta che proviamo a capire. La soluzione sta nell’accogliere l’immagine che suggerisce la tradizione della Chiesa: un abbraccio incandescente che brucia il nostro cuore, con un fuoco che divampa se siamo consapevoli del nostro nulla.

Innamorarsi


“Aver paura d’innamorarsi troppo” era il titolo di una canzone di Battisti. C’è del vero, perché temiamo di perderci, di lanciarci in un’impresa soggetta al fallimento. Quante delusioni inflitte e ricevute, quante disfatte sul campo di battaglia che chiamiamo amore.
Con Gesù è diverso: più t’innamori, più hai fame di Lui; più ti perdi, più sei sicuro di trovarti, perché è il Presente per antonomasia, con lo sguardo su te, persino quando dormi. Sapersi guardati, amati così, fa passare la paura.