Svezia, il virus della socialdemocrazia

Göteborg. Foto di Mikael Moiner

Da italiana in Svezia, sono tanti gli interrogativi che mi vengono posti in questi giorni, soprattutto a seguito dell’articolo recentemente pubblicato da Repubblica.it, ma anche a quello precedente sullo stesso tono de Il Fatto Quotidiano, dove si è dato risalto anche a un certo sprezzo del pericolo combinato a una svalutazione di chi, influenzato da ciò che accade in Italia, ha preferito da subito un comportamento cauto e orientato all’autoisolamento.
Dico subito che io sono tra questi: in una sorta di ossequio della legge a distanza, mi sono attenuta alle disposizioni italiane mitigate da un buon senso nordico: nessun contatto ravvicinato e frequentazioni di negozi solo per beni di prima necessità, ma libertà di uscire per passeggiare osservando distanze di sicurezza. L’idea che centinaia di migliaia di bambini italiani siano tappati in casa senza poter prendere una boccata d’aria – che per la prima volta sarebbe persino pulita e non solo quel mefitico aerosol che offrono le metropoli italiane – è un pensiero doloroso, di cui ha ben scritto Rosa S. ospitata dal sito della Wu Ming Foundation. Continua a leggere

Semplicità di Emanuele Capra (Italia 2005)

Semplicità.
Forse è questo di cui ha bisogno l’umanità.
Molti di noi probabilmente non l’hanno mai conosciuta davvero.
La semplicità di uno sguardo, di una parola gentile, di un sorriso. La semplicità del silenzio, del compleanno in famiglia, di un bel film.
I pensieri nella mente sono diversi, hanno più spazio, arrivano in profondità e si riesce a coglierli nella loro essenza.
Semplicità, ancora semplicità.
Osservando da lontano prati, alberi e terrazzi, sembrano quasi un miraggio.
La natura si sta risvegliando, come ogni anno.
Ogni anno che non l’abbiamo apprezzata abbastanza, ogni anno che l’abbiamo guardata di sfuggita.
Lei instancabile ci parla ancora, ci parla sempre.
Ogni anno prova a trasmetterci lo stesso semplice messaggio di nuova vita, di speranza, che oggi diventa quasi una incitazione a reagire, a credere, per poi stupirsi di nuovo, come non si è mai fatto.

La sorgente della vita

Si era dimenticato. Per questo soffriva, e non sapeva perché. Si lasciava ferire, si adirava, il veleno giungeva dappertutto, ossia il pensiero cattivo, di cui parlano i Padri, che si appropria della mente e del cuore, che ti mostra la vita con il filtro dei tuoi traumi. Si era dimenticato che avrebbe dovuto e potuto perdonare. Se avesse perdonato i genitori, se avesse riportato alla memoria gli eventi in cui s’era sentito abbandonato, tradito, e avesse sussurrato, dal profondo del cuore: perdono, perdono, perdono, si sarebbe aperto lo scenario della realtà com’è, delle persone come sono, del mondo senza la proiezione fuorviante delle sensazioni negative. Solo adesso viveva nella pace. Riattingeva alla sorgente della vita che scorreva anche prima, ma era lui che la ignorava, come quando qualcuno ti sorride, e tu non te ne accorgi. Ora poteva dire: guardami, sono qui: ricominciamo. 

La poesia della settimana. Salvatore Quasimodo

Sprofonderà l’odore acre dei tigli
nella notte di pioggia. Sarà vano
il tempo della gioia, la sua furia,
quel suo morso di fulmine che schianta.
Rimane appena aperta l’indolenza,
il ricordo d’un gesto, d’una sillaba,
ma come d’un volo lento d’uccelli
fra vapori di nebbia. E ancora attendi,
non so che cosa, mia sperduta: forse
un’ora che decida, che richiami
il principio o la fine: uguale sorte,
ormai. Qui nero il fumo degli incendi
secca ancora la gola. Se lo puoi,
dimentica quel sapore di zolfo
e la paura. Le parole ci stancano,
risalgono da un’acqua lapidata;
forse il cuore ci resta, forse il cuore…

Salvatore Quasimodo, Poesie, Fabbri Editori, p. 123.

Educazione sentimentale #11

di: Guido Tedoldi

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Ormai parecchio tempo fa (il 1° articolo fu pubblicato il 21 gennaio 2018) Antonio Sparzani chiese ai redattori deLaPoesiaELoSpirito di raccontare la loro «educazione sentimentale» attraverso il libro o i libri che hanno contribuito a formarli come le persone che sono. Io accolgo l’invito in clamoroso ritardo, spero di essere ancora in tempo.

I libri che mi hanno educato sono stati, in effetti, 4. Cioè, almeno 4…

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LA BUONA NOVELLA DI FABRIZIO DE ANDRE’ SECONDO IL RACCONTO DI JONATHAN GIUSTINI

Un bel giorno dei tuoi quattordici anni, camminando per strada, lungo un viale alberato, sotto un piccolo cespuglio, noti venti euro piegati come un piccolo fazzoletto colorato 

Puoi farci alcune cose con venti euro: non troppe a dire il vero. Ma alcune puoi farle sicuramente. Tu che sei un giovane curioso e con echi di voce e di paterni racconti, decidi di entrare in un vecchio negozio di dischi. Bighellonando per la città ne trovi alla fine, faticosamente, uno, tra i pochi rimasti. Vende dischi usati. Qualcuno ti ha detto, magari lo hai letto su internet, che stanno tornando di moda.

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Francesco che tremava

di Michele Caccamo

La piazza turrìta ci è apparsa all’improvviso in mezzo al mare.

Quel Gesù della peste riappariva, nella sua bellezza allegorica, come un sogno nobile ma ormai incapace di fare qualcosa.  A guardarlo tutti quanti abbiamo pensato di aver perso il solo amico che avevamo nel Paradiso. 

Francesco tornava a essere uomo, perché era sopraggiunta la verità, e ne aveva paura. San Pietro era di un vuoto colossale. 

L’abbiamo lasciata vuota, che la morte fosse libera di riempirla. 

Aveva perso le grancasse, la sembianza del Credo. Qualcuno ha anche pensato che ci avremmo poi potuto mettere un altro circo.

 

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L’ultimo giorno

Oggi è l’ultimo giorno di vita, per Terenzio. La sveglia è alle cinque e un quarto, come sempre, ma apre gli occhi prima che squilli. L’ha puntata per non perdere un minuto del tempo che gli resta. Come ogni mattina, legge un pensiero religioso, poi strappa la pagina del calendarietto: ha un sussulto al pensiero che sia l’ultima. La guarda diversamente dalle altre, come fosse “la sua”. In effetti è così: il giorno che vai via è il tuo giorno, il dies natalis, dicevano i Padri, il giorno natalizio.

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Il rondone

C’era uno che aveva sempre paura di sbagliare. Temeva l’opinione degli altri, ed era certo che tutti lo guardassero male. Un giorno incontrò un uomo e gli chiese: può dirmi perché mi sento in difetto? L’uomo lo portò su un monte. Guarda – gli disse, – cosa vedi? – Vedo le colline, la vegetazione sparsa, qualche casa. – Guarda meglio. – C’è una macchina che passa, un cane che abbaia, una donna che accompagna una bambina. – Guarda ancora. – Vedo balle di fieno, un torrente che scorre in mezzo ai pioppi, un albero dai fiori rosa. – Ecco spiegato il tuo problema: c’è un rondone che vola, proprio davanti ai nostri occhi, eppure non lo vedi. Se tu ti accettassi come sei, senza tormentarti coi pensieri, daresti a Dio il tempo di baciarti, e potresti volare. Da allora in poi, quel tale guarì completamente. Tenne in casa, per sempre, l’immagine di un rondone volante, simbolo dell’incontro fra Dio e la sua nuda verità.

da qui

Penoncini. Il fuoco e la paglia

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Aŋ sò cóm at dòrmi
all ad crucàl intabarà
fum ad stéll ach ràna iŋ ziél
t’aŋ sà briśa quant vól
i và e i viéŋ
ogni nòt
ròd a tèra butà là
s’na strada séŋza vóś
tra spèć d’aqua
buscùra séŋza vént
e còrav curnàć
sturaŋ ślapanùal
a fàr śgaŋzèga
tra muć d’erba śgà
int la spagnàra
àltar vól raś a tèra
e rubarié
i và e i viéŋ
ogni nòt.
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Tornare a casa

Quando tornai a casa ebbi una strana sensazione: le strade erano vuote, gli esercizi chiusi, come se un ordigno sconosciuto avesse, eliminando le persone, lasciato intatte le cose. Non ero pronto a essere l’ultimo uomo sulla terra. Mi chiedevo come sarei sopravvissuto, quante operazioni d’emergenza avrei dovuto improvvisare. Tutto a un tratto, mi rendevo conto dell’importanza degli altri: non degli altri simpatici o antipatici, amici o nemici; gli altri e basta, col loro contributo alla vita sociale, la solidarietà spontanea, anche involontaria. Pure se non gli vai a genio, un panettiere ti serve, e così un benzinaio. Non c’era più nessuno: avrei dato un occhio, una mano, per entrare in contatto con un essere vivente. Raccolsi le energie, mi feci coraggio, scesi dall’auto ed entrai in casa. Davanti alla scrivania c’era il quadro della Vergine Maria: d’istinto, l’abbracciai, la baciai, Le dissi “Maria, aiutami, non abbandonarmi!”. All’improvviso, vidi il mondo dall’alto, l’enorme sfera azzurra che girava, portandosi dietro il dolore della gente, le risa sfrenate, l’ultimo respiro dei morenti, il pianto dei neonati. Sentii i clacson delle auto, i fischi dei vigili, le televisioni accese nelle abitazioni. Vicino a me, risuonò la voce stridula di una giornalista: restate in casa, restate in casa! Allora era per questo. Salii le scale e mi buttai sul letto: non ero più l’ultimo uomo sulla terra. Per la prima volta, provai amore per tutto ciò che esiste.

Sotto la grande nuvola bianca #4 (Come il Kiwi salvò la foresta)

Sotto la grande nuvola bianca.
(Un ciclo di brevi excursus su passato, presente e futuro della Nuova Zelanda e dei suoi abitanti)

In questi tempi di Covid-19 vi propongo uno dei più famosi miti maori, per ringraziare tutti quelli che, scendendo oggi nel sottobosco, stanno ancora una volta salvando la foresta.

Un giorno, Tāne (figlio di Rangi – il Padre Cielo – e Papa – la Madre Terra) stava camminando nella foresta quando si accorse che i suoi figli (gli alberi) crescevano verso l’alto ma si stavano ammalando alla base, divorati dagli insetti del sottobosco.
Decise allora di chiedere aiuto a suo fratello Tanehokahoka, che chiamò al raduno gli uccelli.
“Qualcosa sta uccidendo i figli di mio fratello Tāne” disse Tanehokahoka. “Ho bisogno che uno di voi scenda dai rami più alti della foresta e vada a vivere sul terreno per salvarli e salvare al tempo stesso la vostra unica casa. Chi si offre volontario?”
Nessuno degli uccelli rispose.
Tanehokahoka si guardò attorno e riconobbe il Tui.
“Tui” chiese, “lascerai tu i rami più alti per andare alla base della foresta?”
“Il Tui guardò verso le cime degli alberi e vide il sole luccicare tra le foglie. Poi guardò il sottobosco e vide la terra fredda, scura e brulicante d’insetti. Continua a leggere

Coronavirus. Appello di Franco Arminio

Le passioni, quelle intime e quelle civili, aumentano le difese immunitarie.

Essere entusiasti per qualcuno o per qualcosa ci difende da molte malattie.

La questione è virale, ma è anche teologica. La vicenda terrena è misteriosa, lo era anche prima del virus. Se non potete stringere la mano agli uomini, stringetela a Dio.

Capire che noi siamo immersi nell’universo e che non potremmo vivere senza le piante mentre le piante resterebbero al mondo anche senza di noi. Stare un poco di tempo lontani dai luoghi affollati può essere un’occasione per ritrovare un rapporto con la natura, a partire da quella che è in noi.

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Per strada

– Come mai è uscito? – E lei? – Devo andare in farmacia. – È urgente? – Evidentemente sì. – Deve essere sicuro. – Sarò responsabile di me stesso? – Di irresponsabili ce ne sono tanti. – E lei? Perché è uscito? – Io sono il virus.  – E gira così, indisturbato? – L’ho spiegato nelle lettere all’umanità circolate in questi giorni. – Non se ne può più. – È vero. È un aspetto letale del contagio. – Quando pensa di andarsene? – Mi faccio due conti: san Bernardino diceva che la pestilenza è legata a guerre e carestie. – Lei crede ai santi? – Anche loro contagiano la fede. – A che punto è arrivato coi calcoli? – Ho pensato di girare fino a questa estate. Poi penseranno d’esserne usciti, e arriveranno i miei fratelli. – Vuol dire che non ne usciamo più? – Non è detto. – In che senso? – Ne esce chi non c’è mai entrato. – Lei parla troppo per enigmi. Chi è che non c’è entrato? – Chi si affida a Dio: è l’unico che conosce il vaccino. – Mi sta dicendo che devo andare a messa? – Non ci può andare, in questa fase. – E che dovrei fare? – Quello che non fa nessuno. – E cioè? – Non avere paura. – Basta questo? – Sì. – Grazie. – Ma non lo dica a nessuno. – Perché? – Perché poi io che faccio?

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Croce con amore. Covid 19

 di Rosa Salvia

E sta l’ambiguo stupore / di contagi inattesi / di vicende inaudite / e non si discerne verità di parola / si va d’oltranza in oltranza / si naviga / ciechi. 

Il Covid – 19 ci ha colti tutti di sorpresa in quest’osceno bisticcio di notizie crivellato di spettri,

in questo regno evanescente dell’apparizione di scienziati e di politici che s’azzuffano, in questa incertezza di motivazioni oggettive per collegare fra loro elementi inconciliabili.

Da una parte l’onnipotenza della tecnologia, dell’era digitale, dei grandi colossi come Google, Amazon e soci, della dittatura dei social che consentono a ciascuno di costruirsi un’immagine di narcisistico autocompiacimento a proprio uso e consumo, dall’altra l’improvviso precipitare nel vuoto, nella precarietà della propria piccolezza di fronte a una natura che continua a essere terrificante come nei secoli più lontani della storia.

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