Luigi Maria Corsanico legge Fernando Pessoa. 6

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FERNANDO PESSOA
1924
156. DORMIRE!

IL MONDO CHE NON VEDO
POESIE ORTONIME

A cura di Piero Ceccucci
Traduzione di Piero Ceccucci e Orietta Abbati
Postfazione di José Saramago
Testo portoghese a fronte

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Immagine: Gilbert Garcin http://www.gilbert-garcin.com/

Erik Satie: Gnossienne 4 – Piano: Alexandre Tharaud

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Guarda che non sono io

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Il successo è un tema interessante, ma nessuno sa davvero cosa sia. Esistono cantanti che azzeccano due pezzi e poi più nulla: campano, magari, coi diritti d’autore. In casi come questi è arduo parlare di successo, che comunque si trascina una specie di tristezza: lo scoprirsi scambiato per altro, l’essere amato per ciò di cui nemmeno ti ricordi. Un noto cantautore ha scritto un brano intitolato “Guarda che non sono io”, per reagire a questo andazzo.
Anch’io, nel mio piccolo, ho successo: la chiesa si riempie, quando celebro, e si vocifera che parli bene. Ma quando mi fermano per farmi i complimenti, vorrei dire loro: guarda che non sono io. Se ho qualcosa di buono, è merito di Dio.

Etty Hillesum, Lettere 1942-1943


di Barbara Pesaresi

Esistono libri dai quali vien quasi istintivo difendersi. O almeno a me succede. Sono quei libri che raccontano vite vissute scomodamente, come quella di Etty Hillesum.

Chi ha letto Diario, 1941-1943 (Adelphi), troverà anche in Lettere, 1942-1943, (Adelphi), la stessa sensibilità e profondità di pensiero, l’ostinata fiducia nella vita, quella fede incrollabile che  la porterà a scrivere nel diario: “E se Dio non mi aiuterà più, allora sarò io ad aiutare Dio”.  Smarrisce, la disarmata lucidità di Etty nel registrare e raccontare, attraverso minuziose e nude cronache, l’inarrestabile divenire dei tragici eventi che l’hanno vista protagonista. Di lei possiamo dire che è stata sino all’ultimo, grazie anche alla scrittura, testimone attiva della sua storia e del suo tempo. Continua a leggere

Il dono


La parola più ambigua in assoluto è “dono”. Intanto, sa di preti, di scuola cattolica, di chiesa. Questo, agli occhi di molti, la squalifica. In alternativa, è una parola chiave della pubblicità sempre incombente, che ha inventato la festa del papà, della mamma, dei nonni e degli zii, pur di incassare. La terza accezione è quella della beneficienza interessata: dono della banca tal dei tali, della Regione, del Comune, dell’azienda pinca pallina e via esibendo, come se nessuno avesse detto “non sappia la tua sinistra quel che fa la destra”.
Urgerebbe trovare una via per far risorgere il termine e il concetto, ma non è semplice spostare il baricentro, aprirsi al bene altrui piuttosto che al vantaggio personale.
Bisognerebbe credere che è salvo chi si offre o che, come canta Francesco de Gregori, chi vince è perduto.
In attesa di mutamenti epocali, si può partire dal senso attribuito alla parola da uno dei tanti dizionari online: “l’atto di donare qualcosa”.
Un inizio di rivoluzione sarebbe proporre un’altra prospettiva: l’atto di donarsi.

La vera religione


La religione è più semplice di quanto immaginiamo. E più bella. Gesù chiede un rapporto personale schietto, come tra amici. L’evangelizzazione consiste nel presentarlo agli altri come qualcuno con cui confidarsi, un compagno potente capace di cambiarti la vita perché è Lui che l’ha creata.
Mi tornano in mente favole come quella di Aladino, dove vengono espressi desideri immediatamente realizzati. L’inconscio collettivo fa emergere verità profonde, che solo in un secondo momento si smarriscono nei vicoli ciechi della paura e del cinismo.
I bambini sanno bene che tutto è possibile: giocano, si scambiano pensieri che a noi sembrano assurdi, e invece sono più corrispondenti dei nostri alla realtà. Se sapessimo che un atto d’amore può cambiare il mondo, l’esistenza umana sarebbe un’altra cosa. I bambini lo sanno, anche se nessuno gliel’ha detto.
Nessuno? Ecco la vera religione: capire che è Gesù che glielo dice.

A Chi


Molti mi dicono: don, quando prego mi distraggo.
Cos’è veramente la preghiera? Significa pensare alle parole? O è concentrarsi su qualcosa? E su cosa, eventualmente?
Basta poco a mettere in crisi i riti che compiamo, forse per senso del dovere, forse perché, se li omettiamo, chissà che ci succede.
A che pensiamo, se dialoghiamo con qualcuno? Alle parole, ai gesti, a qualcosa che non c’entra nulla? Il modo giusto è entrare in relazione, comunicare se stessi, condividere.
Lo stesso vale con Gesù: la preghiera è starsene con Lui, lasciarsi andare a una confidenza in cui troviamo pace.
Don, quando prego mi distraggo.
Pensa un po’ meno a ciò che dici e molto più a Chi lo stai dicendo.

SUL TAMBURO n.59: Emiliano Gucci, “Voi due senza di me”

Emiliano Gucci, Voi due senza di me, Milano, Feltrinelli, 2017

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di Giuseppe Panella

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Un bambino morto in circostanze misteriose osserva ciò che accade ai suoi genitori nel corso di vent’anni della loro vita e trova che poco o nulla è cambiato in essa. Sembra una variazione sul tema del Sesto senso (il film d’esordio di M. Night Shyamalan del 1999) o una ripresa di Amabili resti (romanzo di Alice Sebold del 2002, film di Peter Jackson nel 2009). Ma le cose non stanno così.

Il punto di vista del bambino non è l’unico a costituirsi come l’angolazione del romanzo di Gucci: lo sguardo dall’alto viene spesso sostituito e si intreccia con quello dei due protagonisti Michele e Marta. I punti di vista, quindi, alla fine risultano tre: quello del bambino defunto che non ha nome e che risulta senza età registrabile, quello dell’uomo il cui tentativo di recupero sentimentale con Marta viene descritto nella prima parte del romanzo, quello della donna che cerca di ritrovare l’uomo che ha perso come compagno di una vita insieme al bambino scomparso.

Tra i due protagonisti si apre uno iato legato all’incidente in cui il loro figlioletto è morto: non si saprà mai, infatti, se è perito vittima di un incidente dovuto a trascuratezza o goffaggine della mamma oppure sia stata lei a mettere fine alla vita del suo bambino in un momento di aberrazione e di perdita di senso. Il rapporto tra i due innamorati si interromperà in quel momento e non verrà più recuperato anche successivamente – inoltre sulle spalle della madre rimarrà sempre a pesare il dubbio che sia stata proprio lei a far morire il proprio figlio (così infatti il paese in cui abitavano interpreterà la vicenda condannando la mamma all’infamia del delitto volontario).

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Il Regno


Si può essere neutrali, rassegnati, pigri; oppure decisi, coscienti che la vita corre in una certa direzione, e che solo seguendola si centra l’obiettivo.
Dostoevsky ha colto l’essenziale: l’adesione alla verità senza riserve, con la persona intera, in un sì senza residui.
Penso che Dio sia fatto in questo modo. Ama a tal punto, con una determinazione così forte, che non può fare altrimenti. Da ciò deriva la sua potenza irresistibile.
Se ci affidiamo a Lui, diventeremo simili. Nessuno potrà più resisterci.
Il Regno è il posto dove il bene vince sempre.

La poesia del ricordo. I processi di ingradimento delle immagini, di Paola Silvia Dolci.


di Guido Michelone

Il nuovo libro della giovane scrittrice Paola Silvia Dolci si pone subito tra quelli più originali, interessanti, riusciti in questa nuova stagione della poesia italiana. I processi di ingrandimento delle immagini è un titolo ambizioso e al contempo difficile, se non viene rapportato al conseguente sottotitolo: Per un’antologia di poeti scomparsi. In tal senso il lavoro della Dolci è innanzitutto metalinguistico, nel senso che si appropria della letteratura per giocare molto seriamente (e talvolta drammaticamente) con la letteratura medesima. Continua a leggere

Cerchiamo


Cerchiamo Dio. Ognuno lo cerca a modo suo. Anche l’ateo, che pensa di evitarlo.
Cerchiamo Dio negli angoli nascosti, nelle crepe dei nostri progetti, nelle falle che si aprono senza alcun preavviso. Lo cerchiamo in una tristezza immotivata, in una gioia improvvisa e senza nome, nell’incontro casuale capace di scombinare la giornata.
La verità, però, è che siamo cercati.
È Dio che cerca noi: in un attimo di distrazione, nella perdita di controllo momentanea, nell’istante di estasi che ci strappa alla routine del quotidiano.
A forza di cercarci, ci incontriamo. Qualcuno nemmeno se ne accorge: è come quando senti una voce, non sai da dove viene e ti convinci che l’hai solo immaginata.
Dio è così: un lampo, una scintilla; sta a noi lasciarci illuminare, restare conquistati per sempre dalla sua bellezza.

LA BAMBOLA di Ismail Kadaré

di Massimo Maugeri

Ismail Kadaré, autore albanese classe 1936, è uno degli scrittori che da anni è “in odore” di Premio Nobel per la Letteratura. Di recente, per i tipi de “La nave di Teseo” (€ 17, pagg. 127), è stato pubblicato in Italia un suo nuovo libro (tradotto da Liljana Cuka Maksuti): si intitola “La Bambola” ed è dedicato al rapporto tra l’autore e sua madre (è lei la “bambola” del titolo).
L’incipit del romanzo segna il ritorno dell’autore nel luogo d’origine: «Nell’aprile del 1994 mio fratello ci avvisò da Tirana che nostra madre stava rendendo l’anima. Mia moglie Helena e io partimmo con il primo aereo da Parigi, sperando di trovarla ancora in vita. La trovammo ancora viva, ma in coma. Si trovava nell’appartamento di mia zia in via Qemal Stafa, dove l’avevano portata alcune settimane prima, per accudirla nel migliore dei modi». Continua a leggere

Per Giovanni Nencioni, a cura di Gualberto Alvino

Gualberto Alvino-Luca Serianni-Salvatore C. Sgroi-Pietro TrifonePer Giovanni Nencioni, a cura di Gualberto Alvino, con 35 lettere inedite al curatore, Roma, Fermenti, 2017.

di Anna Maria Milone

Il volume delinea un’immagine a tutto tondo di Giovanni Nencioni, storico della lingua, tra i maggiori glottologi e lessicografi non solo italiani. I quattro studiosi — Alvino, Serianni, Sgroi e Trifone — offrono al lettore il loro personale ricordo di Nencioni tratteggiando una figura di elevato spessore umano e culturale. Ci troviamo a leggere una raccolta di testimonianze che tende a livellare il gradino di conoscenza tra il Nencioni rivelato — ovvero quello letto e studiato, conosciuto attraverso la letteratura e l’attività scientifica (Trifone e Sgroi) — e il Nencioni privato, il signore che non rallenta l’incedere sotto il peso degli anni (Serianni), l’amico intellettualmente affine (Alvino). Salvatore C. Sgroi tenta una raccolta di definizioni e citazioni volta a restituire uno sguardo completo sulla vastità di interessi e contributi che il linguista-filologo ci lascia. Le riflessioni sull’oggetto della linguistica, sulla lingua e sulla sua funzione sociale, l’idea di comunità educante, non rimangono soltanto mirabili pagine di letteratura, ma offrono uno strumento di osservazione a chiunque si accosti alla magmatica materia comunicativa, si tratti di studiosi, di semplici curiosi o di docenti.

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L’ignoto


Si sente spesso un ritornello: per me è impossibile; ho raggiunto il limite; più di questo, non posso fare.
Il mondo è pieno di vicoli ciechi, di rinunce, di rese incondizionate a ciò che sembra eccedere le nostre abilità.
Quando entriamo nella zona proibita, cominciamo ad agitarci, a fibrillare. Proviamo un senso d’impotenza, una paura che ci paralizza.
La vita di fede comincia qui, da questa soglia. Prima sono preamboli, zuccherini concessi per fare coraggio, trasmettere fiducia. Ma arriva il giorno in cui, come nel sogno di Giacobbe, appare una scala che unisce cielo e terra, e come lui ripetiamo: terribilis est locus iste, è terribile questo luogo.
La vita autentica comincia dalla partenza per un posto sconosciuto, inquietante, sorprendente: il nostro vero Io.

“Il giorno del Ringraziamento” – Ultimo capitolo con pdf

[Novella a puntate, ultimo capitolo. Il testo completo si può scaricare qui Il giorno del Ringraziamento pdf. – Testo e immagine di Monica Mazzitelli]

13.

Samuel e Jeff erano usciti da un po’. Il fuoco si stava addormentando, le braci ferme. James si era versato l’ultimo goccio di caffè dalla moka ormai fredda, una scusa per restare ancora a parlare.
Francesca aveva appoggiato le gambe sulla sedia di fronte alla sua e aveva le spalle appoggiate a metà dello schienale, rannicchiata e comoda. Con l’indice accarezzava lo stelo del suo bicchiere quasi finito. Dovevano essere le due, tra poco la pendola l’avrebbe scandito.
«Come stai?» le chiese.
«Adesso bene.»
«Ti dispiace che partiamo domani?»
Si sollevò sulla sedia per rispondergli, prendendo un lungo respiro attraverso le narici. «Devo dire di sì. Stavolta non ho la solita sensazione che “è stato bello ma è ora di tornare in possesso della mia casa”. E della mia solitudine, ovviamente.»
«In effetti è un luogo un po’ sperduto questo, non trovi? Non ti mette malinconia?» Continua a leggere

Luigi Maria Corsanico legge Julio Cortàzar

da qui

Julio CortázarIl futuro
tratto da “Le ragioni della collera”, Edizioni Fahrenheit 451, 1995, Roma.
Traduzione di Gianni Toti
Lettura di Luigi Maria Corsanico

Django Reinhardt & Stephane Grappelli, Nuages

Capucine,Café de la paix/1952
Foto de Georges Dambier

originale da: “Salvo el crepúsculo”,
Buenos Aires, Ed. Alfaguara, 1984 ⇒ https://youtu.be/Tixyxh-RgxQ

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Independence guy


C’e quello che io chiamo esame di coscienza geografico. Come siamo nelle diverse circostanze? C’è differenza tra il comportamento sul lavoro, in casa e con gli amici? Sono me stesso ovunque, o mi lascio condizionare dall’ambiente, dai discorsi, dall’aria che tira?
È interessante osservare questi meccanismi, perché parlano della forza delle convinzioni, della coerenza dei valori di fondo.
Mi ha sempre colpito l’atteggiamento di Gesù in situazioni eterogenee: nel tempio, nel colloquio coi rappresentanti della dirigenza religiosa, con le donne. Non è il contesto a influire su di Lui, semmai l’opposto: la verità è potente, incide nel mondo, non lo lascia come prima.
Allo stesso tempo, l’amore rispetta la scelta intima dell’altro, la fa risaltare nel suo spessore o nell’inconsistenza, la presenta a se stessa, perché, specchiandosi, decida di cambiare oppure no.
Dovremmo imparare da Gesù, per non dimenticare mai chi siamo e che cosa vogliamo.
Ognuno è ciò che ama. La questione è se ama al punto da compromettersi e rischiare.

“Il giorno del Ringraziamento” – Capitolo 12

[Novella a puntate – testo e immagine di Monica Mazzitelli]

12.

«Sono senza parole. Che storia…» disse James scrollando la testa. «Io… non so cosa dire Frances.»
«Oh Gesù… Devo fumare.» fece Jeff servendosi altro Chianti. Posò la bottiglia poi ci ripensò e riempì anche il bicchiere di Francesca.
«Grazie.» gli disse lei senza alzare lo sguardo. Bevve rapidamente, appoggiò con delicatezza il calice e richiuse il dorso della cornice, controllando che la foto di suo padre fosse rimasta posizionata perfettamente al centro. Poi si alzò, la prese insieme al foglio e salì con lentezza i gradini, senza accendere nessuna luce. Stette via mezz’ora. Continua a leggere

Il venerdì


Del dolore si può parlare all’infinito, è un pozzo senza fondo. Quello degli altri, quello nostro. Poi c’è sempre qualcosa di più facile, il discorso devia, prende strade piacevoli, meno impegnative. L’essere umano ha la tendenza a svicolare, a far finta di nulla.
Andare contro corrente è indispensabile; resistere al giro di giostra, all’omertà, all’automatica complicità nella fuga dal centro; bisogna prendere il toro per le corna, guardare l’altro negli occhi e scorgervi la sofferenza, così leggibile: come un libro, una pubblicità progresso, un avviso affisso sul cancello per la disinfestazione del consorzio.
È possibile disinfestare dal dolore: con la macchina che mette in moto i sensi interni, l’anima capace di sentire, di fissare l’orrore del venerdì santo replicato nella vita del coniuge, del figlio, del fantasma che ci passa accanto, con una supplica che è facile ignorare.

“Il giorno del Ringraziamento” – Capitolo 11

[Novella a puntate – testo e immagine di Monica Mazzitelli]

11.

Era davvero buona. Aveva una qualità diversa, come se ogni cosa fosse stata scelta fino alla selezione della molecola per essere perfetta, armoniosa, assaporabile. “La più buona torta di mele che abbia mai mangiato” aveva detto Samuel. “Sa di mamma” era stato il commento di Angela, che ne aveva presa una seconda fetta più piccola dopo la prima. Poi si era messa a tirarne su le briciole schiacciandole metodica con i rebbi. La testa le era crollata leggermente dentro le spalle e sembrava ancora più piccola così, nel suo liscio lucore. Non aveva più indossato il berretto dentro casa dopo i primi due giorni. Ora il suo sguardo era fisso nel piatto, più stanco che triste. Francesca si era girata verso di lei, appoggiandole una mano sulla spalla come una carezza, e le aveva sussurrato qualcosa all’orecchio. Angela aveva sorriso arricciando il nasino, restando con la testa incassata, poi si era sollevata sulla sedia, alzando il capo con la flessuosità di un cigno. Continua a leggere

Di padre in padre. La voce ultima di Laura Maria Gabrielleschi. Recensione di Giovanna Menegus

 

Il perno doloroso e il vuoto attorno a cui ruotano le 57 poesie della raccolta Di padre in padre (La Vita Felice, 2016) è quello della figura maschile: la prima, per una donna, una figlia che dal padre è stata abbandonata bambina. Dopo trent’anni, o quaranta, o più, «il passato è inabitabile» – come ricorda una citazione da Lorca in esergo –, «la ferita aperta», e mentre «il dolore sorveglia la stanza» e «il tempo si astiene», il presente viene mancato e manca: quanto si cerca è ora appena «qualcosa che somigli alla vita». Continua a leggere