Rizomi e altre gramigne di Maurizio Manzo

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ANOMALIE

Si è sempre al proprio interno smisurati, nessuna prospettiva lineare
definisce i confini dove stare, non lo diresti mai che si è deformi
nel rumore della testa che rimugina, nello sguardo che sequenza il contesto
tutto si fa gigantesco o minuscolo, ed il guaio è capire che non è un sogno
che ci si ferma davanti ai burroni, non si svegliano i morti con un bacio.

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CRESTOMAZIA 24: Callimaco, “Davanti a una porta chiusa”

Davanti a una porta chiusa

Conopio, vorrei che tu dormissi come costringi me /
a dormire, sotto questo portico gelato. /
Donna insensibile, vorrei che tu dormissi come fai /
dormire il tuo innamorato, senza un’ombra di compassione. /
I vicini hanno un po’ di pietà, tu neanche un’ombra. Ma presto /
i capelli bianchi ti rinfrescheranno la memoria, su tutto.

(trad. Marina Cavalli)

Callimaco, Epigrammi, Mondadori, 2008, p.37


“Dell’altra moltitudine che abbiamo di versi, quasi infinita, ha scelto ciò che gli è riuscito o più elegante, o più poetico, o anche più filosofico, e infine, più bello […]” (Tratto dalla Prefazione alla crestomazia italiana de’ poeti di Giacomo Leopardi)

51. Tutto pronto

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Tutto sembrava condurci in una terra ignota, dove il Signore era il Signore, e noi creature da iniziare a tutto, anche a ciò che in genere è dato per scontato. Il nostro rapporto procedeva per sussulti: alti e bassi, in sintonia con i sentieri impossibili su cui il Progetto puntava sempre più, come se solo in vicoli ciechi, davanti a porte chiuse potessimo trovare la nostra dimensione. La dinamica risultava comprensibile alla luce di uno scenario in movimento, in cui le forze del bene e del male si affrontavano in una guerra di trincea, costringendo le persone più coscienti a schierarsi da una parte o dall’altra. Intanto si moltiplicavano gli atti di violenza, gli attentati, i colpi di scena perfino sospetti, come il golpe da cui Erdoğan era uscito rafforzato, a capo di una democrazia nominale, svuotata dal di dentro. L’America sembrava indebolirsi, lasciando Israele sempre più sola in un Medio Oriente trasformato in polveriera; la Russia, paradossalmente, pareva ergersi a difesa dei valori cristiani, mentre colossi come l’India e la Cina crescevano fra tensioni di ogni tipo. Il Santuario del Divino Amore era una tessera invisibile in un mosaico mondiale di difficile decifrazione, ma anche lì s’intrecciavano visioni spirituali e materiali, flussi di luce e forze oscure interessate al potere e alla finanza. Tutto sembrava pronto per l’avverarsi delle profezie, lo scioglimento drammatico dei nodi, la morte e risurrezione del mondo, immensa Pasqua di sangue e di vita rinata dai brandelli della storia.

Luigi Maria Corsanico legge Federico Garcia Lorca. 13

da qui

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Federico García Lorca
POETA EN NUEVA YORK
(1929-1930)
A BEBÉ Y CARLOS MORLA
Los poemas de este libro están escritos en la ciudad de Nueva York el año 1929-1930, en que el poeta vivió como estudiante en Columbia University.
F. G. L.
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Il morto colore del mare – Il buco nell’acqua

di
Roberto Plevano
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§ Il buco nell’acqua

Remy indossa un giubbotto di sicurezza arancione, guanti da lavoro e un casco con lo stemma del Comune. Sotto il sole di giugno, il colore stacca sul verde del prato, è un’anomalia che cattura lo sguardo. Remy usa il decespugliatore con paziente competenza, rifinisce il taglio dell’erba lungo i viottoli, intorno alle aiuole e ai tronchi. È attento a non sollevare troppa polvere, a non scagliare dappertutto pietrisco e cacche di cani. Nessuno sembra fare caso, come se fosse invisibile. Finita una porzione del prato, si prende una pausa. Si stende all’ombra di un cespuglio e alza gli occhi al cielo.

«Sotto sole, un’ora, cinque minuti» dice indicando l’orologio. Fa una breve telefonata e lo vedo sorridere al qualcuno con cui parla. Mette in tasca il telefono e mi saluta, ma con me tiene il viso serio.
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Giacomo Sartori, Sono Dio

di
Roberto Plevano
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Sono citazioni impegnative, quelle che Giacomo Sartori pone in esergo al suo ultimo romanzo, Sono Dio (Enne Enne Editore, Milano, 2016). Leopardi, Carl G. Jung e due filosofi francesi contemporanei, non notissimi in Italia, Marcel Gauchet e Frédéric Lenoir, danno un compendio per cenni del discorso della modernità su Dio: l’eclisse del sacro, la secolarizzazione, il disincanto.

Temi spinosi, dal punto di vista limitato e parziale del genere umano. Dal punto di vista però dell’eterno e dell’infinito, cioè Dio, il Dio della rivelazione monoteista semitica, che è totalità delle totalità, e creatore onnipotente, sono quisquilie, trascurabili rognette di una porzione minuscola del creato, che non pare nemmeno proprio ben riuscita, e sarà presto annichilita, così informa il narratore, che, superfluo dirlo, è un narratore onnisciente – come potrebbe essere altrimenti?
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50. Il responso

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Ci colpì molto l’attentato a Nizza, il camion lanciato sulla folla come “leone ruggente che va in giro, cercando chi divorare”, citando dalla Prima Lettera di Pietro. Un’immagine archetipica del male, un punto di tenebra assoluto sullo sfondo di una storia che ormai si dipanava con chiarezza. Di fronte a tale epifania diabolica la gente si sarebbe svegliata? Sarebbe emersa la coscienza del momento, l’esigenza della conversione, del sincero pentimento che, stranamente, neanche la Chiesa indicava come urgente? Speravamo di sì: quei corpi straziati sulla Promenade des Anglais gridavano giustizia, ma anche uno sguardo ulteriore, un intuito profetico della lotta tra il bene e il male, un appello senza ambiguità a cercare in se stessi i segni vitali di una verità sociale, storica e teologica. Leggendo le analisi degli opinionisti, si trovavano i soliti parametri di razionalità astratta che non portavano a nulla: la ragione illuministica tradiva, in questi eventi, la sua incapacità congenita di trovare non solo soluzioni, ma anche chiavi adeguate per una prima comprensione del problema. Le previsioni di cui tanto s’era parlato, fino ad ora, entravano in una fase drammatica di realizzazione, tra lo sgomento della gente e l’impotenza dei capi: l’Europa del benessere, della perdita costante e progressiva dei valori mostrava il suo lato vulnerabile, come fosse impietrita nell’attesa di un responso decisivo.

Rosa

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Ti ripenso da qui, come un naufragio
riemerso da un passato ormai remoto:
non hai occhi né orecchi per capire
che cosa ha funzionato, e cosa no.
Ti perdi dentro il rosa condensato
del fragile orizzonte di Sirolo.
Il male ti ha plasmato, come ruggine
lasciata imputridire. Solo quando
sarà venuto l’Angelo vedremo
il tuo volto brillare, come l’oro.

Mascha Kaléko : Rezept

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Rezept

Jage die Ängste fort
und die Angst vor den Ängsten.
Für die paar Jahre
wird wohl alles noch reichen.
Das Brot im Kasten
und der Anzug im Schrank.

Sage nicht mein.
Es ist dir alles geliehen.
Lebe auf Zeit und sieh,
wie wenig du brauchst.
Richte dich ein.
Und halte den Koffer bereit.

Es ist wahr, was sie sagen:
Was kommen muss, kommt.
Geh dem Leid nicht entgegen.
Und ist es da,
sieh ihm still ins Gesicht.
Es ist vergänglich wie Glück. Continua a leggere

SU “FARE DI QUESTO” DI CARLO BORDINI

vulcano

di Giselda Pontesilli

 

  La poesia “Fare di questo” è, primariamente , demistificatrice, poiché   -non a parole-  ci fa coscienti di un fatto che sapevamo già: per sentire, per esperienza; ma solo ora,  solo così tardi,  lo comprendiamo davvero:

non è vero  -ci dice, non a parole-  non è vero che solo alcuni misteriosi uomini (non io, mai io) compiono omicidi; io = omicida : ecce homo. Continua a leggere

Roberto Saporito, L’ascensore.

corridoio
“Abbiamo bisogno di sapere cose che gli altri non sanno.
E’ quello che nessuno sa di te che ti permette di conoscerti.”
(Don DeLillo)

Si aprono le porte dell’ascensore cigolando lievemente.
Esci dall’ascensore e le porte dietro di te si chiudono, replicando il lieve cigolio.
Ti ritrovi in uno slargo deserto, in un angolo c’è una sedia di ferro, smaltata di bianco, e bianche sono le pareti e il soffitto.
Prendi a destra per un piccolo corridoio, attraversi un piccolo slargo a sinistra, uno a destra che poi diventa un lungo corridoio senza finestre.
Non c’è nessuno. Continua a leggere

Stiamo profanando Dio, di Michele Caccamo

Nizza
“il massacro fu così grande che i nostri uomini camminavano nel sangue fino alle caviglie” e così hanno dato a Dio il possesso del crimine.
Le loro bocche, in quegli altri tempi, erano senza luce di speranza, erano piene di odio; per mille diverse ragioni una trappola.
Dopo Gesù Cristo, quello che doveva essere un mondo nuovo è diventato una vampa: l’Umanità ha iniziato ad avere le armature fragili, ha iniziato a essere spiata da un’aria non di pace.
Di quale importanza parliamo, che fossero ebrei o cristiani o islamici, in quegli altri anni venne fatta la fortuna delle religioni. Venne fatta lo separazione dallo Spirito. Continua a leggere

CRESTOMAZIA 23: René Char, “Giorno orrendo…”

Giorno orrendo! Ho assistito, qualche centinaio di metri distante, all’esecuzione di B. C’era solo da premere il grilletto del mitra e poteva essere salvo! Eravamo sulle alture che dominano Céreste, la boscaglia piena zeppa d’armi e noi in numero almeno pari alle SS, ignare della nostra presenza. Agli occhi dovunque imploranti attorno a me il segnale del fuoco, ho risposto di no col capo… Sotto il sole di giugno un freddo polare mi filtrava nelle ossa.
E’ caduto come non ravvisando i suoi carnefici e così leggero, m’è parso, che il minimo soffio di vento avrebbe dovuto sollevarlo da terra.
Non ho dato il segnale perché il villaggio doveva a qualunque costo essere risparmiato. Che cos’è un villaggio? Un villaggio simile a un altro? Forse lo ha saputo, lui, in quell’ultimo istante?

(trad. Vittorio Sereni)

René Char, Fogli d’Ipnos in Poesia e prose, Feltrinelli, 1962, pp.132-133


“Dell’altra moltitudine che abbiamo di versi, quasi infinita, ha scelto ciò che gli è riuscito o più elegante, o più poetico, o anche più filosofico, e infine, più bello […]” (Tratto dalla Prefazione alla crestomazia italiana de’ poeti di Giacomo Leopardi)

LA LETTERA SCARLATTA. Rivelazioni, recensioni, recuperi, rigetti, rassegne, rarità, rotture e altro di Pasquale Vitagliano

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Il televisore di fronte allo specchio

Pasolini definisce la televisione alienante non in quanto contenuto ma come “cornice”. E’ inutile qui associarsi al giudizio profetico che condivido a pieno. Quello che invece mi attrae è il discorso sulla cornice. Ed è un discorso sul guardare, sullo specchio, sul dentro e fuori. Al cinema lo ha anticipato Hitchcock con il film La finestra sul cortile. In realtà, si tratta di una vecchia questione che parte da Lucrezio, che per primo affronta l’affronta: la distanza tra azione  – il naufragio del De Rerum Natura – e lo spettatore.

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Antiche domande: Poesie di Maria Rosaria Madonna

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Sono arrivati i barbari

«Sono arrivati i barbari, Imperatore! – dice un messaggero
che è giunto da luoghi lontani – sono già
alle porte della città!».
«Sono arrivati i barbari!», gridano i cittadini nell’agorà.
«Sono arrivati, hanno lunghe barbe e spade acuminate
e sono moltitudini», dicono preoccupati i cittadini nel Foro.
«Nessuno li potrà fermare, né il timore degli dèi
né l’orgoglio del dio dei cristiani, che del resto
essi sconoscono…».
E che farà adesso l’Imperatore che i barbari sono alle porte?
Che farà il gran sacerdote di Osiride?
Che faranno i senatori che discutono in Senato
con la bianca tunica e le dande di porpora?
Che cosa chiedono i cittadini di Costantinopoli?
Chiedono salvezza?
Lo imploreranno di stipulare patti con i barbari?
«Quanto oro c’è nelle casse?»
chiede l’Imperatore al funzionario dell’erario
«E qual è la richiesta dei barbari?».
«Quanto grano c’è nelle giare?»
chiede l’Imperatore al funzionario annonario
«E qual è la richiesta dei barbari?».
«Ma i barbari non avanzano richieste, non formulano pretese»
risponde l’araldo con le insegne inastate.
«E che cosa vogliono da noi questi barbari?»,
si chiedono meravigliati i senatori.
«Chiedono che si aprano le porte della città
senza opporre resistenza»
risponde l’araldo con le insegne inastate.
«Davvero, tutto qui? – si chiedono stupiti i senatori –
e non ci sarà spargimento di sangue? Rispetteranno le nostre leggi?
Che vengano allora questi barbari, che vengano…
Forse è questa la soluzione che attendevamo.
Forse è questa». Continua a leggere

Il morto colore del mare – Il portacenere

di
Roberto Plevano

§ Il portacenere

Anna G. fumava come un camino, come una ciminiera. Luca P., in quel mezzo pomeriggio che passò insieme lei, fece mentalmente un conto approssimato di una trentina di sigarette. Per ogni santo giorno, erano almeno due pacchetti, MS o Camel. A cui si aggiungevano le sigarette che lei rollava con perizia, dalle bustine Samson e Drum, che, chissà perché, non considerava come un fumo vero e proprio, quella nervosa compulsione ripetitiva di una giovane che non fa caso all’inalazione, ma come intermezzi di quiete in un’altrimenti incessante movimento interiore di cerebro, e poi via via di polmoni, labbra, dita. Rollando le cartine, Anna G. socchiudeva gli occhi.
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