Stridamore


Chissà cosa ci vuole per aprire il tempo,
per fare di una goccia d’acqua un fiume, un ruscello –
il capo degli spiriti, il più alto responsabile
delle anime tristi, non dirada la nebbia
del tuo cuore malato, rappreso nell’istante del dolore,
fuoriuscito dal coma della solita paura,
dell’emozione inutile, sull’orlo
dell’imbroglio, dell’auto occultazione
del senso. Mi chiami troppo tardi
dal tuo bunker amato, o illune cielo
della mia disperazione, o canto, o manto,
o santo cardine dell’intima passione.

Trittici, di Annamaria Ferramosca


Annamaria Ferramosca, Trittici – il segno e la parola, Dot.Com.Press , Milano 2016

Nota di lettura di Marco Ercolani

«La parola poetica viene così a rendere visibili con gli strumenti del suono e delle pause le medesime relazioni che un dipinto porta alla luce tramite le forme, i colori e la spazialità; grazie a quello che ho chiamato “dialogo tra le arti” la scrittura costruisce un ponte verso la pittura, non tenta di sostituirla, ma di renderle onore e di ampliare, per sua virtù immaginifica, quanto (ed è già di per sé immenso) la pittura stessa ci dona o suggerisce o trasmette per propria forza di suggestione». Continua a leggere

SUL TAMBURO n.37: Gianluca Barbera, “La truffa come una delle belle arti”

Gianluca Barbera, La truffa come una delle belle arti, Reggio Emilia, Aliberti Gruppo Editoriale, 2016

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di Giuseppe Panella

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«A voler credere alle congiunzioni astrali il 1842 fu un anno colmo di prodigi. […] E, dulcis in fundo, il mio bisnonno Petreus, detto Pepé, stupì il mondo con l’esibizione di un esemplare di sirena ribattezzato la “Sirena delle Galàpagos”. Migliaia di persone si misero in fila per ammirarla, ignare del fatto che si trattava di un banale innesto tra la testa e il torso di uno scimpanzé e la coda di un tonno essiccato. La creatura aveva la bocca spalancata, la coda piegata verso l’alto e le braccia protese, come raggelate in uno slancio disperato. Pareva morta tra indicibili tormenti. Anni dopo Pepè avrebbe ricordato la cosa con queste parole, sputando a terra: “Era una creatura brutta e rinsecchita, di colore melmoso, lunga un metro e mezzo, ed emanava un odore nauseabondo, ti assicuro…”. L’aspetto repellente della sirena non tenne lontana la folla dei curiosi venuti da ogni parte, disposti a scucire senza batter ciglio l’esorbitante prezzo del biglietto, per nulla scoraggiati dal fetore che quell’essere rattrappito emanava» (pp. 13-14).

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L’isola misteriosa. La Biblioteca dei libri inutili. N. 2

Come per l’idea rimasta incompiuta di realizzare un Catalogo delle idee chic, che avrebbe dovuto essere il seguito e la conclusione del romanzo Bouvard e Pécuche di Flaubert, letture e proposte di libri singolari eppure dimenticati.

Hocynus Orca , Stefano d’Arrigo (1975)

Hocynus Orca di Stefano D’Arrigo, può essere considerato il Moby Dick della nostra letteratura, per aver fatto del mare e dei suoi abitanti l’epico scenario di un’imponente opera simbolica. D’Arrigo stesso affrontò l’impresa come di fronte a un capolavoro del Novecento. In realtà, in quest’opera volutamente monumentale sono presenti Omero e Joyce, più che Melville, l’insonne ritorno alla propria Itaca, più che l’ossessivo inseguimento di una chimera.

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I grandi uomini


di Riccardo Ferrazzi

Secondo gli antichi, gli uomini che si elevavano al di sopra della massa avevano caratteristiche divine.
Non bisogna credere che questa idea sia del tutto scomparsa nel mondo moderno: Manzoni chiamò Napoleone “uom fatale” (l’idea del Fato resiste anche alle scosse dell’illuminismo!). E nel secolo scorso, per incensare i dittatori, si scomodò spesso la Provvidenza e il favore di Dio. Continua a leggere

FIRENZE DOVE SEI?

di Giovanni Agnoloni

Mi sembra giunto il momento di ripubblicare questo articolo, che uscì per la prima volta sul “Corriere Nazionale” il 29 dicembre 2011, nell’ambito di un progetto del quotidiano intitolato “Città d’autore”. Allora vene pubblicato su iniziativa del mai dimenticato amico Ciro Paglia, al sostegno di sua moglie Stefania Nardini e del direttore del giornale Duccio Rugani, che ringrazio ancora.

Lo ripropongo oggi su La Poesia e lo Spirito, praticamente alla vigilia dell’uscita del mio nuovo romanzo L’ultimo angolo di mondo finito (Galaad Edizioni), perché questo è un libro che sottolinea la sostanziale indistinguibilità, in una rappresentazione realistica del mondo, dei profili più materiali e di un registro visionario-sensitivo.

Prendetelo dunque come un’anticipazione di quello che si è poi rivelato, ed è tuttora, in diverse forme, l’orientamento della mia ricerca stilistica.

Firenze, dove sei?

di Giovanni Agnoloni

Ho esitato a lungo a fare questa passeggiata per Firenze. Forse perché ho dei problemi con la nostalgia. Perché Firenze è una stratificazione di epoche compresse e scomparse, e dietro alle sue facciate nasconde infiniti distacchi e passaggi di tristezze.

Ma oggi è il momento.

In una sera di primo autunno, parto dalla periferia a cui sono sempre appartenuto per salutare per l’ultima volta una città che non esiste più.

C’è un tramonto che sembra un tuorlo d’uovo stropicciato su una tovaglia. Intorno, blu profondo.  Cammino lento lungo strade che sanno di polvere. Lontano, una moto gratta l’asfalto come unghie su una lavagna nera. Sembra il lamento di un gatto agonizzante, e si allarga nello spazio,  immagine in espansione che contiene luoghi dove sono stato e altri dove ancora devo andare. Passa un camion, con il suo barrito industriale. Continua a leggere

Fabio Scotto in amore


di Guido Michelone

In amore, il nuovo volume del cinquantottenne poeta spezzino, è strutturato in una prima sezione divisa in sedici parti, e in altre quattro successive, con argomenti che, come in un romanzo in versi, vanno dai luoghi amati (il Varesotto) ai campi di battaglia dell’attualità (Siria e Afghanistan), dai laghi canadesi ai templi siciliani, dalle vacanze in Normandia alla Parigi devastata dal terrorismo fondamentalista. Continua a leggere

Ascoltare il Canto di Kent Haruf

Canto della pianura di Kent Haruf è un libro che mi ha stupito. Pubblicato anni fa da una grossa casa editrice ma passato inosservato, è stato sapientemente ripresentato da NN editore che ne ha riconosciuto il grande valore, scegliendo di affidarne la traduzione a Fabio Cremonesi − traduttore abituale di Haruf − che ha saputo dare una perfetta voce all’autore americano scomparso poco più di due anni fa.
Grazie quindi alle edizioni di Alberto Ibba, questo romanzo meraviglioso è arrivato a casa mia, e poi nel mio cuore. E mi sono trasferita per una decina di giorni a Holt, la piccola cittadina di campagna dove è ambientata la storia.
Evito sempre di informarmi troppo su un romanzo che sto per leggere, per non farmi influenzare, e per qualche ragione mi aspettavo una prosa ricercata, carica, magari una struttura complessa e una storia intricata. Sono stata invece smentita da Canto della pianura ché si è rivelato un romanzo capace di scavare nel profondo dell’animo umano, al di là del suo tono semplice, di raccontare la vita, la più viscerale, fatta di sudore, sangue, dubbi, nascita e morte. E la racconta attraverso pochi – e perfetti – personaggi che si muovono in una struttura ben definita: ogni capitolo è focalizzato su uno di loro e la storia procede nell’alternanza dei punti di vista, riferiti da una voce narrante molto partecipe delle vicende di ognuno.

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Vivalascuola. L’italiano siamo noi

Gli studenti non sanno più scrivere, leggere e parlare l’Italiano. Sui banchi di scuola e all’università. Periodicamente arriva l’allarme, con lunghi intervalli di silenzio. Invece da 30 anni la politica scolastica mantiene ferrea continuità. Il Politecnico di Milano impone l’inglese come “lingua ufficiale” nelle lauree magistrali, malgrado con una recentissima sentenza (n. 42/2017) la Corte costituzionale abbia ribadito la centralità costituzionalmente necessaria della lingua italiana. E nelle scuole? Anche qui. Si realizza il programma di Berlusconi: Inglese, Internet e Impresa. 400 ore alle Superiori sottratte per l’alternanza scuola-lavoro, altre ore perse per il giochino del Clil. E in aggiunta: meno risorse, più alunni per classe, meno insegnanti, meno ore di lezione. E con i decreti attuativi della L. 107, la “Buona Scuola” di Renzi, si preparano altri tagli agli insegnamenti di base, tra cui ancora quello dell’Italiano. Ma, come scrive Giovanna Lo Presti, “privare gli studenti della possibilità di avere sufficiente competenza nella propria lingua nativa, distraendoli con lo specchietto per le allodole dell’angloamericano è un atto regressivo, è negare l’accesso ad una eredità comune preziosa”. Sarebbe ora di una nuova, diversa e attiva politica linguistica italiana: questo chiediamo con questa lettera al Presidente della Repubblica, che chiediamo di firmare e fare firmare.
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BUONA LETTURA: “Anatomia della battaglia”, di Giacomo Sartori

Buona lettura è una rubrica curata da Mara Pardini. Uno spazio per “assaggiare” libri buoni, ovvero utili, piacevoli, intelligenti, capaci di lasciare un segno nell’immaginazione di chi li sfoglia.

Un taccuino per catturare le impressioni, i messaggi e le parole che escono di pagina in pagina ma anche per incontrare scritture nuove e legate all’attualità.
Un angolo per parlare di libri e condividere il gusto di una buona lettura.

“BUONA LETTURA” 11. Anatomia della battaglia (ed. Sironi)

Anatomia della battaglia ha una forza: avvenimenti, caratteri, dialoghi e ambientazioni sono sì riferiti con chiarezza e lucidità ma riescono anche ad aprirsi ad una dimensione specifica: il rapporto fra la generazione uscita dalla guerra e quella successiva, sciupata e poi divorata dalla lotta politica senza riuscire ad individuare una via d’uscita.

Sartori conduce la narrazione contemporaneamente in più direzioni, con un uso quasi musicale del tempo, capace di dare il senso del complesso intrecciarsi di motivi di storia politica e culturale e rendere vivi tutti i personaggi.

Questi diventano persone, esseri umani, ciascuno con la propria storia: il padre fascista, la madre desiderosa di stare bene al mondo, il figlio (il narratore) che, rifiutando l’insegnamento paterno, entra a far parte di un gruppo di estrema sinistra e partecipa alla lotta armata ma che, ben presto, si allontana anche da questa e va a lavorare nell’Africa del Nord. Continua a leggere

A proposito di Derek Walcott

                                                    di Rosa Salvia

                                 

Il negro rosso che ama il mare

Io sono solamente un negro rosso che ama il mare,

ho avuto una buona istruzione coloniale,

ho in me dell’olandese, del negro e dell’inglese,

sono nessuno, o sono una nazione.

 

(Derek Walcott, Mappa del nuovo mondo, Adelphi, Milano 1992)

 

In questi versi c’è in nuce un aspetto determinante della poesia di Derek Walcott: quello dello spazio vivo che incalza, microcosmo o macrocosmo che sia.

Figlio di genitori mulatti della piccola borghesia intellettuale (il padre, morto quando lui aveva un anno, era un funzionario del governo britannico, che si dilettava di pittura) nacque nel 1930 nella piccola isola di Santa Lucia nei Caraibi.

 

Come altri poeti del Nuovo Mondo, da Whitman a Neruda, Walcott rifiuta di ritornare sulla Storia. Continua a leggere

Trittici, di Annamaria Ferramosca


Un ​dialogo poetico con quattro artisti attraverso le loro opere d’arte visiva. Un’occasione di ascolto e scambio sulla capacità dei segni d’arte di attraversare il nostro pensiero e il nostro tempo.
Questo è Trittici-Il Segno e la Parola, plaquette d’arte edita da DotcomPress, Milano, che verrà presentata il prossimo 30 marzo, alle ore 17, nel Salone Borromini della Biblioteca Vallicelliana, Piazza della Chiesa Nuova 18, 2°piano​.

Due critici parleranno del libro, seguiranno letture dei testi con proiezione video delle opere d’arte, intervallate dall’esecuzione di brani lirici.

89. Il desiderio, ancora.


Il desiderio, dunque. Prendevamo coscienza, sempre più, che tutto si giocava lì, nell’apertura del cuore senza condizioni, in una libertà da ogni tipo di vincolo interiore, da catene magari invisibili e sottili, residui di un tempo segnato dal peccato. Era importante recepire, in questo senso, i consigli dei Padri della Chiesa, dei santi che raccomandavano, ad ogni piè sospinto, il distacco da tutto, perché tutto fosse accolto nell’abbraccio di Dio, nel suo sguardo capace di bruciare ogni rifiuto tossico del mondo. Ricordavo la risposta di Jean Cocteau a un intervistatore che chiedeva cosa avrebbe salvato dalla sua casa in preda al fuoco: il fuoco, aveva detto, riuscendo a concentrare in una semplice battuta il senso incandescente della vita. Gli occhi di Gesù: solo lì si afferrava il mistero dell’uomo e della donna, mai possedendolo, ma solo intravedendone il nesso con l’Origine, che reclamava i suoi diritti in questo tempo apocalittico, l’ora della profezia, la risposta all’eterna domanda di Pilato: cos’è la verità? All’uomo occidentale, che si lavava le mani nel catino del benessere, della cosiddetta realizzazione personale, della nicchia sicura da trovare nell’occhio del ciclone, Dio rispondeva con gli eventi che ormai sentivamo alle porte, come l’effetto inevitabile dell’indifferenza, del cinismo, dell’irrisione delle cose sante, a cominciare dalla presenza di Maria e dei suoi messaggi, denigrati perfino da una certa Chiesa. Uno di essi ricordava quanto fosse necessario fare tutto col cuore: il desiderio, appunto, il primo e ultimo ponte sull’abisso del destino, anzi, del Progetto di Dio.

SUL TAMBURO n.36: Emmanuel Bove, “Una visita serale e altri racconti”

Emmanuel Bove, Una visita serale e altri racconti, trad. it. e postfazione di Claudio Panella, Saluzzo (Cuneo), Fusta, 2016

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di Giuseppe Panella

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Nella bella collana bassastagione curata da Marino Magliani e Stefano Costa, viene pubblicata una significativa raccolta di racconti di Emmanuel Bove, scrittore maledetto e randagio, autore di un gran numero di testi di narrativa non facilmente qualificabile nel genere e conosciuti per la loro ricerca stilistica singolare e apparentemente spiazzante. Una visita serale e altri racconti contiene sette storie di Emmanuel Bobovnikoff (il suo nome di nascita che però non usò mai per firmare le sue storie mentre condivise con il suo più autorevole nom de plume quelli di Jean Vallois e Pierre Dugast), sette momenti di vita, sette vicende tra il bizzarro e lo straziante che alternano laminuziosa descrizione di stati d’animo a ritratti di personaggi umorali o disturbati o inquietanti descritti in precisi momenti della loro vita. Più noto come romanzi quali I miei amici (trad. it. di Beppe Sebaste, Milano, Feltrinelli, 20152, un romanzo che nel 1921 piacque molto a Colette) o La trappola (trad. it. di Carlo Alberto Bonadies, Genova, Il Melangolo, 1999, rifiutato in prima istanza da Gallimard perché trattava in maniera molto poco conciliatoria di “collaborazionismo” durante la guerra), Bove autore di racconti ha una specificità notevole e caratteristiche singolari che vanno adeguatamente sviscerate per comprenderle.

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