Luigi Maria Corsanico legge Pablo Neruda. 4

da qui

 

Pablo Neruda (1904–1973)
Crepusculario
(1919)
FAREWELL Y LOS SOLLOZOS

Leído por Luigi Maria Corsanico
Imagen: Tina Modotti
Astor Piazzolla: Tango apasionado

 

SANTIAGO, 1923
En agosto de 1923 aparece “Crepusculario”, publicado por Ediciones Revista Claridad. Es el primer libro de Neruda, publicado cuando el poeta tenía 19 años.
La obra motivó una inmediata atención del público y la crítica, siendo elogiado, entre otros, por Pedro Prado, Raúl Silva Castro y Alone.
Fue el propio Neruda quien costeó la impresión de Crepusculario, debiendo poner en ello algo más que dinero y voluntad. Juntando centavos, empeñando algunas de su pocas posesiones, y obteniendo al fin un pequeño préstamo del crítico Alone, el libro consigue salir a luz.
Es en este libro en donde aparece “Farewell”, tal vez el poema más popular y recitado de Neruda. Continua a leggere

SUL TAMBURO (extra): Ugo Fracassa, “Per EMILIO VILLA. 5 referti tardivi”

Ugo Fracassa, Per EMILIO VILLA. 5 referti tardivi, con una nota di Aldo Tagliaferri, Roma, Lithos, 2014

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di Giuseppe Panella

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Su Emilio Villa non c’è molto nella letteratura secondaria relativa alla poesia italiana del secondo Novecento e quello che si può leggere tende a unificare tutta la sua attività di artista, in uno sforzo certo meritevole (la monografia di Aldo Tagliaferri, per l’editore Skira di Milano, ad es. è un’analisi assai rilevante sotto il profilo metodologico e umano così come la ricostruzione di Elena La Spina per il catalogo della mostra di Reggio Emilia a lui dedicata). La monografia “per saggi” di Ugo Fracassa, invece, privilegia aspetti significativi dell’opera poetica di Villa pur senza perdere di vista la sua prospettiva artistica. I 5 referti tardivi contenuti nel libro rappresentano, invece, un’ “opera di carotaggio” (come li definisce Aldo Tagliaferri in Dell’ordine e/o della fuga, la sua cospicua nota finale al volume, che chiarisce e ribadisce alcuni dei punti centrali nel discorso di Fracassa).

Va chiarito fin da subito che l’equazione che vede Villa discepolo del futurismo paroliberistico non trova nei saggi contenuti in questo libro nessuna conferma (nonostante la vulgata lo voglia figlio tardivo del movimento di Marinetti) dato che la matrice plurilinguistica di molta della sua opera di mezzo trova in altri modelli e altre fonti un possibile appiglio (ma Villa non risparmiava i suoi distinguo critici anche nei confronti di Pizzuto, ad es. , o del Finnegans Wake di Joyce).

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Un film


La nostra vita è un film, dicevo. Come al cinema, all’inizio non si capisce nulla: chi sarà quel personaggio? Che vorrà fare? E perché il regista ha messo in risalto quella scena, quel dettaglio? È nota la legge narrativa per cui, se appare un fucile, prima o poi dovrà sparare. Troppi fucili hanno sparato, nelle nostre vite, tante ferite inferte e ricevute, al punto che neanche ricordiamo soggetti e oggetti dei drammi quotidiani.
Solo un po’ alla volta il racconto prende forma, si delineano le caratteristiche di persone e ambienti, iniziamo a capire quali siano le nostre paure e i nostri desideri. Estremizziamo le scelte, commettiamo errori proprio perché l’io si rafforza sempre più, diventa esigente, prepotente, anche se all’esterno è conciliante e affabile. Dobbiamo raggiungere l’apice di questa autoaffermazione per capire che la strada non è quella: Dio non era nel vento, non era nel terremoto, non era nel fuoco, come la storia di Elia ci ha dimostrato.
La nostra sicurezza si incrina, l’immagine ci siamo creati comincia a vacillare, si affacciano dubbi sull’idolo che abbiamo venerato. La sofferenza ci logora, perché è duro riconoscere di aver lottato tanto per raccogliere un pugno di mosche: Baal Zebub, il signore delle mosche, il principe dell’io ci aveva sedotto con le sue false bellezze, di cui solo a metà film, o anche dopo, anche quasi all’ultimo, riconosciamo la fatale inconsistenza.
Alle acque travolgenti della Babilonia di ogni tempo succedono le acque tranquille di Siloe: comprendi per miracolo che era tutt’altro quello che volevi, e adesso te lo tieni stretto, t’innamori della scena povera di una stanza col soffitto di legno, col tavolo tarlato, col balcone che dà, finalmente, su uno splendido finale.

110. Abissi


Era come se ci stesse preparando: non con strutture difensive esterne, ma con una progressiva capacità di allinearci col suo punto di vista di Creatore, che ama invariabilmente ogni creatura, dalla più complessa alla più apparentemente inutile o nociva. Addestrarci ad amare, sempre e comunque, ogni aspetto della realtà anche oscura o terribile, o assolutamente respingente; amare con quella volontà divina di abbracciare la terra, l’universo, di non lasciare nulla fuori dal suo sguardo comprensivo, motivatore, perdonante. In questa prospettiva, non si smarrivano le tendenze personali: al mattino continuavi a dirigerti verso i biscotti preferiti, ad ascoltare la tua musica, a scegliere il libro con il quale ti sentivi in sintonia; ma, nello stesso tempo, non giudicavi, non disprezzavi nulla di ciò con cui condividevi il dono di esistere, qui e ora.
Se dunque si era giunti a un momento storico di svolta, anche drammatico – e tanti ci ridevano in faccia o protestavano per questa memoria difficile e vivente – sapevamo che sarebbe stato possibile affrontarlo al modo stesso di Dio, col coraggio di chi ama, di chi si fida della cura inalienabile di un Padre, che se alza la voce, lo fa per il tuo bene.
Sotto la furia delle onde, c’era la pace del mare profondo, degli abissi in cui conoscevamo noi stessi e scoprivamo sempre meglio Lui.

Sorprese


Il ladro è sempre mal visto, giustamente. Il mio e il tuo sono categorie intoccabili, anche se, cristianamente, tendono a diventare il nostro, come abbiamo notato per il pane della preghiera insegnata da Gesù. Ma fino ad allora non ci sono santi: la roba degli altri non si tocca.
Il ladro destabilizza il quadro, s’infila in territorio straniero, anche se lo straniero, per la Bibbia, è una specie protetta, particolarmente nel Vangelo, dove diventa un fattore decisivo del giudizio universale: ero straniero, e mi avete ospitato.
Nonostante tutto, il ladro continua a disturbare, a incarnare l’incubo delle notti di chi ha qualcosa da difendere. Certo, anche in questo caso la fede cristiana entra a gamba tesa, ricordando, per esempio, che chi vorrà salvare la propria vita la perderà, e che sopportare le persone moleste è un’opera di misericordia spirituale.
Detto questo, il ladro rimane un peccatore pubblico, un soggetto cui rivolgersi con l’indice puntato, destinato a incappare in qualche epiteto volgare, tipo “figlio di…”. Ma anche qui è impossibile ignorare la perentoria affermazione di Gesù: i pubblicani e le prostitute vi precederanno nel regno dei cieli.
Alla fine, dopo tanto concorrere di prove, mi rendo conto che non è così bislacco che io, il buon ladrone, sia entrato per primo in paradiso. Qualcuno sostiene che non fossi un ladro, bensì uno zelota, un terrorista: quisquilie. Chi si pente può pentirsi di qualunque cosa. Persino di non aver creduto all’amore di Gesù, che è il peccato più grande, quello che gli fa più male, perché Lui non vive d’altro. Infatti non vedeva l’ora di dirmi che la sera stessa sarei andato in paradiso, senza fare neanche un po’ di purgatorio. Lassù, poi, avrei cambiato comunque mestiere, perché in cielo, si sa, la tignola non consuma, e i ladri non scassinano e non rubano. Hanno altro a cui pensare.

Palle di neve


Cominciarono a lanciarsi bombe. Sì, come si tirano palle di neve, poco importa se ridendo o digrignando i denti. Era un mondo in balia d’un manipolo di matti, senza rispetto per nulla e per nessuno. Non è sempre così? qualcuno obietterà.
Non saprei. Ma allora c’era un apice, come se il gran circo dei demoni si fosse dato appuntamento in quel secolo, in quell’anno. La gente non capiva: leggeva le notizie e tornava a dissolversi nei social.
La storia correva verso un esito scontato, che pochi intravedevano: qualcosa che avrebbe cambiato i connotati al mondo; poi tutto sarebbe ripartito con un tono diverso, da un silenzio sconosciuto.
Venivano in mente le parole che la Bibbia dedicava a Elia, al suo incontro con Dio: da quella voce sottile sarebbe scaturita un’era nuova, in cui l’umanità avrebbe smesso di dichiararsi guerra.
Si equivoca sempre sulla parola “pace”: sulla bocca di Cristo significa benessere integrale, e ogni persona ha un punto esatto in cui sperimentarla. La si scopre per caso, in un posto di collina, per esempio, da un balcone in cui ti affacci e vedi uccelli che sfrecciano, ruscelli che scorrono, alberi che oscillano al passare di una brezza leggera: anzi no, di una qol demama daqqa, la voce di silenzio sottile che ci salvò dalle bombe, dai matti e dalle palle di neve color sangue.

TRIIN SOOMETS, POESIE DALL’ESTONIA

di Giovanni Agnoloni

Ho tradotto alcune poesie di Triin Soomets, poetessa estone da me conosciuta l’anno scorso, durante una residenza letteraria presso il “Baltic Centre for Writers and Translators”, a Visby, nell’isola svedese di Gotland.

Triin Soomets è una delle poetesse più apprezzate del suo paese. Nata a Tallinn nel 1969, si è laureata in Filologia Estone presso l’Università di Tartu, ed è membro dell’Unione degli Scrittori Estoni dal 1999. Autrice di sedici raccolte poetiche, ha ottenuto numerosi premi ed è stata tradotta in tedesco, inglese, olandese, francese, sloveno, finnico, albanese, russo e molte altre lingue. Continua a leggere

Caro amico ti scrivo


Pensavo al tempo in cui è stata inventata la scrittura. Come hanno fatto, prima? È immaginabile un mondo senza segni di comunicazione con cui rivolgerti a vicini e lontani? Tutto diventa angusto, claustrofobico; t’intrattieni con la persona che hai davanti, condividete qualcosa, cercando di memorizzare il più possibile: anche se il tema è coinvolgente, non puoi prendere appunti, archiviare dati che prima o poi potrebbero servirti. Il cervello ritiene, a livello cosciente, solo una certa quantità di materiale; il resto sprofonda nell’inconscio, e farlo riapparire è un terno al lotto.
Senza scrittura, si perde un’infinità di sfumature: un racconto orale punta al nocciolo della questione, si focalizza sul senso principale, facilita il lavoro dei neuroni, che immagazzinano l’insegnamento, la testimonianza, la morale. La scrittura, invece, indugia nei dettagli, evidenzia chiaroscuri, trovando così strade impreviste, significati insospettati, ai quali, all’inizio, non avresti mai pensato.
Lo scrittore non decide in anticipo come riempire la sua pagina; il suo compito non è trascrivere, ma lasciarsi portare da qualcosa che affiora da dentro, dall’inconscio, in cui tutto il non scritto, il mai annotato, cresce e si moltiplica in miti, simboli, immagini archetipiche. Il primo a sorprendersi di ciò che ne è uscito è proprio lui.
Dovremmo essere grati a chi ha inventato la scrittura: ha fatto un ulteriore passo verso l’immagine e somiglianza al Dio creatore, sempre identico a sé stesso e sempre nuovo. Senza scrittura, ripeteremmo le stesse parole, ci affanneremmo con gli stessi gesti, rivolteremmo nella mente gli identici pensieri.
L’abbiamo scampata bella, grazie a Qualcuno che non ha scritto nulla, se non qualcosa, in terra. E nessuno ha mai saputo cosa.

In cammino verso la Marca gioiosa (III)

di Roberto Plevano

Ai primi di settembre 2017 esce il romanzo Marca gioiosa, per i tipi Neri Pozza. La poesia e lo spirito ospiterà per alcuni settimane testi del materiale preparatorio.
Qui continua il dialogo teologico sul libro di Giobbe, condotta nel sec. XIII da tre rabbini in un piccolo paese della Provenza (9 agosto 2017), al cospetto di un ragazzo dodicenne – il narratore – e di un mercante (“l’uomo vestito di nero”). Si fa menzione del poeta Uc de Saint Circ.

Impii autem quasi mare fervens,
quod quiescere non potest,
et redundant fluctus ejus in conculcationem et lutum.
Non est pax impiis, dicit Dominus Deus.

Gli empi sono come un mare agitato
che non può quietare
e le cui acque portan su melma e fango.
Non c’è pace per gli empi, dice il Signore.

 

Compresi poco di quello che l’uomo intendeva dirmi, e quel poco mi confuse, come una notizia importante che non arriva, che non si sa… ma ne va della vita e della morte, di quale vita e quale morte. Colui che era stato chiamato maestro Samuele Ben Judah pareva intanto essere giunto a una qualche determinazione finale che lo aveva soddisfatto, perché la discussione era cessata.

«Sappiamo che Raphael Benbenisti – disse al capo carovana. Ah ecco, era questo il suo nome – ha portato da Barcinona i beni e le mercanzie a lui affidati, ed egli otterrà un grande guadagno nelle piazze di Lonbardia, dove tutto si vende a prezzo triplo. Non lo tratteniamo oltre il necessario. Il viaggio procede sotto un buon comando e sotto buoni auspici, se la bufera che oggi devasta la Provincia narbonense non ha interrotto il vostro cammino. A Montpelhièr, ci è stato detto, avete preso sotto tutela e protezione un familiare del maestro Mesulla Ben Jacob. Sta forse fuggendo? È costui un perseguitato dei nemici della fede? Possiamo essere di qualche aiuto?»
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Letture


La Bibbia è un libro strano. Ti perdi facilmente nei meandri delle storie, come fosse un bosco di cui non conosci la densità e l’ampiezza, e l’unica bussola resta un sentiero che a volte è nitido come una strada di campagna, altre è quasi nascosto dai rami, dalle foglie, per cui sei tentato di uscirne, di tornare indietro.
Ti viene da pensare che tu l’avresti scritto con un taglio diverso: ti saresti affrettato, per esempio, a eliminare le parti sulle norme pedanti della Legge, o quelle in cui è descritta la costruzione del tempio, con la minuzia di particolari che ti strizza pensieri e sentimenti scatenando, ancora una volta, un desiderio di fuggire.
Ma poi ti dici no, cosa ti salta in mente, questo è un libro ispirato, non puoi mica pensare di correggerlo con la matita rossa e blu. Ti ricordi dello scherzo crudele che fecero a una casa editrice a cui proposero “L’uomo senza qualità”, di Robert Musil, cambiando i nomi di qualche personaggio: ricevettero un rifiuto senza appello.
C’è qualcosa che sfugge, nella grandezza vera. Dio si nasconde nelle cose di ogni giorno, incluse la noia, l’indifferenza, quel senso insopprimibile di ribellione che ti afferra in momenti che non avresti immaginato di affrontare.
Anzi, a pensarci, la massima presenza di Dio si rivela nella terra polverosa del Calvario, imbevuta del sangue che colava come il sudore appiccicoso di una calda estate.
Nel grido dell’abbandonato, nel rantolo esausto del morente, la parola di Dio deposita la traccia più profonda, il senso che intravedi al di là dell’ultimo ostacolo da cui vorresti evadere, dell’ultimo nemico, che è la morte.

Carlo Cassola, “Troppo tardi”. Il Realismo «nella luce della Resistenza»

Carlo Cassola, Troppo tardi. Il Realismo «nella luce della Resistenza»

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di Giovanni Inzerillo

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Pochi oggi leggono romanzi di Cassola, certamente assai meno rispetto al ventennio ’60-’80 in cui la sua fervida produzione narrativa è pure motivata da un successo di pubblico e di critica (basti ricordare l’assegnazione nel 1960 del Premio Strega a La ragazza di Bube; nel 1973 del Premio Selezione Campiello a Monte Mario e nel 1978 del Premio Bagutta a L’uomo e il cane). Un ventennio dunque di riconoscimenti e di successi editoriali che, nonostante il poco lusinghiero giudizio espresso da Pasolini il quale, criticando la “restaurazione dello stile” di alcuni scrittori, accusava Cassola di un maldestro recupero del Realismo negli anni in cui il “Fascismo era vinto”, ha permesso di inserire a pieno titolo lo scrittore romano tra i classici letterari italiani per poi escluderlo a posteriori dal canone del Novecento, canone che continua a suscitare discussioni, fastidi e malumori ma che, inutile negarlo, condiziona più o meno indirettamente le scelte didattiche, critiche ed editoriali italiane. Così, rispetto alla vasta produzione narrativa dell’autore ed escludendo La ragazza di Bube, sono poche le recenti ristampe ed è più facile trovare un suo romanzo tra le bancarelle dei mercatini di strada piuttosto che tra gli scaffali di una qualsiasi pur assortita libreria. Probabilmente a Cassola oggi questo interesserebbe poco se prendiamo per autentico, e non come una artificiosa captatio benevolentiae, quanto scrive nella Nota dell’autore che apre il romanzo Troppo tardi, ultimato nel 1971 e pubblicato nel 1975:

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Prospettive

Capita a molti di sentirsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ho già raccontato di come, da bambino, mi ritrovai nella classe di mio fratello col grembiule bianco, mentre tutti lo avevano nero. Là il motivo era palese: non era la mia aula. Altre volte la ragione è più complessa: avrei potuto prevedere quel disagio, la prima e ultima volta che entrai in discoteca? Forse non sapevo ancora di essere introverso. Altre evenienze sono più drammatiche: matrimoni sbagliati (a giudicare dalla mole di distanze e incomprensioni), lavori che non piacciono, amicizie che deludono.
In genere, situazioni come queste inducono una serie di negatività aggiuntive, di pensieri “cattivi”: non ne azzecco una, qualcuno me la tira, non uscirò mai da questa trappola. La vita diventa insopportabile, ci si rassegna al peggio o si butta tutto all’aria: un nuovo partner, la ricerca di una diversa occupazione, un altro giro di amicizie.
Non di rado, il mutamento non sortisce effetti: invertendo l’ordine dei fattori, il prodotto non cambia. A volte, il nuovo stato è peggiore del primo, con l’aggravante di una frustrazione elevata all’ennesima potenza.
Questa, paradossalmente, è la condizione ideale per entrare in contatto col Vangelo: per affacciarsi a un altro mondo, può essere uno stimolo avere problemi con quello precedente. Oppure basta coglierne le falle, il montaliano “anello che non tiene”.
In genere, il bello di Dio ti viene incontro quando, per un motivo o per l’altro, senti il bisogno di guardare verso l’alto. Quando gli chiesi la preghiera allo Spirito Santo, don Mario mi rispose: vuoi salire?

Sibilla Aleramo, la rosa e la fiamma


a cura di Barbara Pesaresi

da SELVA D’AMORE (Sibilla Aleramo – Tutte le poesie, Mondadori)

 

Fumo di sigarette

 

Fumo di sigarette.

Accenno di sorriso.

E di nuovo fumo,

spire leggere,

dalle mie labbra,

tutte le sere

qualche minuto,

dal suo balcone, Continua a leggere

Pizza, pesto e pandoro


Vantarsi è una cosa ridicola, lo sanno tutti. Eppure, ogni tanto, scappa l’autoincensazione, come fosse una trappola nascosta a cui pochi riescono a sottrarsi. A volte ci vantiamo per scherzo, ma non è meno rischioso: in questi casi, il confine è molto labile, e poi va’ a sapere se lo humour è compreso dagli astanti.
Ci si vanta di tutto: di una macchina, di una laurea, di una donna. Se il soggetto è femminile, si gloria di un vestito, di un gioiello, di un taglio di capelli. Alla lista delle millanterie appartengono le stranezze più improbabili: il bagno di casa, un paio di occhiali, l’autografo di un calciatore. Il bello della vanteria è che non ha senso, quindi, paradossalmente, può passare di tutto. Napoli si vanta della pizza, Verona del pandoro, Genova del pesto. Una volta, in una bettola della città vecchia, mangiai con don Mario un piatto di trenette, e scoprimmo che il pesto che spacciano a Roma è un’altra cosa.
Vantarsi, in genere, è nocivo: chi si loda, s’imbroda. Figurati se sei di Ancona e ti vanti del brodetto…
Un tema così frivolo non ha mancato di suscitare l’interesse di personaggi illustri: Gesù condanna la vanità di scribi e farisei; san Paolo, oltre a informarci che “la carità non si vanta”, se ne esce nell’unico vanto ammissibile, per un cristiano: di cosa mi vanterò, se non della croce di Cristo?
Questo mi fa pensare: un atteggiamento ridicolo può trasformarsi in una scelta eroica. Bene e male non sono mai astrazioni: si spiegano soltanto in relazione alla persona. La vita, più che uno scontro tra bontà e malvagità, è una battaglia tra Dio e il demonio. Quest’ultimo si vanta d’averne ucciso il Figlio, e in quel momento perde.

Luigi Maria Corsanico legge Odisseas Elitis

da qui

Sole il Primo/IOdisseas Elitis
(Traduzione di Nicola Crocetti)
da “Odisseas Elitis, Sole il Primo”, “Quaderni della Fenice” Guanda, 1979
Nel 1979 gli fu conferito il Premio Nobel per la letteratura; tra le motivazioni del premio spicca il desiderio di libertà intellettuale e sviluppo della creatività, che traspare dalla sua poesia. Morì ad Atene nel 1996.
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Paul Klee, Ad Parnassum, 1932

Johannes Brahms
Intermezzo in B-flat minor, Op. 117 No. 2 (excerpt)
Grigory Sokolov, piano
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In cammino verso la Marca gioiosa (II)

di Roberto Plevano

Ai primi di settembre 2017 esce il romanzo Marca gioiosa, per i tipi Neri Pozza. La poesia e lo spirito ospiterà per alcuni settimane testi del materiale preparatorio.
Il dialogo descrive una serrata discussione teologica sul libro di Giobbe, condotta nel sec. XIII da tre rabbini in un piccolo paese della Provenza.

Impii autem quasi mare fervens,
quod quiescere non potest,
et redundant fluctus ejus in conculcationem et lutum.
Non est pax impiis, dicit Dominus Deus.

Gli empi sono come un mare agitato
che non può quietare
e le cui acque portan su melma e fango.
Non c’è pace per gli empi, dice il Signore.

 

I cenni dell’uomo in nero provocarono però un’improvvisa discussione con i tre che ci avevano accompagnato dentro Lunel. Discussione che non compresi, perché condotta in una lingua che non avevo mai udito. Mentre quelli confabulavano interrompendosi l’un l’altro, alzando le voci, gesticolando, il capo rovistò in un baule e tirò fuori un pesante volume rilegato, una cosa di gran lusso.

«Oggi poco rimane dei tesori della sapienza in Al Andalus. Abbiamo fatto ricopiare il libro del rabbi Ben Maimon dai saggi che ancora vivono a Cordoba. La gran città ha i giorni contati, nessuno difende le mura.» Parlò nella lingua della nostra Provincia.

Il più anziano dei tre annuì gravemente. Si fece dare il libro. Là dove stava, accanto al suo mulo in mezzo alla via, con i carri che intanto passavano, prese a sfogliarlo con grande lentezza. Sembrò allora che per lui solo il mondo circostante arrestasse il corso.
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C’è un tempo


C’è un tempo per tutto: lo dice Qoelet, ma ce ne accorgiamo anche da soli.
Il bello di questa verità lo assapori quando vivi una svolta, altrimenti rimane una teoria.
Appena nati, non siamo che una palla di carne: bisognosi di tutto, passivi, dipendenti. Facciamo tenerezza. Man mano che cresciamo, affrontiamo le prime, vere frustrazioni: realizziamo che la vita non è solo ricevere, ma anche attivarci, elaborare, dare. Tra il ricevere e il dare c’è un cambio di stato, una discontinuità.
Restare palla di carne (intesa come categoria teologica) è una tentazione che continua a inseguirci, a volte per sempre: pensiamo alla dipendenza dalla pornografia. Qui si pone una chiara resistenza al passaggio fondamentale della vita: dalla carne allo spirito. Dov’è l’ostacolo?
La risposta è semplice: tutto dipende da ciò che riteniamo bello, buono e vero. La carne ha un suo fascino, una sua bellezza. Il frutto dell’albero del bene e del male era “bello a vedersi e buono da mangiare”. La questione è se si tratti di vera bellezza, di qualcosa che è bene per noi e per gli altri.
Possiamo utilizzare tre strumenti, per sciogliere il nodo: la fiducia assoluta del bambino, l’umiltà e la Parola di Dio.
Con la fiducia del bambino mi fido più del discernimento del Signore che del mio. Con l’umiltà, impedisco che la superbia si metta di traverso. La Parola di Dio mi chiarisce il suo punto di vista, il fatto che la carne “non giova a nulla” ed esclude dal Regno, la scoperta che è lo spirito soltanto a dare vita.
C’è dunque un tempo della carne e un tempo dello spirito: quando questo arriva, comprendi veramente Qoelet, e con Qoelet tutto il resto.

109. Di lì a poco


Non che la vita non fosse piena di sorprese: ma l’asse portante si era rovesciato, dall’esterno all’interno. Da bravi introversi, eravamo sempre più a contatto con gli archetipi, e principalmente con l’Archetipo del Sé, il Cristo. Il nostro, con Lui, era un dialogo continuo, serrato, come se avessimo compreso che la chiave si celava in questo trait d’union, nell’aggancio di ogni cosa a Lui, che dava senso, forma, proporzioni al tutto. Cos’era il peccato, se non il distacco tra l’esperienza e Cristo? Non era precisamente questa l’intersezione con la colpa originale? Non nasceva da qui la superbia diabolica – dunque, etimologicamente, divisoria – che aveva prima innalzato l’uomo nell’euforia di un’indipendenza senza limiti, sprofondandolo, poi, nell’angoscia di un amaro isolamento?
Sentivamo Gesù presente, in ogni istante, interlocutore attento, delicato, sempre pronto a soccorrerci nelle nostre défaillances, nei momenti di rabbia o di sconforto. Tornava l’idea fondamentale che nell’amore tutto è collegato, nel senso di connesso a Lui, l’Alfa e l’Omega, il Principio e la Fine, il codice con cui decifrare anche le pagine più astruse della storia.
Da qui scaturiva un ottimismo che sembrava impossibile, grottesco, in una fase come quella, in cui il mondo danzava sull’orlo dell’abisso, inconsapevole di ciò che sarebbe accaduto, di lì a poco.

Pesi


Se ognuno sapesse quanto pesa sugli altri, proverebbe un desiderio di sparire. Sarebbe utile stimare, con un’apposita bilancia, il carico di aggressività, di incomprensione, di volgarità, di mancanza di tatto che incombe quotidianamente sul genere umano. Di fronte alle cifre precise di un imparziale tabulato, immaginando i nostri simili e noi stessi tramutati in bestie da soma, avvertiremmo un senso di pietà e di fratellanza, come avviene, a volte, in tempo di guerra.
Ogni mattina, invece, come niente fosse, scarichiamo sulle spalle degli altri tonnellate di rifiuti tossici, senza l’ombra di un rimorso.
Ci sono casi in cui ciò è perseguito con malizia, come fosse una sorta di sfogo personale, una riparazione d’ingiustizie, di torti subiti, magari, nell’emisfero opposto, ma che importa? L’essenziale è che qualcuno paghi, che la sofferenza si diffonda, perché una volta ferito, non accetto che ci sia chi possa uscirne illeso, più felice di me, o meno disperato.
Proporrei una scienza sociale dei fardelli spesso insopportabili che ci scambiamo con larghezza; esperti in materia potrebbero configurare i diagrammi di una coppia, di un giro di amici o di parenti, di un luogo di lavoro.
Osservando quei grafici potremmo essere presi da un tardivo pentimento, spremeremmo una lacrima quasi controvoglia, come se ammettere quanto siamo pesanti fosse l’operazione più incongrua e stravagante che un essere umano possa concepire.

Commedia ubriaca. Nicola Vacca e il “Dio del Massacro”.

Abbasso la realtà, viva la realtà. L’ultima fatica poetica di Nicola Vacca, Commedia ubriaca (Marco Saya Editore, 2017), può risultare ad una lettura immediata troppo cupa e disperata. Ho dovuto  rileggere più volte questi versi scarnificati di ogni consolazione umanitaria, per cercare di comprendere l’origine di questa coazione alla caduta, per cogliere il ritmo di questa sinfonia del dolore e del fallimento di ogni “umanitarismo”. Non trovo le parole/ per amputare il gesto/ che porta con sé il sangue del massacro./ Non trovo nessun dio/ che possa lenire il dolore/ di cui siamo maestri./ Non trovo più niente/ dove il vuoto è diventato l’impero dei giorni. Alla fine credo di aver trovato il codice segreto di questa opera “disumana”, idoneo a disvelarla all’opposto in tutta la sua umanità più sincera. Questo è il “principio di realtà”, che lo stesso autore, forse anche inconsciamente, afferma in un suo verso.

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