I tre porcellini


Le fiabe finiscono, ma fino a un certo punto. Prendiamo quella dei tre porcellini: emancipati dalla madre, che li invita a diventare autonomi, si costruiscono tre case con materiali diversi: paglia, legno e mattoni. Come andrà a finire, si capisce dall’inizio, anche perché la fiaba è copiata dal Vangelo: il discorso della montagna termina così, con costruzioni adatte o meno a sostenere gli imprevisti.
Ma è chiaro che la storia potrebbe continuare: anche una casa di mattoni, infatti, può crollare, soprattutto in tempi in cui le profezie – se non, addirittura, le ipotesi scientifiche – prevedono l’impatto con la Terra di pianeti con orbite impazzite. In tal caso, i più esposti sarebbero ancora i porcellini, ossia coloro che proseguono imperterriti a condurre una vita materiale, quella che, in un modo o in un altro, va a sbattere contro il muro della morte, a cui non c’è rimedio, come recita il detto.
Ma, visto che abbiamo parlato di Vangelo, la storia potrebbe ulteriormente evolversi, perché il messaggio di Cristo consiste proprio nel credere in qualcosa capace di abbattere la barriera della morte, di mettere in comunicazione con un mondo rinnovato, in cui Dio può salvare da tutto, persino da un cataclisma apocalittico. Dunque, la differenza non starebbe più nel costruire una casa tanto solida da chiudersi al pericolo esterno; al contrario si tratterebbe di aprire uno spiraglio, lasciando entrare un principio di vita che non muore, inattaccabile dal lupo, qualsiasi maschera decida di indossare.
Il Vangelo, dunque, è più ottimista delle fiabe, anche se il tema che trattano è comune: il lieto fine non sta nel chiudere la porta a un pericolo incombente, ma nell’aprirla a Dio, che è più forte di qualsiasi aggressore, compreso il lupo apparentemente invincibile che chiamiamo morte.

Uomo – di Blas de Otero

Nel corpo a corpo, con la morte lotto,
e chiamo Dio sull’orlo dell’abisso.
Quel suo silenzio è denso di boato
che soffoca la voce nel vuoto inerte, fisso.

Dio, se devo morire, la mia voglia
è che – di notte in notte – tu sia desto
udendo la mia voce alla tua soglia,
clamante graffio all’ombra e buio pesto.

La mano innalzo, mentre la incateni.
Gli occhi sbarro, sacrifici vivi.
Ho sete ed ogni spiaggia è presto sale.

L’umano, con l’orrore a piene mani.
Essere – e non essere – eterni, fuggitivi.
Ancora angeli con ali di catene.

***
Ripropongo una mia traduzione (con modifiche) di un sonetto di Blas de Otero (Bilbao 1916 – Madrid 1979). Segnalo, altresì, l’ampia voce sullo stesso sulla versione spagnola di Wikipedia.

Sguardi


Può accadere di sentirsi soli. Non che non s’incontrino persone, le presenze abituali della quotidianità: famigliari, colleghi di lavoro, i contatti che attraversano la vita e con cui non sempre si sa essere sé stessi. Anzi, se ne torna spesso col sentore d’aver perso qualcosa, senza, magari, saper dire cosa.
Resta una fame di essere, sempre più intensa, sempre più insaziata.
Poi, un bel giorno, guardi il volto di Gesù, davanti a te, con gli occhi che sembrano cercarti: non ti impongono nulla, sono solo una proposta discreta, delicata, attenta a non violare la tua libera adesione. È lì: e tu non credi che ti stia guardando, che sia il Gesù che percorreva le strade della Palestina predicando il Vangelo, guarendo i malati, chiamando Zaccheo arrampicato sopra l’albero, assicurando al paralitico, calato dal tetto, il perdono dei peccati, conversando con la donna al pozzo di Sicar.
Sei certo di essere indegno della sua attenzione, che il suo potere sia attratto da altre cause, ben più importanti della tua. No, non sta guardando te, anche se sembra, anche se tutto lascerebbe sospettare che voglia convincerti che se è appeso lì, se hai deciso di piazzarlo di fronte al tavolo di studio e di preghiera, no, non può essere un caso, ma una sua precisa, eterna volontà.
Allora, all’improvviso, ti lasci persuadere: chiudi gli occhi, cominci a sentire le sue mani posate sulla testa, sei uno di quelli che ha incontrato per la strada, nei campi, nelle sinagoghe scalcinate, e provi un senso di pace, come se i suoi occhi, il suo tocco, cambiassero qualcosa, come se, per la prima volta in vita tua, potessi dire “io”, “tu”, e avessi ritrovato, per miracolo, la tua vera, fino ad oggi incredibilmente ignorata, identità.
Solo da allora, ogni persona che incontri non è più un pretesto per sentirti solo, ma un’occasione per essere te stesso, riflesso, finalmente, nella luce mite del suo sguardo.

Premio nazionale di letteratura rurale “Parole di Terra”

Premio nazionale di letteratura rurale “Parole di Terra”

Regolamento IV Edizione (2017)

  1. Pentàgora edizioni (pentagora.it) e l’Associazione Culturale Parole di Terra promuovono il Premio Nazionale di Letteratura Rurale PAROLE DI TERRA – quarta edizione, da assegnare a opere inedite in lingua italiana dedicate al mondo rurale e alla cultura contadina, con due categorie di premiazione:
  2. a. Premio Parole di Terra per la letteratura rurale (da 150.000 a 400.000 caratteri spazi compresi), aperto a opere di narrativa, saggistica, memorialistica e a raccolte di racconti. Sono considerate inedite anche le opere stampate senza codice isbn;
  3. b. Premio Parole di Terra per racconti brevi (entro 15.000 caratteri spazi compresi).

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Luigi Maria Corsanico legge Nazim Hikmet. 2

da qui

NÂZIM HIKMET
Anche questa mattina mi sono svegliato
Berlino, 1961
da Poesie d’amore, 1965
Traduzione di Joyce Lussu

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Dmitri Shostakovich
Cello Concerto No.1, 2nd movement
Fotografia di Remus Tiplea
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Anche questa mattina mi sono svegliato
e il muro la coperta i vetri la plastica il legno
si son buttati addosso a me alla rinfusa
e la luce d’argento annerito della lampada
mi si è buttato addosso anche un biglietto di tram
e il giallo della parete e tre righe di scritto
e la camera d’albergo e questo paese nemico
e la metà del sogno caduta da questo lato s’è spenta
mi si è buttata addosso la fronte bianca del tempo
e i ricordi più vecchi e la tua assenza nel letto
e la nostra separazione e quello che siamo
mi sono svegliato anche questa mattina
e ti amo.

Diapositive


Era come veder scorrere le diapositive: mio padre che mi trascinava nella polvere, a Stigliano, perché lo zio Michelino, come al solito, mi aveva accusato di qualcosa; la maestra Battistoni che spiattellava a mia madre, nel negozio, il mio inconfessato quattro in matematica; l’ingresso nella classe sbagliata, dove tutti indossavano il grembiule nero e io ero l’unico scemo col grembiule bianco. E ancora, la fuga dopo aver preso in giro Otello, il commerciante calvo che aveva appena indossato il parrucchino; la fulminea aggressione di Domenico Ippolito durante una partita, senza che gli avessi fatto nulla; gli occhi a palla dell’ottimo D’Autilia, che voleva essermi amico contro il mio volere; le mani sporche d’inchiostro di Vincenzo Cerere e la stilografica che gli invidiavo, come fosse una reliquia di valore inestimabile.
La nostra vita è in onda sullo schermo della storia: un film che vedremo tutti insieme, prima o poi, senza spirito di rivalsa o antagonismi, ma come una lezione su come fare i conti con sé stessi.
Quando seguiremo ogni pensiero, ogni parola, ogni gesto, succedersi scena dopo scena sotto lo sguardo amorevole di Dio, sentiremo, nel profondo dell’anima, il taglio di una lama, e capiremo davvero cos’è bene e cos’è male. Allora piangeremo, rideremo, s’infrangerà ogni antico e arrugginito meccanismo di difesa.
L’ultima diapositiva sarà la nostra scelta tra lo schermo luminoso di Dio e quello oscuro, logoro, cadente del Nemico, in cui si precipita per sempre nella tenebra, rinunciando a ogni possibile rigurgito di amore.
Allora tutto – Stigliano, Michelino, la Pelikan verde e nera di Vincenzo Cerere – sarà, per i secoli dei secoli, il nostro inferno, o il nostro paradiso.

È solo un racconto, di Giuseppe Granieri

Pubblichiamo qui di seguito un racconto di Giuseppe Granieri.
Giuseppe vive a Copertino, Lecce. Laureato in Scienze della Comunicazione all’Università “La Sapienza di Roma”, è giornalista pubblicista. Scrive di sport e calcio per FcInterNews.it e TuttoMercatoWeb.com. Ha pubblicato i libri Giorgio Faletti e la riscoperta del noir in Italia (Sacco, 2009) e Dal calcio giocato al calcio parlato (Innito Edizioni, 2013).

 

È solo un racconto

Forse dovrei/potrei aspettare a scrivere queste righe. Forse dovrei far passare un po’ di anni prima di scrivere questo racconto in chiave personale. La materia è ancora calda e potrei scottarmi. E comunque, non è l’urgenza che mi spinge a scrivere queste righe. Piuttosto, sento che mettere per iscritto questo pensiero serva
ORA.
E, forse, potrebbe non servire più in là: sento che cogliere l’eccezionalità del momento, questo momento, possa servire a qualcuno, me compreso. I fatti, prima di tutto, come insegnano in qualsiasi facoltà di comunicazione che si rispetti.
Nell’agosto del 2012 ho scritto un racconto (ho capito solo dopo un po’ che poteva essere considerato un racconto: non ho cominciato a scriverlo con l’intenzione di pubblicarlo, ma certe cose, si sa, è difficile prevedere quali sbocchi possano poi prendere…), il file è poi rimasto sepolto un bel po’ di mesi nel mio pc, lo vedevo ogni giorno, lì sul desktop, ma non ci badavo poi più di tanto. Una volta ogni due settimane, lo aprivo, lo leggevo, apportavo delle piccole modifche, se lo ritenevo necessario, e lo richiudevo.
Poi, più o meno verso febbraio 2013 Continua a leggere

La notte del Santo, di Remo Bassini

di Guido Michelone

Giunto all’undicesimo romanzo, il cortonese Remo Bassini cambia genere e ambientazione, dedicandosi anima e corpo al noir investigativo all’interno della realtà metropolitana, spostando dunque l’abituale location (di solito la Vercelli in cui vive, sia pur di raso nominata) in un contesto sociopolitico maggiormente gravido di paure, tensioni, crimini, misfatti. Continua a leggere

Lev shomea


Quando il genio della lampada mi esortò a formulare un desiderio, rimasi titubante. Ultimamente, la storia aveva assunto caratteri inquietanti: non c’era più nulla di scontato, anzi, ogni cosa sembrava propensa a rovesciarsi nel suo opposto. Mi chiedevo come i bambini sarebbero cresciuti in un contesto senza più certezze, in cui chiunque avrebbe potuto avvicinarti e stringerti la mano o assassinarti. Le esecuzioni pubbliche, filmate su YouTube, avevano qualcosa di empiamente simbolico: tagliare la testa, cioè impedire di pensare, di capire. Forse, in giro, c’erano molti più decapitati di quanto si potesse immaginare.
Ma non era solo un fatto di cervello. Un problema anche più grave riguardava il cuore. Troppi stimoli, e spesso così forti da rendere impossibile una reazione sobria, equilibrata. Come avrebbe potuto, un povero cuore, lasciar depositare nel profondo sensazioni e sentimenti, accarezzare un sogno, coltivare un affetto, o stringere un rapporto in cui l’altro potesse davvero essere accolto?
Un pianeta, dunque, senza testa e senza cuore. Ma avevo l’impressione che fosse anche un pianeta senza corpo, vissuto come fosse un’entità a sé stante, oggetto di cura esagerata o piacere scriteriato, un’appendice che non aveva più a che fare con l’unità della persona. Le strade, i luoghi di ritrovo, diventavano vetrine in cui ognuno esponeva la sua merce, ossia il corpo staccato da una storia, da un’anima, da una propria vocazione che affondasse le radici in un Progetto.
Quando il genio della lampada mi esortò a formulare un desiderio, mi ricordai di Salomone. Subito prima che diventasse re, Dio si era offerto di dargli qualunque cosa gli avesse domandato. Lui aveva optato per un “lev shomea”, che in ebraico significa “un cuore capace di ascoltare”. Risposi anch’io così.
Il genio rimase sorpreso, come forse anche Dio, di fronte alla richiesta del sovrano.
Da allora, mi sembra di vederci meglio, di sentire con più lucidità, di dire una parola più sensata alle persone che incontro in questo pianeta singolare.

SUL TAMBURO n.48: Andrea Fallani, “L’ascesa della Luna”

Andrea Fallani, L’ascesa della Luna, Borgomanero (Novara), Giuliano Ladolfi Editore, 2016

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di Giuseppe Panella

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L’allusione è, quasi naturalmente, a La caduta della luna di Giacomo Leopardi, composto presumibilmente nel 1836, è forse l’ultimo testo poetico scritto dal poeta di Recanati prima di morire (addirittura sul letto di morte, se si deve credere all’aneddotica di Antonio Ranieri, sovente propensa a un suo“mitizzare pallido e assorto” in nome dell’amicizia di un tempo). Ma non è questo il problema, non è questo quello che conta. L’imagery di Fallani, tutta protesa a ridosso della grande tradizione lirica italiana (da Leopardi appunto a Pascoli o a Montale – come con accortezza critica annota Giulio Greco nella sua nota introduttiva titolata Cantore della vita), è intrisa di soluzioni liriche legata al passato ma si impone, con freschezza e impazienza insolite, con il suo desiderio conclamato di un’originalità tutta legata all’esplorazione di un continente che appare anch’esso nuovo e inedito allo sguardo del poeta. Fallani ha le idee chiare sulla poesia e sulla sua funzione espressiva e si prova a risolvere il problema del rapporto tra passato e presente con soluzioni tutt’altro che scontate. Il suo libro si configura, inoltre, come l’inizio di un probabile rapporto futuro e fruttuoso con la poesia e, quindi, allo stesso modo di tutte le opere di un esordiente, contiene tutto il passato prossimo del suo autore e segnala, pur nella sua maturità espressiva, una serie di tracce liriche da analizzare criticamente per comprendere la sostanza profonda della sua operazione poetica. In lui c’è, insomma, per dirla con il titolo di un bellissimo racconto di Stephen Crane, “il passo della giovinezza” e di questo bisogna tenere conto. Lo puntualizza in maniera accorta anche lo stesso prefatore del testo in una delle svolte critiche della sua presentazione:

«[…] Andrea Fallani può essere considerato il vero cantore della giovinezza, di quel periodo che volgarmente e superficialmente viene considerato il più bello, il più spensierato, il più felice dell’esistenza. Il poeta, infatti, documenta come all’interno dell’attuale società “liquida”, caratterizzata dall’assenza di certezze, di prospettive e di valori cui ancorare il progetto del futuro, il giovane preferisca “l’ascesa della luna” al sorgere del sole» (p.8 ).

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Profeti


Penso al coraggio dei profeti biblici: in fondo, chi glielo faceva fare? E invece parlavano, gridavano, rischiavano la vita pur di recapitare “quel” messaggio: sì, proprio il messaggio che nessuno avrebbe voluto mai sentire.
Del resto, parliamoci chiaro: a tutti piacerebbe un dio che costruisse ponti d’oro verso i propri obiettivi; un dio che proteggesse dalle umiliazioni, dalle mille naturali frecciate che la vita ci riserva e di cui Shakespeare scriveva così bene. Il dio tappabuchi di Bonhoeffer, il Got mit uns dell’imbianchino folle, e via delirando, secondo gli infiniti modi in cui l’io vorrebbe vincere, godere, possedere.
Ebbene, il Dio vivo e vero non è questo. Il Dio certificato dalla Bibbia, e dalla nostra esperienza personale, è il Dio dei profeti: respinti, insultati, massacrati; i profeti coraggiosi che pagano un prezzo troppo alto per le tasche del mondo, il quale preferisce le nicchie confortevoli del pensiero corrente, del piccolo cabotaggio di soddisfazioni e piaceri personali.
Se vuoi conoscere davvero il Dio di Osea, di Isaia, di Geremia, devi lasciare a Lui l’iniziativa: e non sarà un incontro da salotto buono o uno scambio di battute brillanti da bacheca frenetica dei social.
Il Dio di Ezechiele, di Baruc, di Michea, è il Dio che toglie ogni certezza materiale, ruoli, titoli, prestigio; e non lo fa per sadismo o per sfoggio di potere, ma perché vuole dimostrarti che le sue vie non sono le tue vie, i suoi pensieri non sono i tuoi pensieri. Vuol farti ammettere che nulla è essenziale di ciò che ritieni indispensabile. E quando ormai non hai nulla da perdere, quando comprendi cosa sia davvero inalienabile, potrà svelarti quello che da sempre sei, e che ora finalmente vedi. Con lo sguardo puro, bruciato dei profeti.

107. Orizzonti


Ci dirigevamo a grandi passi verso l’epifania di eventi a cui nessuno pensava, ma che noi scorgevamo sullo sfondo di un’epoca enigmatica, in cui i valori sembravano confondersi e in cui tutto era messo in discussione; ma non al modo, per dire, di Gesù, che mostrava anche al di là delle contraddizioni umane una vita potente, inalterabile; no, adesso c’era un senso di buio e di smarrimento, appena dietro la facciata buonista, l’ottimismo insensato di chi si affretta verso la rovina.
Capivamo perché Dio non fa politica, non sposa un partito, una fazione, non si lega al carro di lobby o ideologie, ma è libero della libertà indispensabile all’amore, e all’espressione limpida della verità. Ci sembrava che le istituzioni, perfino le più sacre, si facessero coinvolgere, invece, in giochi di potere, in manovre censorie, come si fosse sdoganata una sorta di dittatura sotterranea, intrecciata coi mass media e il loro istinto di falsificazione.
Come uscire dalla trappola, se non mettendosi totalmente nelle mani di Chi era, e sempre è, al di sopra delle parti, invocando lo Spirito che legge anche i meandri nascosti della storia? Quest’ottica ci consentiva di restare sereni in mezzo al non senso, alla violenza subdola, alla contraffazione più evidente, spacciata per una improbabile, profonda verità.

Le mani


Sentirsi amati è la svolta decisiva. Prima, tutto ti feriva, ti accorgevi di ogni minima distanza fra le tue attese e l’altrui comportamento; soffrivi se qualcuno ti ignorava, o ti trattava bruscamente. La vita dipendeva dagli altri, per quella insicurezza che in tanti ci portiamo dentro dall’infanzia, perché le vicende della vita – dalla distrazione fino alla stanchezza – ti privano della quota d’amore su cui facevi conto. Da allora diventa un rincorrere, un cercare affetto e approvazione, uno studiare gli occhi, le parole, un soppesare il tempo, i modi, l’attenzione che gli altri ti riservano.
L’infelicità, lo capisci più tardi, è cercare all’esterno, mendicare dal mondo una stretta di mano, un cenno di consenso. Il desiderio è rivolto oltre le mura, come accade al volontario della legione straniera che scruta la distesa del deserto, sperando e temendo l’apparire di un’ombra, di un suono, di un odore.
Siamo sentinelle fragili, infelici, testimoni di una solitudine fatale, sospesi alle lancette di un tempo che non passa, o va troppo veloce.
Finché un giorno senti la sua mano, il calore che ti avvolge la testa, una pienezza mai sperimentata, come se emergesse qualcosa d’ignoto eppure tuo, l’immagine intravista da bambino, quando ancora il mondo non aveva indossato la sua maschera.
Ora che il sangue ricomincia a scorrere, che tutto acquista le sue vere proporzioni, hai ricostruito le fasi dell’evento, hai ammirato le sue mani tese, udito la sua voce che gridava: Lazzaro, vieni fuori! Sei uscito dalla tomba dei bisogni insoddisfatti, delle attese sbagliate, ti sei sentito libero, salvato: usando una parola difficile, risorto. Non ti serve più niente, non chiedi più a nessuno, cerchi sempre e soltanto quelle mani che ti hanno accarezzato, riportandoti all’essere. Ti sei sentito amato.

Nella Nazione Indiana


Echi

Estrema terra appare in questa sera
il pensiero di te, la lontananza
infida, l’attimo della finitudine,
del sacro vuoto d’amore,
dell’ignoranza indomita di qualsivoglia
umore, attonita baldanza,
attratta, astrattamente indotta
dal nulla che ti affoga, ti ride
sulla faccia. Apprendimi, sollevami,
scarta la tovaglia che si arriccia,
stropiccia il cuore, con l’unica
voce che mi strappa al dolore,
all’umido biancore del ritorno.

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LE OTTO MONTAGNE di Paolo Cognetti

di Massimo Maugeri

Le otto montagneHa appena vinto la settantunesima edizione del Premio Strega con il romanzo “Le otto montagne” (Einaudi), beneficiando di 208 voti. Si dichiara esultante, Paolo Cognetti. Quasi sopraffatto dalla gioia. «Sento tanto entusiasmo che arriva prima di tutto dai lettori», precisa «e che poi si è tradotto in questo riconoscimento bellissimo».
La sua gioia ha avuto modo di manifestarla pochi minuti prima, tracannando – come da tradizione – l’ambìto e stregato liquore dal bottiglione e prendendo in braccio – fuori da copione – Paola Gallo, la direttrice editoriale della Einaudi. Continua a leggere

La lingua perduta


Oggi non c’è attenzione per la lingua. L’italiano è diventato un ibrido, contaminato da così tanti influssi che non è più possibile, forse, un resoconto dettagliato. Eppure la lingua è comunicazione, e dunque amore. Significa che ora, in giro, c’è un amore sciatto, slegato, indifferente ai nessi, alla coerenza, alla fedeltà a una forma?
Una domanda ulteriore: qualcuno può avere un interesse per questo disordine, per una degenerazione che sembra inarginabile?
Secondo la Bibbia, Dio è il cosmo, il diavolo il caos. Dalla parola “cosmo” deriva “cosmetico”: un prodotto che propone un certo tipo di ordine, di abbellimento. Ma l’ordine di Dio non è quello delle creme e dei rossetti: un ornamento esterno, che tocca solo la superficie delle cose. È un insieme di connessioni profonde, che si implicano a vicenda e orientano a un senso generale e finale.
Il diavolo, ribelle per opzione eterna, si oppone a questo cosmo: innesca nella realtà mondana un principio antagonista, il caos. Semina zizzania (“un nemico ha fatto questo”, Mt 13,28), incrina i rapporti, confonde bene e male, disconnette ogni forma di sana relazione e, a mio parere, snatura la sintassi e la grammatica. Se non esprimo chiaramente il mio pensiero, se sono incapace di descrivere il sentire, come posso entrare in comunione con l’altro? L’agàpe è anche un flusso di parole comprensibili, che rischiarano la mente, rasserenano il cuore, lavorano per l’unità dell’uomo in sé stesso e degli uomini tra loro.
In principio era il Logos: la parola, la logica, il Progetto. Se perdo le parole giuste, la vita diventa un testo incomprensibile, privo di unità interiore ed esteriore. “Il mio nome è Legione”, dice a Gesù l’indemoniato di Gerasa, “perché siamo in molti” (Mc 5,9).
Cominciamo a riconoscere gli agenti esterni e interni che corrompono la lingua: servirà a capirci, a creare legami, comunione, cosmo, contro il caos seminato dal nemico.

Federica Giordano – UTOPIA FUGGIASCA

Proponiamo alcuni testi, assai interessanti, di Federica Giordano, dalla sua raccolta UTOPIA FUGGIASCA (Marco Saya editore , Milano, 2016).

Luoghi bianchi

Pochi i luoghi dove non nidifica il ribrezzo:
gli occhi del cavallo – ossi di nespola
il pianoforte e la scordatura avorio,
il sorriso alla sconosciuta.
Il volo del nibbio sulle case,
la giornata lenta di Morano.

 

Risveglio

Pesante il tuo braccio sulle gambe
dissotterra un bisogno cavo.

Le mura diventano scarne,
pareti tonde di conchiglia.

Insieme abitiamo
il colore canuto di una salina.

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Oreb


Mi sarebbe piaciuto incontrare Dio sull’Oreb, come Elia. Un appuntamento con Lui, in un certo giorno, a un’ora stabilita, come si va dal dentista o dal notaio. Mi sarei accucciato dentro la caverna, prendendo coscienza solo all’ultimo, forse, di tanto avvenimento.
Avrei sentito prima un vento forte, anzi fortissimo, come se i venti di tutte le coordinate spazio-temporali si fossero radunati là, per una specie di parata. Avrei pensato, in quel momento, alle tempeste che mi hanno colto impreparato: i traumi, i peccati, le paure; le passioni sbagliate, gli eventi che a volte neanche cerchi, ma sono una specie di destino fatto apposta per rovesciarti dentro.
Poi, un terremoto. Fa sempre impressione sentire la montagna che trema come un grumo di polvere o di sabbia. Mi sarebbero venuti in mente gli scossoni passati, le crisi di fiducia, le delusioni e i fallimenti, le esperienze che fanno mancare la terra sotto i piedi e costringono a emendare, faticosamente, la visione del mondo e di sé stessi.
In seguito, un fuoco. Mi avrebbe ricordato ciò che ho bruciato in questi anni: l’ingenuità, l’entusiasmo, la purezza. Avrei pensato a tutte le amicizie, le relazioni, gli incontri finiti nella fiamma divorante dell’oblio, da cui nulla risorge come prima.
Infine, avrei sentito una voce: un silenzio sottile, inafferrabile, l’unica cosa al mondo che non puoi pensare di prendere, gestire, possedere, neanche come senso di colpa o di rimorso. Allora mi sarei coperto il volto e sarei uscito. Perché chi vede Dio muore di gioia, non vuol tornare indietro.
Sì, mi sarei coperto il volto, come Elia, perché Dio, credo, mi vuole ancora qui.

Brilla brilla la scintilla


di Barbara Pesaresi

In uno di quei giorni che non mi prende la malinconia, come cantava la Vanoni, bensì l’irrefrenabile impulso che spinge l’azdòra che c’è in me verso un angolino della casa  da troppo tempo trascurato, che cosa trovo? Un libretto color del glicine, smilzo, dal titolo “Brilla brilla la scintilla”; uno di quei libri fatti stampare in tipografia, da regalare a parenti, amici e far viaggiare di mano in mano. Stava lì, tra vecchi calendari  che mi ostino a conservare non si sa perché, come custodito dal tempo. Continua a leggere

Se fossi


Se fossi vissuto con Gesù, gli sarei stato vicino, come facevo con don Mario. Lo avrei seguito nelle sue scorribande, mi sarei preoccupato per la sua salute, avrei cercato, ogni tanto, di farlo riposare, di staccarlo dalla folla, di farlo mangiare con più calma, come facevo con don Mario. Lui, come don Mario, mi avrebbe detto che non se ne parlava, che c’era un sacco di malati da guarire, di indemoniati a cui fare gli esorcismi, di adulteri da perdonare, avvertendoli di non peccare più, se no altro che pietre.
Se fossi vissuto con Gesù, gli avrei fatto molte domande, come a don Mario. Gli avrei chiesto perché i buoni soffrono, perché il bene è così difficile da compiere, perché ci sono i traumi dell’infanzia, che poi te li porti per anni, con tanti danni per tutti. Lui mi avrebbe risposto come don Mario: questa malattia è per la gloria di Dio, per manifestare la potenza della Risurrezione, per far comprendere che la guarigione e la salvezza vengono da Lui.
Se fossi vissuto con Gesù, lo avrei difeso dagli scribi e dai sommi sacerdoti, l’avrei aiutato a rispondere, preparandomi sugli argomenti, studiando i punti deboli degli avversari; ma Lui mi avrebbe ricordato che strategie come queste sono inutili, che le risposte vengono da dentro, da una coscienza pura. Come don Mario.
Insomma, posso dire d’aver vissuto davvero, un poco, con Gesù. Di essermi occupato della sua salute, di aver cercato di rendergli la vita meno dura. Posso dire di aver imparato che l’amore va sempre più in là, è sempre più grande di quanto ci aspettiamo.
Se fossi vissuto con Gesù, gli avrei detto di pensarci Lui, a don Mario, che io facevo fatica a stargli dietro.

Ps
Una persona a cui ho fatto leggere il brano in anteprima mi ha scritto cosi:
“E forse Gesù ti avrebbe risposto: ti ho pensato da sempre perché solo tu potevi dare a don Mario l’affetto e l’amicizia di cui aveva bisogno, per portare avanti l’opera che gli ho affidato. Eri l’abito su misura per lui”.
Magari!